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Castelli Toscani

Nel tempo di Berta di Lotaringia
Contessa di Arles, Marchesa di Toscana

di Vincenzo Moneta

Lotario I (795 – 2 marzo, 855), Sacro Romano Imperatore, era il figlio maggiore dell'imperatore Ludovico il Pio e di sua moglie Irmengarda (o Ermengarda), figlia di Ingramm (o Ingerman), Duca di Hesbaye. E' il padre di Lotario II e il nonno di Berta.

In Toscana una discendente di Carlo Magno e i suoi rapporti con l’Impero Franco ed il papato, l’impero Bizantino ed il Califfo di Baghdad

Berta, nata fra l’860 e l’865, era la figlia di Lotario II re di Lotaringia (825-869) e di una nobile di nome Waldrada (friedelfrau o “sposa di gioventù).

Prima dell’880, Berta era stata data in matrimonio al conte lorenese Teobaldo che dopo gli sfortunati tentativi di Ugo, anch’egli figlio naturale di Lotario II e quindi fratello di Berta, per la conquista del regno del padre (880-85), aveva dovuto esulare presso il cugino Bosone di Provenza, divenendo conte di Arles. Da queste nozze nacquero quattro figli, destinati a svolgere ruoli importanti nella tormentata storia italiana di quegli anni.

Ugo (nato forse nell’881), fu re d’Italia, Bosone, fu marchese di Toscana, Ermengarda, divenne marchesa di Ivrea, avendo sposato Adalberto e Teutberga che andò sposa a Guarniero di Chalons.

Il matrimonio di Berta non durò molto per la prematura morte di Teobaldo (di cui non si ha più notizia dopo l’887). Rimasta vedova, Berta passò a seconde nozze con Adalberto II di Toscana, detto il Ricco, trasferendosi nella città di Lucca, allora sede dei Marchesi di Toscana.

Berta svolse  un’intensa attività politico-diplomatica oltre il contesto italiano ed europeo spingendosi fino alla corte di Baghdad.

I marchesi di Toscana presero parte attiva al “marasma” della vita politica  italiana di quegli anni, intervenendo nella disputa per l’assegnazione della corona imperiale.

Lucca aveva il controllo delle vie di accesso a Roma in particolare il Passo della Cisa, chiamato allora passo di Monte Bardone, e quindi poteva interferire sull’incoronazione imperiale chiudendo il valico all’aspirante alla corona imperiale (è infatti solo il papa, comunque eletto, che può incoronare l’imperatore).

SCAMBIO DI AMBASCERIE FRA BERTA DI TOSCANA ED IL CALIFFO DI  BAGHDAD  AL-MUKTAFI’

Nell’anno 905 del calendario cristiano e anno 293 dell’Egira, Berta di Toscana scrisse al califfo di Baghdad al-Muktafì, una lettera su seta bianca inviata  per mezzo di un eunuco.

Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso
Dio ti guardi, o re eccellente in autorità e potente in signoria, da tutti i  tuoi nemici, ti assicuri il regno, ti mantenga in salute nel corpo e nell’anima.
Io, Berta figlia di Lotario, regina di tutti i Franchi, ti saluto, mio signore re. Tra me e il re dell’Ifrìquiya vi era amicizia, perché io finora non  sospettavo che vi fosse sulla terra un re superiore a lui.
Le mie navi essendo uscite presero le navi del re dell’Ifrìquiya [16] il cui comandante era un eunuco chiamato Alì: lo feci prigioniero con centocinquanta uomini che erano con lui su tre navi, e rimasero in mio possesso per sette anni.
Lo trovai intelligente e pronto, ed egli m’informò che tu sei re sopra tutti i re, e benché molta gente fosse venuta nel mio regno, nessuno mi aveva detto il vero intorno a te eccetto questo eunuco che ti porta questa mia lettera.
Ho mandato con lui dei doni di cose che si trovano nel mio paese per tributarti onore e ottenere il tuo affetto: essi consistono in :cinquanta spade, cinquanta scudi e cinquanta lance, del tipo in uso presso i Franchi,venti vesti tessute d’oro, venti eunuchi slavi e venti schiave slave belle e graziose,dieci grandi cani contro i quali non valgono né fiere né altre bestie,sette falchi e sette sparvieri, un padiglione di seta[con tutto il suo apparato,venti vesti di lana prodotta da una conchiglia estratta dal fondo del mare da queste parti, dai colori cangianti come l’arcobaleno, che cambia colore a ogni ora del giorno, tre uccelli (del paese dei Franchi) i quali se vedono cibi e bevande avvelenate gettano uno strido orrendo e battono le ali, sicché si conosce la cosa, delle perle di vetro che estraggono senza dolore frecce e punte di lancia, anche se la carne vi sia cresciuta intorno.
Egli mi ha informata che tra te ed il re dei Bizantini che risiede a Costantinopoli vi è amicizia. Ma io ho signoria più vasta ed eserciti più numerosi: poiché la mia signoria comprende ventiquattro regni, ciascuno dei quali ha un linguaggio diverso da quello del regno che gli è vicino, e nel mio regno sta la città di Roma la Grande.
Dio sia lodato.
Mi ha detto di te che le tue cose procedono bene, riempiendo il mio cuore di soddisfazione, e io chiedo a Dio di aiutarmi a ottenere la tua amicizia e l’accordo fra noi per quanti anni io rimanga in vita: che ciò avvenga dipende da te. L’accordo è cosa che nessuno della mia famiglia, della mia parentela e della mia stirpe ha mai ricercato, né alcuno mi aveva mai informata intorno ai tuoi eserciti e all’eccellenza in cui ti trovi come mi ha informato questo eunuco che ti ho spedito.
Or dunque, o signore, sia su te per l’amor di Dio la salute più grande: scrivimi intorno alla tua salute e a tutto ciò che più abbisogni nel mio regno e nel mio paese per mezzo di questo eunuco ‘Alì: non trattenerlo presso di te, affinché egli possa portarmi la tua risposta: io aspetto il suo arrivo.
L’ho anche incaricato di un segreto che egli ti dirà quando vedrà il tuo volto e udrà le tue parole, affinché questo segreto rimanga tra noi, giacché non voglio che ne sia in possesso alcuno tranne te, me, e questo eunuco.
La salute di Dio più grande sia su te e sui tuoi e possa Iddio umiliare il tuo nemico e farlo calpestare sotto i tuoi piedi.
Salute.

Questo cospicuo complesso di doni ci conferma la presenza di grandi ricchezze alla corte di Lucca e del soprannome che ne derivava ad Adalberto II di Toscana: “Il Ricco”.

Il motivo per il quale l’ambasciatore Alì si trovava presso la “regina dei Franchi” era che egli, un eunuco di Ibn al-Aglahab, signore dell’Ifriquiya, era stato mandato da costui con le sue navi a compiere una spedizione contro i paesi dei Franchi e le regioni dei Bizantini ed era caduto prigioniero della “regina”, la quale se lo era riservato e lo aveva addetto alla propria persona. Rimase sette anni presso di lei e poi Berta lo mandò a Muktafì con una lettera scritta nella lingua dei Franchi.

La spedizione navale contro il paese dei Franchi e le regioni dei Bizantini, considerando che le tre navi saracene erano state catturate sette anni prima dell’invio dell’ambasciatore, potrebbe  essere avvenuta nell’898.

Una piccola flotta mussulmana, ma di navi non mediocri, se erano armate con almeno cinquanta uomini ciascuna, si era contrapposta alla flotta Toscana.

Questa è, forse, la prima menzione precisa di navi toscane in servizio di pattugliamento nel Tirreno, anche se facendo parte la Corsica del ducato di  Toscana, si può dedurre che dovesse pur esistere una flotta per i collegamenti fra isola e continente.

Probabilmente fra gli scopi dell’ambasceria di Berta di Toscana c’era quello  di allearsi con il califfo di Baghdad, sia contro l’emiro di Cordoba, sia  contro l’imperatore bizantino, tradizionali nemici di entrambi. Lo schieramento antibizantino, poi, era facilitato anche dallo stato incerto  dei rapporti fra Baghdad e Costantinopoli, sempre caratterizzati da una aggressività reciproca intramezzata da qualche tregua.

Il controllo politico su Roma, esercitato dal marchesato di Toscana opponeva Berta allo spirito egemonico di Costantinopoli, dato che i basilei non avevano abbandonato le loro pretese su Roma.

Altro importante motivo doveva essere quello di indurre il califfo di Baghdad ad ordinare all’emiro di Sicilia, suo vassallo, o di far tregua con  la corte di Lucca o comunque di concedere alle navi toscane degli “aman”, salvacondotti, che le assicurassero il viaggio  a protezione delle incursione delle navi arabe.

Il messaggero Alì, con la lettera di Berta, partì probabilmente dall’Italia verso la fine del 905 e giunse alla corte di Baghdad fra l’estate e l’autunno del 906. Fu un viaggio molto lungo, in quanto attraversare i domini aghlabidi nell’Africa settentrionale e l’Egitto, che si trovava allora in stato di ribellione, dovette presentare molte difficoltà.

Si presentò a Muktafì mentre questi era impegnato in una partita di caccia nei dintorni di Samarra . Il governo richiese qualcuno che potesse tradurre la lettera. Vi era nell’amministrazione del guardaroba del califfo, coll’eunuco Bishr, un Franco che sapeva leggere la scrittura di quel popolo; l’eunuco lo fece venire ed egli lesse la lettera e la tradusse in greco, poi fece venire Ishaq ibn Hunain che la tradusse dal greco in arabo.

Il califfo affidò la lettera di risposta all’eunuco Alì.

La morte, sulla via del ritorno, del messaggero che recava a Berta la risposta di Muktafì, alla quale indubbiamente sarebbero dovuti seguire altri scambi di messaggi, fece cadere nel nulla l’iniziativa della “regina dei Franchi”. Si chiusero così, intuizioni, speranze, progetti.

Anni 906 - 907

Nelle trattative per l’incoronazione imperiale di Berengario la maggiore opposizione venne da Lucca. I marchesi di Toscana temevano che l’elezione di Berengario portasse ad una limitazione dell’autonomia della marca Toscana.Il marchese Adalberto II fece occupare militarmente il Passo di Monte Bardone impedendo  il passaggio di Re Berengario diretto a Roma per essere incoronato imperatore. Berta fiancheggiò il marito nella lotta contro Berengario mantenendo contatti con le altre donne altolocate e con i personaggi più influenti dell’epoca.

Cercò a Ravenna, nella persona del vescovo Giovanni, informazioni sugli spostamenti di re Berengario, probabilmente per prevenirne le mosse.Di tutto questo abbiamo notizia in alcune lettere contenute nel “Rotolo opistografo Pio di Savoia” che raccoglie otto lettere.

Dalla quarta lettera veniamo a sapere che vi era stato un forte urto  tra l’arcivescovo Giovanni di Ravenna, il futuro papa Giovanni X e Berta di Toscana, superato tramite i buoni uffici di un vescovo Leone.

Nella lettera diretta a Berta, il vescovo Giovanni la informa delle consultazioni che stanno avvenendo nel territorio ravennate, fra i potentati locali e i messaggeri del marchese Alberico di Spoleto (marito di Marozia), aventi probabilmente lo scopo di  preparare il viaggio a  Roma di re Berengario, che in quel momento si trovava a Verona.

BERTA REGGENTE DEL POTERE MARCHIONALE

Il 17 agosto 915 moriva il marchese di Toscana Adalberto II ed a Berta veniva affidata la reggenza del  figlio Guido.

La morte di Adalberto II, fiero oppositore di Berengario, facilitò al re il raggiungimento del suo sogno imperiale. La via per Roma era libera. La via Francigena, con il punto nevralgico del Passo di Monte Bardone, non poteva essere sbarrata dall’erede di Adalberto II, Guido, che, anzi, dovette riconoscere ufficialmente il re e fargli atto di vassallaggio (probabilmente nel novembre, quando Berengario sostò a Lucca nel suo viaggio verso Roma, per l’incoronazione imperiale), se voleva ottenere l’investitura del marchesato.

Guido accompagnò a Roma Berengario, che, nel diploma del 15 dicembre 915, lo menzionò come “filiolus noster”.

Nell’anno 915 Berengario I verrà incoronato imperatore dal Papa Giovanni X.

Primavera Anno 920

La rappresaglia di Berengario cade sui marchesi di Toscana: Berta ed il figlio Guido vennero tratti in arresto e tradotti in custodia a Mantova.

Berengario tentò di eliminare, con un colpo di mano, probabilmente nel 920, la sua principale oppositrice, Berta di Toscana, prendendola sotto la sua custodia insieme al figlio Guido e traducendoli a Mantova, anche per garantirsi, una volta per tutte, la sicurezza delle comunicazioni fra le sue due capitali: Pavia e Roma.

Ma Berengario non aveva potere sufficiente per continuare nel suo tentativo di esautorare i marchesi toscani.

Il gesto non ebbe la forza di scuotere la fedeltà dei vassalli dei marchesi di Toscana, che si rifiutarono di consegnare la città e i castelli. Anche il vescovo di Lucca, Pietro II e i canonici della cattedrale esercitarono forti pressioni su Berengario in favore di Berta, dati gli stretti rapporti che intercorrevano fra la corte comitale ed il potere religioso lucchese.

L’imperatore si risolse a rimettere quasi subito in libertà i prigionieri.

... VERONA 7 APRILE 924

Il re e imperatore Berengario ucciso a tradimento

Meno di un mese dopo la distruzione di Pavia, mentre gli Ungari si allontanavano carichi di bottino, Berengario venne trucidato a tradimento mentre, solo e senza scorta, si recava a pregare nel silenzio notturno d’una chiesa veronese.

Dopo l’uccisione di Berengario Rodolfo di Borgogna fu incoronato re d’Italia.

Berta ed i figli, sempre attivi nella pretesa sulla corona d’Italia per Ugo di Provenza, erano naturalmente contrari a questa incoronazione.

Guido di Toscana, figlio di Berta, aveva nel frattempo sposato la patrizia romana Marozia, rimasta da poco vedova di Alberico, marchese di Spoleto.

Anche la fazione romana era quindi contraria a Rodolfo di Borgogna, unita alla corte del marchesato lucchese, non solo per l’acquisita e opportuna parentela, ma per gli stessi motivi di potere.

8 MARZO 925 - MUORE BERTA DI TOSCANA

“Il lasso di tempo che ci è dato di vivere non sempre è sufficiente a farci raggiungere gli scopi che ci prefiggiamo”

Berta morì a Lucca, l’8 marzo 925, senza aver potuto vedere realizzato quello che era stato il suo sogno più grande, vedere il figlio Ugo incoronato Re d’Italia.

L’ennesima trama, questa volta contro il re Rodolfo di Borgogna, si andò tessendo alla corte di Lucca in favore di Ugo di Provenza.

La sua riuscita portò finalmente Ugo sul trono ambito, ma Berta, la donna che con astuzia, tenacia, ostinazione, aveva più di chiunque altro lavorato a quel progetto, non ne vedrà l’esito, poiché Ugo sarà incoronato nel 926, poco più di un anno dopo la morte della madre.

Morì all’età di circa sessantatre anni, pochi mesi prima che scoppiasse la rivolta che lei aveva preparato e che portò Ugo alla corona d’Italia.

Nella cattedrale di Lucca,si trova la la lapide proveniente dalla sua tomba.

Questa tomba protegge il corpo sepolto della Contessa Berta, inclita progenie, benigna e pia, moglie di Adalberto duca d’Italia, fu anch’essa di stirpe regale e ne fu tutto l’ornamento. Nata nobile dall’eccelsa stirpe dei re Franchi, ebbe per avo proprio il re Carlo pio. Bella d’aspetto, più bella per il bene compiuto, la figlia di Lotario fu ancor più splendida per i meriti. Finché visse in questo mondo fu felice, e nessun avversario riuscì a prevalere su di lei. Con saggezza di pareri guidava molti governamenti, e sempre la grazia grande di Dio era al suo fianco.

Da molte regioni venivano molti conti a cercare la sua saggia e dolce conversazione. Fu sempre per gli infelici esuli la madre più cara e sempre aiutò col sussidio i pellegrini. Questa donna risplendente come sapiente e robusta colonna, virtù, gloria, luce di tutta la patria. L’8 marzo emigrò da questa vita; viva col Signore nella pace eterna. La sua morte rattrista molti per il dolore, le genti dell’Oriente e dell’Occidente sono in lutto, ora geme l’Europa, ora piange tutta la Francia, la Corsica, la Sardegna, la Grecia e l’Italia.

Voi tutti che leggete questi versi, pregate che il Signore le doni la luce eterna, e così sia. Morì nell’anno 925 dall’incarnazione del Signore, nell’indizione[5] XIII

[3] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.431.
[4] Isa Belli Barsali,  Guida di Lucca, II edizione, Lucca 1970, MPF, pag. 108.
[5] Indizione. E’ un sistema adottato nei documenti medievali per indicare l’anno e corrisponde a un ciclo di 15 anni, numerati progressivamente da 1 a 15. Il primo ciclo indizionale coinciderebbe con il III anno a. C. Per stabilire dunque la concordanza tra l’indizione e l’anno di Cristo si devono aggiungere tre unità agli anni di Cristo e dividere tale somma per 15. Il quoziente indicherà i cicli indizionali passati e il resto l’anno indizionale del ciclo in corso; se il resto è zero l’indizione è la quindicesima. Sembra che in origine tale computo fosse quinquennale e fosse legato a una forma di imposizione tributaria usata in Egitto; diffusosi poi in Occidente, divenne il sistema di computo più popolare, tanto da indicare anche da solo l’anno di Cristo nella documentazione. Anche per l’indizione si distinsero vari stili: l’indizione greca o bizantina. Inizia il 1° settembre, per cui per trovare la sincronia con l’anno comune bisognerà aumentare quest’ultimo di una unità dal primo settembre al 31 dicembre. Fu usata a Bisanzio, dalla cancelleria pontificia fino all’anno 1087, a Lucca, a Milano e si può trovare anche nei documenti regi del IX secolo. Oltre a queste esistevano l’indizione senese, l’indizione bedana, l’indizione bedana genovese, l’indizione romana. P. Brezzi – Storia d’Italia  - Dalla civiltà latina alla nostra repubblica – Vol 3, pag. 17, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1980,
[6] Isa Belli Barsali, Guida di Lucca II edizione, Lucca 1970, MPF Editore, pa. 61.
[7] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.432.
[8] Liutprando da Cremona, Antapodosis, in Liutprandi Opera, M.G.H., Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, ed. J. Becker, Hannover-Leipzig, 1915, II, XXXVIIII, pp. 54-55.
[9] Liutprando da Cremona, Opere Grandi Ritorni, Tutte le opere, La restituzione, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli - (891-969) a cura di Alessandro Cutolo, pag. 95. Valentino Bompiani, 1945.
[10] - Egira, (in arabo Higrat=partenza, trasmigrazione; Higrat an.Nabi=partenza del Profeta) parola con la quale per antonomasia si designa la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina (16 luglio 622 d.C) ove fondò la prima comunità islamica. Questa data fu scelta poi come inizio dell’era islamica o maomettana. L’anno musulmano essendo di dieci o undici giorni più breve di quello solare, il 293 ègira ha principio il 2 novembre 905 e fino al 21 ottobre 906. Hamidullah ha congetturato con grande verosimiglianza che l’arrivo dell’ambasciata ebbe luogo nel giugno 906. - Boccabianca G.M., a. Agnolotto et alii - Nuovissima Enciclopedia Illustrata, vol. III, pag. 126, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1958. G. Levi Della Vida – La corrispondenza di Berta di Toscana con califfo Muktafi pag. 24, in Rivista Storica Italiana, LXVI (1954), pp. 21,38. fasc. 1.
[11] Calendario cristiano. Per calcolare il tempo nel Medioevo si ricorreva alla convenzione dell’era, cioè a una successione di anni caratterizzata da un evento importante che ne costituiva il punto di partenza. Se ne usarono diverse. A Lucca fu usato lo stile della Natività o Romano. Fu detto anche anno nativitatis o anno domini e iniziava il 25 dicembre; coincideva con l’anno comune dal 1° gennaio al 24 dicembre, mentre anticipava di un’unità dal 25 al 31 dicembre. Fu usato, oltre che a Lucca, nella cancelleria carolingia, nello Stato Sabaudo insieme con lo stile dell’incarnazione, in Lombardia, in Liguria, in Romagna, e, tranne che per Firenze e Venezia nelle bolle pontificie, nel XIII e XIV sec., dove si sostituì a quello dell’incarnazione. P. Brezzi – STORIA D’ITALIA – Volume III – Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia – Istituto Geografico De Agostini – pp. 16,17.
[12] L’anno 293 dell’ègira ha inizio il 2 novembre 905 e finisce il 21 ottobre 906.
[13] Il 17° califfo abbaside, che regnò dal 902 al 908. - G. Levi Della Vida – La corrispondenza di Berta di Toscana con califfo Muktafi pag. 24,  in Rivista Storica Italiana, LXVI (1954), pag. 22. fasc. 1.
[14] ? il predicato (amîr al-mu’minîn) spettante al califfo in quanto è considerato capo temporale e religioso di tutti i musulmani. - G. Levi Della Vida – La corrispondenza di Berta di Toscana con califfo Muktafi pag. 24,  in Rivista Storica Italiana, LXVI (1954), pag. 29.
[15] Ibn al.Aghlab: propriamente Ibrâhîm ibn Ahmad, o suo figlio ‘Abdallâh ibn Ibrâhîm(874-903), della famiglia degli Aghlabiti (Aghiabiti o Aghlabiti), sovrani della regione che corrisponde presso a poco all’odierna Tunisia e Algeria orientale e che gli Arabi chiamavano Ifrîqiya, mutuando il nome latino di Africa. Essi occuparono la Sicilia nell’827. Questa dinastia fu fondata da Ibrahim ibn-el-Ahglab, figlio di Sebim el-Aghlab, il quale regnò dall’800 all’812; si susseguirono altri dieci principi fino a ca. 910. - G. Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), pag. 22.
[16] Ifrîqiya: Africa Settentrionale
[17] Dalla biografia di Muktafì composta dallo storico Ubaidallàh vi è una variante che dimostra che il dono surriferito non arrivò a Muktafì, e che nella lettera di Berta figlia di Lotario era detto: “Era mia intenzione mandare un dono con lui – e menziona per disteso i doni – e avevo radunato tutto ciò perché lo prendesse con sé, ma egli disse che temeva che il sovrano dell’Ifrìqya, suo signore, venisse a conoscenza di ciò e venisse a togliere i doni. Io spero che la cosa vada come egli dice, a Dio piacendo, e ch’egli mi riporti la risposta a questa mia lettera diretta te, perché gli ho fatto giurare di far ciò, con giuramenti e impegni quali tu stesso prenderai da lui perché egli faccia da messaggero tra noi. Tutto ciò che possa venirti in mente di averne bisogno, lo avrai, e anche tutto ciò di cui ho bisogno io nel tuo regno, te lo chiedo, e vi sarà tra noi un accordo, e io ti manderò tutti i prigionieri musulmani che possediamo” Dopo di ciò il testo corrisponde a quello dato sopra.
[18] Interessanti rilievi possiamo fare relativamente alla provenienza dei manufatti inviati in dono. Le armi potevano benissimo essere di fabbricazione toscana: le miniere dell’isola d’Elba e quelle del Monte Amiata erano a portata di mano, e di conseguenza la materia prima era a buon prezzo; la produzione di tali manufatti doveva essere piuttosto forte, se la duchessa poteva permettersi di inviare al Califfo cinquanta esemplari per ogni oggetto. E questo era un dono cospicuo, data la scarsa produzione di armi in Oriente, attestataci, per altra via, dai divieti(esistenti già al tempo di Carlomagno) dei Candiani di Venezia di esportare armi nel paese dell’Islam. - G. Mor – Intorno ad una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad in Arch. Stor. Ital. CXIII (1954), pag. 302.
[19] Molto probabilmente di origine bizantina sono le vesti intessute d’oro: queste stoffe pregiatissime, come attestano Liutprando da Cremona e le Honorantie pavesi, erano sottoposte a stretta sorveglianza ed il loro commercio formava un monopolio regio. Ma non è possibile precisare se Berta le ricevette attraverso il porto di Venezia o da quelli dell’Italia meridionale o direttamente da Costantinopoli, tramite il porto di Pisa. Preziosi furono i mantelli dipinti di porpora, di provenienza bizantina e acquistati a prezzo sostenuto dai viaggiatori che si recavano a Bisanzio. Fra questi ricordiamo Liutprando da Cremona, al quale sarà rimproverato di andarsene in giro con vesti troppo sontuose e capi adatti a un gran signore o a un mercante bizantino ma indegni di un servo di Cristo. Per cui, nonostante le proteste, gliene saranno confiscati ben cinque.  Tuttavia egli deve averne comperati molti di più. Infatti di un certo numero, di fattura più modesta, gli verrà consentito di fare sfoggio, ma forse egli si decise a venderli. Ce ne resta la prova in un’autorizzazione specifica alla vendita e all’esportazione dei mantelli purpurei mediante un apposito sigillo plumbeo. L. Gatto, Vita quotidiana nel Medioevo, pag. 24, Editori Riuniti, Roma, 1997.
[20] Quasi certamente dal mercato veneto provenivano gli eunuchi e le schiave slave, poiché sappiamo che la piazza veneziana era quasi l’unica fornitrice di tale “merce”.
[21] Di provenienza nordica dovevano essere i “grandi cani contro i quali non valgono né fiere né altre bestie”: a Pavia arrivavano, con collari d’argento, dalla lontana Anglia, come parte del pagamento forfettario delle dogane già fin dall’epoca longobarda, ed è più che probabile che la Camera regia, a cui di diritto andavano, li mettesse poi in vendita per realizzarne il valore. Le notizie relative alle stoffe pregiate ed ai grossi cani si desumono dalle Honorantie civitatis Papiae e dal commento fattone da A. Solmi, l’Amminstrazione finanziaria del Regno Italico, Pavia 1932
[22] La fabbricazione dei tessuti di seta, fiorentissima nell’Estremo Oriente, trovò un centro operoso in Bisanzio dopo che, nel 539, due monaci vi ebbero introdotto due bachi trafugati in Cina.
[23] Indice di un commercio tirrenico sono, invece, le venti vesti prodotte con le fibre della Pinna nobilis: l’Inostrancev ha rilevato che tale conchiglia (e quindi la relativa industria dell’estrazione della fibra o del succo per colorare il tessuto) si trova solo nei mari di Sicilia e di Spagna, e che la così detta lana penna era pregiatissima nel Medio Evo. - G. Mor – Intorno ad una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad in Arch. Stor. Ital. CXIII (1954), pp.. 302, 303.
[24] E noto che il possesso di Roma, per tutto l’alto Medio Evo, aveva un significato di pretesa al dominio universale che trovava la sua espressione nel titolo imperiale che portava  come conseguenza l’esercizio della giurisdizione su Roma. Quando Berta scriveva  la lettera al califfo, dopo il 903, la situazione interna di Roma si era evoluta in favore della corte Toscana. G. Mor – Intorno ad una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad in Arch. Stor. Ital. CXIII (1954), pp. 299-312.
[25] Letteralmente: “La Massima”. ? un epiteto frequentemente attribuito a Roma in scritti arabi dell’età medievale, ed è certamente di origine bizantina. Se esso si trovasse nell’originale latino della lettera di Berta non può naturalmente accertarsi. - G. Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), pag. 27.
[26] L’interpretazione è talvolta errata, come quando si fa del messaggero ‘Alì un eunuco dell’Aghlabide Ziyâdatallâh, mentre egli era stato catturato prima dell’ascensione al trono di costui; o come quando si afferma che le navi saracene si scontrarono con quelle di Berta mentre muovevano contro “i paesi dei Franchi e le regioni dei Bizantini” mentre in realtà Berta dice di essere stata lei l’assalitrice; o come quando si attribuisce a Berta un richiesta di matrimonio col Califfo. - G. Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), pag. 32,33..
[27] - G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.434.
[28] G.Mor – Una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad – pag. 308,309, Arch. Stor. Ital. CXIII (1954).
[29] La flotta, lanciata nel VII secolo da Othman, terzo califfo, non riuscirà a sostenere una efficace guerra di corsa. Gli arabi, come è comprensibile, avevano scarse tradizioni marinare e quando si trovarono di fronte al Mediterraneo ed intuirono le enormi possibilità, in conquiste e bottino, date dal possedere una valida flotta, si adoperarono per apprendere le tradizioni di latini e bizantini. Adottarono le tradizionali galere a vela latina, con molti remi ed ancoraggio anteriore e posteriore. Anche le tecniche di navigazione nel Mediterraneo alto medievale, erano le medesime sia per i musulmani che per i cristiani. La scelta tattica che li rese ben presto padroni dei mari, grazie anche al vuoto lasciato dal mondo latino ancora allo sbando, consisteva, secondo la tradizionale strategia araba, nell’evitare ad ogni costo le grandi battaglie navali; gli scontri erano atti di pirateria, scorrerie, raids di indubbia efficacia, come l’azione che portò nell’estuario del Tevere, nell’846, una flotta di 73 navi, con 11000 uomini e 500 cavalli. La recrudescenza delle incursioni coincise con la nascita di una vera e propria geografia islamica che risale ai primi califfi abbasidi (IX secolo). Avevano carte nautiche avanzatissime, particolareggiate, precise. E, naturalmente, sapevano navigare. Il centro originario della scuola geografica diviene la nuova capitale Baghdad, che vede, presso la “Casa della sapienza” la traduzione araba dei massimi autori greci, da Tolomeo a Marino di Tiro. La geografia che da essa promana è una fusione di tradizione coranica e di eredità classica, ed è per questo che possiamo definirla “greco-islamica”. Qualche decennio più tardi un’altra città dell’impero abbaside, e questa volta la persiana Balkh, vide nascere  una seconda scuola, che si trovò  a sposare alcuni dogmi del credo coranico con rapporti autoctoni, detta pertanto “irano-islamica”, famosa per la creazione di una concretissima geografia e relativi itinerari. Entrambe le scuole sentirono il bisogno di riprodurre graficamente il mondo intero nel perfetto circolo di planisferi che presentano terre emerse e mari interni (e fra questi il Mediterraneo), abbracciati da un anello liquido, ossia l’Oceano Circondante e, quindi, da un secondo anello solido, cioè i leggendari monti Qaf. Ma al mappamondo seguono inevitabilmente le carte parziali della terra allora conosciuta, una delle quali non può non riguardare quel mare aperto agli Arabi sin dalla battaglia di Yarmuk, e quindi da essi navigato lungo le coste meridionali fino alla  conquista del Maghreb e della Spagna (VII secolo). Le prime immagini variamente stilizzate del Mediterraneo provengono dalla scuola irano-islamica, per cui questa via d’acqua rappresenta, assieme al Maghreb, l’estrema “manica del gran caffettano che è l’impero abbaside”. Ma bisogna aspettare il grande innovatore cartografico del X secolo, Ibn Hawqal, perché l’Arcipelago Toscano, la Sardegna e le coste toscane abbiano raffigurazione degna sulle acque del nostro mare. Attraverso i secoli seguenti la letteratura geografica musulmana delinea sempre più particolareggiatamente il Mediterraneo e in esso individua con maggiore precisione le coste della Toscana e della Sardegna, fino a dare di esse immagini di rara perfezione nel periodo che va dal XII al XVI secolo. I vascelli turchi e barbareschi s’accanirono contro le coste della Liguria e della Toscana con particolare virulenza dal medioevo sino ai primi anni dei XIX secolo. Sbarcavano spesso con il favore della notte, quando il novilunio li metteva al sicuro sotto una coltre impenetrabile di buio. Ma altrettanto spesso, quand'erano  in forze, le loro imbarcazioni, galee e sciabecchi e altri legni spinti dai remi oltreché dal vento, sfidavano le guarnigioni in pieno giorno. Erano marinai che conoscevano il Mediterraneo a menadito. Sfruttavano l’alito di Eolo e i “fiumi” del mare, le correnti, per navigare veloci e dopo le scorrerie a terra, velocemente riprendevano il largo. La Maremma e le isole tutte dell’Arcipelago Toscano vissero per secoli tra paure, incubi e lutti provocati da questi abilissimi corsari. Questi conoscevano ogni anfratto della costa, ogni cala ridossata, ogni bassofondo, ogni spiaggia. Sapevano dove potevano dar fondo all’ancora, dove sbarcare, come avrebbe girato il vento. - M. Pinna, sta in La Nazione -“Il Mediterraneo e la cartografia musulmana”, giovedì 9 aprile 1998 – a cura di Riccardo Fontani, Firenze.
[30] G. Mor – Una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad  pag. 310, Arch. Stor. Ital. CXIII (1954).
[31] Surra man ra’ ?, “si allegra chi vede”, è l’alterazione artificiosa che fu fatta del nome di S?marr?, un villaggio a nord di Bagdad dove nell’836 il califfo Mu’tasim fece sorgere un sontuoso complesso di parchi e di edifici che per poco più di trent’anni servì di residenza ai califfi e poi fu gradatamente abbandonato. - Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), pag. 26.
[32] La “scrittura franca”  è un termine che si riferiva, nell’uso linguistico arabo, all’Europa occidentale in quanto si distingueva etnicamente, politicamente  e culturalmente dall’Impero Bizantino e dalle regioni abitate dagli Slavi. Ovviamente il termine si diffuse in seguito all’espansione del regno franco (è verosimile che la prima notizia ne sia giunta agli Arabi d’Oriente dalla Spagna musulmana), e il suo uso attestato fin dal sec. X almeno  dimostrava  l’erronea l’affermazione, spesso ripetuta, che esso sia venuto in uso in seguito alle Crociate. La lettera di Berta ci è giunta attraverso due traduzioni: dal latino in greco e dal greco in arabo. - G. Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), p. 22
[33] L’epistolografia ufficiale islamica ha come norma la ripetizione quasi letterale del documento al quale si risponde.
[34] G. Levi Della Vida, La corrispondenza di Berta di Toscana col califfo Muktafì, in Rivista storica italiana, LXVI (1954), pp. 21-38; ma cfr. anche Mor C.G,  Intorno ad una lettera di Berta di Toscana al califfo di Bagdad, in Arch. Stor. Ital. CXIII (1954), pp. 299-312, infine vedi Mor, Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 9, Roma, 1967. pp. 431-434, in particolare a p. 434.
[35] Gli anni di regno della dinastia degli Abbasidi furono il periodo della civiltà islamica passato alla leggenda come quello delle Mille e una notte. Questa collezione di favole e di romanzi popolari forma l’antologia di scritti arabi più famosa nel mondo. I racconti di ambientazione medievale, traggono origine da molte fonti, tra cui quelle indiane, ma hanno un’atmosfera islamica e contengono molti particolari della vita che si conduceva al Cairo. Benché Harun al-Rashid, il quinto califfo della dinastia Abbaside, appaia come personaggio in numerose fiabe, esse furono scritte e ambientate in un tempo molto posteriore. – A.Atmore, P. Avery, et alii. La storia dell’uomo, pag. 151, Selezione del Reader’s Digest, Milano, 1974
[36] Gerusalemme, (in ebraico Jerushalavym) città proclamata, nel 1950, dallo Stato d’Israele cap. della Repubblica. (L’internazionalizzazione della città, votata dall’O.N.U., non è stata riconosciuta né da Israele, né dalla Giordania). E situata a S del Monte della Tentazione, a 750 msm. Città santa degli ebrei, cristiani e musulmani, divisa in 4 quartieri secondo le varie religioni) (islamica, cristiana, ebraica e armena). Sul monte Calvario è eretta la chiesa del S.Sepolcro, divisa fra le varie religioni e culti cristiani. La costruzione della chiesa fu iniziata dall’imperatore Costantino nel 325 d.C  e la città portò il nome grecizzato di Hierosolym. Nel III sec. a.C. Gerusalemme fu abitata dai Gebusei poi dagli Ebrei. Distrutta nel 586 a.C. da Nabucodonosor, fu nuovamente distrutta da Tito nel 70 d.C. Distrutta e ricostruita  col nome di Aelia Capitolina da Adriano nel 132. Questa città aveva in comune con la Gerusalemme precedente solo il sito e qualche basamento del tempo di Erode. Occupata dagli arabi nel nel 637; nel 972 passò sotto il dominio dei Fatimiti,  dinastia araba fondata alla fine del sec. IX da un  Ubaidallah, proclamatosi Califfo discendente di Fatima. Nel 1076 fu occupata dai Turchi Selgiuchidi. Fu sede del regno latino di Gerusalemme dal 1099 al 1187. Passò sotto il dominio dei musulmani d’Egitto, poi sotto i Turchi nel 1517. Durante la G.M.I fu occupata dagli Alleati. - M Boccabianca, A.Agnolotto, et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata, volume terzo , pag. 539, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1958.
[37] Harun-el-Raschid pose sotto la sua protezione tutti i pellegrini in Terrasanta e concesse a Carlomagno di costruire un ostello a loro destinato nella stessa città santa. Sfortunatamente l’intesa durò fino al 996 quando salì sul trono del Cairo un califfo fatimide undicenne: Abu Mansur al-Hakim, passato alla storia col nome di Hakim il Pazzo. - J.M. Landay – La moschea di Omar – pag.75, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1969.
[38] Le lame franche furono le più affilate e ricercate: ad esse fu destinato quasi tutto il quantitativo di ferro disponibile. Pertanto gli strumenti agricoli furono sovente in legno e raramente in ferro .Le  asce e gli  arnesi dei tagliatori di pietra, dei carpentieri e dei  “maestri d’ascia” non potevano tuttavia che essere di ferro, ciò che li rendeva rari e costosi. L. Gatto, Vita quotidiana nel Medioevo, pag. 23, Editori Riuniti, Roma, 1997.
[39] A. Barbero – Speciale Carlomagno - Traffico d’armi, pag. 106 –Sta in Medioevo,  Anno II,  n. 1 (12) gennaio 1998 – Editore De Agostini – Rizzoli Periodici,  Milano.
[40] Rotolo opistografo di Antonio Pio di Savoia (Opistografo: detto di codice, di papiro scritto su entrambe le facciate) . S. Loewenfeld, Acht Briefe aus der Zeit Konig Berengars gedruckt und erlaütert, principe Antonio Pio di Savoia, in Neues Archiv, IX [1833], pp. 515-539.
[41] L’arcivescovo di Ravenna è autore di sei delle otto lettere contenute nel rotolo opistografo Pio di Savoia (la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, l’ottava) e non sembra che agisse di propria iniziativa, ma, che almeno in una determinata fase, facesse da tramite fra Berengario e papa Sergio III, autore della settima lettera. Nell’ottava lettera di Giovanni di Ravenna, che accompagnava quella del papa, diretta al vescovo di Pola, l’andata a Roma di Berengario è prospettata come cosa del tutto certa e vicina, e non più subordinata a condizioni di sorta (“sapiatis certissime quia Berengarius rex Romam vadit et nos cum illo”: Loewen-feld, p. 539). Solo la morte di Sergio III (911) può avere mandato a monte il progetto. Dalla quarta lettera si può però desumere che già qualche anno prima (906-907?) Berengario era stato sul punto di partire per Roma. In questa lettera, Giovanni di Ravenna informa la marchesa Berta di Toscana, dopo un’allusione ai passati dissapori fra di loro, dei movimenti in territorio ravennate di due messi del marchese Alberico di Spoleto, che apparivano in contrasto con gli interessi dei marchesi Toscani; non appena i due messi sarebbero stati di ritorno a Ravenna il vescovo Giovanni avrebbe scritto di nuovo a Berta per informarla di ciò che era venuto a sapere. Alcuni nobili fedeli a Berengario e ad Alberico di Spoleto stavano tramando qualcosa che Giovanni cercava di scoprire per poterne poi informare i marchesi di Toscana. Berengario si preparava nel frattempo a lasciare Verona, per dirigersi a Roma, e il vescovo Giovanni riteneva di dover mettere Berta sull’avviso. Si può quindi desumere che Giovanni si stava riavvicinando a Berta ed Adalberto dopo un periodo in cui fra di loro i rapporti erano stati cattivi. (Più tardi, divenuto papa, Giovanni X, sarà ucciso da Guido, figlio di Berta ed Adalberto, spinto dalla consorte Marozia).Nella terza lettera, indirizzata alla figlia di Berengario, monaca e più tardi badessa del monastero di S.Giulia in Brescia, Giovanni lasciò cadere l’indiscrezione sul previsto viaggio di Berengario a Roma, accennando ad un movimento delle truppe di Adalberto di Toscana e di Alberico di Spoleto fra Lucca e Parma, dove c’era un esercito.  In un’altra lettera, l’arcivescovo Giovanni informa una persona vicino a Berengario degli appostamenti militari, che sembrerebbero rivolti verso di lui, dei marchesi di Toscana e di Spoleto, in un punto nevralgico della strada che da Pavia, attraverso il passo di Monte Bardone (l’attuale Cisa), portava a Lucca e a Roma.Dalle altre lettere, una diretta a Berengario stesso, si può desumere l’inserimento nel gioco politico del re, che gli avrebbe valso la corona imperiale. Treccani, G.Berengario Dizionario Biografico degli Italiani – Istituto dell’Enciclopedia Italiana- Roma, pag. 22, vol. 9 (coll. 920.045).
[42] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.433.
[43] Tule o Thule. La terra più lontana. Terra favolosa, nominata da geografi antichi (e anche da Virgilio nelle Georgiche) come la più settentrionale del mondo: potrebbe corrispondere all’Islanda o a un punto estremo del Nord della Norvegia. Oggi nome di una stazione danese della Groenlandia occidentale, fondata da Rasmussen nel 1909, a 76°23’ di lat. N. G.M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata ,vol. terzo, pag. 37. Istituto Editoriale Italiano, Milano 1957.
[44] Isa Belli Barsali – Guida di Lucca – II edizione 1970, MPF editore, Lucca, pp.. 61 -62
[45] P. Brezzi  Storia d’Italia – Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, vol. III, pag. 48–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia - (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.
[47] Anche per questi avvenimenti la cronologia è quanto mai controversa: Liutprando da Cremona (Antapadosis, III, 12) parlando dell’offerta della corona italica ad Ugo, dopo l’esperimento di Rodolfo II di Borgogna, accenna ad un tentativo del provenzale al tempo di Berengario e terminato appunto con una fuga, mentre Costantino Porfirogenito (De administrando imperio, XXVI), male interpretando o Liutprando o una fonte italica simile, pone la prima comparsa di Ugo nel 923. Ma da ciò che risulta dai diplomi berengariani, dal marzo 922 al giugno 923 B. rimase in Verona e vi tornò subito dopo la sconfitta di Fiorenzuola d’Arda. Altri (De Manteyer, Fasoli) pensarono al 912, legando il tentativo di Ugo all’arresto di Berta e del figlio Guido, che, però, Liutprando (Antapadosis, II, 55) pone (paulo post) l’assunzione di Guido alla carica di Marchese di Toscana. L’infedele Bosone (I diplomi di Berengario I, XCI, 19 settembre 913) non può esser il fratello di Ugo, che non aveva rapporti di vassallaggio con Berengario. E d’altra parte se l’arresto di Berta e Guido – contro la testimonianza di Liutprando – si dovesse porre al 912-13, non si capisce perché non sia stato arrestato anche il marchese Adalberto. Al 916 non è neppur possibile di pensare: fino al dicembre dell’anno precedente  i rapporti del re con Lucca furono più che cordiali (Guido è detto addirittura: filiolus), un arresto per i fatti del 912 sarebbe tardivo. Rimane quindi plausibile proprio l’estate del 919 a cui seguì nell’ottobre la puntata su Ivrea e nella primavera del 920 l’azione dimostrativa su Lucca: dal giugno 920 al febbraio 921 Berengario rimase tra Pavia, Mantova e Verona. - G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.433.
[48] Liutprando da Cremona, Opere, Grandi Ritorni, Tutte le opere, La restituzione, Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.102-103, Bompiani, Milano.
[49] Liutprando, Antapodosis, lib. Cap. 55, p. 63.
[50] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica – Vol. III, pag. 48 – Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250) – Istituto Geografico De Agostini – Novara – 1980.
[51] M.Milani – Storia d’Italia a puntate, n.° 5, Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 82. Sta in STORIA Illustrata, A. Mondadori Editore, n. 246,maggio 1978.
[52] Liutprando da Cremona – Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione, Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli - (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.106 – 108, Bompiani Editore, Milano.
[53] - G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, Costantino Porfirogenito, De administrando imperio, cap. 26, p. 110, 41-53. pp. 431-434.
[54] Liutprando da Cremona, Opere, Grandi Ritorni, Tutte le opere, La restituzione, Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo, Editore Valentino Bompiani, Milano, 1945.
[55] P. Brezzi Storia d’Italia – Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, Vol. III, pag. 48 – Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia - (800/1250), Istituto Geografico De Agostini,  Novara, 1980.
[56] “E questo miserabil fine ebbe l’imperador Berengario, principe, a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza, e nell’amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perché ho avuto sotto gli occhi, e poi stampato uno strumento originale, esistente nell’archivio dell’arcivescovato di Lucca, con queste note:  Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. [Regnando il nostro signore Berengario per grazia di Dio augusto imperatore, nel nono anno del suo impero dodicesimo delle calende di aprile, dodicesima indizione.] Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Fliberto Scavino e Pietro Vescovo di Lucca, con avere Guido duca inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell’augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura, che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell’anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l’anno ottavo e non già il nono del suo imperio. Ma se è così, veniamo ad intendere che la di lui incoronazione romana si ha da riferire al Santo Natale dell’anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch’egli anche in questo fallò, né ci è permesso di ìcrederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando restava tuttavia a’ tempi suoi in Verona davanti ad un chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che per quanto fosse lavata con vari liquori, mai non perdé quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane appellato Milone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, aveva voluto Milone mettergli le guardie; ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacché non poté difendere il suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese l’iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l’uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola.”. - Muratori L.A, Annali d’Italia, anno CMXXIV STORIA D’ITALIA – VOLUME III Pag. 44 - Paolo Brezzi, Storia d’Italia, Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia (800/1250), Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1980.
[57] sculdascio: capo di una circoscrizione territoriale, con autorità civile e militare.
[58] Antonio Erba nel suo romanzo storico lo definisce:“Re d’Italia senza regno e imperatore senza impero”, Todariana Editrice,  Milano, 1994.
[59] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.434
[60] Nell’antico diritto feudale germanico, la signoria assoluta e a un tempo difesa e protezione, che il capo della famiglia (detto munduàldo) esercitava su altre persone a lui soggette, come la moglie, i figli, i servi, ecc. Vedi E. Cortese, Per la storia del mundio in Italia, in Rivista italiana per le scienze giuridiche, III, sez. III (1955-56). pp. 323-474, su questo argomento rif.anche M. Bellomo, La condizione giuridica della donna in Italia, Vicende antiche e moderne, Roma, 1970, pp. 25 ss. B. Andreolli, Uomini nel Medioevo - Patron Editore, Bologna 1983.

Vincenzo Moneta

Vincenzo Moneta, attraverso le più svariate forme di comunicazione (fotografia, video-cinema, teatro, pubblicazioni) ha realizzato presso province, comuni, quartieri, circoscrizioni, associazioni,scuole di ogni grado, in centri sociali e di recupero (comunità terapeutiche, carceri) originali proposte culturali tese a rimuovere il dilagante isolamento esistenziale del nostro tempo.

Le sue ricerchee documentazioni foto-cinematografichefrutto di esperienze maturate attraverso il suo accostarsi alle più diverse situazioni umane a contatto diin ogni realtà sociale cercando di comprenderne l’intima realtà lo portanoa realizzare una sorta di teatro maieutico.

Questo “Teatro dell’Essere” mirando alla partecipazione ed al coinvolgimento degli “attori” in un processo di ricerca della propria “immagine” stimola l’espressività creativa di ognuno anche superando il rigido schematismo della separazione palco-platea, per arrivare ad una conduzione corale dello spettacolo.

La teatralità e il giocointesi come ricerca ed analisi, come creatività e comunicazione con gli altri, possonoallora diventare un mezzo di comunicazione e di socializzazionefra individui di ogni età, cultura e posizione sociale.

I suoi viaggi ai quattro angoli della terra con l’incontro con culture e codici diversi di vita, a contatto diogni realtà sociale cercando di comprenderne l’intima realtà, sono alcune delle testimonianze della sua attività trasferite in foto,video e pubblicazioni che hanno cercato, stimolato, sostenuto e valorizzato la personalità dell’individuo come patrimonio di informazioni, cultura, tradizione e memoria storica:

- Reportage dall’India,
- Dieci anni di Campi Giochi,
- Un percorso nel carnevale,
- Dalle radici dell’uomo all’adolescente di oggi,
- La Vita Sta dove “l’anziano di oggi che ci racconta l’esser giovane di ieri stabilisce un contatto con la memoria ed un indispensabile contributo di esperienza offrendo ai nostri giovani termini di paragone preziosi e ben definiti, in un terreno di confronto essenziale per la crescita della comunità”.

“Berta di Toscana e il suo tempo”…una discendente di Carlo Magno e i suoi rapporti con l’impero d’Occidente ed il papato, l’impero Bizantino ed il califfo di Baghdad”

Ha partecipato a festivals, manifestazioni culturali, proiezioni, conferenze, dibattiti, mostre e concorsi fotografici e cinematografici nazionali e internazionali, anche di prestigioso livello, riportando numerosi primi premi ed una lunga serie di riconoscimenti della validità dei suoi lavori,sia sul piano dello stile che su quello dei contenuti.

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