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Gli arabi nel Lazio nei secoli nono e decimo

di Giuseppe Cossuto

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1. Le prime incursioni
2. L'insediamento del Garigliano
3. Le corrispondenze del papato
4. Bibliografia essenziale

1. Le prime incursioni

Gli interventi saraceni sulle coste italiane (oltre che nell’interno) hanno avuto diversi caratteri: fin dalla prima conquista della Tunisia (Ifrîqiya) da parte degli arabi (698), fu deciso l’impianto di un cantiere navale a Tunisi destinato a preparare una flotta musulmana capace di contrastare quella bizantina, non solo sul piano militare, ma anche su quello commerciale. Accanto a questi due aspetti della marineria musulmana, si affianca, quasi subito, quello piratesco, principale fornitore della merce umana necessaria al commercio degli schiavi e, al contempo, fiancheggiatore delle spedizioni navali ufficiali. Si conoscono i nomi di diversi pirati saraceni (soprattutto berberi, andalusi e cretesi), che agivano da avventurieri per conto proprio sulle coste della Sardegna, Sicilia, Puglia e Campania, con puntate anche in Liguria e Veneto. La prima ondata di spedizioni regolari da parte dei governatori nordafricani, dirette principalmente verso la Sicilia e la Sardegna, dura quasi ininterrottamente tutto l’VIII secolo. Ma nonostante diversi successi, non si assiste ancora a una vera e propria conquista stabile: il più delle volte ci si accontentava di ingenti bottini. Al contrario, le temporanee occupazioni di Ischia, Ponza, Lampedusa e di altre postazioni strategiche in Italia, così come il saccheggio di Civitavecchia (variamente datata ai primi decenni del IX sec.), suggerirono ai Bizantini e, a partire dall’800, ai Carolingi, l’organizzazione di flotte capaci di difendere le coste italiane. Queste flotte avevano in Napoli, Amalfi e Gaeta (nominalmente sotto l’autorità di Bisanzio) le loro basi più importanti. Per circa un trentennio gli arabi (occupati in una guerra civile e in quel momento più propensi all’accordo coi cristiani) furono addirittura costretti a costruire una catena di fortificazioni (ribât) su tutta la costa nordafricana per difendersi dalle incursioni dei pirati cristiani.

Il secondo tentativo sistematico di conquista della Sicilia da parte degli arabi, sotto la dinastia Aghlabide, è datato agli anni '20 e '30 del secolo IX, quando il patrizio Eufemio, ufficiale della flotta bizantina, nel tentativo di rendere la Sicilia indipendente da Bisanzio, chiede il soccorso dell’Emiro di Qayrawân (in Tunisia). Questi, non senza titubanze circa l’opportunità di un’alleanza con un cristiano, colse così l’occasione per inviare in Sicilia un esercito consistente. Il 18 giugno 827 avviene lo sbarco a Mazara del Vallo, e progressivamente si compie la conquista della Sicilia: Palermo viene conquistata nel 831, Messina nel 843 e nel giro di qualche decennio tutta l’isola è sotto il controllo Aghlabide.

2. L'insediamento alla foce del Garigliano

La stessa politica inaugurata da Eufemio in Sicilia viene perseguita dai duchi dell’Italia Meridionale. Evidentemente gli anni di relativa calma avevano fatto stringere importanti contatti commerciali tra le due coste (estremi di una rete commerciale che arrivava fino all’Egitto e al Mediterraneo orientale) da cui i porti laziali e campani traevano considerevoli vantaggi. Gli arabi, dal canto loro, oltre ad avere navi mercantili nei porti di Gaeta, Amalfi e Napoli, inviavano anche navi pirata e formazioni regolari, sia al servizio dei duchi meridionali, sia a tentare di occupare postazioni strategiche in prospettiva di una conquista stabile degli importanti porti peninsulari. Nell’835 vengono arruolati mercenari musulmani dal console di Napoli Andrea per difendersi dall’attacco del duca di Benevento. Nell’838, sempre spinti dai napoletani, attaccano Brindisi, l’anno dopo si insediano a Taranto, mentre nell’847 un gruppo, indipendente dagli Aghlabidi, dà vita, a Bari, al primo emirato continentale.

Nell’estate dell’846 una flotta parte alla volta di Gaeta e vi pone l’assedio, si insedia probabilmente presso l’attuale Ausonia (località ad duos leones secondo le fonti cristiane) seminando terrore per tutta la via Appia. Una seconda flotta di rinforzo, 10.000 uomini e 500 cavalieri, sbarca a Ostia e, dopo alcuni scontri fortunati, risale, via fiume e via terra, il Tevere e saccheggia la basilica di San Pietro; nonostante tale successo, questo secondo gruppo, temendo di rimanere isolato, decide di ricongiungersi, percorrendo l’Appia e passando per Terracina, Fondi e Itri, ai compagni che assediavano Gaeta. Quest’ultima nell’847 è costretta a chiedere aiuto ai Napoletani, per cui gli arabi, non prima di aver depredato anche il Cassinate, ritrovatisi a corto di rifornimenti decidono di ritirarsi. Ma, a causa del maltempo, sono costretti a chiedere asilo alla stessa Gaeta in attesa di condizioni atmosferiche favorevoli. Questo episodio ci dà un’idea di quali potessero essere i rapporti fra cristiani e musulmani a quel tempo: si può ipotizzare infatti che sia i porti italiani che quelli nordafricani erano evidentemente frequentati da ciurme multi-etniche e diversa osservanza religiosa; questo faceva sì che anche in periodi di conflitto il commercio non si arrestava. Anzi le razzie, probabilmente, avevano l’unica conseguenza che le merci tradizionali (tessuti, spezie e in seguito anche grano) fossero sostituite o integrate dalla merce umana, nient’altro.

Nell’849 una nuova spedizione verso Roma trova questa volta compatta la flotta cristiana, composta da navi amalfitane, napoletane, gaetane e papaline, a respingerli. A causa anche, pare, delle sfavorevoli condizioni atmosferiche gli arabi colarono letteralmente a picco sotto i colpi cristiani (battaglia di Ostia).

Nel giugno 868 parte da Palermo una nuova flotta per porre l’assedio a Gaeta. Dopo aver devastato il territorio del ducato, pur non essendo riuscita ad occupare il porto, soddisfatta, si ritira.

Nel frattempo l’alleanza, prima commerciale e poi politica, tra Napoli e la Palermo araba si riconsolida: gli arabi trovano nel porto partenopeo uno scalo sicuro ed uno sbocco verso l’interno, mentre i napoletani si giovano dei servigi saraceni per difendersi dai nemici e dai vicini scomodi.

Quando infatti un’alleanza tra Napoli, Spoleto, Benevento e Salerno si rivolta contro l’Imperatore Ludovico II, sceso in Italia proprio per ribadire l’autorità imperiale negli agitati ducati meridionali, e lo fa prigioniero (871), gli arabi, partiti pare dalla Calabria, tentano l’assedio a Salerno e puntano verso Capua. Ma senza successo. Una volta tornato in libertà, Ludovico II li costringe a ritirarsi. Nell’875 incomincia però una nuova serie di incursioni in Campania (tra Sorrento e Salerno) e in tutto il Lazio (Fondi, Tivoli, dintorni di Roma), questa volta, sembra con una flotta molto più consistente.

In questo periodo bisogna segnalare il curioso atteggiamento del Papato verso gli arabi: da una parte Giovanni VIII scriveva a Carlo il Calvo invitandolo ad intervenire contro i devastatori saraceni, descrivendogli le loro sanguinarie incursioni (nella valle dell’Aniene, nella Sabina), dall’altra i suoi successori Marino I e Adriano III intrattenevano amichevoli corrispondenze col governatore di Palermo al fine di riscattare, con la mediazione di Napoli, i chierici prigionieri dei saraceni, con tanto di scambio di doni e complimenti. Dopo la morte di Ludovico II i Carolingi si disinteressano dell’Italia meridionale, mentre i Bizantini, decisi a riprendere i propri possedimenti italiani, sbarcano in Puglia, liberano Taranto (880) e assediano gli insediamenti arabi in Calabria (Santa Severina, Amantea e Tropea), puntando a ristabilire il controllo sui mari Ionio e Tirreno. Ma al contrario, i ducati meridionali, stretti tra l’influenza del Papato e di Bisanzio, rafforzano l’alleanza con gli arabi. In loro soccorso gli arabi si insediano ad Agropoli (881, alleati di Napoli), a Sepino (881, alleati di Benevento) e sulla foce del Garigliano (881-2 alleati di Gaeta).

Per quanto riguarda in particolare le vicende degli arabi del Garigliano, le fonti storiche, quasi esclusivamente cristiane, raccontano questi fatti: nell’881 l’ipata di Gaeta Docibile, per difendersi dalle incursioni dei duchi di Capua — ai quali la Chiesa, proprio per danneggiare Gaeta, aveva concesso i suoi territori di Fondi e Traetto (oggi Minturno) — invocò l’aiuto degli arabi stanziati ad Agropoli. Essi sbarcarono presso Fondi e la occuparono, dopodiché si stabilirono presso Formia, ormai spopolata. Il saccheggio del monastero di San Vincenzo al Volturno, nell’ottobre dell’881, fu probabilmente opera di questo gruppo. In seguito alle pressioni del papa, e avute in cambio le città di Fondi e Traetto, Docibile fece stanziare l’esercito saraceno al confine meridionale del suo ducato, ossia sulla sponda destra del Garigliano. Di qui gli arabi si diedero alle consuete scorrerie: il 4 settembre dell’883 saccheggiarono l’abbazia di Montecassino, qualche mese dopo puntarono su Fondi e Terracina, poi costrinsero Anagni a pagar loro un tributo, infine depredarono Veroli.

Abbiamo comunque testimonianza, nei numerosi toponimi che ricordano i saraceni e i mori, di insediamenti arabi nelle valli dell’Aniene, del Tevere, del Liri, del Volturno, senza che però ci sia possibile attribuire queste imprese ai coloni del Garigliano o a quelli di Sepino o ad altri precedenti. Nepi, Sutri, Narni, Orte, Trevi dovevano essere le punte settentrionali delle incursioni arabe di quei decenni, anche se la loro occupazione durò pochi anni; tra le razzie si ricordano diversi monasteri del Cassinate, Farfa nella Sabina, San Vincenzo al Volturno, le città di Boiano e Isernia (anche se queste furono forse opera delle truppe mercenarie di Sepino), e ancora Alife, Telesa e Atina, con la fondazione della rocca di S.Biagio Saracinisco (forse da ascrivere alle imprese degli arabi di Puglia [Sawdan di Bari e Uthman di Taranto] anteriori di qualche decennio). Inoltre, avendo chiuso le vie di accesso a Roma, gli arabi imponevano tributi e riscatti a tutti pellegrini diretti alla città santa. Oltre alle scorrerie, gli arabi si dedicavano al consolidamento dei propri stanziamenti. Secondo quanto ci dice la cronaca di Liutprando, essi avevano creato sul Garigliano un vero e proprio nucleo di cittadella islamica, dove "custodivano donne figliuoli, prigionieri e bottino". Avevano cioè dato vita a nuovi nuclei familiari, probabilmente misti, e avevano fondato un centro forse anche dotato degli edifici chiave della città islamica: una sala di preghiera, se non una vera moschea, un serraglio e una bayt al-mâl, ossia una tesoreria dove si riponeva il bottino sottoforma di decime pagate dai fedeli e di tributi. Purtroppo di tutto ciò non è rimasta alcuna traccia, o per lo meno non è stata ancora trovata: una spedizione del Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma ha condotto una campagna di scavo sul Monte d’Argento, a Scauri (fino a qualche tempo fa ritenuto la sede dell’insediamento saraceno), ma non ha trovato alcun resto di questo sito, anche se l’accertamento di una continuità abitativa sul Monte, da tempi molto antichi, fa supporre che questo luogo sia stato utilizzato anche dagli arabi, se non altro, data la sua posizione altamente strategica, come punto di avvistamento. L’ipotesi dello storico locale Tucciarone della localizzazione dell’insediamento arabo in località "La Saracinisca" presso Suio è tutta da verificare sul campo, non potendoci basare, come abbiamo detto sopra, dei semplici indizi toponomastici.

Mentre dunque la colonia del Garigliano si sviluppava secondo le linee consuete (razzie e bottini), il Papa tesseva la tela di possibili alleanze anti-saracene: si segnalano diversi tentativi di snidare i saraceni dal Garigliano nel 903 (o 906) e nel 908, ma tutti falliti, in quanto mancava sempre l’apporto decisivo o di Napoli o di Gaeta, tradizionali alleati dei saraceni. Bisogna insistere, anche se abbiamo poche prove tangibili in proposito, sulla natura non solo politica, ma anche commerciale di questa alleanza: se è vero infatti che Gaeta e Napoli, così come la futura repubblica marinara di Amalfi, si sentivano minacciate da una parte dall’ingombrante potere ecclesiastico, dall’altra dalla presenza della flotta bizantina e dall’altra ancora dai tentativi dei duchi di Capua e Benevento di ottenere uno sbocco al mare, è altresì vero che, trattandosi di città marinare, la loro ricchezza proveniva principalmente dal commercio di scambio con le diverse sponde del Mediterraneo. I rapporti con le marinerie musulmane, nordafricane e siciliane, non potevano quindi che essere amichevoli, o per lo meno non conflittuali. Per Gaeta insomma rompere l’alleanza coi saraceni comportava dei grossi rischi per la sua economia, controbilanciabili solo dall’offerta di una maggiore sicurezza e stabilità sulle frontiere dell’entroterra. Cosa che, anche dietro sottoscrizione di trattati scritti, di fatto era speranza più precaria di un’anomala alleanza con gli "infedeli". Il Papa Giovanni X dovette quindi faticare non poco per riuscire a convincere Gaeta a partecipare alla lega anti-saracena. Questa riuscì, nel 916, a cacciare gli arabi, dopo circa due mesi di battaglia (il che ci fa capire di quale consistenza fosse la colonia del Garigliano). La cacciata dei saraceni dal cuore dell’Italia ebbe una grossa eco nel mondo cristiano, mentre fu ignorata dagli arabi. Non possiamo infatti considerare questa vittoria cristiana come decisiva nel plurisecolare scontro tra le due marinerie. Certo è che in seguito a queste vicende gli arabi rinunciarono ad insediamenti stabili nella penisola e in particolare nel Lazio (anche per motivi di politica interna), preferendo consolidare il controllo sulla Sicilia, e sfruttando invece i vantaggi del commercio. Sicuramente non mancarono ancora imprese piratesche, almeno fino al periodo delle crociate e all’ascesa delle marinerie Veneziane, Pisane e Genovesi, ma ora si tratta di scambi, amichevoli o conflittuali, "a distanza".

3. Le corrispondenze del papato

"...Il devoto popolo di Dio è oggetto di continua carneficina. Coloro che sfuggono al fuoco o alla spada [dei saraceni] soffrono la depredazione, divengono schiavi e subiscono l'esilio perpetuo. Le città, le fortezze, i villaggi, deserti dei loro abitanti, cadono in rovina e i vescovi disperati trovano rifugio solo nel santuario di Roma".

"Carissimo Imperatore, la spada [saracena] ci ha colpito nel profondo delle nostre anime"; così Papa Giovanni VIII, nell'876 invocava l'aiuto di Carlo il Calvo, e nell'877 descriveva i saraceni come filii fornicationis mentre i loro alleati italiani solo sunt nomine christiani.

L'emiro di Palermo poi risponderà al Papa ringraziandolo ed elogiandolo e proseguirà nello scambio dei prigionieri. Mentre pochi anni dopo Papa Adriano III scriveva a Hasan Ibn al-'Abbâs: "Lu Papa Adrianu Terzu, servo de li omni servi di lu Deu te saluta e ti dici, o Amir Maniu di Sicilia Alhasan filius di Alaabbas, ki ha capitatu la tua epistola, la quali era direkta per lu Papa Marinu, lu quali morio [...]. Dunka ego te ringrazio multu di illi cento sklavi ki hai ambulatu a lu Papa Marinu. Diko a la tua Dominazione, ki per lu annu ki vieni, spero di remeterti [altro denaro] per redimere li altri sklavi. Nos debemus stare sempre soci, per facere videre ki sum tuus amikus, kum la barca Napolitana te mandai una arka plena cum drappi de seta per facere vestita per te e per li tuoi filii. Intantu non habeo ki res plus dirti: te salutu multu [...]".

L'emiro di Palermo poi risponderà al Papa ringraziandolo ed elogiandolo e proseguirà nello scambio dei prigionieri.

I brani sono tratti da: R.TUCCIARONE I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell'Italia centro-meridionale, Gaeta 1991; e M.TALBI L'Émirat Aghlabide, Parigi 1966.

4. Bibliografia essenziale

Fonti antiche
- BALADHÛRÎ, Futûh al-buldân, edito da M.J. de Goje, Leyda 1866;
- Codex Diplomaticus Cajetanus, ediz. anastatica, 3 tomi, Montecassino 1969;
- ERCHEMPERTO, Historia Longobardorum, in "Monumenta Germanica Historica", Pertz Scriptores, t. III, Hannover 1939;
- L. HOSTIENSE, Chronica Sacri Monasterii Casinensis, Putetiae Parisiorum, 1668, anche in "Monumenta Germanica Historica", Scriptores, t. VII, Hannnover 1939;
- IBN AL-ATHÎR, Kâmil at-Tawârîkh, edito da C. J.TOrnberg, Leyda 1853-64;
- LIUTPRANDO, Antapodosis, in "Monumenta Germanica Historica" Scriptores, t. III;

Storici contemporanei
- M. AMARI, Storia dei Musulmani di Sicilia, I° ediz. Firenze 1858, II° Firenze 1935;
- G. E. CARRETTO - C. LO JACONO-A. VENTURA, Maometto in Europa, a cura di F.Gabrieli, Milano 1982;
- P. FEDELE, “La battaglia del Garigliano dell’anno 915”, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXII, Roma 1899;
- F. GABRIELI - U. SCERRATO, Gli Arabi in Italia, II° ediz. Milano 1985;
- M. TALBI, L’Émirat Aghlabide, Parigi 1966;
- G. MUSCA, L'emirato di Bari, Bari 1977;
- R. TUCCIARONE, I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell’Italia centro-meridionale, Gaeta, 1991.

Daniele Mascitelli e Giuseppe Cossuto @islamistica.com

Giuseppe Cossuto

Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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