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La presa di Gerusalemme
di Luigi Russo

Edito originariamente in "Dalla Prima Crociata alla Storia delle Crociate: i Fatti, gli Uomini, i Testi", Rho 2000, pp. 47-54.

La presa di Gerusalemme[1]

Martedì 7 giugno 1099 le truppe crociate giunsero in vista di Gerusalemme. Le fonti pervenuteci sono concordi nel descrivere un quadro in cui la commozione dei pellegrini giunti quasi al termine delle loro fatiche si mescolava al ricordo dei tanti sacrifici compiuti lungo una marcia difficile e costellata da innumerevoli ostacoli[2]. Erano infatti trascorsi più di tre anni e mezzo dal celebre discorso del pontefice Urbano II a Clermont (27 novembre 1095) che aveva innescato la grande partenza dei pellegrini che, simili a nugoli di locuste le quali «non hanno un re, eppure marciano tutte insieme schierate» (Proverbi 30, 27)[3], erano intenzionati a riprendersi la terra a loro strappata molti secoli prima dall’improvvisa apparizione di un popolo di nomadi provenienti dal deserto arabico che era riuscito ad annientare il potente impero persiano, costringendo poi sulla difensiva il millenario impero romano orientale che con la battaglia di Yarmúk (luglio-agosto 636)[4] aveva dovuto cedere ogni prerogativa sulla Città Santa la cui capitolazione sarebbe di lì a poco seguita. Quattro secoli e mezzo di dominazione islamica quindi prima dell’arrivo dei pellegrini, intenzionati a restaurare il legittimo possesso del Sepolcro del Cristo, ombelico dell’ecumene cristiano. Solo la cerchia di mura gerosolimitane si frapponeva quale ultimo ostacolo al compimento della totale restaurazione alla fede cristiana del suo sancta sanctorum.

Di fronte ai crociati si stendeva però una delle più formidabili fortezze medievali, sebbene fosse stata presa dai Fatimidi egiziani solo l’anno precedente[5], da poco rinforzata sia nelle opere difensive che nella guarnigione che si era preoccupata di espellere rapidamente la popolazione di dubbia fedeltà[6] (in special modo gli ortodossi) oltre che di avvelenare le principali sorgenti circostanti onde costringere i temuti assedianti a lunghe marce per il rifornimento d’acqua, sempre a rischio di cadere vittime di un’imboscata nemica[7]. Il tallone d’Achille di ogni esercito medievale era difatti costituito dall’approvvigionamento che doveva mantenersi costante sia per le esigenze degli combattenti che per quelle degli animali al seguito[8]: nei momenti di penuria la disciplina si allentava pericolosamente e iniziavano a prevalere atteggiamenti più individualistici. Il tutto senza dimenticare che ogni giorno che trascorreva si avvicinava la torrida stagione estiva mediorientale.

A complicare ulteriormente il compito dei crociati stava anche la topografia di una città che usufruiva di protezioni naturali per un largo tratto del suo circuito murario (prospiciente la valle di Giosafat e quella dei Cedri)[9] riducendo così la sforzo richiesto alla guarnigione fatimida. Di fronte un quadro generale così preoccupante i condottieri cristiani si accorsero presto di non poter sostenere un lungo assedio come quello condotto sotto le mura di Antiochia, durato sette mesi.

La sera dell’arrivo i diversi contingenti si erano già schierati lungo la sezione delle mura che andava da nord a nord-ovest e che faceva angolo con la Torre Quadrangolare (vedi cartina allegata). Queste sarebbero rimaste approssivativamente le posizioni durante tutto l’assedio, eccezion fatta per il contingente provenzale in quanto Raimondo di Saint-Gilles ritenne opportuno trasferirsi dal lato del Monte Sion dove l’apparato difensivo nemico sembrava meno impenetrabile rispetto alla zona dominata dalla Cittadella ove si erano inizialmente attestati i suoi, decisione questa che però provocò malcontento nel suo seguito tanto da spingere molti a non seguirlo[10].

Il 12 giugno i capi fecero visita ad un eremita recluso sopra il Monte degli Ulivi che preannunciò loro che Gerusalemme sarebbe caduta all’ora nona se avessero attaccato l’indomani dopo aver devotamente pregato e digiunato prima dell’attacco[11]. Nonostante lo scetticismo di quanti fecero notare che le attrezzature per l’assedio non erano ancora state approntate venne deciso di seguire il suggerimento; occorre qui comunque notare come un attacco rapido rappresentava dal punto di vista tattico, vista la difficile condizione in cui versava l’esercito crociato, la migliore soluzione per risolvere la posizione di stallo: il tempo lavorava chiaramente a favore della guarnigione egiziana che era in attesa dell’arrivo di rinforzi.

Il 13 giugno fu lanciato il primo assalto deciso contro l’apparato difensivo gerosolimitano: nonostante l’atmosfera di fervore creatosi nell’accampamento crociato il tentativo fallì miseramente a causa della penuria di legno che aveva impedito la costruzione di macchinari, tanto che molte fonti testimoniarono che i contingenti si avvicinarono alle mura muniti soltanto di una grossa scala, ben presto spezzatasi[12]. L’assenza di macchine d’assedio permette di soffermarci su uno degli aspetti più significativi della poliorcetica medievale: il sensibile vantaggio di cui godeva la difesa sull’offesa nel momento dell’assedio per cui piccoli contingenti potevano bloccare, anche a lungo, eserciti consistenti. Nonostante la sonora delusione per l’insuccesso apparve chiaro nel successivo consiglio dei capi (15 giugno 1099) che la città sarebbe caduta solo con l’ausilio di un adeguato supporto offensivo: venne perciò stabilita la costruzione di alcuni macchinari e fu disposta la raccolta di tutto il legname reperibile nei dintorni, delicato compito la cui responsabilità, almeno per quanto riguardò i lavori di lorenesi e francesi settentrionali, cadde su Roberto di Fiandra che fu incaricato di sorvegliare il trasporto del prezioso materiale[13].

Proprio in un momento così delicato subentrò un evento che avrebbe inciso sullo svolgimento dell’assedio: due giorni dopo l’importante consiglio si sparse la voce dell’arrivo di una flotta composta da sei navi cristiane (quattro inglesi e due genovesi)[14]. Fu perciò disposto l’invio al porto di Giaffa di truppe di scorta che dovettero farsi strada con le armi in quanto un contingente nemico tese loro un’imboscata lungo il percorso. Ma gli sforzi compiuti vennero annullati dal quasi contemporaneo arrivo della flotta egiziana che interruppe la possibilità di stabilire una linea di rifornimenti per via marittima bloccando le imbarcazioni cristiane nel porto: solo una di esse riuscì a forzarlo e fare vela verso Laodicea, mentre le restanti preferirono dirigersi a terra per non essere catturate[15]. I marinai genovesi - tra cui spiccava Guglielmo Embriaco, discendente da un ramo viscontile e lui stesso esponente dell’aristocrazia vicecomitale[16] - si unirono ai contingente provenzale: si sarebbero presto rivelati della massima utilità al momento della costruzione delle torri d’assedio sia riutilizzando il materiale sottratto alle loro navi (legno, funi, ferri nonché utensili) che mettendo al servizio dei crociati la loro esperienza poliorcetica che si sarebbe progressivamente affermata in tutto il bacino del Mediterraneo (fino in Spagna col vittorioso assedio di Tortosa del 1148)[17].

Per comprendere l’importanza della collaborazione genovese notiamo che alla fine dell’XI secolo erano rare eccezioni i personaggi di alto rango - Gastone IV di Béarn che avrebbe diretto i lavori per la torre di Goffredo era uno di questi[18] - che possedevano un bagaglio tecnico adatto alle esigenze costruttive di macchinari spesso alquanto complessi. A riprova di quanto detto basti ricordare che sotto Nicea l’errata progettazione di una macchina aveva causato una ventina di morti tra le fila dei crociati[19]. E’ per questa ragione che i capi erano sempre pronti ad ascoltare e compensare esperti come quel «quidem Longobardus genere, magister et inventor magnarum artium et operum» che propose e costruì loro una macchina in grado di abbattere un’imponente torre difensiva nicena contro cui fino a quel momento si era dimostrato vano qualsiasi attacco[20].

Il mese che va dalla metà di giugno fin quasi la metà di luglio vide il concentrarsi degli sforzi degli assedianti nella costruzione di due grosse torri mobili sotto il comando di Goffredo di Buglione e Raimondo di Saint-Gilles, che procedettero in maniera autonoma l’uno dall’altro nei rispettivi accampamenti, pur nel comune intento di piegare la resistenza della guarnigione.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio con un’inaspettata manovra la torre di Goffredo venne smontata e trasportata dal suo accampamento alla sezione di mura nei cui pressi si trovava la chiesa di S. Maria Maddalena con grande sgomento dei difensori i quali avevano rinforzato le difese della Cittadella, prospiciente l’accampamento in cui quella era stata eretta, al fine di parare l’attacco (vedi la cartina)[21]. Lo spostamento determinò un triplice vantaggio per gli assedianti: trasse in inganno i nemici che si trovarono impreparati ad un mutamento di fronte, disperse gli sforzi della guarnigione difensiva costretta a difendere due tratti di mura molto distanti tra loro, ed infine permise agli assedianti di affrontare il nemico in una posizione più vantaggiosa rispetto alla ben munita Cittadella. Non restava che rimontare i pezzi, ridurre le asperità del terreno e colmare il fossato difensivo per permettere un agevole passaggio dell’imponente macchina, problema quest’ultimo che entrambi i contingenti dovettero affrontare. La sera del 14 luglio anche queste operazioni erano state effettuate nonostante la strenua opposizione incontrata[22].

La mattina del 15 scoccò l’ora dell’attacco che sarebbe risultato decisivo[23]: le torri furono avvicinate alle mura e al termine di un lungo combattimento due uomini del contingente lorenese, i fratelli Letaldo ed Engelberto di Tournai (ma sui nomi dei due le testimonianze divergono)[24], riuscirono nell’impresa di farsi largo tra le ormai disperate difese. Come un castello di carte la città sarebbe caduta nel giro di poche ore: iniziava il massacro indiscriminato che avrebbe - nelle intenzioni dei combattenti - “purificato” la Città Santa dalla “sporcizia” pagana che l’aveva deturpata per tanti secoli[25].

FONTI CITATE

Alberti Aquensis, Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. IV, Paris 1879. (= AA)
Anna Comnena, Alexiade, ed. B. Leib, t. I-III, Paris 1937-1945. (= AC)
Baldrici episcopi Dolensis, Historia Jerosolimitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. IV, Paris 1879. (= BD)
[Bartolfo di Nangis], Gesta Francorum expugnantium Iherusalem, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. III, Paris 1866. (= BN)
Cafari, De Liberatione civitatum Orientis Liber, ed. L.T. Belgrano, FISI, 11, Genova 1890. (= CL)
Fulcheri Carnotensis, Historia Hierosolymitana (1095-1127), ed. H. Hagenmeyer, Heidelberg 1913. (= FC)
Gesta Francorum et aliorum Hierosolimitanorum, ed. R. Hill, London 1962. (= GF)
Guitberti abbatis Sanctae Mariae Novigenti, Historia quae inscribitur Dei Gesta per Francos, ed. R.B.C. Huygens, Corpus Christianorum, Cont. Medievalis, t. CXXVII A, Turnhout 1996. (= GN)
Historia peregrinorum euntium Jerusolimam ad liberandum Sanctum Sepulcrum, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. III, Paris 1866. (= HP)
Orderici Vitalis, Historia  Æcclesiastica, ed. M. Chibnall, t. I-VI, Oxford 1969-1980. (= OV)
Raymond d’Aguilers, Liber, edd. J.H. Hill - L.L. Hill, trad. francese P. Wolff, Documents relatifs a l’histoire des croisades IX, Paris 1969. (= RA)
Radulfi Cadomensis, Gesta Tancredi in expeditione Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. III, Paris 1866. (= RC)
Roberti Monachi, Historia Iherosolimitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux, t. III, Paris 1866. (= RM)


[1] Nell’intento di non appesantire il nostro intervento con eccessivi rimandi alla bibliografia critica citeremo qui i lavori verso i quali siamo maggiormente debitori.
J. Flori, La première croisade. L’Occident chrétien contre l’Islam, Bruxelles 1992.
J. France,Victory in the East. A military history of the First Crusade, Cambridge 1994.
H. E. Mayer, The Crusades, trad. inglese J. Gillingham, Oxford 19882 (1° 1972).
J. Riley-Smith, The First Crusade and the idea of crusading, London-Philadelphia 1986.
R. Rogers, Latin Siege Warfare in the Twelfth Century, Oxford 1992.
S. Runciman, Storia delle crociate, trad. italiana E. Bianchi - A. e F. Comba, Torino 19932 [ed. orig. 1951-1954].
Ad essi rimandiamo per un’ampia ricostruzione e discussione degli eventi. Per la citazione abbreviata delle fonti rimandiamo all’appendice finale.

[2] GF c. XXXVII, p. 87; RA c. 18, p. 137, rr. 4-21; FC I, c. XXXIII, 14-16, pp. 331-332; GN VII, c. II, pp. 269-270, rr. 102-113; AA V, c. XLV, p. 463, rr. 10-17; RM IX, c. I, p. 863, rr. 1-12; BD IV, c. IX, pp. 96-97, rr. rr. 38 e 1-12; RC c. CXI, p. 684, rr. 3-32 (componimento metrico in lode di Gerusalemme).

[3] Sull’equivalenza cavallette=crociati si sofferma estesamente GN I, c. I, p. 88, rr. 92-103; ma vedi inoltre BD I, c. VIII, p. 18, rr. 7-8 ; III, c. II, p. 61, rr. 27-28 e III, c. III, p. 62, r. 11. In AC X, 7-8, pp. 208-209 la cavallette invece precedono l’arrivo degli occidentali e sono viste come preannuncio dell’annientamento degli arabi; in senso negativo il parallelo nella fonte ebraica L [vedi la trad. in R. Chazan, European Jewry  and  the First Crusade, London 1987, p. 243].

[4] Cfr. F. Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe, Roma 1996 [ma prima Milano 1967], pp. 103 e ss.

[5] RA c. 17, p. 110, rr. 19-26; AA VI, c. XXXI, p. 484, rr. 18-31; GN VII, c. III, pp. 271-272, rr. 145-170; HP c. XLVI, pp. 189-190, rr. 47-48 e 1-9. I cronisti occidentali concordano nell’attribuire il merito della conquista fatimide di Gerusalemme alle vittorie cristiane che avrebbero distolto i turchi da una strenua difesa di questa.

[6] Antiochia, la principale città nemica conquistata dai crociati dopo un lungo assedio, era caduta proprio grazie al tradimento dell’armeno Firuz, responsabile di alcune torri difensive.

[7] GF c. XXXVII, p. 88; RA c. 18, pp. 139-140, rr. 22-28 e 1-26; FC I, c. XXVI, 1-2, pp. 281-283; AA VI, c. VI, pp. 469-470, rr. 15-27 e 1-7; RM IX, c. III, p. 864, rr. 15-19. RM IX, c. V, pp. 865-866, rr. 28-29 e 1-5; GN VII, c. IV, p. 272, rr. 174-181 e VII, c. VI, p. 275, rr. 244-247; BD IV, c. X, p. 98, rr. 6-13; OV IX, c. 15, pp. 158-160, rr. 36 e 1-10; OV IX, c. 15, p. 162, rr. 15-20; BN c. XXXIV, pp. 512-513, rr. 31-33 e 1-8.

[8] In particolare la penuria di cavalli era uno degli eventi più temuti, soprattutto dai cavalieri: RA c. 7, p. 55, rr. 8-11; FC I, c. XXIII, 3, p. 256; AA III, c. LXI, p. 381, rr. 19-22; AA IV, c. IX, p. 395, rr. 7-18; AA IV, c. XXVIII, p. 408, rr. 6-14; AA IV, c. LIII, p. 427, rr. 1-6.

[9] FC I, c. XXVI, 3-4, pp. 283-285; AA V, c. XLVI, p. 464, rr. 11-14 .

[10] RA c. 18, pp. 137-138, rr. 25 e 1-20.

[11] RA c. 18, p. 139, rr. 4-17; AA VI, c. VII, p. 470, rr. 12-21; RC c. CXIII, p. 685, r. 11-30 (dà una versione molto diversa in quanto l’eremita incontra solo Tancredi di cui loda l’eccellente discendenza normanna).

[12] GF c. XXXVII, p. 88; FC I, c. XXVII, 1-2, pp. 292-294; RC c. CXVIII-CXIX, pp. 688-689, rr. 1-31 e 1-10; RM IX, c. III, p. 864, rr. 5-12; GN VII, c. II, p. 271, rr. 133-144; BD IV, c. X, pp. 97-98, rr. 31-34 e 1-4; HP c. CXV, pp. 218-219, rr. 41-48 e 1-6; OV IX, c. 15, p. 158, rr. 26-34; BN c. XXXIV, p. 513, rr. 15-20. La scarsità delle scale è segnalata da tutti i cronisti.

[13] GF c. XXXVIII, pp.  89-90 (che però omette la profezia dell’eremita); FC I, c. XXVII, 3--5, pp. 294-296; RA c. 18, pp. 145-146, rr. 25-29 e 1-17; AA VI, c. II, pp. 467-468, rr. 12-21 e 1-2; RM IX, c. VI, p. 866, rr. 6-7; GN VII, c. VI, p. 275, rr. 250-259; RC c. CXX-CXXI, pp. 689-690, rr. 11-36 e 1-19; BN c. XXXIV, pp. 513-514, rr. 23-28; HP c. CXV-CXVIII, p. 219, rr. 6-43. L’importanza di reperire quanto più legno possibile è testimoniato dalle diverse versioni dei cronisti sulle fonti a cui attinse ogni contingente.

[14] La dipendenza degli Stati crociati dai collegamenti marittimi è stata ribadita molto persuasivamente da J. France, Western warfare in the age of the Crusades, 1000-1300, London 1999, pp. 206 e ss.

[15] RA c. 18, pp. 141-142, 2-23 e 1-28; CL p. 110, rr. 6-14 (omette la presenza degli inglesi). Del successivo apporto inglese ci sono rimaste poche tracce: l’unica certezza è che già agli inizi del 1098 operava nella regione una loro flotta. Cfr. C. Tyerman, England and the Crusades 1095-1588, Chicago-London 1988, p. 19 e relative note.

[16] RA c. 18, p. 147, rr. 21-26. Cfr. F. Cardini, Profilo di un crociato Guglielmo Embriaco, in «Archivio Storico Italiano» CXXXVI (1978), pp. 421-423.

[17] Cafari Ystoria captionis Almarie et Tvrtvose, in FISI, 11, Genova 1890, pp. 85-89. La fama dei Genovesi ci è testimoniata dal poema epico Cumanus sive poema de bello et excidio urbis Comensis, in Rerum Italicarum Scriptores, V, Mediolani 1724, p. 452, vv. 1822-1827. Riportiamo la traduzione del passo: “Ritornan (scil. i Milanesi) quindi prontamente / alla ventosa Genova, città / molto ingegnosa, dove richiedono / per nome noti artefici, nell’arte / preparati di fabbricar castelli / di legno e adatte le balestre. Noti / artieri, abili tanto da sapere / debellar duramente gli spietati / nemici”. Per la traduzione abbiamo utilizzato, Anonimo Cumano, La guerra dei Milanesi contro Como (1118-1127), a cura di E. Besta, Milano 1985, p. 94, vv. 2733-2741.

[18] RA c. 18, pp. 145-146, rr. 26--29 e 1-2.

[19] AA II, c. XXX, p. 322, rr. 8-22.

[20] AA II, c. XXXV-XXXVI, pp. 325-327, rr. 25-30, 1-33 e 1-16. Su questo personaggio vedi A.A. Settia, Un «Lombardo» alla prima crociata. Tecnologie militari fra Occidente e Oriente, in Società, istituzioni, spiritualità. Studi in onore di Cinzio Violante, Spoleto 1994, t. II, pp. 843-855 [ora in Idem, Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia delle città, Bologna 1993, n° III, 1] che sottolinea che si trattava con ogni probabilità di un meridionale.

[21] GF c. XXXVIII, p. 90; RA c. 18, pp. 146-147, rr. 26-30 e 1-14 (anche i Provenzali furono stupiti); AA VI, c. IX, p. 471, rr. 14-19; RC c. CXXII, p. 690, rr. 20-27 (descrive il luogo prescelto privo di un temibile apparato difensivo); RC c. CXXIII, p. 691, rr. 19-27; BN c. XXXIV, p. 513, rr. 28-37; HP c. CXIX, p. 220, rr. 15-23.

[22] RA c. 18, p. 148, rr. 7-23; AA VI, c. X-XI, p. 472, rr. 1-19; RC c. CXXIV, pp. 691-692, rr. 32 e 1-24; BN c. XXXIV, pp. 513-514, rr. 37-42 e 1-6; HP c. CXIX-CXX, pp. 220-221, rr. 23-43.

[23] Secondo le stime di un cronista l’assalto decisivo venne intrapreso da circa dodicimila uomini, compresi poveri e feriti. Cfr. RA c. 18, p. 148, rr. 1-4.

[24] Non c’è accordo sul nome dei due combattenti, ma dato che appartennero con sicurezza al contingente di Goffredo, accettiamo quanto dice Alberto d’Aix che dimostra di essere ben informato sui lorenesi: AA VI, c. XIX, p. 477, rr. 11-17 ma si tenga conto anche di AA VI, c. XI, p. 472, rr. 19-24; GF c. XXXVIIII, pp. 90-91 (ricorda solo il primo); RM IX, c. VII, p. 867, rr. 6-9 (al posto del secondo menziona Gulferio); RC c. CXXVI, p. 693, rr. 23-38 (aggiunge Bernardo di S. Valerico); GN VII, c. VII, p. 278, rr. 318-322 (ricorda solo il primo); BD IV, c. XIV, p. 102, rr. 9-11 (ricorda solo il primo); OV IX, c. 15, p. 168, rr. 14-16 (al posto del secondo menziona Raimboldo Croton); BN c. XXXV, p. 515, rr. 5-9; HP c. CXXII, p. 221, rr. 30-37 (aggiunge Bernardo di S. Valerico). Raimondo d’Aguilers sostiene invece che Goffredo e Tancredi, incoraggiati da un misterioso combattente, furono i primi ad entrare: cfr. RA c. 18, pp. 149-150, rr. 27-30 e 1-14. Sulla dipendenza di Alberto da combattenti appartenenti dal seguito di Goffredo di Buglione rimandiamo a S. Edgington, The First Crusade: reviewing the evidence, in The First Crusade. Origins and impact, ed. J. Phillips, Manchester 1997, p. 63.

[25] E’ proprio in questi termini che i cronisti interpretarono i massacri perpetrati anche contro la popolazione inerme.

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Luigi Russo

Ricercatore in Storia Medievale presso l'Università Europea di Roma.

Nato a Sorrento nel 1971, si è laureato in Storia medievale presso l’Università degli Studi di Bologna (1995), con una tesi in Storia del Pensiero politico medievale. Negli anni 1996-2000 ha frequentato il dottorato di ricerca in Storia Medievale (XI Ciclo) presso l’Università degli Studi di Torino, discutendo nel 2001 una tesi sui cronisti della prima Crociata. Negli anni 2003, 2004 e 2006 è stato titolare di un assegno di ricerca presso il Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna.

Autore di numerosi saggi sulla storia delle crociate, ha curato l'edizione italiana dei "Gesta Francorum et aliorum Hierosolimitanorum" (Alessandria, 2002) nonché di una biografia

su Boemondo d'Altavilla (Ariano Irpino, 2009), ed è stato revisore scientifico dell'Enciclopedia del Medioevo edita da Garzanti nel 2007.

Attualmente è collaboratore di “Studi Medievali” e di “Archivio Normanno-Svevo”. Ha tenuto seminari presso le Università di Bologna, Salerno, Firenze e Caen (Basse-Normandie).






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