| (estratto dalla tesi di dottorato di ricerca in “Storia del Cristianesimo e delle Chiese"). Titolo della tesi: "Aree cultuali e cicli agiografici della civiltà rupestre. I casi di S. Margherita e S. Nicola di Mottola (Taranto)".
DALLE CHIESE RUPESTRI ALL’HABITAT RUPESTRE: UN LUNGO ITINERARIO STORIOGRAFICO
1.1. Dalle cripte “basiliane” alla “civiltà rupestre”
L’attenzione degli studiosi al fenomeno rupestre pugliese si è soffermata, inizialmente, non tanto sui problemi dell’habitat quanto sullo studio delle grotte di maggiore dignità artistica ed architettonica, ossia, sulle chiese rupestri, ritenute espressioni della cultura e dell’arte di Bisanzio.
Il dibattito storiografico ai suoi esordi è stato influenzato dal pensiero ottocentesco di ascendenza romantica basato per lo più sulla spontaneità espressiva, e di conseguenza, sull’autonomia delle esperienze artistiche locali di contro a quell’assoluta influenza/tendenza delle teorie e dei moduli estetici di Bisanzio, in voga nelle province limitrofe dell’Impero bizantino.
Un eminente studioso francese, Charles Diehl, in merito, aveva ribadito, attraverso una nutrita documentazione, il carattere incontestabilmente orientale della fioritura artistica sviluppatasi in Calabria, Lucania e Terra d’Otranto, in un arco cronologico che va dall’Alto Medioevo fino al XIV secolo. Egli collocava questo fenomeno nell’ambito di una perfetta osmosi tra Oriente e Occidente, favorita dai viaggiatori, dai mercanti e, in particolar modo, dalle comunità monastiche insediatesi all’interno dei territori soggetti alla dominazione dell’Impero d’Oriente.
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