ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

La Cattedrale di Acerenza

di Ornella Mariani
L'archivolto del portale della facciata era composto di conci decorati di busti di angeli, di cui ne rimane solo uno, poggianti su mensole raffiguranti figure virili con le teste protese verso l'esterno.

Circoscritta nell’area irrigata dalle acque del fiume Bradano e del torrente Fiumarella; alloggiata su una balza tufacea, ad oltre ottocento metri sul livello del mare; affacciata sulla via Appia e sulla via Traiana, Akere per gli Osci; Acheruntia per il venosino Orazio e per Tito Livio; Acerenza, stagliandosi nei tramonti lucani con le sue molteplici stratificazioni, dalla prima Età del Ferro ai marmi romani; dai reperti di fattura greca ai grovigli romanico/pugliesi e giù fino agli artifici bizantini e poi barocchi, si propone crocevia di misteri, segreti, suggestioni e storia legati ad un Medio Evo che, pur asserita stagione di barbarie e involuzione, produsse autentici ed inimitabili capolavori.

Un tuffo nella memoria la rivela protagonista degli eventi del Mezzogiorno: teatro di lotta fra Sanniti e Romani; conquista del Console Giunio Bubulco nel 318 a. C. e poi sede del Console Levino, sconfitto da Pirro;  oggetto dei sermoni di san Pietro, in transito da Brindisi a Roma; Colonia e poi Municipium romano nel 210 a. C.; preda di Totila, prima d’essere contesa tra Longobardi e Bizantini; vittima della distruzione operata da Grimoaldo di Benevento, su ordine di Carlo Magno nel 788; rifugio, nel 799, delle spoglie del martire Canio; adominio, dal 1061, dei Normanni che la destinarono cruciale alle vicende sveve; alleata degli Angioini nella rivolta ghibellina del 1268; feudo dei Sanseverino, dei Ruffo e dei Morra prima del devastante sisma del 1456 e poi dei Ferrillo, degli Orsini di Gravina e dei Pignatelli di Belmonte, Acerenza accende il polemico dibattito riferito alla cittadinanza di Hugues de Payns, o Ugo de’ Pagani avvitandolo al silenzio della imponente cattedrale dell’XI secolo.

La fece costruire Roberto il Guiscardo, a margine del Concilio di Melfi del 1059 e del giuramento di fedeltà alla Chiesa mediato dal Vescovo Godano: maestranze locali dirette da architetti francesi la realizzarono in stile romanico/clunyacense, conformemente all’indirizzo fornito dall’abate di Cluny Arnoldo che, designato Arcivescovo, nel 1080 la consacrò a santa Maria Assunta ed a san Canio.

Insediata sull’area di una precedente chiesa paleocristiana già insistente su un tempio pagano dedicato ad Ercole Acheruntino, essa si presenta con pianta a croce latina di sessantanove metri per ventitré, con una crociera di trentanove metri fissa a dieci potenti pilastri: cinque per lato; tre navate; transetto; triburio ottagonale, due absidiole, coro con deambulatorio e cappelle radiali attorno all’abside centrale.

Il portale sulla facciata dispone di due colonnine sostenute da due scimmie sessualmente congiunte a due donne mentre, al di sopra dei capitelli, due sfingi reggono sulle spalle un arco tronco, forse formato da una serie di angeli, come sembrano indicare due frammenti; un leone è posto in cima all'angolo sinistro, mentre l’altro è stato rinvenuto mutilato all'esterno di una casa; gli stipiti della porta, scalpellati da motivi floreali e zoomorfi, ispirano complesse interpretazioni simboliche e, inferiormente al rosone, spicca lo stemma dei Ferrillo.

La decorazione esterna avvicenda archetti pensili di stile lombardo lungo il perimetro superiore, contro la parte orientale snodata in un articolato movimento di rientranze e sporgenze e due torrette cilindriche, di accesso alla cupola ottagonale situata alla punta dei bastioni dei transetti e delle absidi.

Sulla parete che induce dalla prima alla terza absidiola sono incassate quattro colonnine marmoree, residui dell'antico ciborio paleocristiano. Il corpo longitudinale è distinto in tre navate, da due serie di archi a tutto sesto sorretti da pilastri e la copertura è a capriate.

Nel transetto destro insiste un grande polittico con cornice barocca, ospitante un quadro centrale con la Madonna del Rosario coronata da quindici tavole con i Misteri e sormontata da un timpano con l’iconografia della SS Trinità: opera seicentesca di Antonio Stabile, come la Deposizione alloggiata nel transetto sinistro sul cui lato è stato recentemente sistemato il battistero, con una colonna scanalata elicoidale, simbolo della Vita Eterna ed una grande vasca monolita in porfido.

Pregevoli sono le decorazioni e le statue delle tre cappelle radiali nel deambulatorio, ove la cripta testimonia l’influenza esercitata dall’architettura partenopea sull’arte rinascimentale meridionale: di forma quadrata, essa è divisa in tre piccole navate da quattro colonne di marmo; ha la volta riccamente decorata e, al centro della parete di fondo, alle spalle dell’altare, ospita il sepolcro dei coniugi Giacomo Alfonso Ferrillo e Maria Balsa di Gravina: il fronte del sarcofago è ornato da quattro sollevanti un festone con lo stemma della casata.

Percorrendo proprio il deambulatorio, con le colonne semicircolari decorative sormontate da capitelli semplici e affusti di colonne scanalate, residui del preesistente edificio pagano, s’incontra la prima cappella radiale: quella di san Michele, la cui statua risale alla prima metà del '600 mentre sull'altare insistono due elementi lignei raffiguranti la Madonna ed Ecce Homo e, a sinistra, una figura di San Rocco.

La seconda cappella è di san Mariano, martire sotto Diocleziano, nel 303. La terza cappella, con l’altare barocco di san Canio, ne accoglie la statua che lo rappresenta vestito dei paramenti pontificali, è assiso su un trono episcopale, contro la scultura della sacrestia che lo raffigura a mezzo busto, con mitra e pastorale e in atteggiamento benedicente.

L'altare, coperto da rivestimento marmoreo della fine del '600, ne nasconde uno in pietra certamente più antico, se non proprio quello impegnato da Vescovo Leone II nel 799, quando le reliquie del Patrono furono portate da Atella campana: esso è una sorta di sarcofago sul cui fondo insiste un bastone ligneo, al quale si accreditano movimenti spontanei.

A Sinistra della Cappella di san Canio, una nicchia accoglie un affresco raffigurante una mutilata Madonna in Trono, con San Francesco e San Girolamo negli stipiti.

Dalla scalinata che conduce al presbiterio si ammira l’abside, rigorosamente orientata ad Est: il cono di luce del tramonto, attraversando il rosone, invade suggestivamente l’altare maggiore e le cinque vetrate realizzate negli anni ‘30 e raffiguranti san Canio, san Pietro, l’Assunta, san Paolo e san Mariano.

Tante, sono le singolarità dell’edificio, a parte il busto di Giuliano l'Apostata; le preziose acquasantiere; le testine di scimmia alla base delle colonne; gli affreschi e i bassorilievi: si vuole che Canio, in lingua gaelica custode, vi sorvegliasse il Graal; che il suo corpo fosse recuperato dal Vescovo Arnoldo, fiduciario di Roberto il Guiscardo e di Boemondo di Taranto; che proprio i Normanni vi avessero portato qualcosa di straordinario, coniugabile con i simboli gaelici, con un nodo celtico e con un’incisione le cui decorazioni vagheggiano i manoscritti di st. Albans.

Ancor più inquietante è il nome della piazza su cui la cattedrale è ubicata: Piazza Glinni, genitivo del  gaelico Glin, come gaelica fu la leggenda del Graal.   

Congetture: che saldano la presenza della mitica coppa alle imprese di Hugues de Payns e ad una serie di inspiegabili elementi storici a rilancio della origine lucana del Cavaliere noto come Ugo de’ Pagani, nato a Pagani e Fondatore dell'Ordine dei Templari nel 1118, stando ai documenti certificati nel 1600 nel Codice Amarelli.

Chi dei due, dunque?

Il figlio di Sigilberto ed Emma de’ Pagani, le cui spoglie sono custodite nella chiesa sconsacrata di san Jacopo a Ferrara, com’è confermato dal Compendio historico dell’origine, accrescimento, e prerogative delle Chiese e dei Luoghi Pij della Città, e Diocesi di Ferrara, redatto da Marc’Antonio Guarini nel 1621 e dalla scritta nel capitolo di quella Chiesa Ugo Pagani, il quale per quanto rifferisce Guglielmo Arcivescovo di Tiro, diede principio insieme con altri all’ordine de Cavallieri Templari, o l’Hugues de Payns che la storiografia ufficiale pretende nato nel 1070 nel Payns, vicino a Troyes nella regione dello Champagne e che, pellegrino in Terra Santa nel 1104 e Gran Maestro dell’Ordine fino al 1136, morì per alcuni in combattimento a Tiro e per altri nella quiete di Reims?

Chi dei due istituì l’Ordine più discusso e temuto della Storia e dove?

Tutto sembra ruotare attorno all’identità del Gran Maestro che dalla terrasanta nel 1103 inviò a suo zio, Leonardo Amarelli di Rossano Calabro, notizia della morte del figlio Alessandro lasciando supporre l’istituzione dei Templari non più in Francia, ma nell’Italia meridionale a conferma della centralità della Basilicata nelle attività crociate.

In definitiva: Ugo de Paganis fu il nome latinizzato di Hugues de Payns; Hugues de Payns fu il nome francesizzato del lucano Hugo de Paganis o si trattò della improbabile , improbabilmente omonimia di due Cavalieri?

Pretendere risposte dagli Storici è legittimo.

Ma le domande si rincorrono:

perché in Lucania, così sovvertendone il nome in Basilicata, furono costruite basiliche tanto grandi rispetto alla popolazione?

Perché proprio ad Acerenza la presenza del busto di Giuliano l'Apostata, persecutore dei cristiani?

Perché croci templari sulla facciata e, all'interno, simboli pagani: dall'immagine della dea Mefitis a un Gesù che emerge da un calice; da un teschio all’Agnus dei; da dosi di esoterismo sufico al barbuto Bafometto presente in alcune delle effigi istorianti la cripta?

Perché l’insistenza di un segreto nella cripta restaurata nel 1524 dal Conte Giacomo Alfonso Ferrillo?

Sulla parete di fronte all’ingresso v’è una finestra murata dietro la quale la tradizione ubica il Graal e la cripta, peraltro, allude a temi di lotta tra bene e male; ripropone la divinità osca Mefitis; insiste sul valore dell’elemento acqueo con la presenza di due acquasantiere, di cui quella di destra presenta sul bordo la frase si credis unda lavat .

Il significato della Dea potrebbe fornire ragione alla sconcertate esibizione di sessualità presente sulla facciata della cattedrale: le due scimmie che copulano con due donne rimanderebbero ai culti pagani della dea Madre ben noti ai Templari: v’è, nell’immagine, il riferimento ad una forza primordiale allusiva della Vita e legata anche agli elementi posti sull’arco del portale d’ingresso, a richiamo dell’Eden?

Le risposte stanno davvero nell’itinerario che si snoda da Acerenza a Venosa, verso l'Incompiuta della Trinità, nata nel V secolo su un tempio romano e ampliata più volte con le donazioni del padre di Ugo dei Pagani e sito caro a Roberto il Guiscardo che vi avrebbe portato la croce di Costantino mai più ritrovata?; da Venosa a Castelmezzano, per la quale Boemondo scelse uno stemma raffigurante due Cavalieri Crociati e nella quale, presso la chiesa di S. Maria, sono stati rinvenuti una porta segreta e un architrave triangolare disposti a croce templare ad otto punte: all'interno di un cerchio, un altro cerchio e, sull'icona della Madonna con il bambino detta dell'Olmo, una data A.I.D. 1117 e la frase Hic habtta boam elegie a stlia mtna - salmo 131(qui abiterò perché l'ho scelto, o stella mattutina) a cornice del dipinto?; da Castelmezzano, attraverso il culto della Stella Mattutina templare al castello rosso di Lagopesole, voluto a modello del Krak dei Cavalieri? da Lagopesole a Serra di Vaglio, o Serra San Bernardo, -con esplicito riferimento a Bérnard de Clairvaux estensore della Regola ai Templari- ove nel santuario mariano sono custoditi i resti delle dea Mefitis, mediatrice di vita e morte e titolare delle proprietà magiche della fonte dell'eterna giovinezza?

Quale è il reale mistero, se mistero c’è, in questa Acerenza che Giustino Fortunato definì balcone delle Puglie?

Le risposte vanno cercate nel Monoteismo solare neoplatonico; nella tradizione persiana e nella spiritualità di Mani che ispirò l’Imperatore Giuliano, accomunato nel rigore morale all’etica templare?

Di fatto, simboli dell’Ordine arricchiscono tutte le chiese dell'area dell'Alto Bradano, da Venosa a Castelmezzano, da Serra di Vaglio a Lagopesole e la cattedrale di Acerenza sorge su un luogo di culto dedicato a Ercole Terapeuta, ove si trovava un pozzo di acqua sulfurea connesso con l’adorazione della Dea Madre.

E’ casuale che il nome della città rievochi l’Acheron: il fiume che collegava il Regno dei vivi con quello dei morti?

Dove è possibile l’incontro fra Storia, leggenda ed esoterismo?

Visita virtuale alla Cattedrale di Acerenza.


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

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