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Il Castello di Belveglio

di Eleonora Bartorelli e Fabrizio Bacolla
 
 

Il Castello di Belveglio

 

 

Il castello astigiano di Belveglio, detto anche Belvedere "Bellumviderium Astensium", si trova nel Monferrato, tra le sue colline contornate da vigneti disposti in ordinati filari e tra folte e verdi macchie dei boschi e dei prati. Le prime notizie del castello risalgono intorno all'anno mille, quando la dimora storica era sotto la signoria dell'astigiano Raimondo Turco, nato nel 1003 e morto nel 1092. Il primo nucleo del castello di Belveglio sorse verso il 1100 ad opera del barone Aquilino ed era costituito da una semplice cinta in muratura che racchiudeva un palazzotto quadrato dove risiedeva la corte del barone. Con il passare degli anni, poiché il colle su cui sorgeva il castello costituiva una posizione dominante, venne ulteriormente potenziato dal barone Ottavio, figlio di Aquilino, con l'aggiunta di alcune torri. Una di queste venne poi distrutta durante un violento temporale da folgori che vi si abbatterono attirate da alti portafiaccole in ferro, ed in seguito ricostruita con i materiali recuperati. Le torri avevano dimensioni non uguali ed erano situate in posizioni asimmetriche e dominanti.
Al primo nucleo del palazzotto vennero aggiunte quattro torri quadrate angolari che lo trasformavano in castello vero e proprio, racchiudendo tra loro al piano terreno quattro enormi locali coperti a volta ed al piano superiore un salone ed altri piccoli locali destinati come alloggio al castellano ed al suo seguito. Il piano interrato era destinato alle dispense ed a vari magazzini. La guarnigione, tolti i pochi uomini di guardia, alloggiava fuori dalle mura del castello nel piccolo borgo ai piedi della collina. Per l'approvvigionamento dell'acqua doveva esistere un pozzo od una cisterna di cui si è perduta traccia. Verso la metà del 1400 si rafforzò l'ingresso della cinta esterna con l'aggiunta di una torre e di un atrio spazioso con doppia chiusura. Una porta ed una saracinesca con alcune caditoie praticate nella volta dell'atrio avrebbero permesso ai difensori di bersagliare chi avendo già forzato l'accesso tentava di scardinare la saracinesca per dilagare nell'interno.
Nei vari secoli fu centro di numerose contese fino a quando divenne proprietà di casa Savoia e subì numerose ristrutturazioni per riparare i danni delle guerre e del tempo. Dopo essere stato possedimento di Angelo Veroli, nel 1929 fu acquistato dal conte montenegrino Hector Petrausch che lo fece restaurare con merli e torrioni cercando di dargli una patina di antico poiché il vero castello non esisteva più da molti anni. Fu proprio durante quelle ristrutturazioni che vennero scoperte delle segrete molto profonde destinate ai prigionieri e delle gallerie sotterranee che si diramavano in varie direzioni. Questi cunicoli sotterranei avrebbero dovuto permettere ai castellani ed alla guarnigione di mettersi in salvo ed eventualmente con una sortita di attaccare di sorpresa alle spalle l'assediante. Uno di quei sotterranei probabilmente finiva sulle rive del fiume Tiglione mascherato da una folta macchia.
Agli inizi del 1500 accaddero due fatti che valsero un triste nome al castello: "Malamorte". Nel primo caso uno dei giovani arcieri della guarnigione aveva avuto l'ardire di corteggiare una delle figlie del castellano. Progettarono una fuga con l'aiuto di due suoi amici ma, scoperto il loro piano, la conclusione fu che il giovane innamorato venne gettato in una segreta in fondo ad un pozzo e condannato a morire di fame, i suoi due amici vennero decapitati e la figlia del castellano trasferita in un altro castello. L'altro truce fatto fu opera di Alonzo Arana, un soldato di ventura spagnolo, allora castellano di Belveglio. Egli rapì la giovane moglie di un contadino e quando il marito lo seppe e tentò di scagliarsi contro Arana i suoi scherani afferrarono lo sventurato e seduta stante lo impiccarono ad un trave incuranti delle implorazioni della sventurata sposa.
Nel 1551, a seguito di ripetuti attacchi d'armi, Belveglio vide la quasi distruzione della rocca e della sua cinta, il nucleo centrale servì come prigione e luogo per le esecuzioni confermando ancora una volta il suo infelice marchio di "Malamorte". L'ultima epica e tragica vicenda si chiude con un feroce assedio e un suicidio collettivo datato 15 marzo 1551. I protagonisti furono il duca Carlo Maria Matteo Farnese, nipote di papa Paolo III e la moglie Zeusa Ellenica. Questo Carlo Maria Matteo Farnese era figlio illegittimo, come indica il suo stemma sbarrato, di Pier Luigi Farnese che a Piacenza venne trucidato dagli sgherri di Carlo V. Dopo l'assassinio del padre il duca Matteo con una scorta di fidi soldati raggiunse Belveglio ai confini delle sue terre. Per tre anni resistette all'assedio feroce delle soldataglie dell'imperatore spagnolo, la guarnigione finì col ridursi a pochi uomini stremati dalla fame. Nelle disperate sortite fatte nel tentativo di rompere l'assedio del nemico soverchiante di forze erano caduti oltre duecento uomini del duca. Il nemico era deciso ad impadronirsi ad ogni costo del castello. Il duca Matteo Farnese era consapevole che l'avversario non avrebbe rispettato il valore dei vinti.
Bevvero tutti il veleno di pungitopo e precisa Matteo: "Ideo uxor meo Zeusa mori mecum voluit no virtus exhonorarent" (Così pure mia moglie volle morire con me affinché non disonorassero la sua virtù). Le salme imbalsamate di Matteo e di Zeusa, la mano sinistra di lui sulla destra di lei, riposano in un sepolcro al centro di una cripta tra candelabri d'oro ed altri d'argento. Nei vicini sotterranei adibiti a forziere e nella sala d'armi giacciono gli scheletri dei soldati che condivisero il destino dei duchi. Il capo del duca è cinto dell'elmo d'oro da parata, la sua mano destra posa sull'elsa d'oro della spada e ha uno smeraldo all'anello. Zeusa porta orecchini d'oro con diamanti, collana d'oro con medaglione che incastona un altro diamante, uno zaffiro e uno smeraldo. Un braccialetto d'oro e anelli alla destra con smeraldo e rubino e nel diadema otto brillanti fanno corona ad un rubino favoloso. Nella sala d'armi è scritto in italiano: "Questo ipogeo l'ardire l'amor di Patria la lunga lotta della mia gente contro l'odiato straniero dica". Sdegnoso e accorato il duca fa scrivere in auree lettere: "Volli al rivivere vedere, o Italia, non più violati i suoi paesi e città". Un'altra iscrizione dice: "Italia nostra, io esorto gli italiani a non pugnare per lo straniero". Alla Madonna chiede perdono per il suicidio. Sul sarcofago vi sono queste altre parole: "Insegni questo sepolcreto il coraggio agli uomini".

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