San Vladimiro, amore e potere

Vladimiro a convito (dipinto di I. Karazin, XIX sec.)

San Vladimiro, amore e potere di Aldo C. Marturano

Nel quadro della nostra ricerca non va dimenticata già dal VIII sec. l’intrusione iniziata nella regione baltica, seppur parziale e quasi inaspettata, di costumi sessuali svedesi in area a dominanza culturale slava (area fra Polozk e Pskov) e ugro-finnica (Ladoga). È l’élite armata dei Varjaghi, che li porta. I Varjaghi, nome in voga a Costantinopoli, sono altrimenti noti come i Rus’ che è una specie di etnonimo più usato dalla storiografia ordinaria per gli scandinavi che approdavano fra l’attuale costa lituana e San Pietroburgo. Rus’ passerà inseguito a indicare il nome generico dei domini di un’intera schiatta di sovrani, i Riurikidi, che siederanno sul trono dell’entità statale più famosa nel Medioevo Russo o Rus’ di Kiev e che intorno al XII-XII sec. si instaureranno a Mosca. Anche da Rus’ deriva l’it. Russia e russo e così pure Rossija di Mosca.
Ibn-Fadhlan è uno dei primi visitatori musulmani a nominare i Rus’ che incontra in veste di mercanti a Bulgar-sul-Volga (dove risiederà per quasi un anno, 920-921 d.C.) e riporta parecchi episodi da testimone oculare sui loro comportamenti sessuali. Scrive ad esempio (trad. nostra): «Ognuno di loro ha il suo posto a sedere su una mensola [della casa dove vivono insieme] e con loro ci sono delle belle schiave che hanno portato qui per venderle ai mercanti. Ogni Rus fa sesso con una schiava mentre i compagni stanno a guardare [seduto?] e certe volte un intero gruppo di loro fanno all’amore insieme in vista l’uno dell’altro. Se arriva un mercante per comprare una schiava mentre il Rus è occupato a far sesso, [il Rus] non s’interrompe finché non ha soddisfatto il suo desiderio.» E ancora (trad. nostra): «Quando muore un capo i famigliari chiedono agli schiavi e alle schiave chi di loro sia disposto a immolarsi per il funerale del padrone. … Di solito sono le schiave a farsi avanti. … [Dopo i vari preparativi per i riti, io vidi infatti] … la schiava destinata al sacrificio entrare e uscire dalle varie tende allestite per gli ospiti presenti per i funerali per far sesso con ciascuno di loro e facendo sapere che fa ciò in onore del defunto.» Purtroppo essendo capitato a Ibn-Fadhlan di assistere al sacrificio funebre e sessuale di una schiava, non sappiamo che tipo di trattamento sarebbe toccato nel caso che tale incombenza fosse toccata a uno schiavo.
I Rus’ così cominciano a insediarsi stabilmente lungo le rive dei grandi fiumi che sfociano nel Mar Baltico e che qui servono in primissimo luogo da vie commerciali. Costruiscono delle città fortificate o gorod poco discoste dagli approdi sulle rive e vi si rinchiudono durante l’inverno quando i fiumi gelano. Il piano di ogni gorod è abbastanza semplice e si ripete senza varianti notevoli: pianta rotonda possibilmente ricavata sulla lingua di terra di una confluenza di due correnti, (holm in russo e in norreno-svedese), mura fatte di pali di legno verticali infissi nel terreno e interrotte da una sola porta d’accesso e al centro elevato del promontorio l’abitazione del capobanda varjago e dei suoi armati anch’essa munita di staccionata. In quest’ultima zona all’interno che noi volgarmente chiamiamo cremlino si custodiscono non soltanto i figli/ostaggi dei capi dei gruppi etnici assoggettati, ma pure i ragazzi razziati o acquistati. Questi ultimi rappresentano un capitale caro da mantenere in buona salute e in bell’aspetto, ma preziosissimo giacché si spuntano prezzi altissimi rivendendoli ai mercanti di schiavi. Dal punto di vista sessuale da quanto abbiamo prima scritto è logico e immaginabile il regime che qui vigeva e in più, dato che i mercanti volevano constatare de visu la costituzione fisica di questi giovani, la stufa-cucina sempre accesa permetteva la nudità come prassi. Il nome originario di questa locazione è appunto detinec da tradurre più o meno deposito recintato dei ragazzi meglio corrispondente alla sua funzione (deti in russo sono i minori puberi). In seguito col cristianesimo parecchi gorod saranno abbandonati e altri ne saranno costruiti, ma occuperanno ora il posto dei santuari pagani abbattuti e al centro non ci sarà più il detinec e la residenza varjaga. Vi sarà invece eretta una chiesa per il vescovo e la denominazione antica di deposito di ragazzi sarà sostituita da quella più neutra di cremlino (da krom voce turca per fortezza). E che ne fu dei ragazzi e ragazze raccolti nei detinec? Secondo noi speculando, furono quei giovani che riempirono i primi monasteri maschili e femminili situati per precauzione fuori città, ad esempio, di Kiev e di Grande Novgorod. Né tutti diventano monaci e monache poiché nei conventi c’era posto anche per occupazioni di lavoro laico. Tale nostra deduzione è corroborata da quanto riportano le CTP per l’anno 988 d.C.: «Mandò [Vladimiro il santo] a prelevare i figli minori delle persone più in vista affinché [questo era il suo desiderio] imparassero a leggere i libri [presso gli ecclesiastici arrivati dal sud]. Le madri però [non capendo bene che cosa ciò significasse] ne piansero … quasi [immaginandone] la morte [in sacrificio alla nuova divinità cristiana].» In realtà in quel periodo i Varjaghi assurti al potere stabile non intraprendono più razzie ormai e ai giovani ceduti a Kiev come balzello in natura dai mercanti di schiavi (schiavi è una variante di slavi) che li raccattavano presso le famiglie per la successiva vendita era offerta addirittura la possibilità di far parte dell’armata (družina) del sovrano slavo-russo (knjaz) seppure nei ranghi minori (otroki).
E qui s’intrufola il discorso delle fratellanze o gemellaggi omosessuali (pobratimstvo) ben studiati da J. Boswell (v. bibl.) nelle comunità ecclesiali o d’altro tipo pseudo-militare o affatto militare del Medioevo Russo. La chiesa kievana e la družina del knjaz sono organizzate militarmente e entrambe si servono e favoriscono la creazione del sentimento cameratesco e perciò niente di male se si creano delle coppie fra commilitoni legate da intenti di difesa reciproca, di amicizia e di altri sentimenti amorosi che durino fino alla morte! Né perdiamo mai di vista tre importanti aspetti del vivere in tali comunità

  1. la durata della vita individuale
  2. lo stesso sesso istituzionale
  3. i pericoli di essere uccisi dai pagani poiché sia il vescovo che il knjaz hanno sempre uno scopo in mente: conquistare e porre in sudditanza servile ogni non-cristiano.

La chiesa dunque è pronta a benedire queste coppie attraverso riti matrimoniali speciali creati ad hoc per l’amore omosessuale e a porle sotto la protezione di santi militari leggendari pure omosessuali come i ss. Teodoro Stratilata & Teodoro il Soldato o i ss. Sergio & Bacco (la cui chiesa a Costantinopoli è nota come Santa Sofia Minore) che compaiono in parecchie icone kievane datate prima del XII sec. (A. S. Koscova v. bibl.).
Boswell scrive (a pag.161, trad. nostra): «… [le genti] del Medioevo Cristiano avevano molte ragioni per biasimare le sistemazioni eterosessuali [giacché erano] viste come una convenienza o un vantaggio terreni e allo stesso tempo [invece per] ammirare la passione e le unioni [di coppie] omosessuali: Il culto residuo di una mascolinità con un’altra mascolinità da collegare ai tanti esempi di martiri militari uniti nella morte dalla devozione per Dio e dell’uno per l’altro
Chiesa e knjaz sono dunque i due poteri interdipendenti né l’una né l’altro di origine locale e addirittura allogeni entrambi che iniziano a scompigliare la vita delle etnie della Pianura Russa. Fra i knjaz Rus’ due ci interessano adesso prima di altri: Vladimiro il santo e suo figlio Jaroslav il letterato (quest’ultimo aveva però il soprannome popolare lo zoppo – in russo hromec – a causa di una frattura alla tibia durante la caccia) perché sono essi che tenteranno in vari modi di costruire un grande stato unitario slavo-russo con la loro dinastia al vertice e sostenuta in ogni ambito dall’etica cristiana importata da Costantinopoli.
Vladimiro è il nipote di due Rus’: Igor e Olga che un certo Oleg, secondo la tradizione, nel 893 d.C. mise insieme (non osiamo dire sposò poiché non ne sappiamo molto) nella zona di Pskov. Igor, in norreno Yngvar ossia il giovane, accompagnava Oleg e per caso incontrò Olga di cui s’innamorò. Olga e Oleg non sono tuttvia nomi propri (neppure Igor) di persona, ma soprannomi e cioè Helga e Helgi che significano in svedese più o meno colei/colui che sa e pratica le arti magiche ossia della sapienza superiore. Il gruppetto Oleg, Olga e Igor occuperà Kiev spodestando i capi dei locali armigeri varjaghi. Kiev è al momento sotto il dominio politico dei càzari e dei bulgari e non ha grande importanza dal punto di vista geopolitico e occorrerà attendere la metà del X sec. per vedere Olga, vedova di Igor, col figlio Svjatoslav, padre di Vladimiro, degna di recarsi sul Bosforo a Costantinopoli per stipulare degli accordi economici con l’imperatore Costantino VII Porfirogenito.
La visita di Olga durata a lungo avrà successo, ma risveglierà la misoginia dei cronachisti delle CTP che la accuseranno di aver circuito con avances sessuali l’imperatore. Non sappiamo se la storiella è inventata o verosimile, ma nelle CTP si racconta come la furba varjaga, ottenuta la stipula dei contratti, si sia poi rifiutata di andare a letto con Costantino.
«Anno 955. Partì Olga per Costantinopoli … e giunse in presenza dell’imperatore. Costui vide che era bella e intelligente e le disse: Saresti degna di governare con me nella mia capitale. Olga, capita l’intenzione dell’imperatore, rispose: Io sono pagana e devo essere battezzata, ma mi devi battezzare tu stesso … [Passa il tempo da catecumena fino alla cresima ed ecco che Costantino le ricorda la promessa:] Ti voglio come moglie [modo di dire voglio far sesso con te]… [Rispose Olga] Come fai a chiedermi ciò, se tu sei il mio padrino di battesimo? Non si può fra cristiani… [e l’imperatore, sebbene la colmasse di regali, le dice con un certo dispetto] Mi hai imbrogliato Olga
Abbiamo riportato il testo perché oltre a accusare le CTP di un chiaro antifemminismo, è interessante notare come è l’incesto che è tirato in ballo fra padrino e figlioccia e si dimostra che per i varjaghi e per gli slavi esso non aveva gran peso rispetto alla posizione tutta opposta dei cristiani. È da notare pure che insieme con Olga c’erano ben 8 altre donne, sue pari evidentemente visto lo stesso titolo loro attribuito dall’imperatore nel suo scritto (v. bibl.), oltre ai mercanti baltici e ugro-finni. A Costantinopoli ben si sapeva che i mercanti arrivavano sempre in compagnia di belle e giovani ragazze disposte a far sesso quando c’erano in ballo grossi affari. Se poi tutto andava per il giusto verso, queste ragazze riuscivano ad a entrare da concubine nel giro del cliente straniero e in tal caso ricevevano dai loro mercanti una ricca dote con tanti ringraziamenti per l’affare concluso. Insomma un vecchio modo di fare usato da secoli lungo le strade del mondo e applicabile a Olga…
Olga torna a Kiev con il riconoscimento di “capo dei Rus’” da parte dell’Imperatore e comincia le manovre per confermare suo figlio Svjatoslav ancora minore sul trono kievano. E qui s’inserisce Vladimiro, personaggio che le CTP non esitano a proclamare ravneapostol’nyi e cioè pari agli apostoli. Nasce da Svjatoslav e da Maluša, ostaggio dei vicini drevljani e al servizio di Olga da dispensiera (ključnica). Tali credenziali fanno di Vladimiro figlio-di-schiava nella compagine dell’élite e, finché suo padre comanda, dal punto di vista dinastico ha un peso politico quasi nullo sui fratelli più giovani di lui e dovrà lottare e intrigare per prendere il potere a Kiev e con esso la gestione dei contratti che sono in essere con Costantinopoli. Il personaggio è dunque singolare specialmente nel modo cruento in cui, dopo la morte del padre (972), riesce a mettere da parte i tre fratelli, Svjatopolk, Oleg e Sfeng e a sedersi alla fine sul trono. Questa posizione secondo le regole di anzianità in uso lo porta a cercare il consolidamento del potere personale e all’allargamento del dominio stringendo numerose alleanze con i diversi capi locali. Le alleanze, non esistendo ancora una cultura scritta, si suggellano con i matrimoni o con la cessione di ostaggi, a seconda del grado di dominanza di un alleato rispetto all’altro. Dunque si riempirà il palazzo di giovani donne fra orgie e bagordi…
La figura che segue è stata da noi scelta ad arte giacché il pittore (I. Karazin) ha messo ben in evidenza un cigno in un piatto davanti a Vladimiro poiché la tradizione pagana ammetteva che soltanto un cigno poteva essere cucinato e servito a un knjaz. Questo uccello infatti è l’unico ad avere ben in vista i genitali maschili fra le piume e il costume prevedeva che queste parti degli animali cacciati o allevati restavano riservate al sovrano affinché in lui si rafforzasse la potenza rigenerativa per la sua schiatta e per il suo popolo.
La chiesa russa comunque lo farà santo, benché sapesse che la sua figura fosse quella di un sovrano pagano mascolino dedito alla poligamia e al concubinaggio ossia a eccessi sessuali condannati nella cristianità. Così soprassedendo sulla sua peccaminosità conclamata, si affermò che non appena Cristo bussò alla sua porta, fu pronto ad accoglierlo insieme con tutto l’apparato ideologico e burocratico per trasformarsi in un modello di sovrano cristiano, costretto per aver sbagliato di fronte alla divinità a far penitenza quasi ininterrotta per il resto della sua vita cioè dal battesimo (988-989) fino al 1015, data della sua morte.
A noi però concerne poco la sua religiosità, ma va detto che la sua vita cambiò sotto la pressione dell’apparato monacale della chiesa kievana che da lui dipendeva economicamente e che pertanto lo curava attentamente.
Oggi come oggi è difficile credere che un personaggio con un vissuto come quello di Vladimiro potesse essere plagiato dai miti cristiani sulla vita dopo la morte minacciandogli l’inferno nella “prevista vicina” fine del mondo. Eppure nella realtà di 1000 e più anni fa quanto raccontava un rappresentante del dio del cielo nelle vesti del vescovo mandato da Roma sul Bosforo era sentito come vero e le angosce che suscitava una condanna a essere bruciato pur restando vivo erano reali e intense. Non v’è dubbio perciò che i primi fiduciosi contatti con l’autorità ecclesiastica provocassero nel knjaz decisioni di pentimenti e rinunce per il resto della propria vita. Inoltre, siccome i peccati maggiori imputatigli erano giusto i suoi comportamenti sessuali, è sicuro che Vladimiro non lo si vedesse più nelle orgie e nei bagordi, ma affannarsi a lenire le difficoltà dei poveri correndo per le strade di Kiev.
Nelle CTP leggiamo, prima di questi suoi mutamenti radicali di vita, che: «Vladimiro era sopraffatto dall’attrazione muliebre. Aveva mogli [legittime come Roghneda di Polozk, una greca, una bulgara del Volga] e aveva ragazze-ostaggi … 300 a Višgorod, 300 a Belgorod e 200 a Berjòstovo…e con esse amoreggiava. … era un donnaiolo come Salomone.» Fin qui il quadro è abbastanza normale per i tempi e per un sovrano che sogna di essere potente e ricco: poligamia e concubinaggio per la necessità di stringere alleanze stabili con altri capi e mantenere un dominio unitario del territorio. Ci sono da notare invece dei punti per noi importanti da queste informazioni, a parte i numeri irreali e esagerati. Uno è che il giudizio morale cristiano di condanna netta e definitiva del comportamento sessuale di Vladimiro viene da Titmaro di Merseburgo, un vescovo monaco cattolico, e non dalla blandizie del monaco Nestore kievano che compila le CTP o del monaco autore della Vita in cui lo si accoppia nella gloria e nella saggezza del biblico Re Salomone.
Titmaro dice chiaramente che la cintura di Vladimiro era una “cintura di Venere” ossia pronta a slacciarsi per un coito in ogni momento e probabilmente, da monaco celibe, lo biasima sapendo che malgrado il battesimo e le ingiunzioni degli ecclesiastici le mogli e le concubine non sono ancora sparite almeno nella formalità con l’aggiunta alle altre mogli di Anna, sorella dell’imperatore Basilio II Bulgaroctonio. La situazione appare insomma insostenibile. D’altronde l’ambizione di Vladimiro con Anna al suo fianco è salita di un gradino molto alto nel rango di sovrano europeo e il nostro con l’assunzione a religione di stato del cristianesimo non prevedeva alcun oscuramento alla sua figura, anzi suggeriva la sua divinizzazione potente e gloriosa. È chiaro che che il nostro serba ancora qualche dubbio in proposito pensando a ciò che invece sarebbe avvenuto rimandando le mogli e le concubine-ostaggio alle rispettive famiglie: Le alleanze si sarebbero sciolte e la Rus’ di Kiev si sarebbe sfasciata! Questo è l’altro punto notevole che conferma la multietnicità del dominio dello stato kievano quando le CTP svelano le nazionalità delle mogli: greca, cèca, turco-bulgara etc.
Purtroppo le CTP per questi anni, 973-980, sono lacunose e le vicende che Vladimiro visse in Scandinavia prima di ritornare a Novgorod e poi decidere per l’eliminazione dei suoi fratellastri e impadronirsi del potere a Kiev sono abbastanza oscure.
Ad ogni modo Vladimiro, appoggiato e spinto dall’oligarchia novogorodese, inizia la sua marcia verso sud alla conquista di Kiev. Deve soprattutto rompere l’entrata dei Varjaghi attraverso l’odierno Golfo di Riga e il traffico lungo la Dvinà/Dàugava dove l’obiettivo da neutralizzare è il gorod di Paltesk/Polozk. Coi suoi armigeri dapprima tenta un’alleanza incruenta chiedendo Raghnhild (Roghneda) in moglie, figlia del signore varjago locale Raghnvald (Rogvolod). La richiesta non ha successo poiché Roghneda lo rifiuta in quanto non ci sta ad aver come sposo un figlio di schiava (Maluša). Non c’è più scelta. Roghneda è stuprata in pubblico e diventa moglie suo malgrado e il di lei padre e i due fratelli sono uccisi e Polozk è così assoggettata. Vladimiro prosegue verso sud e dopo aver messo in crisi (probabilmente) Gnjòzdovo si avvia a Kiev…
Il rito del coito in pubblico rientra nei riti sessuali del paganesimo nordico per cui Vladimiro con tale atto celebra

  1. la decisione di di passare dalla fase di condottiero mercenario a sovrano stabile e residente in una capitale
  2. la presa in possesso del territorio di Polozk e dintorni in concessione dalla dea Madre Umida Terra rappresentata da Roghneda supina sul nudo suolo mentre è costretta alla copula nella posizione classica detta del missionario. Il rito sopraddetto lo si celebrava ogni volta che gli agricoltori slavi – ma pure i raccoglitori-cacciatori ugro-finnici – fondavano un nuovo villaggio. Nel caso di occupazione di una parte di territorio occupato già da altri e se ne aveva la concessione senza scontri armati, si celebrava l’esito con lo umykanie ossia il ratto della donna (o di più donne per il resto dell’armata, nel caso di Vladimiro e della sua družina) in maniera assolutamente analoga al famoso Ratto delle Sabine per popolare la città di Roma.

A Kiev Vladimiro elimina due dei fratellastri, Jaropolk e Oleg dato che l’altro fratellastro, Sfeng, è irraggiungibile al momento a Tmutorokan (Tamatarka/Panticapea), e è padrone del campo.
A Roghneda affianca la moglie di Jaropolk (incinta già di quest’ultimo) che Vladimiro prende con sé sempre col costante timore che il territorio non si frammenti se si rompesse l’alleanza che la donna garantisce. Stavolta però ricorre al levirato, sposa la moglie del fratello defunto, costume condannato dal cristianesimo come peccato di incesto.
Fondamentale è adesso stabilire la capitale del dominio che, in quel momento storico, non può essere che Kiev e di conseguenza occorre assicurarsi la sussistenza perché la popolazione è prevista aumentare a breve. L’agricoltura a sud di Kiev è possibile (siamo nell’area delle fertilissime Terre Nere), ma mancano i contadini. Che fare? Si favorirà l’immigrazione di Mordvini e di Udmurti, oltre a convincere i turcofoni della steppa ucraina ad abbandonare il nomadismo e passare con Kiev da contadini. Naturalmente la difesa del territorio coltivato è garantita poiché si sta già procedendo a tale scopo alla fondazione di villaggi e città-fortezze distribuite lungo il famoso Vallo Serpentino eretto da Vladimiro contro le devastazioni e le razzie appunto dei nomadi.
Tutto ciò è importante metterlo in evidenza giacché per noi significa che dal nordest e dalla steppa giungono nuovi costumi e nuovi atteggiamenti culturali fra i pochi slavi presenti nella regione kievana finora sotto l’influenza incombente dell’islam e del locale ebraismo. Allorché il cristianesimo diventerà maggiormente attivo, avverrà ciò che tecnicamente si chiama sincretismo. Nella definizione più in voga (I. Eibl-Eibesfeldt v. bibl.) il sincretismo è una convergenza di elementi ideologici già inconciliabili, attuata in vista di esigenze pratiche di carattere culturale, filosofico o religioso, appartenenti a due o più culture o dottrine diverse. Insomma l’operazione ideologica condotta dagli ecclesiastici fra i “barbari” è di presentare la dottrina cristiana come diversa, ma migliore e santa, nella percezione dell’universo. Non si gettavano via del tutto gli dèi pagani e le credenze di poterli invocare tramite i riti tradizionali. Gli dèi cambiavano solo di nome e li si travestiva da santi cristiani con riti aggiunti più efficaci. Per stabilizzare il potere ciò era fondamentale giacché occorreva imporre alla gente lontana da Kiev l’idea di vivere in un dominio di un sovrano che non avrebbero mai visto, ma che avrebbero dovuto immaginarlo investito dagli dèi pagani di potenza quasi pari.
Benché Vladimiro sembrasse collaborare con tale politica sincretistica dei cristiani di Costantinopoli, pure l’incertezza e l’insicurezza nelle nuove terre colonizzate nel Basso Dnepr regnarono sovrane e abbastanza a lungo proprio fra il personale ecclesiastico. Il primo scaglione diretto a Kiev temeva non solo Vladimiro per la fama di knjaz sanguinario che aveva, ma anche i nomadi e così, prelato, preti e il loro seguito resteranno in attesa a Perejaslavl’ nell’area del Vallo Serpentino alquanto incerti del loro destino. Si insedieranno a Kiev solo quando ci sarà una chiesa e un alloggio sicuro per il vescovo incaricato e per i suoi collaboratori…
Come abbiamo già scritto dalle fonti sappiamo che Vladimiro era continuamente impaurito dalla minaccia di andare a finire nell’inferno di fuoco cristiano per aver passato gran parte della vita nel paganesimo, nella dissipatezza sessuale e negli omicidi più efferati. Per espiare tali gravi colpe non c’era più scelta: Doveva essere disposto a fare qualsiasi sacrificio che la chiesa gli avesse indicato. I prelati inviati dal Bosforo logicamente in parte sfruttarono la sua paura per consolidare le loro posizioni. Noi lo sappiamo da certi episodi raccontati nella sua “vita”. Addirittura è riportato che Vladimiro invece di condannare a morte o alla mutilazione i briganti che battevano e uccidevano lungo i fiumi, una volta catturati, li giudicava sommariamente per lasciarli tosto liberi di ritornare ai loro villaggi. Alla protesta del vescovo per questo suo strano agire, il nostro si scusò rispondendo che ora da cristiano provava orrore a dover uccidere un proprio simile. Gli si spiegò allora che per la chiesa le pene capitali e le torture per certi reati erano consentite e che non toccava a lui apprezzarle, ma soltanto eseguirle. Dio guidava il giudice che esclusivamente in seguito a un’indagine sul reato esprimeva un giudizio secondo il diritto canonico vigente in un tribunale ecclesiastico e comminava la pena giusta. Questo punto non è da trascurare giacché coinvolgeva l’aspetto economico della questione visto che i processi andavano pagati insieme con le eventuali multe, da spartire fra chiesa e knjaz.
Un particolare tipo di delitto ci interessa più di altri: come giudicare le violenze degli armigeri della družina di Vladimiro composta di oltre 800 varjaghi sulla popolazione civile. Anzi, siccome le soperchierie prima di ogni altra cosa erano di natura sessuale con violenza, ecco che la tradizionale sessuofobia cristiana partorì un primo abbozzo di regolamento giuridico da usare (ustav di Vladimiro) giusto verso questi delitti.
Ad ogni buon conto è soltanto nel XI sec. e dopo la morte di Vladimiro che si concretizza la Pravda Russkaja in cui si accenna a un sistema giudiziario affidato ai monaci cristiani. Appare così, sotto il figlio successore Jaroslav che, una volta accertato il delitto, tutto si riduce al pagamento forzato di multe in denaro o in natura commisurate alla gravità del reato mentre il reo è riconsegnato al suo mir per l’eventuale punizione secondo i costumi locali. La multa pagata al knjaz prevede una quota parte per la chiesa ed è espressa in monete d’argento o grivne (grivny oggi moneta nazionale ucraina). In altre parole si continua a amministrare la giustizia attraverso la tradizione del mir non osando mettere da parte le differenze culturali etniche presenti almeno nelle città. La società cittadina descritta indirettamente nel codice distingue in maniera netta l’uomo libero dallo schiavo, il membro della družina dagli altri notabili locali e persino la donna libera dalla figlia-da-maritare ancora sotto l’autorità del capofamiglia.
Per quanto concerne l’attività sessuale, idealizzata come atto sacro da Jaroslav evidentemente, dalla Pravda Russkaja si evince che le offese contro il genere femminile in primo luogo erano numerose visto che sono descritte ben dettagliate e in secondo luogo quelle previste non tutte e non sempre coincidevano con la visione etica cristiana.
I delitti maggiori? L’umykanie, la copula violenta o stupro, il matrimonio celebrato senza previo consenso della donna. Al contrario non si prevedono come colpe pesanti da condannare l’adescamento o la nudità in pubblico né si nominano le feste orgiastiche. E ciò per timore di ammettere che il knjaz cristiano non è ancora riuscito a cancellare certe pratiche pagane che resistono sebbene sotto mentite spoglie.
Riportiamo qui a mo’ d’esempio il primo articolo che ci dà il quadro concettuale generale in cui il codice agisce. «Se un uomo uccide un altro uomo, [è ammesso che] il fratello vendichi il fratello o un figlio suo padre o un padre suo figlio o il figlio di un fratello o il figlio di una sorella [vendichi con la legge del taglione] l’uccisione del proprio zio. Se non c’è chi possa esercitare tale vendetta, allora [la comunità a cui il reo o la vittima appartiene] l’assassino paghi 40 grivne [al knjaz] se l’offeso [ucciso] è un cittadino kievano, un otrok [della družina], un mercante, un notabile, un componente della družina oppure se l’ucciso è un uomo libero sotto la protezione del knjaz o uno “slavo-bulgaro” [bojaro di Novgorod].»
E infine per i comportamenti sessuali proibiti Jaroslav ricorre all’espediente più semplice per evitare interventi inopportuni nei costumi della realtà suddita multietnica e lascia il tutto al savoir-faire della chiesa cristiana. Ciò è dichiarato apertamente nel codice in un preambolo. «Ecco, io Velikii Knjaz [principe più anziano] … dopo essermi consultato col Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’ Ilarione [riconosco che] non ho giurisdizione sui casi di divorzio [e simili come sono giudicati nei canoni ecclesiastici]… »
Parimenti lascia al personale ecclesiastico il giudizio e la determinazione della pena mentre la pena stessa in molti casi sarà eseguita dal knjaz con strumenti e modalità scelte da lui. Troviamo contemplati i casi di rapimento sia per successivo matrimonio sia per semplice stupro, facendo distinzione fra figlie o mogli di notabili e donne di rango inferiore. Si menzionano ripudi arbitrari di mogli distinguendo le donne nel loro ruolo di simboli di alleanza fra i clan, si trasformano riti orgiastici in stupri violenti collettivi, se la donna si rifiuta di partecipare, e si vieta il cosiddetto adulterio con blandizie lasciando il giudizio finale di reato al Metropolita che rinvierà il “reo” al knjaz per l’adeguata punizione e relegherà la donna in convento ove necessario.
È prevista e logicamente proibita la copula fra novizie e visitatori dei conventi. Anzi, chi volesse rinunciare ai voti e volesse tornare al secolo, la multa da pagare è veramente enorme: 40 grivne! Infine oltre a menzionare che: «Se una giovane pur non essendo ancora andata in sposa oppure è vedova e copula o è ingravidata dal proprio padre … sia rinchiusa in convento [!].» segue una lunga lista dei diversi casi che la chiesa giudica peccati di incesto.
Niente sesso fra padrino e madrina mentre si raccomanda ai coniugi di aiutarsi l’un l’altro in casi di pesanti disabilità e malattie. È da notare che per il matrimonio non è obbligatoria la benedizione della chiesa, ma se il caso viene alla luce il legame non è necessariamente sciolto, ma si pagherà una multa. Alla stessa stregua è ricordato e condannato il rito pagano (delle steppe?) di suggellare una promessa di matrimonio tagliando un pezzo di formaggio e offrendolo da mangiare alla sposa futura…
Le cause giustificate di divorzio ammesse dalla chiesa sono:

  1. Partecipare a congiura contro il knjaz da parte di uno dei coniugi
  2. Adulterio non flagrante della moglie
  3. Attentato della moglie alla vita del marito con veleno, sicari etc.
  4. Eccessiva libertà di una moglie nel divertirsi con altri senza la presenza del marito, compresa la partecipazione alle feste pagane
  5. Aiutare malfattori a agire contro il proprio marito.

In un articolo del codice è ammesso malcelato il diritto di battere la propria moglie, se il marito la sorprende a rubargli qualcosa. Al contrario, se fosse la moglie a battere il marito o se il marito battesse una moglie non sua, la multa è raddoppiata (3 grivne nel caso precedente). E se capitasse che un figlio alzi le mani sui suoi genitori, la punizione è di far penitenza in un convento. Rammentando poi che i preti sono pure ammogliati, le multe non variano, ma vi si aggiunge una penitenza fisica nella misura decisa dal Metropolita. Curiosamente al prete e a sua moglie si perdona l’ubriachezza eccetto che in Quaresima!

Aldo C. Marturano

Nato a Taranto, ha studiato nelle Università di Bari, poi di Pavia, infine di Amburgo, dove ha chiuso i suoi corsi di laurea in chimica industriale. Non ha mai lavorato come chimico e ha invece sfruttato le sue conoscenze linguistiche. Conosce infatti (parla e scrive correntemente) russo, inglese, tedesco, francese, spagnolo, ungherese e ne ha studiate un’altra decina che spera di portare a maggiore perfezione nel prossimo futuro. Si è diplomato in Lingua Russa all’Istituto Pusckin di Mosca dove ha avuto inizio la sua avventura nel Medioevo Russo. Lavorando sui mercati internazionali si era infatti appassionato al Medioevo, ma quando scoprì che non riusciva mai a sapere gran che su quello russo, colse l’occasione della tesi all’Istituto Pusckin e scelse di studiare un personaggio del Medioevo bielorusso, Santa Eufrosina di Polozk: di lì via via è entrato in quel mondo magico e nuovo.

Ha pubblicato il saggio storico in chiave divulgativa Olga La Russa, 2001 (che non è la sorella di Ignazio La Russa, per carità!), e poi per i ragazzi L’ombra dei Tartari, 2002, ovvero la saga di Alessandro Nevskii.

Altre sue opere sul Medioevo russo sono visibili nel portale delle Edizioni Atena.

Collabora attivamente con il portale Mondi Medievali curando la rubrica Medioevo Russo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

19 − due =