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I Bulgari dimenticati

di Aldo C. Marturano

La figura è una cosiddetta Baba della steppa ossia la rappresentazione di pietra di un'antica divinità femminile del paganesimo turco di cui si trovano ancora esemplari. Nel passato nello spazio cavo fra le mani giunte venivano poste delle offerte. Questo esemplare è stato trovato nella zona di Donezk ed è conservato a Mosca nel Museo Statale  Storico nella Piazza Rossa.

© 2010 di Aldo C. Marturano

Presentazione del problema storico.

1a. parte

Sin dal primo Medioevo la steppa e i suoi popoli ebbero un ruolo sconvolgente con i loro transiti verso l’Europa sia nella trasformazione e nella divisione dell’Impero Romano sia nella costituzione dei primi stati occidentali influendo, molto positivamente, sulle comunicazioni con la grande Asia e col nordest d’Europa. E da quel momento aumentò non soltanto la reciproca conoscenza fra genti diverse, ma anche la possibilità di sfruttare una quantità di risorse rimaste finora accessibili soltanto parzialmente e di cui l’Occidente aveva forte bisogno (comprese le innovazioni tecniche della steppa come la staffa e la cavalleria d’arcieri).

In particolare dobbiamo riconoscere alla Pianura Russa d’aver agito da tramite geografico, commerciale e culturale, e non solo logistico. Soprattutto dobbiamo ammettere che le vicende che si svolsero nella parte europea della steppa furono talmente incisive che il ciclo storico “russo” (in Occidente è il Medioevo) dal punto di vista “orientale” può iniziare con la fondazione di Grande Bolgar (~VII sec. d.C.) e chiudersi con la caduta di Kazan’ (sec. XVI d.C.).

Sono limiti cronologici oltremodo interessanti per chi si occupa di “Medioevo Russo” giacché Bolgar e Kazan’ sono città situate sul Medio Volga non lontane l’una dall’altra e strettamente legate alla storia dei loro fondatori. Non solo! Dove esse sorgono era già il cuore dell’Impero Romano Moscovita come lo immaginò nel XVI sec. Giovanni IV (Ivan il Terribile) guardando alla Siberia, dopo aver preso Kazan’… Per Mosca e per i suoi “sudditi russi” questa regione al confine fra la steppa e la foresta era stata (allora e forse ancora oggi) una specie di santa cesura culturale con i “nomadi turcofoni” dove si percepiva quel vago senso di passaggio dalla civiltà agricola “slava” superiore allo spazio selvaggio e indistinto “turco incolto” (Dikoje Polje)! Una notazione importante e non trascurabile è che in questo stesso luogo peraltro non c’erano soltanto i “turchi”, ma pure le etnie ugro-finniche con commistioni fisiche e culturali di Baltici e Alani, oltre a qualche rara postazione slava e germano-svedese (Rostov, Rjazan’)! Questo è il quadro che col materiale a disposizione si dipinge come sfondo nel tentativo di ricostruire una storia dei Bulgari, turcofoni e sedicenti originari della steppa asiatica, i quali intorno al VII-VIII d.C. si mossero dalla Steppa Ucraina verso questo Nordest per fondarvi uno degli stati musulmani più potenti dell’Europa Orientale durato per ben 8 secoli.

Teniamo a mente per di più che la storiografia sovietica come principio pedagogico stabiliva una certa predominanza “culturale” dell’etnia russa su quelle esistenti nell’URSS (per la stragrande maggioranza turcofone) e che tale idea è stata in auge ormai per 70 anni. Occorre perciò ora una revisione di quella passata pratica pure in vista del fatto che cronache locali (sebbene abbisognino di una severa critica testuale) fissate nell’uso islamico stanno ritornando alla luce con nuove e diverse informazioni. Ad un primo sguardo ripropongono (addirittura!) una storia dei Bulgari del Volga più organica e più affascinante e rivoluzionerebbero il ciclo storico “classico” della Rus’ di Kiev! Ciò non toglie che si debba andar cauti a causa della non ancora ben provata affidabilità delle fonti in questione.

A parte ciò sulla carta geografica una Repubblica di Bulgaria nella Federazione Russa odierna non c’è e non c’è mai stata neppure nell’ex URSS. Bolgar e Kazan’ invece ci sono, incluse nel Tatarstan ossia nella Terra dei Tatari… E che c’entrano i Tatari?

Nelle Cronache Russe del XIV sec. l’etnonimo “tataro” (attribuito probabilmente per la prima volta dai cinesi alle armate genghiscanidi) si fissò sugli abitanti di Bolgar subito dopo l’arrivo dei Mongoli nel 1236 diretti alla conquista del grande centro commerciale settentrionale Grande Novgorod. Bolgar diventò il loro primo avamposto militare, pur se quel ruolo (occorre dirlo) non fu ben accetto all’élite bulgara che perseguiva da sempre l’opportunistica pace per commerciare sul Volga in tranquillità e in indipendenza.

Nei tempi antichi il Volga era una via di traffico molto frequentata dai popoli rivieraschi e, per i più nordici di ceppo ugro-finnico, sorgeva nella catena degli Urali col nome di Kama. Per chi veniva dal nordovest al contrario la corrente nasceva dai dintorni del Valdai ed oggi, giacché prevale quest’ultima “versione” che lo rende il più grande fiume d’Europa, il nome Volga datogli allora è comunque di etimologia ugro-finnica come Kama a prova di un più antico insediamento degli Ugro-finni rispetto a Slavi e Bulgari nel Grande Nord! Occupare un importante centro-mercato sulla confluenza delle dette correnti costituiva la chiave di volta nella struttura di un qualsiasi stato che prevedesse un dominio delle vie d’acqua! Ben lo sapevano i Bulgari nelle loro relazioni con il potente Impero Khazaro che fino al X sec. li aveva dominati e altrettanto bene lo capirono i Mongoli due secoli dopo giungendo da queste parti.

Ma allora, con un ruolo così fondamentale perché Mosca nella sua evoluzione in sedicente “riunificatrice” nel XIV sec. dell’ormai scomparsa Rus’ di Kiev, s’impegnò a fondo per la “russificazione” dei Bulgari e di tutti i loro vicini? Che cosa intendeva nascondere? Che Bolgar fosse più antica di Grande Novgorod? O che la Rus’ di Kiev dovesse gran parte della sua esistenza delle origini ai Bulgari del Volga? Nomadi e sedentari, tatari e mongoli, bulgari, russi e ugrofinnici erano davvero etnie con abitudini e costumi talmente diversi da impedire una coabitazione pacifica fra loro? Dai documenti non risulta che, ad esempio, gli stati sorti nel IX-X sec. nella Pianura Russa fossero ingovernabili a causa della loro multietnicità. Basterebbe ricordare il successo dell’Impero Khazaro, vero pot-pourri di popoli e culture diverse finché non cadde sotto i colpi di Svjatoslav di Kiev! Detto ciò, se queste genti “non russe” sono ancora più o meno riconoscibili oggi nella stessa sede occupata secoli fa a nord e a sudest di Mosca, ciò conferma che il loro contributo dato alla cultura delle Terre Russe non è ancora stato obliterato dal tempo, sebbene queste genti si siano tenute separate e distinte nella propria individualità! Storici russi e ucraini spesso negano un ruolo innovativo della steppa sulla civiltà agricola e sedentaria, ma noi no. Anzi, ampliando la portata della questione, ci chiediamo: E’ possibile che generalmente si parli di acculturazione dei nomadi nelle società sedentarie e mai del contrario? E che cosa distingue il nomade dal sedentario? E il nomadismo è una categoria culturale? E la steppa, luogo di vita umana intensa, non ha forse il ruolo preponderante d’aver favorito l’incontro e la commistione delle genti? Le risposte sono, naturalmente già là pronte, nella realtà presente, ma non si può sapere come s’arrivò a questa realtà, se non si ha un’idea di che cosa significhino campi coltivati, foresta, steppa o paludi e senza recarvisi per visitarli e capirli… dal punto di vista storico e paesaggistico. Dopo una tale visita è più facile convincersi che alla fin fine la steppa non è un posto maledetto o abbandonato, ma abitato da uomini e da donne, da vecchi e da bimbi in comunità gelose delle proprie tradizioni e in movimento su un territorio di per sé aperto.

E’ vero che nella storia russa si legge di città fortificate nella foresta i cui mercanti facevano commercio con la steppa, sebbene la temessero. E’ vero che si viaggiava (in gruppo e armati!) per migliaia di chilometri lungo i fiumi superando pericolose cataratte, con acque che gelavano d’inverno e sulla cui superficie ghiacciata si poteva andare a piedi o a cavallo, pur di raggiungere la steppa che forniva molti prodotti importantissimi per l’economia del tempo! S’attraversavano a volte lunghi tratti senza una città, ma già indovinando la presenza dei nomadi non appena si vedevano in lontananza le loro tende rotonde o si sentiva il nitrire dei loro cavalli…. Certo! Era difficile far lega permanente con i loro capi, visto che i contatti si prendevano con persone sempre diverse, ma non è ciò il centro della questione “steppa” e “nomadi” così negativamente colorata nelle cronache di penna cristiana. Attenzione! La descrizione approssimativa, appena tratta dai documenti, non soltanto calza per i mercanti russi, ma si attaglia perfettamente anche ai mercanti bulgari della stessa epoca… 

Comunque sia, ecco le parole di uno storico specialista della steppa, I. Lebedynsky: “All’inizio del primo millennio a.C. l’intera immensa steppa eurasiatica fra il delta del Danubio e la Cina settentrionale conosce una rivoluzione culturale profonda: L’apparizione del nomadismo pastorale, sotto la forma che doveva diventare classica in quelle regioni e costituire il modo di vivere dominante fino all’epoca moderna. Questo cambiamento è opera di popolazioni precedentemente sedentarie che, dopo aver accordato un posto crescente nella loro economia all’allevamento, passano al nomadismo per meglio sfruttare lo spazio steppico.” Continua ancora il nostro autore: “Il nomadismo nelle steppe eurasiatiche non è una sopravvivenza arcaica o un ritardo evolutivo, ma un adattamento all’ambiente o, più esattamente, ad un certo modo di sfruttare quell’ambiente.”

Non è quindi vero che i nomadi fossero selvaggi e inaffidabili e tale fama è piuttosto frutto d’una propaganda inscenata nei tempi andati per metterli in cattiva luce. Se così fosse, chi ebbe interesse a spargere certe brutte notizie?

A questo punto gl’interrogativi si fanno sempre più numerosi, intriganti e complicati e occorre delimitare sul piano geografico il teatro storico al quale ci riferiamo. Ci spostiamo allora dal Tatarstan più a sud verso il Caspio, il Caucaso e il Mar Nero. Quel che più ci attira è che, dal punto di vista antropico, quest’area è notevole non tanto per l’estensione, quanto per la sua intricatissima multietnicità. Ciò pone un problema in più alla ricerca giacché col passar dei secoli e con l’avvicendarsi dei diversi popoli sullo stesso territorio è difficile stabilire, come punto di riferimento, quale etnia precedesse e quale altra seguisse onde dedurne le successive influenze. Molte delle genti che oggi sono qui non “si trovano in patria” da tantissimo tempo, ma sono venute da lontano da poco più (o meno) di un millennio e la steppa eurasiatica (il defunto turcologo L.N. Gumiljov la chiamava Grande Steppa) è uno dei loro luoghi d’origine (come abbiamo già detto) per cui, nell’ambito della nostra ricerca, distingueremo due steppe: l’asiatica e l’europea.

La prima ripartizione la fa il clima e la storia non può prescindere da questo fattore. Già la sussistenza di una comunità basata sull’agricoltura o sull’allevamento nomade del bestiame o su altri sistemi di raccogliere e produrre cibo è strettamente dipendente dall’alternarsi delle stagioni, dalla ricerca di terre coltivabili o da pascolo, dall’insolazione, dalle piogge, dalle temperature etc. tanto che gli uomini debbono adattarsi in ogni momento alle vicissitudini climatiche locali, pena la distruzione o il disfacimento. I fattori climatici perciò (tutti, benché qualcuno sia forse di minor importanza storica) condizionano pesantemente l’esistenza degli uomini e degli animali che vivono in simbiosi sia da prede libere sia da bestie d’allevamento giacché l’ambiente nella sua interezza può mettere a disposizione il cibo di base per tutte le specie viventi oppure no, a seconda di come è andata l’annata climatica! E nella steppa, meglio che in altri posti del mondo, l’uomo non può far molto sull’ambiente per mantenerlo costante e legato ai propri bisogni. Qui si sente di più il ruolo vitale, nel vero senso della parola, del clima e ogni suo variare nei secoli sconvolge la vita dell’uomo perché detta le condizioni per favorire o scoraggiare gl’insediamenti o, persino!, per fomentare lotte fratricide per la sopravvivenza a volte neppure così evidenti da essere considerate degne di qualche riga scritta (ahimè! per chi cerca documenti) nella cronaca contemporanea.

Su questa relazione clima-uomo-fauna-flora-steppa una spedizione dell’Università di San Pietroburgo (allora Leningrado) condotta nel 1963 dal prof. L. N. Gumiljov lungo le rive settentrionali del Caspio mise bene in evidenza come gli aspetti climatici dipendessero da forze cicloniche che si generavano a una decina di migliaia di km da qui e come essi avessero influito e lasciato tracce delle loro interazioni nella steppa russa e nei suoi abitanti. La spedizione multidisciplinare si proponeva di provare, fra l’altro, che una civiltà intera (i Khazari) aveva dovuto cedere sotto i colpi di un clima non più favorevole allo sviluppo ulteriore e noi ci rifacciamo a questa esperienza (i particolari tecnici si traggano direttamente dalla relazione scientifica!) perché la nostra storia è legata ai famosi Khazari.

Comunque sia, ritorneremo su questo punto…

Per il momento la steppa di cui vogliamo parlare si trova fra il 52.mo e il 48.mo parallelo Nord e si estende dal 60.mo fino al 15.mo meridiano Est cioè dagli Urali al Danubio fino in Ungheria dove è detta puszta (leggi pùsta!). Uno spazio enorme! Su una così grande estensione aspettarsi un unico clima dominante è inutile ed è più logico notare tutta una serie di microclimi regionali abbastanza distinti. Non solo! Le situazioni climatiche, ripetiamolo, non permangono immutate nel tempo, ma seguono una storia geofisica per cui, a seconda dei periodi considerati, gli uomini, come gli altri esseri viventi, si trovano davanti di volta in volta delle aree da sfruttare con risorse cambiate e da difendere contro nuovi e inaspettati commensali. Le piante in particolare che hanno colonizzato la steppa mostrano il loro adattamento evidente nei colori e nelle forme prima ai fattori ambientali esterni e poi alla composizione (edafica) del suolo e sono la prima impressione di meraviglia per chi esce dal più maestoso e diverso ambiente della foresta e del fitto bosco. L’osservatore s’imbatte in una vegetazione la cui altezza non va oltre quella del basso arbusto, verdissima nella buona stagione come un vero “mare” ondeggiante, ma che poi secca con i primi freddi passando al marrone scuro…

Nel linguaggio comune si distingue una steppa erbosa di solito con erbacee che crescono in piano fittamente l’una vicina all’altra, una steppa arida anche questa giacente in piano, ma con specie vegetali diverse e adattate alla penuria d’acqua e dunque molto più rade e infine c’è una steppa di montagna sui declivi delle alture che ha un manto vegetale pure distinto dai precedenti.

Portiamoci allora sulla parte meridionale del Bassopiano Sarmatico o Terre Russe dove c’è la Steppa Ucraina, la più frequentata, dato che costituiva (è ancora così!) il fattore economico importante per i popoli che venivano a visitarla. E’ un’area variopinta nei suoi paesaggi che inizia in pratica dagli Urali meridionali, segue la riva destra del fiume Ural (anticamente chiamato Jàik), s’interrompe nella Depressione Caspica e nell’Anticaucaso ingloba i bacini inferiori del Volga e del Don, quelli del Terek e del Kuban. Sulle rive del Mare d’Azov e del Mar Nero (Ponto o Ponto Eussino per i greci) si estende a sud di città storicamente importanti come Kiev o Cernìgov. Molti sono i fiumi che la tagliano nel senso nord-sud e partendo dal Volga possiamo enumerare i maggiori cominciando dal Don e continuando col Dnepr, il Bug, il Dnestr, il Prut che confluisce nel Danubio ed è l’ultimo al confine con la steppa convenzionale.

Dagli studi dei climatologhi sovietici e postsovietici, americani etc. è possibile immaginarsi ora il clima che s’incontrava in quest’area nei secoli passati più recenti. Noteremo che è cambiato poco e il clima generico di ieri ancora oggi può essere considerato tipico benché con nuove intervenute varianti. L’inverno finisce ad aprile ed è solitamente molto freddo con punte fino a –5 °C mentre, al contrario, l’estate è caldissima con punte fino a +30 °C. I problemi si creano però, a parte la stagione invernale o estiva, quando d’estate ci sono improvvisi e inaspettati cali di temperatura con escursioni di ben 20-25 gradi. Le piogge invece cadono nei primi mesi dell’estate per poi cessare del tutto prima della fine della stagione e così si finisce nella siccità e la vegetazione, per mancanza di umidità, verso la fine di settembre secca rapidamente e inesorabilmente e, se qualche pioggia c’è, è un acquazzone improvviso la cui acqua evapora rapidamente dalla superficie fogliare senza riuscire a cadere sul suolo per impregnarlo (l’isoieta media annuale è di 500 mm/a!). Alfine arriva l’inverno e l’intera steppa va in quiescenza.

Sebbene l’aspetto tipico della steppa erbosa ucraina sia uno spazio coperto da un fitto tappeto verde, ma senza alberi o alti cespugli, pure, malgrado quella bassa vegetazione, fa persino da spartivento fra il nord e il sud della Pianura Russa a causa della sua posizione rispetto alle basse correnti d’aria calda che vengono dalle consistenti distese d’acqua del Mar Nero, Mar Caspio e Mare d’Azov e genera, pensate!, zone semidesertiche intermedie prima della foresta settentrionale. Andando verso ovest, già da Kiev s’incontrano i Carpazi e poi i Balcani, massicci montagnosi che fanno da spartiacque fra i bacini del Dnepr, Dnestr e Danubio da una parte e della Vistola dall’altro e rappresentano un collo di bottiglia per tutte le migrazioni est-ovest di nomadi e sedentari, comprese quelle più famose chiamate Invasioni Barbariche. Al confine infatti fra Ungheria e Ucraina odierne ci sono passi montagnosi dove è possibile incontrare resti di genti che non passarono mai al di là e che oggi vivono lungo i declivi conservando lingue (molte di ceppo turco) e costumi diversi.

Lasciando i monti dietro di noi e proseguendo verso Nord, i confini più naturali scompaiono e passiamo nella cosiddetta Mitteleuropa dove è fissato un confine storico-politico sul fiume Bug, affluente di destra della Vistola (l’altro Bug scorre invece verso il Mar Nero, come abbiamo detto prima) che separa gli Slavi Occidentali dagli Orientali, i Polacchi dai Lituani (artificiosamente) fino alle rive del Baltico.

Dal Bug proseguendo attraverso la foresta settentrionale numerose polle gorgoglianti dal suolo danno origine a tanti fiumi e correnti che col loro corso lento – siamo in pianura –spesso indugiano in piccoli e numerosi laghi, paludi e marcite o confluiscono gli uni negli altri. E’ notevole l’area del bacino del Pripjat (affluente di destra del Dnepr) a nordovest di Kiev (quasi al centro della regione che stiamo descrivendo) che in pratica trasforma la Bielorussia in una delle più grandi paludi del mondo (ca. 110 mila kmq)!  Più a nord di qui siamo ormai nella fitta foresta perlopiù a latifoglie (per l’85 % conservatasi fino ad oggi e chiamata a volte taigà) che copre, di più nel passato, tutta la parte settentrionale e centrale delle Terre Russe. Anzi! Se vogliamo fare un confronto di questa parte della foresta boreale europea con i giacimenti di materie prime d’oggi, possiamo dire che essa costituiva proprio il giacimento maggiore di tutto quello che occorreva alla cultura materiale medievale per svilupparsi come la scopriamo oggi.

La selva s’estende fin sotto gli Urali mutandosi in tundra man mano che si va verso l’estremo Nord ossia sulle rive del Mar Glaciale Artico, mare poco conosciuto nel passato seppur chiamato Mare dell’Oscurità (Morje Mraka) a causa della sua posizione oltre il Circolo Polare con sei mesi di notte artica o, più pittorescamente, Dysciuscee Morje o Mare che respira per le sue spettacolari maree!

Per ritornare verso Sud da qui abbiamo un’ampia scelta di vie d’acqua, badando di lasciare in vista ad Est i Monti Urali che si trovano sui bordi più esterni della Pianura Russa. Essi sono la continuazione geologica sul continente dell’arcipelago di Terranova (Nòvaja Zemljà) distesa di traverso nel Mar Glaciale Artico e sfilano in direzione nord-sud più o meno lungo il 60.mo meridiano Est di Greenwich. Gli Urali non sono molto alti (hanno picchi non oltre i 1800 m e in passato erano chiamati dai russi I Sassi o Kamen’), ma costituiscono comunque una barriera per l’aria fredda che i venti dall’Anticiclone delle Azzorre (!), raffreddati dal Polo Nord, soffiano sulla pianura. I pochi rilievi esistenti in Bielorussia o presso Grande Novgorod o Mosca sono colline di altezza irrilevante (sotto i 400 m) e non pongono ostacoli al gelido soffio che s’incanala in superficie facendo “il bello e il cattivo tempo” sul territorio! A qualche migliaio di km dal Caspio gli Urali s’interrompono, lasciando che il corso dell’Ural (le cui sorgenti si trovano proprio nella parte meridionale della catena) completi la linea di confine ideale orientale della Pianura Russa. Ed ecco il Volga, un fiume enorme che percorre migliaia di km nel suo letto che varia di contorni tuttora man mano che si avvicina al suo delta sul litorale caspico. Il fiume passa alla lontana dall’attuale Mosca, serpenteggia nell’area della regione dei Bulgari dove ci sono le cosiddette fertili Terre Nere o Cernozjòm, si lascia a monte la foresta attraversando la cosiddetta steppa boscosa o lesostep’. Da queste parti per un buon tratto lungo la riva destra il suo alveo è regolato da un basso massiccio prima di cominciare “a scivolare” verso il Caspio dove si abbasserà fino ad una quota addirittura molto al di sotto del livello del mare. E’ la detta Depressione Caspica in cui il tratto meridionale del fiume a causa della maggior pendenza scorre ora tumultuoso e si fraziona in più correnti parallele formando un amplissimo delta nel più grande lago del mondo! Il Caspio è alimentato giusto dal Volga e dall’Ural oltre che da correnti d’acqua minori e per questo diventa un problema per l’uomo e per le sue attività in quanto la portata dei due fiumi varia e causa le cosiddette trasgressioni e regressioni cioè delle oscillazioni  del livello delle sue acque (a volte di durata decennale e secolare) paragonabili alle sesse dei laghi alpini dovute al vento. Le acque decrescendo lentamente lasciano libera la terra fertile per il limo apportato dal fiume oppure, crescendo, sommergono tutto. Nel passato, se da un lato ciò permise di coltivare il riso in piano o la vite lungo i declivi del limitrofo Caucaso, dall’altro, se l’acqua saliva, costrinse la gente a trasmigrare verso Nord abbandonando dighe, moli e intere città.

Il massiccio del Caucaso si trova sul lato occidentale del grande lago e si allunga (più o meno) in diagonale fra i paralleli 40.mo e 45.mo Nord fra Baku, da un lato, e Kerc’ (presso l’antica Samkerc’ o Tmutarakan) dall’altro ossia fra le rive occidentali del Mar Caspio e quelle orientali del Mar Nero e del Mare d’Azov. Sono montagne altissime (picchi oltre i 4000 m con le cime più alte d’Europa) e costituiscono una barriera per l’aria fredda che qui è addirittura costretta a turbinare lungo la parete della montagna provocando inverni freddissimi sul lato Nord.

Se il Caspio è preminente nel sistema idrografico, da un lato, riuscendo a regolare il clima di questa parte di steppa segnandolo tipicamente, a sinistra del Volga/Ural il regime climatico è altro e distingue abbastanza nettamente la steppa asiatica al di là degli Urali. In gran parte di quest’ultima è possibile trovare erba fresca per gli animali tutto l’anno pur con brevi transumanze.

La steppa asiatica inoltre, al di là della climatologia, ha un aspetto fissatosi nell’immaginazione collettiva europea ormai da millenni: La s’immagina una distesa pianeggiante che consente al cavaliere aggressivo e attrezzato di coprire grandi spazi in groppa al meraviglioso cavallo in tempi relativamente brevi. Qui d’altronde le distanze si misurano con il tempo per percorrerle a cavallo (i persiani parlavano di parasanghe)! La letteratura occidentale è piena di viaggi avventurosi o di personaggi vaganti nella steppa e descriveva romanticamente vie e camminamenti che si snodavano in paesaggi deserti e infiniti dove carovane di uomini e di bestie si muovevano verso lontanissime e misteriose destinazioni… Certo, questo è letteratura e non storia, ma sono anche punti di vista da sottolineare perché ci servono per apprezzare meglio certe istituzioni tenute in gran rispetto dai mercanti e dai nomadi come la posta militare mongola o l’efficace e duratura pax mongolica.

Purtroppo nella Steppa Ucraina che interessa di più la nostra storia l’inverno è rigido e costringeva, come avremo capito, i pastori a spartizioni di territorio dolorose o a migrazioni difficilissime e, se si doveva svernare e si voleva sopravvivere, gli unici ripari dal freddo erano le tende di feltro riscaldate con sterco secco o la lunga burka per i pastori all’alpeggio.

Bibliografia di base:

A. Bell-Fialkoff  (edit.) – The Role of Migration in the History of the Eurasian Steppe. Sedentary Civilization vs. “Barbarian” and Nomad, London 2000
A.G. Kasymov – Kaspiiskoe More, Leningrad 1987
L. N. Gumiljov – Drevnjaja Rus’ i Velikaja Step’, Moskva 1992
L. N. Gumiljov – Tysiaceletie vokrug Kaspii, Moskva 1993
E. Kul’pin – Zolotaja Orda, problemy genezisa Rossiiskogo Gosudarstva, Moskva 2008
I. Lebedynsky – Scythes, Sarmates et Slaves, Paris 2009
Z.A. L’vova – O Sbornike J.K.Begunova “Sokrovisc’a Bulgarskogo Naroda”, www.bulgarizdat.ru 2009
F. Mosetti – Le Acque, Torino 1977
A. Scirokorad – Rus’ i Orda, Moskva 2008
W. Suderland – Taming the Wild Field, Cornell Univ. 2004

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Aldo C. Marturano

Nato a Taranto, ha studiato nelle Università di Bari, poi di Pavia, infine di Amburgo, dove ha chiuso i suoi corsi di laurea in chimica industriale. Non ha mai lavorato come chimico e ha invece sfruttato le sue conoscenze linguistiche. Conosce infatti (parla e scrive correntemente) russo, inglese, tedesco, francese, spagnolo, ungherese e ne ha studiate un'altra decina che spera di portare a maggiore perfezione nel prossimo futuro. Si è diplomato in Lingua Russa all'Istituto Pusckin di Mosca dove ha avuto inizio la sua avventura nel Medioevo Russo. Lavorando sui mercati internazionali si era infatti appassionato al Medioevo, ma quando scoprì che non riusciva mai a sapere gran che su quello russo, colse l'occasione della tesi all'Istituto Pusckin e scelse di studiare un personaggio del Medioevo bielorusso, Santa Eufrosina di Polozk: di lì via via è entrato in quel mondo magico e nuovo.

Ha pubblicato il saggio storico in chiave divulgativa Olga La Russa, 2001 (che non è la sorella di Ignazio La Russa, per carità!), e poi per i ragazzi  L'ombra dei Tartari, 2002, ovvero la saga di Alessandro Nevskii.

Altre sue opere sul Medioevo russo sono visibili nel portale delle Edizioni Atena

Collabora attivamente con il portale Mondi Medievali curando la rubrica Medioevo Russo.








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