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"Tracce turche" in Europa medioevale
Recensione di Giacomo E. Carretto

Giuseppe Cossuto, “Tracce turche” in Europa medioevale. I popoli delle steppe dalla comparsa degli Unni alla nascita della Turchia, presentazione di Mihai Maxim, Roma, Aracne, 2009, 251 pp., 16,30x24 cm

E’ questo un libro che ha una caratteristica non molto comune, specie nel nostro paese, perché scritto da uno specialista, ma utile agli esperti e ai lettori semplicemente interessati a questa materia. Scritto in modo chiaro, senza inutili tecnicismi, la sua facilità di lettura potrebbe ingannare, perché riesce a felicemente presentare un argomento dall’estrema complessità, senza affatto celarne i punti problematici e discussi. Tratta, infatti, della presenza dei “popoli delle steppe” in Europa, dai primi Unni a quando l’Anatolia divenne una Turchia, una “terra dei turchi”, ossia ai Selgiuchidi e alla battaglia di Manzikert del 1071. Parla quindi di confederazioni che “sembrano raccogliere quell’eredità di compenetrazione con l’Europa che fu già degli sciti d’Erodoto” e dei quali il libro di Cossuto costituisce “una sorta di atipico dizionario” (p. 12).

Gli Unni sono menzionati nel mondo europeo fin dal II secolo d. C. E’ nel VI secolo, con i Bizantini, che appare per la prima volta il termine “turco”, che poi finirà per abbracciare un po’ tutti i popoli che sembrano sorgere dall’immenso magma delle steppe orientali, un termine d’altronde usato nel 732 dagli stessi “turchi” nell’Orkhon (p. 20). Fin dal loro primo apparire contribuirono alla percezione dell’alterità per noi Europei occidentali, così gli stereotipi nati su di loro sono negativi, tanto da ispirare gli “orchi” delle nostre favole (p. 11). Gli Unni appaiono come “terrificanti semi-umani cavalcanti terribili pseudo-equini, armati di laccio, di un temibile arco e di una puzza che spaventa persino i cavalli avversari, tuttavia anche politici accorti...” (p. 67).

Se con Federico Chabod cerchiamo di definire chi appartenga di diritto all’Europa, dobbiamo riconoscere che è tale chi abbia fornito “agli altri Europei qualcosa di fondamentale per la costruzione della cultura comune. E Cossuto si chiede: “Ma sapranno i ‘padroni di casa’ aprire la porta, non solo per far entrare gli invitati ma, soprattutto, per uscire dai preconcetti, e rendersi conto che le fondamenta della casa comune europea si trovano anche in Turchia, o meglio, tra i ‘turchi’?” (p. 14).

I Turchi ci appariranno come eredi dei Troiani, venuti a vendicarsi dei Greci, quindi con la stessa origine dei Romani. Se poi, con la conquista di Costantinopoli, saranno definitivamente demonizzati, dalle due parti si cercherà di riportarli nell’Asia più profonda, con Pio II Piccolomini che riaffermerà quest’origine scitica dell’eterno nemico, e da parte dei Sultani ottomani che più tardi nella tughra, la loro complessa firma ufficiale, con Mahmud I (1730-1754) cominciarono ad attribuire il sacro titolo di khan al sultano regnante, non solo a quello defunto. Ma Cossuto, in questo libro, si ferma all’arrivo in Anatolia dei Turchi selgiuchidi, che pure si diranno sovrani di Rum come ad affermare una legittima successione dall’impero romano e bizantino.

Specie oggi nella rinascita, purtroppo, dei nazionalismi politici e non di quelli culturali, unici utili e accettabili come affermava Arnold Toynbee, vediamo una “tecnicizzazione” dell’idea di cultura, d’identità nazionale, di etnia (e lo spettro della “razza” sembra ancora infestare le nostre diatribe). Così salutare è l’insistere di Cossuto sul concetto di confederazione. I nomi ai quali si ricorre per indicare i successivi popoli delle steppe che si succedono e sostituiscono in terra europea, sono solo quelli di “confederazioni nomadi”, che comprendono “popoli e persone di diversa attività economica e origine a seguito di un gruppo guerriero o di un capo particolarmente dotato. E questo nome collettivo sarà quello della tribù guida o, addirittura, di una confederazione più nota, sconfitta e divenuta alleata: così i Mongoli “sconfiggono i Tatari e ne prendono il nome”. E quando, come sempre avviene, la confederazione si frantuma, ogni segmento rilevante di questa “cerca di appropriarsi del ruolo egemone” (pp. 47-48).

E’ illusorio, quindi, trarre da un semplice nome esatte conseguenze sul piano dell’eredità etnica. Nel mondo immenso delle steppe le confederazioni sono in continuo movimento, si formano si frantumano, mutano costantemente. E si spingeranno sempre verso Occidente, guidate e protette dalla Spada di Marte scitica, appartenuta agli indoeuropei Alani, trovata da Attila (p. 75), o da “oggetti numinosi e da animali mitici”, perché il nomadismo è “un’attività economica che interpone “l’animale tra l’uomo e il suo ambiente geografico” (pp. 53-54). Restano principi culturali comuni, con Tanri, divinità preminente, Dio-Cielo al quale corrisponde in terra un unico signore, protetto dallo stesso Cielo e protettore della sua gente, con lo sciamano che agisce per la comunità tramite i suoi poteri e con il particolare sistema sociale, quel “feudalesimo delle steppe” che sembra incentrato sui metodi di guerra e il cui cuore è la cavalleria leggera armata dell’arco composito (pp. 48-60).

Era, quest’arco, l’arma assoluta del tempo, frutto di una tecnica complessa e raffinata. Dotato di una potenza incredibile, utilizzato da masse di cavalieri che, in pratica, vivevano a cavallo, veloci e imprendibili, con le successive invasioni mongole del XIII secolo, guidate da condottieri geniali, dimostrerà di costituire un problema tattico irrisolvibile per i pesanti cavalieri occidentali. Solo l‘arco lungo inglese, in un solo pezzo di legno di tasso,  era un’arma che poteva stare al suo livello, ma allo stesso tempo l’arciere inglese era troppo statico e non sarà sufficiente, neppure in Francia, a dare la vittoria nella guerra dei cent’anni. Ma questo scontro, fra arco composito delle steppe e arco lungo, non vi fu, perché le armate mongole vennero richiamate in Oriente, abbandonando quella che per loro, in definitiva, era un’estrema provincia occidentale di scarsa importanza.

Invece i turanici fra V e X secolo giunsero e si fermarono nella nostra Europa, contribuendo alla sua formazione. Non tutti ricordano che Ezio, “l’Ultimo dei Romani” che ferma Attila ai Campi Catalaunici, era amico degli stessi Unni e ne conosceva le tattiche. E il primo re d’Italia, Odoacre, è figlio dell’unno Edeco, uno dei principali consiglieri dello stesso Attila, e l’aristocratico romano Oreste, padre di Romolo Augustolo, aveva un ruolo rilevante nella Corte unna ((pp. 79-80). E di particolare interesse sono proprio questi i passi dedicati all’Italia e alla presenza dei Bulgari nella nostra penisola.

Era questo il popolo di lingua turca che ha dato il nome all’odierna Bulgaria, anche se ancor oggi si discute sulla sua origine, perché c’è un nazionalismo di tipo occidentale che nega l’origine turca. Certo è che i primi Bulgari, pressati dalla potenza dell’impero Khazaro, si frantumarono in diverse  componenti, spostandosi come sempre verso occidente e dando origine a varie Bulgarie, anche nella penisola italiana (pp. 139-14).

Un’orda bulgara, guidata da Altzek, giungerà in Molise, lasciando tracce non solo archeologiche ma anche nelle tradizioni popolari. Nel 668 il signore longobardo Grimoaldo invita i Bulgari a stanziarsi in aree spopolate del Molise, quelle di Isernia, Boiano, Sepino, Campobasso e quelle beneventane dell’Alto Sannio. Così se Altzek era un khan per il suo popolo, diveniva allo stesso tempo un gastaldo longobardo. Da questi luoghi i Bulgari si espanderanno, seguendo, in definitiva, le stesse strade che, nel IX secolo, prenderanno altri nuovi venuti, questa volta i musulmani berberi e arabi, utilizzando i tratturi delle transumanze.

Lungo uno di questi tracciati, fra Pescasseroli e Candela ossia fra Abruzzo e Puglia, a Vicenne e Morrione nel comune di Campochiaro, è stata trovata una necropoli longobarda, datata fra il 640 e il 670, dove le donne sono sepolte con “un’oreficeria eurasiatica”. Ma il più importante ritrovamento è quello di “un cavaliere eurasiatico e del suo cavallo bardato con morso e staffa, con armatura completa, “importante testimonianza della presenza di popolazioni eurasiatiche nell’Italia meridionale in epoca medioevale”.

Altri Bulgari erano già presenti in Italia, perché avevano combattuto per il longobardo Alboino e per il bizantino Narsete. Vi sono testimonianze di Bulgari nati in Italia e perfino di un bulgaro cristiano di rito latino, il beato Pietro Bulgaro, divenuto cardinale (Salussola 560 – Roma 605). Tra VIII e X secolo prenderanno forma altre “terre bulgare”, altre Bulgarie nell’area di Ravenna, Rimini, Osimo e molte, in tutta la penisola italiana, sono le località nei cui nomi appare il ricordo di questo popolo (pp. 147-151).

Abbiamo fin qui estrapolato, dal libro di Cossuto, solo alcuni limitatissimi spunti. E questo “dizionario” è realmente atipico se, trattando di fatti tanto lontani e poco noti alla nostra cultura, riesce ugualmente a intrecciare strettissimi rapporti con il mondo attuale. Si parla tanto, ai nostri giorni, d’identità culturale. Si parla di un problema d’identità per le nazioni, per le etnie, le culture, si parla d’unità mediterranea, ma proprio in quelle antiche presenze di popoli che, al loro primo apparire, erano sembrati del tutto estranei, possiamo ricercare un chiarimento per le nostre idee. In fondo, tornando a Toynbee, ogni terra ha un suo “demone”, che mantiene nel corso della storia le proprie caratteristiche distintive. Il “demone” del nostro paese dev’essere molto curioso, sempre disposto ad accogliere i nuovi arrivati, fondendoli e utilizzandoli a suo modo. Un “demone” che deve, inoltre, sentirsi molto infastidito quando si parla della gente d’Italia come di qualcosa di fermo, stabile, immutabile, magari per dire che questa strana, immutabile, misteriosa entità è sempre sottomessa, invasa e conquistata. Ma i nuovi arrivati si uniscono a quelli già presenti sul territorio e danno vita a qualcosa di nuovo, che mantiene, però, sempre caratteristiche distintive. Un popolo in continuo mutamento, evoluzione, come le antiche confederazioni sorte dalle immense steppe euroasiatiche, che pure mantenevano comuni caratteristiche materiali e spirituali.

Nei capitoli del libro di Cossuto ci vengono presentati i vari popoli che appaiono in terra d’Europa, Unni, Avari, Bulgari, Khazari, Magiari, Peceneghi, Oguzi, che s’intrecciano, lottano, vengono a volte inglobati in altre confederazioni o quasi del tutto annientati, come i Peceneghi (p. 213). E ci appaiono personaggi fantastici, romanzeschi come Mundus, un discendente di Attila romanizzato, “l’ultimo eroe unno”, che sembra prefigurare un condottiero rinascimentale. Dopo l’uccisione del figlio Maurizio, nelle lotte contro i goti, cadrà anche lui lottando contro lo stesso nemico senza scudo e armatura, nelle parole di Mario Bussagli in un “suicidio-vendetta, in perfetta corrispondenza con l’animus di un sovrano unno che vedeva nel figlio la continuazione di se stesso” (pp. 85-87). Alla romanizzazione dei popoli delle steppe (e gli Unni incarneranno “i valori militari dell’antica romanità”), si accompagna anche una sorta di unnizzazione, se i Bizantini si vestivano e abbigliavano alla moda unna.

Ultimi ad arrivare dall’Asia centrale saranno i Turchi dell’estremo occidente, che fonderanno una nuova Turchia, un  nuovo Paese dei Turchi, in Anatolia, espandendosi poi in Europa. Saranno loro l’antagonista con il quale si confronterà l’Europa cristiana, e da questo scontro prenderà la sua forma attuale. Il mondo ottomano, pur mantenendo caratteristiche centroasiatiche, assorbirà elementi dall’Europa cristiana, dando vita a una nuova, originale e anch’essa affascinante cultura occidentale-orientale. Allora l’antico termine, Turchi, finirà per abbracciare tutti i “diversi” nell’area mediterranea, tutti i musulmani, di qualunque etnia, e gli Occidentali convertiti all’Islam “si faranno Turchi”.

Ora speriamo che l’autore ci dia, presto, il secondo volume da lui promesso, quella storia dei Cumani e dei Mongoli che rappresenta un altro affascinante argomento. Non sappiamo se rientrerebbe nei suoi interessi, ma ci piacerebbe leggere anche un terzo volume, dedicato agli Ottomani e ai Tatari di Crimea e degli atri khanati, ossia agli ultimi eredi di quelle diverse culture che tanto profondamente hanno contribuito a dare forma all’unità mediterranea. Ci sembra che Cossuto, già autore di un ampio studio dal titolo La vicenda umana e politica di Kan Temir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia, Valacchia e Crimea: stati vassalli ottomani (tesi di specializzazione purtroppo non pubblicata), sarebbe il più adatto a far comprendere quel mondo tanto frainteso da noi, e non solo.

A volte si può leggere perfino, in campo accademico, che la storia ottomana non ha una sua autonomia, manca di unità, come non avesse un’autonoma dignità di studio, e anche, a  volte, che è un mondo eretico rispetto a un “classico” Islam. E’ sempre lo stesso problema, una incapacità a comprendere, a volte accettare una troppo complessa, inusuale e ricca unità nella diversità.

Speriamo, quindi, che Cumani, Mongoli, Ottomani e Tatari di Crimea abbiano, finalmente, un’adeguata presentazione anche da noi. Per tornare, comunque, all’argomento di questo primo volume, senza impegnare troppo il futuro, concludiamo con queste parole dell’autore: “... la storia degli antichi contatti e mélanges tra popoli delle steppe, Italia e resto d’Europa, rimane ancora un terreno poco esplorato e, proprio per questo, fertilissimo” (p. 151).

Giacomo E. Carretto

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Giuseppe Cossuto

Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003)
Genghis Khan. La macchina da guerra delle steppe, Roma, 2009.







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