Si parla di nuovo della corona ferrea

Si parla di nuovo della corona ferrea: nuove ipotesi sulla sua origine e sull’enigma delle sue dimensioni di Valeriana Maspero

È uscito il mese scorso per i tipi di Skira un saggio di Carlo Bertelli sulla corona ferrea. Si torna finalmente a parlare di lei, la meravigliosa corona della quale sono una fan accanita da molti anni. E ne scrive uno dei più illustri e autorevoli storici dell’arte in Italia, che con una lucida e competente analisi storica propone la sua tesi sull’origine della corona e sulle motivazioni del suo attuale aspetto. Lo studioso si giustappone alla conclusione avanzata da Silvia Lusuardi Siena negli anni Novanta secondo cui la corona sarebbe un manufatto di origine ostrogota comparso ai tempi di Teodorico, sostenendo invece che si tratta di un cimelio tardoantico – testimoniato dalla fattura bizantina delle borchie d’oro a rosetta – ancorché di oscure origini – non costantiniane come tramandato dalle suggestioni seicentesche – e in origine forse composto da otto piastre. Ciò è confortato da numerose testimonianze antiche – tardoromane, bizantine, paleocristiane, gotiche, longobarde, slave e russe – che parlano, seppure in modo generico, dell’esistenza reale di un simile cimelio – un diadema, un elmo, una tiara, un kameleuco – usato per le cerimonie di intronizzazione.

Nella lamina d’oro detta di Agilulfo – citata anche da Bertelli – compare il cimelio usato dai re longobardi, retto dagli scudieri alle due estremità: si tratta di un casco coronato con un bordo decorato, forse l’elmo di battaglia ereditato dall’ostrogoto Teodorico.

Carlo Bertelli spiega poi le ridotte dimensioni dell’oggetto attuale ipotizzando che Carlo Magno lo volle impiegare per l’incoronazione di suo figlio Pipino – attestata nel 780, quando il piccolo aveva quattro anni -, quel Pipino che il padre aveva destinato re d’Italia, e che qui morì nell’810 in una campagna militare nelle Venezie: la sua sepoltura rimane ancora oggi presso la porta della canonica di Sant’Ambrogio a Milano. Una tesi documentata e suggestiva: Bertelli ritiene che la corona fosse già minuscola ai tempi Carlo Magno.
Tuttavia a questo riguardo vorrei fare presenti due testimonianze. La prima è quella di Ludovico Antonio Muratori che nel suo De corona ferrea, qua romanorum imperatores in insubribus coronari solent: commentarius, del 1719, si riferisce a un passo della relazione ufficiale del Cerimoniale Romano (Biblioteca Vaticana: Rituum Ecclesiasticorum, I/V, 3, foglio 30v), redatta in occasione dell’incoronazione di Federico Barbarossa del 1155, che così la descrive: ’’[…] la corona si chiama ferrea perché ha una lamina di ferro sulla sommità: per il resto è d’oro e molto preziosa” e non fa alcun riferimento a dimensioni minuscole. Ed anche il sigillo imperiale – di cui un esemplare è conservato nella Biblioteca Vaticana – la ritrae perfettamente adagiata sulla testa pur leonina dello Staufen.

Il sigillo imperiale di Federico Barbarossa

La seconda è l’espressione “parva” – piccola – che compare nell’inventario degli oggetti del Tesoro, datato 1275, conservato nella biblioteca capitolare del duomo di Monza, che storicamente è la prima attestazione della piccolezza della corona. Questo atto notarile fu richiesto da papa Gregorio X per il tramite di Ottone Visconti, al quale i della Torre, allora signori di Milano, impedivano di prendere possesso della sede vescovile ambrosiana che volevano andasse al loro congiunto Raimondo. Ciò permette anche di riallacciarci all’esortazione rivolta agli studiosi da Annamaria Ambrosioni ne “La corona ferrea nell’Europa degli imperi”(1994) a ricercare la ragione dello scorciamento della corona nel periodo buio delle feroci lotte fra guelfi e ghibellini tra il XIII e il XIV secolo. E infatti, proprio dal 1272 al 1319 la corona era custodita nella Casa di Sant’Agata degli Umiliati di Monza, impegnata insieme ad altri oggetti preziosi del tesoro del duomo da Raimondo della Torre per sostenere le spese di guerra contro Ottone Visconti.

Uno dei punti che mostrano lo scardinamento della corona

Le cause della sua mutilazione a tutt’oggi non si conoscono, ma probabilmente furono di tipo economico, o si trattò di un vero e proprio furto. Fatto sta che l’attuale conformazione della corona presenta chiari in più punti i segni di uno scardinamento delle piastre che la compongono e di un successivo maldestro tentativo di ricomposizione con perni estranei a quelli originali.
Detto tutto questo, il saggio di Carlo Bertelli dimostra che l’interesse per questo straordinario oggetto che proviene da antichi meandri della storia si sta riaccendendo. La corona ferrea ha la chiara intenzione di tornare a far parlare di sé. Del resto lei è da secoli una star da red carpet e… la classe non è acqua.

Valeriana Maspero

Laureata in storia e filosofia, ex docente, pubblicista, autrice di testi scolastici, ha scritto testi di storia e narrativa. Fa parte di associazioni culturali e tiene incontri e conferenze per promuovere la conoscenza della storia della corona ferrea e del periodo medievale in Lombardia. Tra le pubblicazioni: Percorsi visivi, corso di educazione artistica, Ghisetti&Corvi, Milano, 2001, Homo, corso di storia, Immedia, Milano, 2004, La corona ferrea, storia del più celebre simbolo del potere in Europa, Vittone, Monza, 2004/2008, Il gioco della corona ferrea, Immedia, Milano, 2005, Bonincontro e il Chronicon modoetiense, EiP, 2010, Geostoria della civiltà lombarda, Mursia, Milano, 2013, Il ghibellino di Modoezia, Libraccioeditore, Milano 2014, Memorie di una millenaria, Libraccioeditore, Milano, 2016.

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