Minaccia cattolica o giogo Tataro ?

Minaccia Cattolica o Giogo Tataro? di Aldo C. Marturano

Il nuovo stato dell’Orda d’Oro, teniamolo bene a mente, nacque e restò multietnico. Per questa ragione l’élite conquistatrice dapprima si mostrò altezzosa e sprezzante verso le élites dei popoli conquistati, ma poi dovette venire a patti con esse per riuscire a compattare in una compagine statale solida le genti assoggettate. D’altronde il tipo di guerra apportato dai Tataro-mongoli non aveva per ultimo scopo la devastazione e la distruzione e produrre un deserto intorno, ma quello di intimidire il vinto e piegarlo a “lavorare gratis” per mantenere il vincitore negli agi dovuti.
È questo un aspetto particolare nell’esercizio del potere tataro-mongolo che, pur condizionato da imposizioni e leggi soggette a perenni e improvvisi mutamenti per l’arbitrio e le voglie dei diversi sovrani, si rifaceva a usi e costumi di una società d’antico stampo militare composta di clan famigliari con a capo un clan carismatico sedicente di ascendenza divina. Il clan conquistatore di popoli e di terre era perciò di razza superiore perché investito dal dio supremo, Tengri, del compito della costruzione d’un impero universale ed era questo l’unico ordine naturale in vigore e il vinto che non si piegava si opponeva al divino e non poteva rimanere in vita a lungo.
Come di solito però accade, dopo aver suscitato atteggiamenti di rifiuto nelle élites conquistate non tatare, con i contatti sempre più frequenti e intensi fra le persone (compresi i rapporti fisici) seppur guardinghi o falsamente accondiscendenti, si passò in maniera abbastanza rapida (forse di pochi decenni) per quei tempi a degli atteggiamenti meno aggressivi e meno sprezzanti dei Tatari verso i propri soggetti allogeni – beninteso sempre e dapprima attraverso le élites – che alla fine sfociò sia in una richiesta sia in un’offerta di collaborazione e di pacifica convivenza… ognuno però ignorando le attività dell’altro purché svolte senza troppo scalpore.
È importante notare, sebbene i documenti che ne parlano siano scarsissimi, il grandissimo ruolo avuto dalle donne delle élites vincitrici in quegli approcci interetnici. Nella società mongola in special modo le khatun o matriarche nobili avevano un enorme peso culturale e politico giacché erano coloro che il dio supremo usava per riprodurre e mantenere in vita i membri dei clan. Soltanto esse sapevano intervenire con riconosciuta autorità sia quando i loro uomini morivano o erano assenti per altri motivi sia nei momenti più aspri delle contese. Addirittura erano riconosciute capaci di promulgare giudizi definitivi e vincolanti affinché il sistema societario continuasse a operare nel modo canonico tradizionale. Prendere in sposa una khatun di rango non era solo un enorme onore, ma significava legarsi a un’amministratrice attenta e meticolosa più che a una madre o a una serva come era invece la donna nella società slavo-russa fortemente patriarcale.
Se pensiamo al caso delle élites che gestivano prima dell’arrivo dei Tatari le realtà statali organizzate nella Pianura Russa ossia agli orgogliosi Riurikidi signori assoluti nei loro udèl, l’impatto coi Tatari deve essere stato talmente sconvolgente da scoraggiare i Riurikidi stessi a pensare di poter mai sopportare un’autorità tatara femminile che comandasse al loro posto o che una loro donna andasse in sposa ad un Tataro per poi doverla omaggiare.
In conclusione ci fu comunque una rassegnazione nei rapporti fra le élites per quasi l’intero XIV sec. d.C. e lo si vede quando per certe decisioni finali o per avere delle sentenze attuabili la stragrande maggioranza degli incontri avvenivano a Sarai, come vedremo il primo vero centro del potere tataro-mongolo, e soltanto attraverso segni evidenti di soggezione materiale. E già il viaggio lungo e faticoso verso questa lontana città era percepito atto ostile e irritante dagli slavo-russi mentre dai tatari era considerato l’unico atto di sicura accondiscendenza e sottomissione al khan che lì risiedeva. Logicamente dobbiamo immaginare un’amplissima costellazione di posizioni personali che si esternavano volta per volta nell’agire degli attori politici coinvolti e sono difficili da definire esattamente per la loro complessità. Quel che è certo era l’atmosfera pesante di sospetto reciproco percepibile nei pochissimi scritti tramandatici che creò un mucchio di malintesi e portò spesso a liti armate anche cruente e mai risolte appieno, se non con la morte dei litiganti.
Queste in breve le premesse culturali e noi, per saperne un po’ di più su come tali comportamenti reciproci evolsero, tenteremo di mettere a fuoco un concetto particolare che si andò diffondendo dal XIV sec. in poi e che è stato ereditato dalla storiografia sovietica più recente condizionando in qualche modo il racconto storico del Medioevo Russo. È un concetto “difensivo” sbandierato nelle lamentele eterne dell’ambiente ecclesiastico delle CTP in cui il periodo della soggezione all’Orda d’Oro è detto oscuro, oppressivo e via di questo passo. Stiamo parlando del famigerato “giogo tataro” e occorre sottolineare subito che i documenti che citeremo con le idee lì espresse avevano una circolazione limitata alle classi abbienti, anzi!, all’interno dei prelati ortodossi slavo-russi. In altre parole la gente semplice sconosciuta e ignorata non sentì affatto un “giogo tataro” come diverso o più pesante di quello dei Riurikidi stessi e lo dimostra il contenuto di molte favole popolari russe (bylìny) e dei proverbi ancora circolanti in ambito contadino.
E perché è un concetto difensivo? Perché in realtà chi ci racconta la storia dei secoli di dominazione tatara è comunque la produzione letteraria della Chiesa Russa giusto mentre soffre di una grave crisi di identità e mentre subisce gravi perdite economiche e materiali. A questo proposito c’è la voce di Serapione, già igumeno del Monastero delle Grotte di Kiev e successivamente vescovo di Vladimir-sul-Kliazma fino alla sua morte nel 1275, il quale nei suoi famosi sermoni, uno Sulla spietatezza degli infedeli e l’altro Sui segni del cielo, descrive l’invasione tatara come un evento spaventoso, sì!, ma da accomunare con altri – i terremoti e le carestie notati in quegli anni – e da considerare come l’ira del dio cristiano per i peccati in cui sono incorsi gli slavo-russi tutti, élites e sudditi. Serapione teorizza inoltre che il dominio tataro durerà a lungo, se non ci si pente e non si ritorna al rispetto delle leggi divine cristiane. Dunque una denuncia chiara della perdita di autorità della parola della Chiesa Russa che spiega la spasmodica ricerca di una nuova via nella “nuova Kiev” che al momento non poteva che essere Vladimir-sul-Kliazma…
È una situazione che però, dopo gli anni di bella vita e di gloria nella ricca e dorata Kiev ora in rovina per le distruzioni tatare, è più palpabile a nostro avviso se torniamo un momento indietro nel tempo e cioè a prima della conquista tataro-mongola. Infatti le fratture fra pensiero e azione all’interno dell’organizzazione ecclesiastica kievana scaturiscono da tutta una serie di vicende legate strettamente alla conquista “franca” di Costantinopoli del 1204 quando inaspettatamente il Papa di Roma era riuscito a sopprimere il Patriarcato Ecumenico Ortodosso definendolo eretico e lo aveva sostituito con uno latino-cattolico! Insomma val la pena di darne qualche particolare in più.
Alla fine del XII sec. d.C. l’Imperatore Manuele I Comneno, sentendosi assediato dalla marea crescente dell’Islam che aveva sottratto porzioni enormi e economicamente importanti al suo dominio e vedendo come l’Occidente con le Crociate qualcuna di quelle regioni l’avevano pur recuperata nel Medio Oriente, almeno intorno alla prestigiosa Gerusalemme, aveva iniziato le trattative col Papa di Roma e con l’Imperatore Romano d’Occidente, Federico Barbarossa, per ottenerne la restituzione. La conditio sine qua non posta dai due interlocutori a Manuele? La riunione delle due chiese, Cattolica e Ortodossa, che doveva implicare il riconoscimento del primato della sede di san Pietro (Roma) su quella di sant’Andrea (Roma Secunda o Roma Nova chiamata in seguito, con un certo spregio cattolico-romano, Bisanzio).
Poi i due romani imperatori, Manuele e Federico, erano morti e una lega di latini (Franchi e Veneziani in maggioranza) nel 1204 assaltò la capitale sul Bosforo e la conquistò e, dopo il saccheggio dei canonici tre giorni, sul trono imperiale sedé Baldovino di Fiandra mentre il Patriarcato Ecumenico fu occupato dal veneziano latino-cattolico Morosini.
Accadeva pertanto che gli ortodossi (e non solo gli slavo-russi) dipendenti dal Patriarcato di Costantinopoli si trovassero a dover obbedire ad un’autorità che non tutti quei vescovi erano disposti a riconoscere visto che avrebbero dovuto farsi rinominare e correre persino il rischio di essere sostituiti da prelati latini più esperti nell’agone politico. Per la Chiesa Russa strettamente legata all’Ortodossia e fortemente ostile al Cattolicesimo all’improvviso veniva a mancare l’autorità di riferimento e stava pertanto crescendo il timore che qualche vescovo russo, appoggiato da Riurikidi ambiziosi (con l’assenso di Grande Novgorod) si ribellasse al Metropolita di Kiev che raccoglieva la decima da tutti gli udèl per sostenersi. Infatti la decima diminuì invece che aumentare in quei tristi momenti e non si sapeva come e a chi mandare da Kiev anche con la parte per il Patriarca appena sostituito. Una diminuzione significava però non soltanto un’indebita trattenuta alla fonte di qualche udèl “ribelle” (la decima la pagava ogni principe riurikide locale), ma soprattutto una china spalancata verso la frammentazione e l’autocefalia per le sedi suffraganee attratte dal maledetto Cattolicesimo Romano che reiterava senza posa un chiarissimo invito economico a tutti gli ortodossi a confluire nel sistema del Papato.
La vittoria cattolica di quel 1204 (perché di conquista militare si trattava) seguiva non soltanto lo scisma unilaterale del 1054, ma concludeva una lotta a larghissimo raggio per affermarsi contro Costantinopoli in campo economico e culturale sulla vastissima area abitata dagli Slavi dall’estremo nord ai Balcani e dalla Pianura Russa al Mar Nero. Altresì detronizzando il Patriarca ortodosso si costringeva quest’ultimo ormai impotente insieme con le famiglie nobili vicine ai Comneni a rifugiarsi lontano dal Bosforo chissà guardando anche a Kiev come un possibile sede di rifugio.
Ad ogni buon conto lo scopo vero di queste lotte “travestite” di religione era tuttavia altro. Un documento chiamato l’Appello di Magdeburgo (qui oggi c’è un vescovado importante della Germania nordorientale) conservato negli archivi del Papa di Roma e diretto alle élites cattoliche di tutta l’Europa, rende chiara l’operazione contro Costantinopoli e le “crociate germaniche” volte verso il nordest. Il documento è controverso per l’anno della sua apparizione e forse è da collocarsi non oltre il 1125 e l’autore è pure sconosciuto, ma racconta con chiarezza come i pagani Slavi Vendi rivalsisi sui Sassoni e ripresisi le loro terre si erano vendicati sui cristiani rimasti fra loro torturandoli e sacrificandoli agli dèi. Per questi motivi l’autore aggiunge che, come i Crociati in Terra Santa hanno liberato Gerusalemme dagli infedeli, così si deve fare ora nel Mar Baltico dove si estende la terra degli Slavi Vendi ribelli e pagani. L’Appello chiude così (v. Wikipedia, Crociata dei Venedi): «E quindi per quelli di voi più in vista fra i Sassoni, Franchi, Lorenesi e Fiamminghi, questa è l’occasione per salvarvi l’anima e, se lo volete, di appropriarvi della migliore terra dove vivere.» È quest’ultima frase che colpisce nel segno perché nell’Europa Occidentale, nella Valle del Reno in particolare, c’era stata in quel secolo una crescita demografica significativa che aveva spinto la gente alla ricerca di terre vergini da sfruttare ovunque possibile nell’est del continente. Erano sorti insomma non solo nuovi centri abitati da contadini fiamminghi, specialmente nelle marche di frontiera dal Mar Baltico all’Oder e fino a monte dell’Elba, ma i migranti si erano altresì trasformati in cacciatori di animali da pelliccia per la semplice ragione che il traffico di questi prodotti dava un lucro di gran lunga maggiore che non coltivare i campi. D’altronde la caccia nelle locali foreste non era controllata o proibita dai signori locali come in altri luoghi dell’Europa franca e alla fine bastava accordarsi coi pagani locali nell’affittare a questi ultimi i campi in quiescenza come terra da pascolo per ottenere in cambio le preziosissime pellicce e gli altri prodotti della foresta ossia il miele e la cera che erano costosi e richiestissimi dalle classi abbienti incluse le corti vescovili d’Occidente.
Nessuno finora, neppure la Chiesa, si era curata troppo delle conseguenze della deforestazione che in Occidente aveva prodotto una penuria di prodotti importanti per la vita quotidiana (si leggano i prodotti di scambio fra Europa e il suo nordest nella cartina della pagina seguente) e con la scusa che deforestando si distruggevano i templi pagani e si costruivano le chiese anche la foresta boreale cominciò a arretrare sotto la guida e l’assenso della Chiesa di Stato (Reichskirche) nel giro d’affari micidiali creato dagli Ottoni imperatori germanici.
Lo scopo di questa politica poco ecologica era quello di legare la gente soggetta immigrata alla terra col lavoro agricolo obbligatorio e trasformare le terre dell’est in un’immensa area di produzione agricola. Disboscando si eliminavano persino le resistenze del pagano che lì abitava poiché lo si privava delle risorse tradizionali e lo si costringeva a venire a implorare il battesimo. Solo così avrebbe ricevuto l’aiuto del sovrano e del prete che gli avrebbero riorganizzato la vita, dopo averlo lavato dai peccati e avergli promesso il paradiso… dopo la morte!
Gli Ottoni avevano sofferto economicamente vedendo in chi partiva per la Terra Santa nelle famose Crociate un emigrato definitivo e dunque una forza-lavoro in meno da impiegare per il “Progetto Est” (il famoso Drang nach Osten della storiografia corrente) e alla fine del 1147 il papa Eugenio III su pressione imperiale proclamò un’altra Crociata stavolta però deviando la massa di gente che seguiva i suoi proclami con entusiasmo verso un obbiettivo più vicino ossia contro gli Slavi rifacendosi appunto all’Appello sopra detto. Il papa inoltre, essendo a conoscenza che i capi-spedizione (preti e vescovi) delle precedenti migrazioni verso nordest si erano addirittura accordati con i migranti su come procurarsi i prodotti della foresta prima di preoccuparsi dei pagani, vietò espressamente che ciò si ripetesse… senza la sua dispensa! Gli affari personali lucrosi? Soltanto dietro le indicazioni e la partecipazione del vescovo istruito da Roma! L’operazione crociata doveva fondare parrocchie nuove e procurare battesimi a tutto spiano… con la relativa decima per Roma!

Carta d’insieme degli itinerari mercantili più frequentati e dei maggiori prodotti di scambio (da E. Knobloch – Russia & Asia, N.Y. 2007)

Anche i polacchi erano però interessati alle terre del nordest per gli stessi motivi e sin dai tempi di Boleslao Boccastorta (1085-1138) il loro grosso ostacolo era stato cacciar via i Prussiani ossia il popolo non slavo che abitava le coste baltiche da sempre e che intendeva restare indipendente e con le proprie usanze. Incapace per insufficienza di uomini e per impreparazione logistica ad affrontarli, il sovrano polacco era ricorso all’aiuto della Rus di Kiev che era, sì!, intervenuta, ma che, nelle condizioni di incertezza in cui si trovava, aveva poi rinunciato e si era ritirata dall’affare.
La corsa alla conquista delle terre baltiche aveva altri contendenti affamati pure fra tedeschi e scandinavi che abitavano le rive del Mar Baltico, benché costoro si spingevano più a est in quello che oggi è il Golfo di Riga e oltre! Raccontano le cronache di parte tedesca che nel 1158, a causa di una tempesta, un gruppo di navi mercantili provenienti dall’isola di Gotland, dalla famosa capitale di Visby, naufragarono sulle coste della terra dei Livoni (ugro-finnici poi assimilati dai Lettoni). Pare che il vento ed altre circostanze non permettessero il ritorno a casa in quella stagione e così i mercanti dovettero costruirsi un rifugio ai margini della fitta foresta.
I Livoni, incuriositi dai nuovi venuti e dalla possibilità di aprire delle trattative commerciali, chiesero di far mercato. I Tedeschi mostrarono i loro articoli: stoffe e arnesi di metallo e i Livoni i loro: cera miele e pellicce pregiate e lo scambio fu fatto. Per i tedeschi, lo scambio era stato molto favorevole per il valore delle pellicce acquisite che nelle corti si vendevano a prezzi altissimi e fu chiaro a questo punto che si potesse battere la concorrenza bulgaro-slava di Grande Novgorod con degli insediamenti stabili e alleandosi con i Livoni. Ciò implicava nelle regole del tempo il battesimo dei partners commerciali e alla fine dello stesso secolo da Visby si decise così di mandare un prete cattolico che procedesse alla cura delle anime pagane e su una delle isole che chiudono il Golfo di Riga si costruì una prima chiesa di legno con deposito e ricetto per i mercanti e allo stesso tempo con una caserma per le armi. Il primo predicatore cattolico, Mainardo, monaco agostiniano del Monastero di Segeberg del Vescovado di Amburgo-Brema, vi si installò e cominciò il suo lavoro di “colonizzazione” a partire appunto dalle anime pagane. Abbiamo addirittura i nomi dei primi Livoni che si fecero battezzare: Ilo, Kilevene e Viezo!
Naturalmente la presenza dei tedeschi disturbò i mercanti slavo-russo-varjaghi che risiedevano poco più a sud, a Polozk, come pure attirarono l’avidità dei Lituani vicini, incuneati fra Krivici (antenati dei Bielorussi di oggi) e Livoni. Abbiamo notizia così che Mainardo, quando vide andare a fuoco la sua chiesa, decidesse di ricostruirla in pietra, materiale che si fece trasportare direttamente dalla Germania. Nel 1180 costruì ancora un’altra chiesa di mattoni a Uexküll (Ikskile in lettone) che diventò poi il duomo locale e nel 1186 fu consacrato vescovo. A questo punto il papa Alessandro III poté dichiarare che la Livonia era diventata parte del Patrimonium Sancti Petri e che ogni azione della chiesa locale e del suo vescovo aveva la benedizione della Santa Sede Romana.
Mainardo muore (1196) e gli succede un certo Bertoldo, abate cistercense di Lockum, trasferito qui quasi di forza come racconta Enrico il Lèttone nella sua Cronaca Tedesca. Qui si racconta anche che il monaco facesse arrivare in Livonia dopo aver subito delle angherie dai Livoni molti colleghi… armati crociati. Il 24 luglio 1198 ci fu, infatti, lo scontro coi Livoni e, mentre costoro «…gridavano e urlavano al loro modo pagano […] il vescovo (Bertoldo) non riuscendo a trattenere il suo cavallo fu trascinato suo malgrado nella mischia dove venne ucciso da un certo Ymaut e successivamente fatto a pezzi dagli altri.» Ci fu una tregua e alcuni Livoni furono battezzati sul posto. Tuttavia tutto continuò come prima e, non appena se ne presentò l’occasione, i Livoni insorsero ancora contro i Tedeschi e li cacciarono via: armati, mercanti e preti. Quello stesso anno un altro gruppo di mercanti da Gotland cercò di mettere piede in fondo al golfo di Riga sempre allo scopo di rendere i traffici più sicuri, ma soltanto l’anno seguente con 23 navi ben armate e con il nuovo vescovo a capo della spedizione a nome Alberto di Buxthöfden e canonico del Vescovado di Amburgo-Brema si riuscì a stabilire un caposaldo. Non fu facile insediarsi nell’area scelta un po’ a monte della foce della Dvinà (lettone Dàugava, estone-livone Vina) e, solo dopo aver avuto il permesso dal principe “russo” di Polozk, si poté procedere alla costruzione della chiesa con annesso deposito-merci e case per il resto della nuova comunità in armi sul piccolo affluente della Dvinà, il fiume Riga, visto che Uexküll era troppo arretrato rispetto al mare e considerato luogo insicuro.
Non staremo qui a rivedere le crociate condotte contro i baltici pagani e, perché no?, pure contro gli eretici russi, ma diciamo solo che lo sguardo della Chiesa di Roma non s’era fermato sui soli territori dei Vendi e dei Prussiani, ma si era volto molto oltre. Il Papa Alessandro III aveva allargato il diritto alla santa conquista delle terre baltiche più lontane ai reucci scandinavi e nel 1209 Innocenzo III lo aveva assegnato giusto al re danese Valdemaro II incitandolo contro gli Slavi. Le mini-crociate contro i pagani baltici della costa pomeranica da parte di Danesi e Svedesi quindi continuarono finché nel 1219 Valdemaro II decise di condurre una vera e propria campagna di conquista nella Terra dei Čudi (l’odierna Estonia) dove c’era l’avamposto stagionale svedese. Si impadronì di tutta la costa fino alla foce del fiume Narva e il piccolo insediamento di Kalyvan diventò la danese Tallinn (dall’estone Taani Linn, Porto dei Danesi) oggi però capitale dell’Estonia. Come i Danesi si erano attestati sulla costa estone così gli Svedesi tentarono di impadronirsi della Finlandia meridionale partendo da un loro antico caposaldo, Abo (Turku odierna), per giungere a controllare la foce della Nevà dove oggi c’è San Pietroburgo e nel passato un forte novgorodese.
C’è però un’altra presenza minacciosa che sta per comparire sulla scena baltica: i Cavalieri Teutonici di Ermanno di Salza. Fra’ Ermanno, arriva in Polonia e con grande entusiasmo prende il posto dei monaci cistercensi ai quali era stata affidata precedentemente dal duca Corrado di Masovia l’operazione “evangelizzazione dei popoli pagani”. Con le forze del suo ordine monastico armato si mette in moto per fare dapprima una prospezione dei territori dell’alta Slesia fra la Vistola e il Nieman (Nemunas in lituano e Memel in tedesco) e successivamente scegliere dove meglio stabilirsi nella regione e di lì partire per battezzare i Prussiani e i loro congeneri. L’Ordine fonderà un vero e proprio parastato, un centro coloniale meticolosamente organizzato secondo l’esperienza accumulata nei castelli della Transilvania (Romania) dove l’Ordine aveva vissuto finora combattendo contro i Polovzy/Cumani e dove non sarebbe più tornato. In seguito una parte dell’organizzazione territoriale per davvero diventerà lo Stato dell’Ordine Teutonico (ted. Deutschordenstaat) antesignano della Prussia guglielmina, ma solo dopo aver sciolto l’Ordine giacché trasformare un Gran Maestro in un principe-re era in contrasto coi bandi papali del 1216 e del 1220 e ogni ordine crociato non aveva altro capo supremo che il Papa di Roma.
Aggiungiamo che una tale trasformazione sarebbe stata impedita comunque dal detto Corrado di Masovia che vantava diritti di sovranità sul territorio. Anzi, i suoi discendenti non vedranno l’ora che l’evangelizzazione sia finita e che la regione dai Teutonici passi al trono polacco e ciò riuscirà ai Jagellonidi formalmente nel 1410!
A questo punto si capisce bene come, una volta assicuratisi dei capisaldi a nordest, attaccare e conquistare il Bosforo nel sudest diventava il completamento di una manovra a tenaglia diretta alla conquista dell’intera Pianura Russa. Che ci fosse un preciso piano strategico del Papato in tal senso è difficile dirlo, ma i Crociati franchi e i Veneziani effettivamente conquistarono Costantinopoli (1204), scomponendo territorialmente e politicamente l’Impero in vari domini distribuiti fra i litigiosi cavalieri crociati che avevano partecipato: Agli avidissimi Veneziani isole e coste, agli Slavi dei Balcani, inclusi i Bulgari di Giovanni II Asen, la valle del Danubio e così via e nella Mitteleuropa tutti sembrarono in lotta contro tutti.
Sappiamo che gran parte dei territori imperiali mediterranei erano stati già travolti dalla marea arabo-musulmana e incorporati nel nuovo califfato arabo, ma dobbiamo tener da parte l’Anatolia sudorientale dove da tempo i Turchi Selgiuchidi con il loro Sultanato Romano o di Rum si erano affermati avanzando fino alle coste del Mar Nero. In particolare tra il tardo XII e il XIII sec. d.C. questo piccolo stato aveva preso ai bizantini alcuni porti strategici sulle coste meridionali del detto Mar Nero e, benché vivesse bene su un territorio ben coltivato dai contadini greci, pensò allo stesso tempo di incoraggiare lo scambio di beni industriali e di consumo che venivano dal Centro Asia e così intrecciare/proteggere meglio i commerci con la sponda opposta ora appartenente a Genovesi e a Veneziani. È certo che il Sultanato progettava per il futuro di sostituirsi all’Impero Romano almeno nel nome, seppur rimanendo – l’élite almeno rispetto al resto dei sudditi ancora cristiani – nell’Islam. Questo fu l’intento per non porre ostacoli quando nel 1204 ci fu la fuga delle famiglie nobili costantinopolitane in Anatolia e quando il Sultanato mise sotto la sua protezione la città di Trebisonda che aveva accolto il suo primo autoproclamatosi Imperatore in esilio. Nello stesso territorio anche Nicea (oggi Iznik) accolse l’altra sedicente realtà imperiale romana d’Oriente e alla fine l’indebolito Patriarca ortodosso prese sede a Nicea e da lui continuava a dipendere Kiev e il suo Metropolita non avendo scelto la Chiesa Russa – è importante prenderne nota – l’autocefalia come invece avevano fatto le chiese ortodosse dei Balcani approfittando del marasma di quegli anni e dell’impotenza del Patriarca.
D’altronde non deve suscitare meraviglia che il Sultanato di Rum adottasse tale politica verso le famiglie nobili “ortodosse” giacché la convivenza dei Selgiuchidi musulmani con i cristiani d’Armenia e di Georgia era cosa antica ed è naturale che in quegli anni i Selgiuchidi insieme con l’intraprendente regina cristiana Tamara della Georgia (sposa del figlio di Andrea Bogoliubskii, Giorgio, precocemente morto nel 1190) ricacciassero al di là del mare i Franchi “eretici cattolici” quando costoro avevano tentato di occupare le coste anatoliche del Mar Nero.
La situazione di debolezza e di sfascio dell’Impero d’Oriente al tempo di Batu Khan rende pure comprensibile che i Tataro-mongoli non si curassero di attaccare Costantinopoli, l’Anatolia e la Tracia e che le loro scorribande in Europa non si spingessero oltre il sud dell’Ungheria. Ciò non toglie che il Sultanato di Rum suscitasse più tardi l’interesse tataro-mongolo quando nel 1242 Batu khan ne distrusse la capitale Erzurum (l’antica Arx Romanorum) e l’anno dopo – essendosi i Selgiuchidi ancora una volta ribellati – li sconfisse definitivamente in una battaglia nei pressi di Sivas (l’antica Sebastea). Probabilmente a causa di lotte interne i Selgiuchidi decisero di accettare la sudditanza e ricevettero da Batu khan l’incarico importantissimo di mediatori fra i Romani di Costantinopoli e l’Orda d’Oro. Mediazione che certamente non cessò quando la famiglia imperiale dei Paleòlogo ritornò nella vecchia capitale sul Bosforo nel 1261. L’Imperatore Michele VIII restaurò la sede del vecchio Patriarcato ecumenico dopo aver recuperato, seppur per una minima parte, dei lembi dell’antico dominio, ma avanzò pretese inascoltate dal Sultanato di Rum sulla Crimea che rimase invece a lungo una provincia sotto la signoria di Trebisonda.
Su tale variegato terreno di collaborazione l’Orda d’Oro stabilirà delle reti di contatti indipendenti con la Chiesa Cattolica affinché i mercati compratori europei occidentali non fossero privati delle forniture dei prodotti della foresta nordorientale europea e delle merci del Centro Asia, paese allora in forte sviluppo industriale e scientifico, suscitando l’apprensione degli intriganti e sensibilissimi mercanti Veneziani e Genovesi operanti in Crimea.
Gli eventi qui raccontati sono assolutamente degni di essere notati con qualche elemento in più poiché costituiscono una parte sostanziale del bagaglio concettuale, storico e politico dei prelati greci che di volta in volta il Patriarca destinava a capo della Chiesa Russa e chiariscono bene perché e come queste personalità evitassero grossi attriti col potere tataro dominante a metà del XIII sec. d.C. In questo senso basta leggere i jarlyk rilasciati esenti da tasse ai Metropoliti o la direttiva emanata da Mengu Timur nel 1270 che recita (v. A.P. Grigorev in bibl.): «Nella Rus nessuno osi sfregiare una chiesa o offendere un metropolita e un archimandrita da lui dipendente come pure un arciprete, un protopapa, un pastore [parroco] etc.» Non solo! Più pericolosa per il potere dei principi russi, restii ai cambiamenti a causa degli orizzonti culturali loro davvero limitati e perché lontani geograficamente dalle realtà nuove delle steppe, appare la direttiva emanata dal khan Özbeg (1313-1341, altrimenti noto col nome Uzbek come eponimo degli Uzbeki).
Ecco cosa leggiamo nell’unico jarlyk conservatosi per intero rilasciato al famoso Metropolita Pietro nel 1308-1313 . Il testo (v. A.P. Grigorev op. cit.) è importante e ne riportiamo qui di seguito una parte: «Tutti i dipendenti della Chiesa Ortodossa e tutti i monaci sono soggetti ai tribunali del Metropolita ortodosso e non ai funzionari dell’Orda d’Oro o a quelli dei principi russi. Chiunque derubi un sacerdote, sarà condannato a risarcire il triplo del valore sottratto. Chi si fa gioco della fede ortodossa o deturpa una chiesa, un monastero, una cappella è condannato a morte senza far differenza fra reo russo e reo tataro.»
Sempre in lite fra di loro, la questione di non esercitare il proprio arbitrio su gabelle, passaggi, scorrerie etc. lungo i “loro” fiumi né su contadini né su altri soggetti dei “loro” udèl per i Riurikidi era ciò che li preoccupava di più e li metteva in profonda crisi “spirituale”. Si era interrotto in gran parte a loro svantaggio il vecchio andazzo di passare da un udèl all’altro da sfruttare a piacimento e, da quando il controllo tataro sull’uso delle armi era diventato stretto e severo, non era più permesso incorporare un territorio con le armi in pugno per ingrandirsi e potenziarsi senza che l’Orda d’Oro non lo sapesse e non intervenisse. Persino l’aspetto del viaggiare dei Riurikidi per i loro domini, peraltro da loro stessi pochissimo apprezzato, rendeva i knjaz russi inferiori rispetto ai Tatari e ai loro scagnozzi che erano in sella l’intero anno costantemente informati su quanto avveniva nel loro dominio.
I khan avevano affidato il controllo del territorio, militare e fiscale contemporaneamente ossia per la riscossione dei tributi in natura e per l’arruolamento degli uomini da armare, ad appaltatori stranieri non tatari che a volte eseguivano ispezioni arbitrarie e inaspettate nei villaggi individuati in aree forestali poco accessibili. La sfida era che, se costoro riuscivano a raggiungere nuovi abitati, riservavano ogni informazione su risorse umane e materiali per il khan e nulla filtrava per i Riurikidi! Gli esattori inoltre con le tasse raccattate, si permettevano perfino di finanziare a interessi altissimi i principi russi degli udèl più piccoli e meno abbienti spingendoli gli uni contro gli altri in faide alla ricerca dei cespiti occorrenti per restituire il credito ricevuto e, in caso di mancata restituzione o di pagamento non eseguito, li subissavano con vessazioni incredibili tanto che a volte gli insolventi finivano in quasi schiavitù o in qualche caso sommariamente giustiziati.
Tali situazioni spinsero a rivolte e proteste anti-tatare da parte dei cittadini degli udèl sobillati dal proprio riurikide, sebbene tali sollevazioni avrebbero dovute essere dirette piuttosto contro i principi russi e le loro velleità per aver provocato i disagi. Anzi, in epoca “tatara” i soprusi si erano persino raffinati e i tributi appesantiti a causa, si diceva, dell’avidità degli “invasori infedeli”. Rivolte ad esempio ce ne furono nelle città di Rostov e di Grande Novgorod in cui è appunto difficile distinguere fra le fazioni antagoniste da che parte siano i Tatari e i locali e persino il linguaggio delle CTP è ambiguo nel dichiarare apertamente da che parte stava la Chiesa Russa, senza vergogna non toccata da esazioni e tributi come abbiamo detto.
E a proposito di Grande Novgorod, a metà del XIII sec. d.C. quando Kiev ormai non contava più, la nordica città era in pieno sviluppo con un territorio sterminato e ricchissimo, ma pochissimo abitato, da difendere dalle voglie e dalle ambizioni dei Riurikidi invidiosi del nordest. La repubblica era uno dei luoghi chiave per il commercio e i Tataro-mongoli, sebbene mai direttamente e sempre da lontano, tentavano di trattarla col metodo del bastone e della carota. Ad ogni buon conto senza Grande Novgorod gran parte dei traffici che sostenevano l’economia tatara si sarebbero estinti e alla città nordica andava pertanto concessa una certa indipendenza, impedendo – come e quando si poteva – gli interventi di Riurikidi arruffoni negli affari della repubblica. Se l’autonomia novgorodese nella scelta dei mercati da servire andava contro gli interessi dei principi di Rostov e specialmente di Vladimir-sul-Kliazma, aveva invece il plauso di Sarai per i tanti motivi detti. Da parte loro i Riurikidi, se avessero potuto esercitare liberamente il loro potere, avrebbero imposto alla repubblica il loro luogotenente e avrebbero volentieri rinunciato al degradante contratto d’ingaggio richiesto dai novgorodesi nelle pieghe del quale era previsto che l’ingaggiato non dovesse in alcun modo intrufolarsi nella politica della repubblica.
In questo periodo l’Europa Occidentale stava diventando un insieme molto cospicuo e ricco di mercati compratori (l’Ungheria era in prima fila!) e la collaborazione fra Grande Novgorod e l’Hansa tedesca che agiva da mediatore cattolico e quindi preferenziale nel Mar Baltico dominato dal Papato forniva tutti i mezzi per un grandioso sviluppo per cui la presenza limitante di intriganti riurikidi per di più cristiani ortodossi nemici occulti dei cattolici non era assolutamente indispensabile. Per rendere un’idea dell’autonomia e della potenzialità della repubblica nordica, ma allo stesso tempo dell’impossibilità per le autorità tatare di intervenire in situazioni irraggiungibili in quanto troppo a nord dal loro centro direzionale, ricordiamo che nel 1240, allarmata dalla situazione che si era creata alle porte dei domini novgorodesi dal lato nord, la repubblica chiamò un principe russo del nordest a nome Alessandro figlio di Jaroslav a scontrarsi con il duca svedese Birger in agguato nelle paludi del fiume Nevà. Questo fiume scarica le acque del lago Ladoga nel Mar Baltico, ma riceve pure quelle del fiume di Grande Novgorod, il Volhov, in una rete di frequentatissime comunicazioni fluviali. Il giovane Alessandro riuscì a ricacciare il nemico in mare e dopo una ricca ricompensa si meritò anche la fama e il soprannome di Alessandro della Nevà (in russo Aleksandr Nevskii). Aggiungiamo che per questa impresa e per un’altra sua leggendaria battaglia vinta un anno dopo contro i Cavalieri Teutonici (stavolta per conto di Pskov, la città sorella-vassalla di Grande Novgorod) e in più per aver respinto la proposta del Papa di Roma di passare al Cattolicesimo, la Chiesa Moscovita lo proclamò santo nel XVI sec. d.C. quando ormai Grande Novgorod da secoli era collassata sotto i duri colpi di Mosca nel 1478.
E da questi eventi che probabilmente salta fuori la questione del famoso “giogo tataro” che opprimeva le Terre Russe e ne impediva lo sviluppo. Come abbiamo visto, si era scritto che la conquista tataro-mongola fosse una specie di valanga distruttiva totale di quanto esisteva e che alla distruzione fisica delle persone e delle cose seguisse una cappa di potere pesante, oscura e minacciosa distesa su quasi l’intera Pianura Russa. Ci chiediamo anche alla luce dell’archeologia: Ci furono davvero massicce distruzioni? E i Tatari perché e come impedirono la rinascita delle genti russe? Si è scritto che il giogo tataro produsse “martiri” fra cui alcuni Riurikidi e sacrifici pesanti per tutti. In realtà si parla di un popolo che non c’è e di uno stato russo che nella Pianura Russa non si è ancora coagulato, ma solo idealizzato nella Rus di Kiev esaltata dalle CTP.
D’altronde quando i Tataro-mongoli entrarono nel sud della Pianura Russa, non trovarono tante città e tanta gente come invece avvenne nelle oasi del Centro Asia. Nelle steppe ucraine c’erano soltanto dei nomadi e pochi contadini che vivevano in minuscoli e rari villaggi che non offrivano alcunché da razziare, salvo i ragazzi e le ragazze puberi. Le poche città erano nel nord ai margini delle foreste e intorno alle confluenze del Volga con il Kama – Bulgar – o con l’Okà – Vladimir-sul-Kliazma – etc. e lungo le rive dei fiumi. Fra esse valeva la pena di attaccarne e di conquistarne per ricavarne bottino davvero due o tre. Erano più che altro città-fortini o semplici postazioni di guardia facilissime da espugnare, ma di certo povere di risorse materiali e umane.
In conclusione, siccome la maggioranza della gente viveva sparsa nella foresta dove lavorava i campi che riusciva a ricavare col metodo del taglia-e-brucia nelle poche radure e che a volte si incontrava nei rari mercati lungo i fiumi per scambiare con altri quanto possedeva in più, i bersagli dei Tataro-mongoli non erano i villaggi nel fitto che persino i principi degli udèl ignoravano dove si trovassero, ma furono individuati nei grossi agglomerati urbani come Kiev e Grande Novgorod. E se Kiev nel 1240 fu distrutta, non è sicuro che la stessa sorte sarebbe toccata a Grande Novgorod da parte dei Tataro-mongoli, rappresentando la repubblica una fonte senza uguali di ricchezza produttiva finché rimaneva intatta e operativa. E a proposito di Kiev, da quando neppure il suo Dnepr era frequentato come nel passato, fu rasa al suolo perché era un centro di potere e, una volta svuotata, di fatto fu abbandonata. Lo stesso Metropolita, non trovando degno risiedere in una città in rovina e senza risorse, scelse di essere un prelato itinerante da un vescovado all’altro (a spese dei principi e delle popolazioni locali) in permanente ispezione degli affari della Chiesa presso i vari udèl ove dispensavano consigli e davano le “dritte” politiche ai principi.
E allora perché mai inventare o introdurre un’idea di pesante soggezione imposta da uno stato oppressivo straniero su sudditi russi fino allora felici e contenti?
E cominciamo con l’idea-guida di una storia universale tracciata dal dio cristiano. A noi comuni mortali essa è celata nei suoi disegni e quindi è imprevedibile nel suo svolgersi, ma è sicuro che sia finalizzata alla salvezza dell’umanità peccatrice. Moneta corrente nel periodo che ci tocca nella dottrina classica della Chiesa Costantinopolitana in cui trovava posto l’intera vicenda della Rus, se nella cristianità occidentale a poco a poco con i vari movimenti riformatori scomparirà come impostazione e metodo per raccontare gli eventi umani, nell’Ortodossia al contrario tale concezione si conservò a lungo e in Russia fin quasi ai tempi di Pietro I. Ritorneremo su questo punto…
In questa cornice cova l’idea di “giogo tataro” dipinto come una sovrastruttura negativa a cui attribuire ogni insuccesso, tracollo e altra mattanza epidemica o di qualsiasi altro genere. Anzi! Se dei Tatari non ci si può liberare immediatamente, la salvezza da ogni calamità è nell’intervento divino che però deve essere sollecitato dall’uomo peccatore mediante sacrifici e penitenze. Il peccatore dubbioso sappia a chi ricorrere e sappia unirsi nello sforzo materiale a coloro che il dio cristiano ha posto in cima alla scala gerarchica della società ossia ai principi giacché il potere che pochi uomini esercitano sui molti viene dal dio cristiano e deve essere riconfermato e giustificato giusto dalla Chiesa. Ne segue che persino un principe o un regime di potere “cattivo” può rientrare nella scelta divina poiché una vita di dolori e di stenti è il modo per punire sudditi e principi peccatori e offre la possibilità di riscattarsi e giungere alla salvezza finale col pentimento… se il dio cristiano lo vuole! Anche il khan ha ricevuto il potere dal dio cristiano (sebbene lo si chiami con altro nome!) e va venerato e rispettato.
Questo è anche il pensiero più comune nel Patriarcato Costantinopolitano del XIII-XIV sec. che istiga una politica parallela negli imperatori del momento i quali, per riuscire a mantenere un territorio che si va assottigliando, danno in sposa le loro figlie ai khan degli stati confinanti e prendono in sposa principesse tatare. Anzi, considerando la Rus di nordest un territorio che appartiene (ed è governato legittimamente) al khan alleato dell’Impero Romano, la politica che una diocesi slavo-russa dovrebbe condurre in queste terre non deve mai contrapporsi al potere di Sarai. Una tale concezione andò bene alla Chiesa Russa finché il khan Özbeg non proibì l’uso della lingua mongola e non adottò la lingua araba come lingua di corte e amministrativa e non dichiarò religione ufficiale del suo stato l’Islam. Siccome quella scelta rappresentava la comunità musulmana, idolatra e nemica per i cristiani, da quel momento per la Chiesa Russa non poteva più considerare i Tatari e l’Orda d’Oro come il popolo santo destinato a propagare la vera fede e la vera giustizia e a combattere il male e per esaltare il bene degli uomini e chissà sparì l’idea che i Tatari fossero dei cripto-cristiani e diventarono invece infedeli e nemici.
Naturalmente nel ribellarsi a costoro in principio era ammessa la violenza, purché la ribellione si trasformasse in una guerra santa, sull’esempio delle Crociate della Chiesa Cattolica. La Chiesa Russa con prudenza non seguì apertamente la via di una contrapposizione religiosa fino al XV sec. d.C. e invitò quasi sempre alle penitenze, ai digiuni e alle preghiere di fronte a supposti soprusi onde non svegliare inutili ostilità contro il potere tataro ancora invincibile.
E a proposito della salvezza divina quali sovrani fra quelli disponibili erano quelli giusti per condurre e vincere la battaglia finale: lituani, polacchi, turchi selgiuchidi? Nel seguito del XIV sec. d.C. con l’esigenza di santificare il ruolo di un ramo delle dinastie riurikidi in auge, fu concepito – sempre in ambiente ecclesiastico – l’incarico/compito/destino che i Riurikidi moscoviti avrebbero ricevuto dal dio cristiano contro il nemico tataro-mongolo e perciò essi soltanto erano autorizzati a usare le armi a questo scopo, quando e dove credessero necessario. Sotto il comando benedetto del moscovita di turno, le genti russe (e non ancora russe) si sarebbero presto liberate dai tormenti finora subiti con rassegnazione e avrebbero abbattuto il famigerato “giogo tataro”. E come si fa a distinguere fra i Riurikidi i collaborazionisti dagli oppositori pronti o no a sostenere l’esistenza reale oltre che ideologica di un “giogo tataro” unilateralmente opprimente?
D’altronde i termini della relazione fra chiesa e sovrani moscoviti erano malgrado tutto molto antichi e saldi e il processo di costruzione ideologica del sovrano-padre-benevolo (bàtjuška) risaliva alla fine del X sec. d.C. cioè non appena si instaurarono i rapporti classici fra l’organizzazione ecclesiastica importata da Costantinopoli e il principe riurikide vittorioso, san Vladimiro. Fu questi che in primo luogo da Kiev si assicurò i rapporti economici con l’Impero fondati su solidi trattati commerciali già inaugurati da sua nonna Olga di Kiev verso la metà del X sec. d.C. in quanto di qui san Vladimiro traeva la decima del valore delle sue entrate principesche che poi passava nelle mani del vescovo o arcivescovo per coprire le spese per il servizio reso da quest’ultimo. Quale servizio? La chiesa cristiana ortodossa del Medioevo può essere identificata in termini moderni come il più grande impresario teatrale o cinematografico, se si vuole, in grado di allestire, logicamente con ingenti spese, spettacoli pubblici che affascinassero gli spettatori con emozioni talmente forti da legarli in stato di soggezione/dipendenza fisica al principe sovrano sponsorizzatore. Questa è infatti l’impressione riportata dai messi di san Vladimiro mandati a Costantinopoli e accolti in Santa Sofia per vedere come funzionasse il Cristianesimo. Scrivono le CTP: «Ci siamo recati nella Terra Greca e ci hanno condotto dove costoro servono il loro dio e non sapevamo se eravamo in terra o nei cieli poiché non c’è spettacolo più bello. Non sapremmo neppure raccontarlo e sappiamo soltanto che lì arriva certamente un dio fra gli uomini…» E gli spettacoli costavano moltissimo, se già si pensa alla costruzione di palcoscenici sotto forma di un tempio o di una strada trionfale da pavimentare con pietre e mattoni o ai costumi confezionati con stoffe costose affidati a artigiani sopraffini etc. per tacere del sostentamento delle persone coinvolte. Se mettiamo nel conto che una buona parte della decima andava di diritto al Patriarcato costantinopolitano che assegnava le cariche prelatizie e benediceva i rituali, le cifre da erogare si gonfiavano ulteriormente. Ed ecco quindi le richieste strumentali della Chiesa: 1. il palcoscenico-teatro: tempio o strada o corte principesca 2. degli attori: i monaci e il personale ecclesiastico 3. i costumi sfarzosi 4. i vari ammennicoli magici che andavano dalle icone da porre in mostra a tutti gli altri strumenti usati nelle cerimonie oltre ai canti e alle musiche. L’organizzazione della chiesa non si limitava tuttavia alle apparizioni teatrali per le vie e nei templi di Kiev, ma aveva come impegno/lavoro più quotidiano il far propaganda nelle campagne e nelle foreste fra la gente semplice, visto che gli stessi Riurikidi non riuscivano a tenere sotto controllo il territorio con i mezzi insufficienti del tempo. I preti affrontavano i contadini a casa loro con la scusa di stanare e distruggere il paganesimo e bollavano l’eventuale loro rifiuto dell’autorità del principe nei cui territori (!) essi vivevano come un tremendo peccato che preludeva a castighi atroci non solamente in vita, ma soprattutto dopo la morte, un concetto di colpa e di pena del tutto nuovo fra gli Slavo-russi.
L’entrata successiva dell’Orda d’Oro nei giochi del potere e la distruzione dell’economia alquanto elementare dei principi riurikidi kievani sconvolse l’auspicata evoluzione dello stato slavo-russo sostenuto dal sistema “chiesa e principe interdipendenti” e si installò di forza come potere primario col diritto di ridimensionare le competenze e di ripartire i cespiti d’entrata senza troppi riguardi ai costumi antichi in vigore. Di certo l’introduzione di nuovi sistemi di governo innovativi fu scioccante…
Si valuti di contro l’enorme costo che la Chiesa Russa pur esentata dal khan dalle molte gabelle e dalle imposizioni dovette sostenere nel 1263 per ottenere l’autorizzazione a costruire una chiesa a Sarai e costituire nella capitale dell’Orda d’Oro un’eparchia ortodossa e convertire un po’ di Tatari al Cristianesimo. Certo, la Chiesa Russa in cambio della tolleranza religiosa offerta dai Tatari nei suoi confronti, manteneva “buoni” i contatti di Sarai con l’Impero Romano d’Oriente, ma bastava?
Se ci rivolgiamo ai racconti di viaggio degli ospiti italiani, francesi, inglesi, tedeschi e persiani in visita nel nordest europeo del XV sec. d.C. e li confrontiamo con gli scritti in ambito ecclesiastico troveremo molte curiosità che però non accusano i Tatari di negatività. Così, se per Grande Novgorod abbiamo il bello e dettagliato rapporto di viaggio di Gilbert de Lannoy, diplomatico fiammingo delle prime decadi del XV sec. d.C., al contrario nelle terre moscovite gli stranieri diventano numerosi solo alla fine dello stesso secolo, ma quando lo stato tataro è quasi estinto.
I visitatori certamente notarono le abitudini curiose e inedite dei regnanti moscoviti nella gestione dell’economia o nelle leggi che essi implementavano nella società cittadina e rurale, se non addirittura nella religione ancora paganeggiante ovunque. Poco ci raccontano purtroppo dei Tatari che vivevano pure gomito a gomito con gli Slavo-russi inglobati nell’Impero Russo.
Negli scritti stranieri, ad esempio, si sottolineano le ricchezze del sovrano moscovita, ma allo stesso tempo si critica la sua apparenza miserabile senza sfarzo nel vestire e l’aria “troppo orientale” della sua corte e dei suoi notabili di varia origine etnica o come il sovrano stesso tratta i sudditi da bestie battendoli “come fanno i Tatari” e ciò per il Rinascimento europeo pieno di pregiudizi sul dispotismo orientale era considerato un agire non cristiano e da aborrire. È addirittura ridicolizzata la goffaggine del bere smodato russo, del rapporto con le donne riferendosi alla poliginia dei maschi russi tanto che spesso si parla di uno “spirito russo” ossia di un’indole strana e distinta dagli altri spiriti nazionali “europei” stimati più normali e, secondo il visitatore occidentale, sicuramente ciò è da imputare a un’eredità psicologica tatara. Se esistesse uno “spirito russo” con un fondo tataro e se esso si sia forgiato nel periodo che attraversiamo, resta un argomento vastissimo e, non avendo le competenze necessarie per azzardarci a discuterne, rimandiamo il nostro lettore alla bibliografia.
In conclusione il “giogo tataro” che la Chiesa Russa denuncerà con gran forza e insistenza ai tempi di Giovanni IV è stato tradotto come un sacrificio “russo” specialmente moscovita necessario alla salvezza del resto dell’Europa, mentre in realtà serviva a spiegare in modo consolatorio – per volontà di Dio! – l’arbitrio del principe sui propri sudditi che seguì al “giogo”. Gli eventuali atti del suo governo “apparentemente perversi” erano giustificati dall’unico fine perseguito dal benevolo sovrano ossia riparare al mal fatto dai Tatari al popolo Grande Russo (come definirà i suoi sudditi l’imperatore moscovita, mentre naturalmente i Piccoli Russi saranno per lui gli Ucraini!).

Aldo C. Marturano

Nato a Taranto, ha studiato nelle Università di Bari, poi di Pavia, infine di Amburgo, dove ha chiuso i suoi corsi di laurea in chimica industriale. Non ha mai lavorato come chimico e ha invece sfruttato le sue conoscenze linguistiche. Conosce infatti (parla e scrive correntemente) russo, inglese, tedesco, francese, spagnolo, ungherese e ne ha studiate un’altra decina che spera di portare a maggiore perfezione nel prossimo futuro. Si è diplomato in Lingua Russa all’Istituto Pusckin di Mosca dove ha avuto inizio la sua avventura nel Medioevo Russo. Lavorando sui mercati internazionali si era infatti appassionato al Medioevo, ma quando scoprì che non riusciva mai a sapere gran che su quello russo, colse l’occasione della tesi all’Istituto Pusckin e scelse di studiare un personaggio del Medioevo bielorusso, Santa Eufrosina di Polozk: di lì via via è entrato in quel mondo magico e nuovo.

Ha pubblicato il saggio storico in chiave divulgativa Olga La Russa, 2001 (che non è la sorella di Ignazio La Russa, per carità!), e poi per i ragazzi L’ombra dei Tartari, 2002, ovvero la saga di Alessandro Nevskii.

Altre sue opere sul Medioevo russo sono visibili nel portale delle Edizioni Atena.

Collabora attivamente con il portale Mondi Medievali curando la rubrica Medioevo Russo.

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