ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Una gustosa facezia medievale sull'identità italiana d'Oriente

di Giuseppe Cossuto
Raffigurazione di Poggio Bracciolini

Durante il convegno internazionale Con gli occhi della globalizzazione. I nuovi studiosi e le migrazioni italiane (organizzato dal centro Altreitalie Fondazione Agnelli, Torino, 5-6 VII 2007 e con atti pubblicati da Maddalena Tirabassi, su Altreitalie, 36-37, 2008) un giovane studioso (forse un sociologo) fece un’interessante obiezione riguardo l’inesattezza nel definire “italiani” gli abitanti di origine “italiana” delle colonie italiane (chiedo perdono per la ripetizione necessaria) del Mar Nero nel periodo delle repubbliche marinare. L’”identità” di costoro, secondo il giovane, non sarebbe stata “italiana”, ma “italica”, in quanto non era ancora stata compiuta l’unità nazionale.

All’obiettore (si sarà capito che la puntualizzazione era rivolta al sottoscritto) risposi contestualmente adducendo la documentazione (se ne troveranno i dettagli in “L’italianità trasformata: la caduta di Caffa e gli italiani della ex colonia tra Khanato di Crimea e Impero Ottomano”, Altreitalie, 36-37, 2008, pp. 163-179) relativa al fatto che, nonostante l’appartenenza politica differente, gli “italiani”, erano considerati una sorta di sott’insieme dei “franchi” e non si poteva limitare l’”italianità” alla storiografia unitaria o anti-unitaria (così di moda ai nostri giorni), ma bisognava basarsi innanzitutto sui documenti d’epoca.

In poche parole la risposta fu (vado a memoria): chi era “italiano” nel XIII-XV secolo ce lo dicevano i documenti (specialmente quelli di cancelleria) e le cronache coeve e non le speculazione storiografiche. Ed i documenti di varia origine (si veda l’articolo sopra indicato) ci descrivevano un’”italianità” molto complessa e in trasformazione ma, e questo è importante, “isolabile”, distinguibile cioè dalle altre compagini umane con loro interagenti.

 Ed è un’italianità anche “caratteriale”, della quale, nel bene e nel male, secoli dopo abbiamo conservato alcuni tratti distintivi, quali la scaltrezza. Tanto da ben essere ricordati nella satira.

Uno degli esempi più divertenti di questo “indicatore di italianità” collegato all’italianità d’Oriente lo riporta Poggio Bracciolini (Terranova 11 febbraio 1380 - Pian di Ripoli 30 ottobre 1459), il noto copista e calligrafo (tra l’altro), ideatore della “scrittura umanistica”, spirito libero suo malgrado costretto a vivere (per sopravvivere) negli ambienti viziosi e corrotti della Curia romana dell’epoca, rimane pur tuttavia un propugnatore della riscoperta dei “classici” e della “latinità”, oltre che di un rinnovamento evangelico basato sullo studio “filologico” delle Sacre Scritture.

Statua di Papa Eugenio IV
duomo di Firenze

Bracciolini era altresì un appassionato di “esotico”, tanto da accettare di buon grado la commissione da parte del Papa Eugenio IV di dedicare un intero libro (il quarto) del suo De Varietate Fortunae (1448) ai viaggi al chioggiotto Niccolò de’ Conti (1395-1469) verso i confini del mondo.

Personaggio scomodissimo (e anch’esso tipico “italiano d’oriente”), il de’ Conti. Aveva definito il sud-est asiatico come “superiore a tutte le altre regioni per ricchezza, cultura e magnificenza, e al pari dell’Italia per civiltà”. Principalmente mercante era vissuto inoltre ben 25 anni a Baghdad, imparando l’arabo e, in seguito, il persiano. Poco male, se non fosse che il viaggiatore italiano (e sì!) aveva abiurato il Cristianesimo per convertirsi all’Islam.

Ritornato in Italia per sfuggire al colera che imperversava al Cairo, dove risiedeva, si accrebbe il problema della sua apostasia. Sembra che la pena inflitta al de’ Conti per la sua conversione all’Islam sia stata proprio quella di narrare la sua storia a Poggio Bracciolini. Fortunatamente per noi.

Bracciolini, intanto, tra il 1438 ed il 1452, raccoglieva “facezie” e novellette che sarebbero andate a costituire il suo Liber Facetiarum, dove ne troviamo una alquanto gustosa sugli italiani d’oriente e sul loro rapporto con i greci di Costantinopoli.

Il periodo durante il quale Bracciolini scrive le sue facezie è oltremodo complicato, almeno per ciò che concerne i rapporti tra le due maggiori compagini italiane (veneziani e genovesi) e l’oramai in via di scomparsa (almeno politica, in varie forme sopravviverà nelle istituzioni ottomane e in quelle balcaniche, come da antica ma non datata lezione di Nicolae Iorga in Byzances après Byzances) Impero bizantino.

Le colonie genovesi del Mar Nero, in particolare, sono attanagliate dalla giusta preoccupazioni di tenersi buoni gli ottomani, i tatari e i vari signori locali con i quali commerciano. Per fare ciò devono necessariamente invischiarsi nelle beghe politiche internazionali (e sono “internazionali” anche i piccoli principati greci come Theodoro-Mangup), ed agire di conseguenza, spesso contestualmente, e in contrasto con gli interessi generali della madrepatria.

La colonia di Pera in questo periodo ed in quelli immediatamente antecedenti, in linea generale, propende per un aperto filo-turchismo. Venne addirittura costruita una torre all’interno delle mura di Pera, istoriandoci sopra le insegne ottomane (si veda al riguardo Sandra Origine, Bisanzio e Genova, Genova, 1992) e quindi, per questo atto di aperta connivenza con i turchi, i peroti furono severamente ammoniti dal governo centrale della madrepatria.

In questo clima non erano rare le risse sanguinose tra peroti e greci di Costantinopoli che potevano scoppiare anche per motivi diversi, quali l’esercizio dei diritti di pesca, come avvenne alla metà del XV secolo.

Ed è proprio uno di questi scontri che scrive, sagacemente, Bracciolini (facezia CCV. Si utilizza l’edizione italiana del Liber Facetiarum a cura di Monica Garbarini, Milano, 1995).

Effige di Poggio Bracciolini
Strozzi 50, c. 1r,
Biblioteca Medicea Laurenziana
Firenze

I peroti erano entrati in conflitto con i greci di Costantinopoli e, durante la rissa, alcuni vennero uccisi ed altri rimasero feriti. I peroti si rivolsero allora all’imperatore dei greci per avere giustizia. L’imperatore prese il provvedimento che giudicava opportuno per quei vicini così difficili da trattare e comandò che ai colpevoli venisse tagliata la barba, fatto disonorevole per la sua gente, di rito ortodosso.

Il podestà di Pera si infuriò ed escogito una vendetta esemplare. Lasciò passare un po’ di tempo e poi fece compiere un’incursione a Costantinopoli, facendo uccidere vari greci.

Quando l’imperatore venne a conoscenza del raid italiano, inviò vibranti proteste al podestà e pretese giustizia.

Il podestà allora organizzò le cose in grande. Tutti i colpevoli vennero portati in piazza in gran pompa, come se fossero veramente destinati al patibolo. I preti cattolici erano carichi di croci e tutto il popolo di Pera era accorso in gran tumulto.

Il podestà salì allora sul pulpito e chiese al popolo di far silenzio. Poi ordinò che ai colpevoli venissero rasati i culi, in quanto i genovesi avevano la barba sulle chiappe e non sulla faccia.

“Ed in tal modo fu inflitto uguale castigo a uguali delitti” (Bracciolini).

Si converrà che è sicuramente molto difficile non riconoscere in questa facezia dei tratti distintivi e degli indicatori dell’italianità ancora oggi riscontrabili.

Spero che leggendo questo breve articolo sia scappato un sorriso al lettore e che, soprattutto, si sia illuminato il sorriso dei settanta anni di Giacomo Carretto (Kareto Bey, come viene chiamato dalle parti degli “infedeli” fedeli ad altre fedi), esploratore di storie di confine “italo-orientali” vaste quanto la sua umiltà e profonde quanto la sua cultura.

Ancora, in una lettera del 1449 Bracciolini, ritiratosi in provincia, dichiarava:
“Per quarantacinque anni ho servito onestamente la Curia di Roma, ho percorso molti paesi, ho visto molti luoghi, ho conosciuto i costumi di molte genti […]. Eppure, quando vado rammemorando le mie esperienze, mi accorgo della vanità di tutto, dell’incertezza di tutto, e non trovo null’altro di solido che non siano gli studi: nulla che più mi conforti e mi dia pace. […] Altri cerchino e desiderino cose che poco giovano ai vivi e meno ai morti […]. Io me ne sto a casa felice, godendo di una vera libertà, che consiste nel vivere come si vuole”. (Garbarini, op. cit., p. XIV)

Kareto Bey anlayarak gülümsedi.


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Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:

Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);

Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).







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