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Fra Dolcino di Gaetano Dini

Inferno Cerchio 8°, 9^ Bolgia – Seminatori di discordia
Parafrasi in italiano contemporaneo da parte del dantista Tommaso Di Salvo.
Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi
tu che forse vedra’ il sole in breve
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi
s’ di vivanda, that narrow snow
not give the victory to Noarese
ch’altrimenti acquistar non sarìa leve.
(Rivolto a Dante) Tu che presto ritornerai nel mondo dei vivi (vedrai il sole) dì a fra Dolcino che se non vuole seguirmi qui presto (tosto), si organizzi di alimenti di modo che l’assedio della neve non consenta al vescovo di Novara quella vittoria per fame che in altro modo non gli sarebbe facile ottenere.
Dante compone questi versi molti anni dopo che Dolcino è stato fatto ardere sul rogo.
E’ quindi un consiglio retroattivo che il Poeta dà a Dolcino.
Prima di irrompere nella storia come Fra Dolcino, le sue coordinate anagrafiche sono incerte.
Sembra si chiamasse Davide Tornielli e che fosse nato nel territorio di Novara, forse a Romagnano Sesia, forse a Prato Sesia in un anno imprecisato tra il 1250 and the 1260.
In 1291 Davide aderì al movimento degli Apostolici fondato e guidato dal parmense Gherardo Segarelli.
All’epoca erano molti i movimenti religiosi che si scagliavano contro la Chiesa cattolica vista come un’organizzazione corrotta e sfarzosa che aveva smarrito l’insegnamento cristiano delle origini.
I membri di questi movimenti religiosi invece conducevano una vita fatta di digiuni e di preghiere, vivendo in povertà.
La Chiesa non poteva tollerare i richiami mistici di queste congregazioni non autorizzate e le perseguì.
Gherardo Segarelli catturato dall’Inquisizione, fu mandato al rogo a Parma nel 1300.
Il gruppo degli Apostolici dopo la morte del suo fondatore, è attestato nel 1303 ad Arco di Trento.
Davide dotato di notevoli doti di comunicatività era diventato il leader di quella congregazione.
Sembra che non fosse frate, che non avesse mai preso gli ordini religiosi.
Probabilmente si presentava come “fratello” all’interno della sua comunità.
Quando e perché assunse il nome Dolcino, non è dato sapere.
Fra Dolcino predicò in quegli anni attorno il lago di Garda facendo nuovi adepti per il suo movimento. Vi entrò anche la giovane e bella Margherita Boninsegna di Arco di Trento, di buona famiglia e che divenne poi la sua donna.
Il gruppo degli Apostolici era considerato dalla Chiesa al limite dell’eresia.
Riusciva a sopravvivere in semi clandestinità nella zona attorno al lago di Garda grazie alla protezione dei ghibellini lombardi guidati da Matteo I Visconti.
In 1302 i Visconti vengono cacciati da Milano da parte del partito guelfo diventato ora prevalente anche nel nord Italia.
Senza più la protezione ghibellina e sotto attacco dalle violente prediche dei frati domenicani, la comunità di Fra Dolcino fu costretta a spostarsi nella Val Sesia in territorio di Novara e Vercelli in Piemonte.
Trovò all’inizio alloggio nei poveri borghi di quella valle aiutata nella sua sopravvivenza dai contadini del luogo, poi il gruppo dei Dolciniani dovette spostarsi sui monti vicini.
Gli Apostolici chiedevano a quelle popolazioni locali un po’ di “vinum, oleum et frumentum” astenendosi da ogni azione violenta nei confronti dei valligiani che tra l’altro oberati di tasse da parte del comune di Vercelli, simpatizzavano per loro.
Ma gli Apostolici erano invisi alle gerarchie ecclesiastiche del luogo così Raniero, vescovo di Novara, appartenente alla famiglia degli Avogadro potenti conti di Vercelli e Biella, scrisse lettere di intervento a papa Clemente V che si trovava a Bordeaux in Francia.
Raniero chiedeva che venisse indetta una crociata contro la setta degli Apostolici.
Il papa con proprie bolle pontificie, autorizzò la crociata nel settembre 1306.
Fu quindi armato un piccolo esercito con le milizie del comune di Vercelli cui si aggiunsero 400 balestrieri mercenari inviati da Genova.
Due grosse catapulte lancianti grosse pietre, chiamate sinistramente “Malavicina e Tormenta” che occupavano per il loro funzionamento una cinquantina di persone, furono messe a disposizione dal comune di Vercelli.
In precedenza i valligiani e gli abitanti di quei borghi, vedendo l’astio crescente nei loro confronti da parte della Chiesa locale e del comune di Vercelli, si erano progressivamente allontanati dalla comunità degli Apostolici.
Da tempo i Dolciniani avevano infatti preso la via dei monti impervi, il Monte delle Balme nel 1304, la Parete Calva nel 1305 e il Monte Rubello nel 1306, sopravvivendo come meglio potevano.
Alla fine de 1306 sul Monte Rubello i “Crociati” avevano fissato due campi base, uno grande a 200 mt in linea d’aria dal fortino dei Dolciniani, l’altro più piccolo si trovava dalla parte opposta del fortino che era così circondato.
La Malavicina e la Tormenta tiravano in continuazione pietroni sul fortilizio.
Allora centinaia di Apostolici sotto la guida di fratello Longino Cattaneo di Bergamo, uomo d’arme, attaccarono all’improvviso il campo piccolo cogliendo di sorpresa i soldati.
Ne uccisero molti, gli altri si dettero ad una fuga scomposta verso valle.
A questo punto con la neve da tutte le parti, il freddo e la rotta subìta, il Vescovo Raniero decise di ritirarsi con le sue milizie a valle per svernare.
E’ nei mesi invernali successivi che i Dolciniani stremati dal freddo e dalla fame sono costretti a compiere delle razzie nei villaggi sotto il monte, depredando quello che potevano.
Non risulta però che gli Apostolici abbiano fatto massacri di persone inermi.
Forse la propaganda vescovile e comunale di allora ha distorto i fatti storici, infatti Dolcino ed i suoi erano accusati di aver attaccato convogli religiosi che trasportavano vescovi e altri prelati.
E’ certo però che i Dolciniani catturarono il podestà di Varallo ottenendo un costoso riscatto per la sua liberazione.
Alla fine dell’inverno, al canto del gallo della mattina del 28 March 1307, i “Crociati” riprendono a salire da più parti gli scoscesi viottoli del Monte Rubello.
Arrivano nelle vicinanze del fortino dove sono asserragliati gli Apostolici.
Chi di loro non è morto di stenti durante i mesi invernali, è stremato dalla fame e dal freddo.
In ogni caso i Dolciniani accettano la battaglia che dura parecchie ore fino al tramonto.
Alla fine vengono sconfitti dalle forze preponderanti del vescovo Raniero.
Chi non muore in battaglia viene passato per le armi eccetto Dolcino, la sua donna Margherita e Longino Cattaneo che vengono lasciati vivi per subire il processo.
Cosa questa poco probabile in quanto altri Dolciniani devono essere stati fatti prigionieri con loro e poi mandati sul rogo.
I tre, riportano i resoconti ufficiali, vengono condotti nelle prigioni del castello di Biella dove vengono interrogati dall’Inquisitore ecclesiastico e spinti ad abiurare il loro credo.
Dolcino, Margherita e Longino non rinnegano le loro ideologie millenariste.
Che il loro processo si sia svolto in questo modo è poco probabile visto il prezzo umano che i “Crociati” avevano dovuto pagare per catturarli.
Più probabile è che l’Inquisitore abbia condotto il processo in modo tale da non farli abiurare per poterli poi condannare e dare così un esempio a tutti.
Dolcino Margerita e Longino furono trasportati a Vercelli e rinchiusi nel convento dei Frati Predicatori.
Il primo giugno 1307 giorno dell’esecuzione di Dolcino, fu caricato su un carro che attraversava le strade della città per far vedere al popolo l’eretico condannato.
I carnefici durante il tragitto lo seviziarono con delle tenaglie così pesantemente che Dolcino morì.
Il suo cadavere fu buttato e bruciato sul rogo approntato sul greto del fiume Sesia, sito quello del rogo che oggi si trova all’interno della città.
Due settimane dopo Margherita e Longino furono fatti salire sul rogo montato su un isolotto del torrente Cervo che scorre vicino Biella.

Gaetano Dini ha svolto lavoro amministrativo presso AUSL Rimini dal 1991, 10 anni di ricerche sociologiche, from 1989 to the 2017 insegnamento di Sociologia ed in seguito di Legislazione socio-sanitaria al corso infermieri (prima che diventasse corso di laurea) ed in seguito ai corsi di operatore socio-sanitario (OSS).
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