Federico II di Svevia e le minoranze ebraiche e arabe

Federico II di Svevia

Federico II di Svevia e le minoranze ebraiche e arabe di Soumaya Bourougaaoui

La personalità di Federico II di Svevia è una delle più complesse della storia. Su Federico II, diversi storici e biografi dai suoi contemporanei fino ad oggi avevano parlato della sua tolleranza nei confronti delle minoranze o delle religioni. Federico II è divenuto un protagonista del dibattito storiografico, alcuni storici sono concordi nell’affermare che l’imperatore svevo sia stato un esempio di tolleranza, di integrazione ed interazione culturale.
Nel suo regno, convivevano in armonia gli ebrei, i cristiani e gli arabi, oggi si dovrebbe guardare a questo grande modello. Secondo me, la sua tolleranza è stata il tramite del principio di laicità. Fra i suoi impegni l’imperatore Federico II assunse quello di restaurare l’antico splendore della corte di Sicilia, riorganizzando una vera e propria struttura amministrativa dello stato culminante nella «curia».[1]
Federico II conosceva tutte le cose: la sua cultura era così ampia da strappare a Michele Scoto quest’esclamazione: « Oh tu felice imperatore, io credo che se mai un essere umano possa, per la sua sapienza sfuggire alla morte, tu sarai quello!» In realtà le sue cognizioni abbracciavano lo spagnulo come il provenzale, il francese, il romano-italico, il mondo orientale in cui erano compresi Arabi, Greci, Ebrei: era versato in giurisprudenza, poesia, letteratura, didascalica latina e finalmente scolastica, il cui metodo gli era famigliare come risulta dal suo libro sulla falconeria. I suoi contemporanei lo chiamarono a ragione: Stupor mundi.[2]
Il sovrano amava confrontarsi con diverse scuole di pensiero instaurando dialoghi con pensatori ebrei e musulmani. Infatti, Federico II rappresenta il precursore dei sovrani moderni, e proprio per questo fu incompreso dai suoi contemporanei, egli fu al tempo stesso un uomo medievale e moderno: il Medioevo si esprimeva in lui nella concezione del mito imperiale; la modernità era presente nella sua apertura alle integrazioni culturali. La Corte sveva divenne così uno straordinario centro culturale e scientifico, con la creazione della scuola siciliana destinata a produrre un rinnovamente letterario in tutta la penisola, anche, nel 1224 fondò l’Università di Napoli, fonte di scienze, seminario di dottrine, crocevia culturale del Regno di Sicilia, ma soprattutto fu la prima istituzione statale e laica. Filosofi e scienziati d’ogni angolo del mondo, entrarono con la cultura araba e la cultura ebraica… e questi furono i protagonisti di scambi culturali, tradussero dal greco, dall’arabo, dall’ebraico in latino.
In più, un esempio di convivenza pacifica tra culture, è stata la colonia di Lucera, voluta nel 1220 dallo svevo Federico. La colonia è nata per isolare gruppi riottosi di musulmani stanziati nella Sicilia sudoccidentale e confinati in Puglia per evitare nuove insurrezioni. Prima ci furono resistenze ad adattarsi, dopo, gli arabi di Sicilia divennero fidati servitori all’imperatore. Federico II ha creato per la comunità musulmana di Lucera, una moschea (l’attuale cattedrale), scuole coraniche, e un magistrato musulmano…
Ma la presenza musulmana in Puglia si chiude con un evento drammatico, il 25 agosto del 1300, quando sotto il comando di Giovanni Pipino, per volontà di re Carlo II di Napoli e con la benedizione di papa Bonifacio VIII, la colonia saracena di Lucera venne cancellata con un massacro spietato. A Lucera, a partire dal 1222-23, Federico II aveva progressivamente deportato i musulmani di Sicilia trasformandoli da contadini ribelli in coloni e arcieri fedelissimi. All’ultima città saracena d’Italia dedicano una densa monografia Giuseppe Staccioli e Mario Cassar, L’ultima città musulmana: Lucera (CaratteriMobili ed., pp. 248), che si avvale anche di un’ampia sintesi in arabo redatta da Sedhom Youssef Hanna e che, in sette capitoli, presenta la città sotto il profilo storico, urbanistico, politico, economico, produttivo, fino alla dispersione dei musulmani, l’insediamento provenzale voluto dagli angioini ma anche le vicende -a vario livello- dell’eredità araba nella cultura, nell’onomastica, nella toponomastica, nei dialetti.[3]
Il contatto tra Federico II ed il mondo arabo in Oriente fu stretto, avenne durante la crociata del 1228-29 ch’egli concluse pacificamente. E per ottenere questo clamoroso risultato, la sola carta fu il rapporto diplomatico e la conoscenza della mentalità orientale, la sua apertura al mondo arabo e l’amicizia con alcuni dotti musulmani. Per i musulmani e per il sultano d’Egitto al-Kamil in particolare, Federico era tutt’altro che uno sconosciuto, da due anni la corte di Foggia e quella del Cairo si scambiarono le rappresentanze diplomatiche. Anche, per al-Kamil, Federico non fu un nemico, lo stimò, per lui fu amante della filosofia, dell’astronomia, della medicina, della dialettica e della cultura araba. Per la pluralità degli interessi Malik al-Kamil, poteva considerarsi la copia orientale di Federico II. Perché, al-Kamil amava l’arte, la poesia, le scienze e tutte le arti. Infatti, i due sovrani si trattarono con un grande rispetto reciproco, si sottoscrissero un accordo di pace per dieci anni. Il successo della crociata pacifica di stupor mundi, provò sicuramente grande soddisfazione per aver aperto un canale di dialogo col mondo arabo (orientale) e costruito una rotta di pace tra due sponde del Mediterraneo che conoscevano soltanto invasioni di eserciti armati.[4]

Malik al-Kamil tratto dalla cronaca figurata di Giovanni Villani.

I due Sovrani Federico II ed al-Kamil si scambiarono la cultura, la conoscenza e le scienze, come la storia del dotto, il Magister Teodoro che abbia avuto un ruolo importante alla corte Federiciana. Teodoro fece per l’imperatore il riassunto di un’altra opera attribuita ad Aristotele, intitolata il Secretum Secretorum. Anche Teodoro aveva il titolo di filosofo di corte e forse dopo la morte di Scoto. Lui era l’esponente dell’arabo. Forse veniva da Antiochia, aveva studiato a Bagdad e Mossul poi era stato mandato all’imperatore dal Califfo d’Egitto al-Kamil. IL filosofo, aveva tante mansioni: come astrologo doveva cavar gli oroscopi per Federico II, come cancelliere promuovere la corrispondenza con l’Oriente, come ambasciatore veniva mandato a Tunisi, come dotto doveva tradurre gli scritti sulla caccia, e attività meno intellettuale, doveva creare dei confetti di viole che l’imperatore faceva mandare al cancelliere Pier delle Vigne che era ammalato.[5]
L’imperatore Federico II cercava di orientarsi, consultando i dotti arabi, mandando le sue domande in Siria, in Egitto, nell’Irak, nello Jemen, finché per mezzo del sultano degli Almohadi giunsero ad un erudito marocchino che stava a Ceuta, era Ibn Sabin. Una volta, l’imperatore Federico II gli aveva chiesto: «Qual è la prova dell’immortalità dell’anima? È eterna la sua esistenza? Quindi, Ibn Sabin rispose che l’imperatore non sapeva neppure formulare la sua domanda: O principe che cerchi la verità, scrive egli, tu hai posto la tua domanda senza neppure accennare a quale sorta di anima alludi. In tal modo hai tralasciato la cosa indispensabile e fatto una gran confusione, riunendo più cose che avrebbero dovuto esse trattate separatamente. Ma quel che ti ha indotto a questa confusione è la tua inesperienza a trattare argomenti speculativi e a fare investigazioni in una scienza speciale e tecnica. Se tu avessi conosciuto il numero delle specie che l’anima comprende, se tu avessi saputo la dialettica e l’arte di distinguere fra l’universale e il limitato, fra il generale e lo speciale, fra il termine equivoco e dubbioso e quello consacrato dalla terminologia linguistica, tu non avresti mai formulato a questa maniera la tua domanda. Quando domandi: Qual’è la prova dell’immortalità dell’anima? Si può intendere la tua domanda nel senso dell’anima vegetativa, dell’anima animale, dell’anima razionale, dell’anima della saggezza, dell’anima profetica. A quale dunque di queste anime si riferisce la tua domanda? E Ibn Sabin continua su questo tono, orgoglioso della sua grande conoscenza delle quisquilie ed incapace di dare una vera risposta. Egli scrive una trattazione speciale per ogni specie di anima, e discute con Platone, con Mosè, con Avicenna, coi Bramani, per finire con una banale proclamazione che l’islàm è una vera religione. Ad ogni modo di discussioni sono degne di nota: la citazione di dottrine bramaniche deve aver aiutato l’imperatore ad acquistare le sue conoscenze sull’India».[6]
L’imperatore non fu tollerante soltanto verso i musulmani, ma anche verso gli ebrei. Già, viene dimostrato dai decreti di Melfi, emanati dall’imperatore nel 1231. E vengono stabilite le norme di protezione delle minoranze religiose. Nel libro I si legge che «i giudei e i saraceni e altri» hanno il diritto di appellarsi all’imperatore contro eventuali abusi dei funzionari statali, perché «non vogliamo che vengano rinchiusi come innocenti solo perché sono ebrei o musulmani». E con la regolamentazione del prestito ad interesse ad un tasso massimo del 10%.
Invece la posizione del IV concilio Laterano era completamente diversa, esentò gli ebrei dalla generale proibizione del prestito ad interesse, dichiarando inapplicabile nei loro confronti il decreto cristiano che proibiva l’usura. Non è affatto sicuro che la pratica del prestito fosse diffusa presso gli ebrei di Sicilia, per cui la legislazione in proposito sembra dettata dalle preoccupazioni della chiesa per quanto avveniva in Europa occidentale, assai più che dalla reale situazione dell’isola.[7]
Un altro episodio molto importante avvenuto in Germania, si può ritenere la difesa di Federico II degli ebrei di Fulda. Lo storico Huben Hubert nella sua ricerca Federico II e gli ebrei testimonia dicendo: Ma torniamo all’atteggiamento di Federico verso gli ebrei. Sembra opportuno iniziare il discorso partendo da una vicenda, avvenuta nel 1236, che può essere considerata un episodio-chiave per la posizione assunta dall’imperatore svevo verso gli ebrei… qui si legge che a causa dell’uccisione di alcuni ragazzi di Fulda, attribuita agli ebrei di questa città, tutti gli ebrei della Germania erano stati messi in cattiva luce. L’imperatore, per appurare la verità, convocò un’assemblea di principi, grandi nobili, abati, e uomini di chiesa… fu espressamente vietato che gli ebrei «sotto il pretesto della predicazione o in qualsiasi altra occasione» fossero fatti oggetto di un’accusa tanto infamante.[8]

Pagina del Liber de signis et imaginibus di Michele scoto

Intorno a Federico II ruotano personaggi come il filosofo-astrologo scozzese naturalizzato spagnolo Michele Scoto traduttore del De motibus caelorum d’al-Birtrudjî e di molti Commentarii di Averroè al pensiero dello Stagirita, il medico-astronomo giacobita formato alla scuola irachena Teodoro d’Antiochia, addetto alla corrispondenza araba della cancelleria regia e traduttore del trattato sulla falconeria di Moamyn, l’arcivescovo di Palermo Bernardo da Castacca e il notaio matematico Giovanni da Palermo, il matematico Leonardo Fibonacci, autore del Liber Abaci e del perduto Flos, l’astronomo al-Hanîfî e il traduttore ebreo addetto alla cancelleria Giuda ha-Cohen, i provenzali sefarditi Mosè ben Samuel Ibn Tibbon e Jacob Anatoli.[9]
I traduttori forse furono coordinati da Michele Scoto, astrologo di Federico, appartenenti alla famiglia Tibbonide, come l’ebreo provenzale di origina spagnola, o di persone a lui vicine Jacob Anatoli, cognato di Mosè Ibn Tibbon, tradusse l’Almagesto di Tolomeo e diverse opere di Averroè. I dotti ebrei che lavorarono al servizio di Federico provenivano dall’universo culturale ebraico della Spagna e della Francia meridionale, e non si possono considerare esponenti della cultura ebraica locale.[10]
La cultura alla corte Federiciana venne considerata una copia di floride corte normanna e un’ombra della dominazione angioina. Non fece come Luigi IX di Francia, negli stessi anni quaranta del Duecento, dopo la disputa pubblica, fece bruciare il talmud a Parigi. Invece alla corte di Federico, si svolgevano varie discussioni tra studiosi ebrei e cristiani sull’interpretazione di alcuni versetti biblici (del talmud), a queste discussioni partecipava l’imperatore stesso. Quindi, quest’interesse di Federico II per le culture diverse, sia quella araba che quella ebraica, ha affascinato gli osservatori moderni.[11]

Note
([1] ) Cfr, Raoul Manselli, La corte di Federico II e Michele Scoto, in Convegno internazionale L’averroismo in Italia: Roma, 18-20 aprile 1977, Roma-Accademia nazionale dei Lincei, 1979, p. 69.
([2] ) Ernesto Kantorowicz, Federico II di Svevia, trad. Maria Offergeld Merlo, Milano-Garzanti, 1939, p. 259.
([3] ) Franco Cardini, Ecco Lucera in Puglia ultima città musulmana, in, La Gazzetta del Mezzogiorno. it, 29 aprile 2012.
([4] ) Cfr, Benito Li Vigni, Federico II il principe sultano, Armando Editore, 2011, pp. 30-32.
([5] ) Cfr, Ernesto Kantorowicz, op. cit, p. 247.
([6] ) Id, op. cit, pp. 253-254.
([7] ) David Abulafia, Le comunità di Sicilia dagli arabi all’espulsione, in Gli ebrei in Italia, a cura di Corrado Vivanti dall’alto medioevo all’età dei ghetti, Torino- G. Einaudi, 1996, p. 59.
([8] ) Hubert Houben, Federico II e gli ebrei, in Federico II e gli ebrei, Fondazione Federico II Hohenstaufen di Jesi Onlus: (Tabulae), Quadrimestrale del centro studi Federiciani, 23. 24 anno XIII, Giugno- Ottobre, 2001, pp. 15-17.
([9] ) Marcello Pacifico, Federico II e il Mondo Ebraico-Musulmano, Pegaso Università Telematica, DM 20.04.2006. G1, n°118 del 23.05.2006, p 9.
([10] ) David Abulafia, op. cit, p. 60.
([11] ) Hubert Houben, op. cit, pp. 14-15.

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Soumaya Bourougaaoui è Dottoranda in lingua, letteratura e civiltà italiana presso la facoltà di Lettere, delle Arti e dell’umanità di Manouba-Tunisia.
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