L’insediamento rupestre di Monte Casoli

Chiesa di Santa Maria di Monte Casoli

L’insediamento rupestre di Monte Casoli di Roberto Giordano

Il sito archeologico di Monte Casoli si trova all’interno di una Riserva Naturale ed è situato in prossimità della cittadina di Bomarzo, in provincia di Viterbo. Il sito è raggiungibile percorrendo una strada campestre che inizia proprio dal famoso “Parco dei Mostri”. Superato sulla destra l’ingresso del Parco si continua su questo tragitto, a tratti sconnesso e tortuoso, finché dopo alcune centinaia di metri, si presenta un bel panorama dell’altopiano di Monte Casoli costellato dalle numerose grotte scavate dall’uomo. Percorsi pochi chilometri si giunge in prossimità di un ponte che supera il torrente Vezza. Senza oltrepassare il ponte, lasciato a destra, si dovrà proseguire per circa 400 metri fino ad arrivare a uno spiazzo in prossimità della chiesa di Santa Maria di Monte Casoli, posta in alto rispetto alla strada.
Questa piccola chiesa , le cui attuali forme risalgono al XVI secolo, fu edificata in epoca romanica (XI-XII secolo) su strutture precedenti. All’interno, in corrispondenza dell’abside, si trova una cavità intonacata seguita da un’apertura rettangolare. Questa immette, attraverso un breve cunicolo, in un ambiente quadrangolare che è parte di una più antica chiesa rupestre scavata nel banco di tufo, nella cui abside centrale, interrotta dal muro dell’edificio del XVI secolo, si conserva un affresco con due figure di santi in una delle quali è rappresentato San Michele. Le immagini sono molto rovinate ma, in alcuni punti, si notano ancora dei colori vivaci. Dalle fonti documentarie non risulta che in questa chiesa ipogea siano stati effettuati dei rilievi scientifici; tali ambienti, pertanto, dovrebbero essere ancora inediti. Lasciato il sito della chiesa, a poca distanza da essa, si trova un largo fossato che costituisce una delle antiche difese del sito di Monte Casoli.
L’altopiano di Monte Casoli è lungo quasi due chilometri e mezzo e largo circa m 250, ed è delimitato da due profonde “forre”, la prima situata a nord dove scorre il torrente Vezza e l’altra a sud con il fosso di Monte Casoli, entrambe le forre confluiscono al vertice orientale dell’altura. Il sito, oltre ad essere difeso naturalmente da ripide pareti di tufo, era ulteriormente protetto da diversi fossati scavati dall’uomo; il più imponente tra essi, citato in precedenza, presenta sulla parte interna i resti di fortificazioni etrusche risalenti al IV-III sec. a.C. ed accanto ad esse sono visibili i ruderi di un’opera fortificata di epoca successiva. La parte superiore di questa struttura è costituita da blocchi di tufo a sezione quadrata legati da malta, mentre nella parte inferiore si notano tre filari di blocchi di diversa misura, disposti di testa e di taglio senza malta, che indicano una riutilizzazione di preesistenti opere difensive. Il fossato sbocca sul fianco meridionale dell’altura e, attraverso una porta scavata nel tufo, costeggia dei suggestivi e grandi colombari, dirigendosi verso il fosso di Sodera; una fila muraria, inoltre, proteggeva il versante meridionale. Durante il periodo etrusco, oltre a svolgere una funzione difensiva, non è da escludere che il fossato servisse per incanalare e far defluire, tramite cunicoli sotterranei, l’eccedenza di acque piovane provenienti dall’altopiano; è ben conosciuta l’abilità degli ingegneri etruschi nella realizzazione di grandi opere di idraulica civile. A Monte Casoli sono evidenti, quindi, le tracce di diversi insediamenti fortificati, i più remoti dei quali risalgono all’epoca etrusca. Si può ipotizzare che verso la fine del IV – inizio del III sec. a.C. i suoi abitanti realizzarono delle opere difensive in prospettiva della minaccia romana; è in questo periodo, infatti, che le mire espansionistiche di Roma si spinsero al controllo delle valli del Tevere e del Nera, ed è probabile che oltre alle mura difensive siano stati realizzati anche i fossati. Questo sistema difensivo, tuttavia, fu adottato anche nel corso del medioevo, per cui permane l’incertezza sul originario periodo di realizzazione.
Il territorio di Bomarzo, Polimartium in fonti tarde, entrò nell’orbita di Roma dal 283 a. C. e fu ascritto alla tribù Arnensis. Le fonti documentarie ed archeologiche relative a questo periodo non sono moltissime, come se l’epoca romana non avesse lasciato a Monte Casoli delle chiare testimonianze storiche, così come era avvenuto per l’epoca precedente; ciò è dovuto, probabilmente, all’ormai consolidata “pax romana” che aveva reso superfluo l’arroccamento della popolazione in siti fortificati e di difficile accesso. È plausibile, quindi, che l’altopiano di Monte Casoli durante la lunga fase del dominio di Roma non fosse più stabilmente abitato, bensì solo frequentato da pastori con le loro greggi (come avviene ancora oggi), oppure sfruttato per il taglio del legname. Durante il periodo imperiale questo territorio fu interessato da un radicale cambiamento sociale ed economico, dovuto alle numerose fabbriche e fornaci che producevano grandi quantità di materiale edilizio (tegole, mattoni, ecc.) destinato all’enorme mercato di Roma e al traffico commerciale che sfruttava la vicinanza del Tevere per il trasporto del materiale; la maggior parte degli insediamenti, pertanto, era situato in pianura ed in prossimità delle vie di comunicazione.
Dopo la caduta dell’impero e le successive devastanti ondate di popoli invasori anche questa zona conobbe una profonda crisi seguita da un vistoso calo demografico dovuto alle guerre, ai saccheggi alle pestilenze; l’insediamento sparso di pianura fu progressivamente sostituito da abitati arroccati su alture difese da mura, fossati e torri; ed è probabile che in questo travagliato momento storico sia avvenuta la nuova occupazione di Monte Casoli in funzione di insediamento fortificato. Nel 607 la linea di confine tra Tuscia longobarda e Tuscia romana correva proprio sul torrente Vezza; Bomarzo e il suo territorio rientravano nel Ducato romano. Per più di due secoli, dal 740 al 962, questa zona passò di mano numerose volte, dai Longobardi ai Franchi e, intorno al X secolo, fu invaso da parte di non precisati “Ungari” che portarono ulteriori devastazioni. Intorno al XIII secolo a Monte Casoli viene edificato il castello, ampliata la chiesa e definito l’abitato. Nel 1280, mentre i signori del castrum di Mons Casulis erano Contuccio e Angelo di Stefano, si verificarono diversi episodi di belligeranza con il vicino feudo di Vitorchiano che causarono la parziale distruzione del castello. Successivamente, nel 1293, il castrum passò sotto la signoria di Viterbo in seguito alla vendita effettuata dai proprietari, Pandolfo Capocci e Raniero Gatti. Pochi anni dopo, sotto il pontificato di Bonifacio VIII, il possedimento passò nel territorio del Patrimonio di San Pietro e venne gravato di tasse sul focatico, un’imposta a carico di ogni nucleo familiare. Mons Casuli rimase dominio del Patrimonio almeno fino al 1359, anno in cui fu dato in dote a Vannozza della famiglia Orsini e restò proprietà di questa potente famiglia fino al XVI secolo. È perlomeno singolare il fatto che Mons Casuli nell’anno 1416, pur risultando fra le terre “destructe et inhabitate”, risulti ancora tassato di tributi da pagarsi in sale.
La caratteristica più rilevante di Monte Casoli, indubbiamente, è rappresentata dalle numerose cavità scavate nel tufo, tanto che il sito può essere definito la “Pantalica dell’Etruria”, per la suggestiva somiglianza con quest’area archeologica in provincia di Siracusa. Nella parte meridionale dell’altopiano, esposti a sud-est, lungo il versante che guarda verso il fosso Sodera, si trovano circa quaranta cavità scavate nel tufo, quasi tutte situate su uno stesso livello, per una lunghezza complessiva di diverse centinaia di metri. Le grotte, hanno una tipologia costruttiva abbastanza simile; sono organizzate su uno o più vani a pianta quadrangolare con soffitto piano e banchine lungo le pareti nelle quali si trovano delle nicchie di forma e dimensioni diverse, usate per riporre oggetti di uso quotidiano. Sono provviste di piccole finestre ricavate in facciata e di canaletti per lo scolo delle acque piovane. Gli studiosi hanno lungamente dibattuto, ed ancora non vi è un parere unanime, sull’originaria destinazione di queste strutture rupestri; erano cioè delle tombe etrusche in seguito riutilizzate, oppure furono costruite per ospitare dei nuclei familiari? La risposta non è facile in quanto la continua frequentazione dell’uomo nel corso dei secoli ha cancellato e alterato qualsiasi testimonianza utile. Queste cavità, in effetti, potrebbero essere state delle tombe realizzate in epoca etrusca, in quanto i resti dell’insediamento abitato di IV-III sec. a.C. sono a pochi passi e la tipologia delle sepolture di questo periodo non si discosta di molto da quanto è rimasto sull’altopiano. Nonostante ciò le caratteristiche dell’insediamento etrusco di Monte Casoli (in assenza di scavi archeologici non vi sono molti elementi per delineare un esauriente quadro storico) non sono paragonabili per importanza e ricchezza agli insediamenti di Norchia, Castel d’Asso o San Giuliano che ostentano sfarzose e ricche necropoli rupestri (a facciata, a dado ecc.). Questi sepolcreti, oltre ad esaltare lo status sociale dei proprietari, erano posti in modo da essere visti dal vicino centro abitato o dalle arterie stradali che li costeggiavano (come faranno successivamente i Romani). A Monte Casoli, però, non vi è una situazione simile, il centro abitato più vicino, verso il quale le grotte sono rivolte, è Bomarzo ma questa cittadina, durante il periodo etrusco, non sembra essere stata la sede di un’importante polis dal punto di vista strategico o politico. Vi è poi un’altra considerazione da fare: sembra eccessiva la ristrutturazione che, in tempi successivi, sarebbe stata effettuata su questi ambienti rupestri per adattarli ai nuovi bisogni abitativi. È storicamente accertato che l’uomo, fin dai tempi più remoti, ha sempre cercato di rispettare gli ambienti destinati ai defunti, anche se antichi di secoli, ritenendoli dei luoghi sacri e non idonei per vivere. Con il passare del tempo, e in mancanza di meglio, certamente non si escludeva l’utilizzo di tali luoghi per ricoverare gli animali domestici o sistemare attrezzi da lavoro, ma senza distruggere completamente le testimonianze precedenti, considerando che, quasi sempre, l’uomo cerca di utilizzare al meglio ciò che trova, risparmiando tempo ed energie. La quasi totalità delle grotte di Monte Casoli, inoltre, è posta nel versante dell’altopiano esposto verso sud-ovest, una condizione ottimale per l’uso abitativo; nel settore nord-ovest, invece, queste costruzioni sono assenti e gli ambienti ipogei che qui si trovano sono stati realizzati, probabilmente, per essere magazzini di derrate alimentari o depositi di altro genere. Vi sono, infine, delle testimonianze di storie e leggende tramandate a Bomarzo, riportate dalla studiosa Maria Paola Baglione. In queste storie si narra come gli abitanti della cittadina, durante i frequenti eventi bellici del medioevo, cercassero rifugio presso le grotte di Monte Casoli; e ancora oggi per i bomarzesi queste strutture furono delle abitazioni e non delle tombe, tra l’altro il nome stesso “Mons Casuli” può tradursi con “Monte delle case”.
Si hanno, quindi, sufficienti indizi per considerare le strutture ipogee di Monte Casoli una costruzione tipica dell’alto medioevo realizzata con finalità abitative e frequentate anche per lunghi periodi. L’insediamento era in un luogo sicuro e difendibile, vicino a corsi d’acqua, disponeva di pascoli per gli animali domestici e fitti boschi di querce per i maiali. Dei piccoli appezzamenti di terreno coltivati ad orto consentivano di raccogliere il necessario per andare avanti e le attrezzature di lavoro più comuni, come macine o presse per l’uva e l’olio erano ricavate nella pietra locale; a poca distanza vi era un luogo culto, anch’esso in grotta, dove la piccola comunità poteva incontrarsi. Le abitazioni avevano, probabilmente, una struttura lignea esterna, appoggiata all’ingresso della grotta, che aumentava la capienza dell’ambiente, rendendo più confortevole la vita quotidiana. Vi erano poi dei grandi colombari, realizzati sui costoni tufacei, utilizzati per l’allevamento dei colombi. Queste strutture potevano ospitare migliaia di volatili per uso alimentare e per l’utilizzo del guano come fertilizzante. I colombi hanno ridotte necessità di cura e controllo da parte dell’uomo e, in caso di assedio da parte di forze nemiche, sono in grado di procurarsi il cibo da soli e rientrare nelle loro cellette superando in volo qualsiasi blocco ed ostacolo.
Nell’insediamento di Monte Casoli, in conclusione, sono custodite importanti testimonianze del periodo alto-medioevale per questa zona dell’alto Lazio. Un’epoca nella quale l’uomo, ripercorrendo inconsapevolmente la strada seguita millenni prima dai suoi simili, tornò a vivere nelle grotte, cercando rifugio ai pericoli, ai tormenti e all’insicurezza sociale.
Fonti Bibliografiche

  • Vittori Luigi, Memorie archeologico-storiche sulla città di Polimarzio oggi Bomarzo, 1846
  • Baglione Maria Paola, Il territorio di Bomarzo, 1976
  • Mansuelli Guido, L’Ultima Etruria, aspetti della romanizzazione del paese etrusco, 1988
  • Quercioli Mauro, Le città perdute del Lazio, 1992
  • Gasperoni Tiziano, Le fornaci dei Domitii, 2003
  • D’Arcangeli Valentino, Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 2014

Roberto Giordano

Roberto Giordano è nato a Roma nel 1958 e lavora dal 1979 per aziende di Information Technology. Dal 1981 al 2001, con i Gruppi Archeologici d’Italia, ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione in siti archeologici del Lazio e della Toscana. In seguito ha iniziato a collaborare con associazioni di trekking in qualità di esperto in archeologia ed è socio della Società Tarquiniese di Arte e Storia. Da tempo si dedica allo studio del periodo etrusco e altomedievale ed è autore di numerosi articoli e brevi saggi. Nel 2013 è stato pubblicato il suo libro “L’Enigma Perfetto, i luoghi del Sator in Italia”.
Per contattare l’autore clicca qui !

2 comments for “L’insediamento rupestre di Monte Casoli

  1. Gobbi Albino
    12 febbraio 2018 at 21:12

    Gli “…imprecisati Ungari …” di cui parla l’articolo sono quel popolo che la storiografia ufficiale pone nel Nord delle Alpi e che, nel libro di Giovanni Carnevale – Domenico Antognozzi ” Il Piceno da Carlo Magno a Enrico I”, viene invece individuato nell’Appennino Centrale. In questo testo è tradotta e commentata un’opera di Widukind, il quale parla appunto anche degli Ungari. Sottolineo che Widukind scrive nell’880, quindi proprio a ridosso degli avvenimenti.

    Gobbi Albino

    • Roberto Giordano
      13 febbraio 2018 at 14:51

      Salve,

      La ringrazio per la precisazione; ho verificato che un abstract dell’interessante testo da Lei citato si trova proprio su “Italia Medievale”. Il libro è disponibile presso la Biblioteca nazionale di Roma e pertanto farò in modo di consultarlo il prima possibile. Spero che il mio articolo (anche se condensato per questioni di spazio) possa tornare utile ad altri studiosi dal punto di vista della ricerca storica.

      A presto.

      Roberto Giordano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 × 1 =