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Il Dante di Vittorio Vettori un angelo necessario

Itinerario dantesco in e con Vittorio Vettori dantista

di Mariagrazia Orlandi

Il rapporto tra Vittorio Vettori e Dante è così vasto, così ampiamente vissuto da occupare una parte cospicua della produzione dell’Autore. Una sorta di mare magno, ove tutto si può trovare e che, pertanto, offre occasione per parlare di tutto; quindi il timore di perdersi in una selva oscura è tutt’altro che irreale.

È per tale motivo che ho scelto di compiere un ideale percorso, ma definito, con e in Vittorio Vettori dantista; utilizzando, per così dire, il suo metodo e dunque dialogando con lui.

Il Dante che ne viene fuori è un Dante ad usum, un Dante “utilizzato”, o meglio vissuto, colle più diverse finalità. È di tale Dante che vorrei parlare quest’oggi. E di questo Dante vettoriano vorrei brevemente sottolineare tre aspetti, tre maniere in cui l’Autore vi si relaziona, tre modi vettoriani di vivere Dante.

I testi di riferimento sono molteplici: ho riempito pagine e pagine di indicazioni bibliografiche relativamente alle opere di Vettori dedicate a Dante, lasciando da parte le numerosissime in cui il poeta compare in modo secondario o meno esplicito.

La prima scelta, dopo la lettura, è stata quella di optare per questo titolo: Il Dante di Vittorio Vettori, un angelo necessario. Mi è piaciuta questa definizione cercando proprio un itinerario preciso da compiere in e con Vittorio Vettori dantista. Mi è piaciuta perché richiama la bellissima lirica di W. Stevens, ove si fa riferimento al fatto che tale angelo racchiude in sé l’essere e il conoscere. E questo è Dante per Vettori: l’essere e il conoscere.

Lui stesso lo sostiene e lo ribadisce tante volte e in tanti modi: una guida per l’uomo che non può, non vuole e non deve camminare da solo. In tale ottica si intuisce già in che senso Dante per Vittorio Vettori sia un angelo necessario.

Ma vediamo perché angelo e perché necessario.

Innanzitutto, è bene precisare che la definizione di angelo non toglie a Dante niente della sua potenza, della sua forza e realtà, dal momento che, come si sa, le ali sono una conquista avvenuta a fatica. Inoltre, la prospettiva da cui si guarda è una prospettiva di parte: il Dante di Vettori. In una relazione ci sono sempre dei ruoli precisi che si occupano e che cambiano la dimensione del personaggio, che non esiste più di per sé, ma esiste in quanto relazionato.

Maestro Dante

Quante volte il poeta viene chiamato così da Vettori. Chiamato proprio, poiché l’ermeneuta Vettori, ama dialogare con tutti i personaggi a lui congeniali, al di là del tempo e dello spazio; mostrando in tal modo, non solo una vasta cultura, ma una fine sensibilità e un’umiltà intellettuale che lo rende degnissimo ed apprezzabile, tanto più perché da ogni incontro, da ogni confronto ne esce arricchito e questa ricchezza si trasforma in nuova parola, in nuova poesia, in un senso ulteriore e prima sconosciuto.

Vettori è un personaggio di sterminata cultura, nel senso, anche insolito, di persona che ascolta, cerca, conosce ciò che dicono o hanno detto in tutte le epoche altri uomini di cultura, mettendo, quando lo ritenga opportuno, in risalto il loro pensiero. La sua, in questo caso, è una lezione di umiltà e di lealtà di mestiere. Vettori valorizza moltissimo tutti contributi dati all’interpretazione del poema dantesco: invita a leggere i critici vecchi e nuovi della Commedia, tuttavia avverte:

Ma poi tornate a leggere per conto vostro Dante stesso, il testo vivo e vero di Dante, perché è da lì che si deve sempre partire ed è lì che si deve sempre tornare se vogliamo che la nostra lettura abbia un senso.

Ma qual è il senso di cui si parla? Perché si deve tornare al testo puro per trovare l’essenziale? Perché Dante è sorgente inesauribile di nuova poesia, perché Dante è maestro, maestro in quanto depositario di senso. Tuttavia, Vettori dice di più e si fa a sua volta maestro:

Maestro Dante, dunque: per tutti e per sempre, specialmente qui e adesso, specialmente per noi, accomunati, di là dalla vita come di là dalla morte, da un discorso condotto per intero, mi sembra di poter dire, in una mattutina luce d’inizio.

Vettori non esita a indicare a tutti Dante come maestro, a testimoniare la sua fede che si rinnova nella luce mattutina di ogni nuovo inizio. E qui incontriamo già due termini significativi: il maestro e l’inizio. Dante è maestro perché lui stesso si è fatto viandante per tutti e il suo percorso è un percorso esemplare per ogni uomo alla ricerca di se stesso e della propria felicità[1]. Infatti, il cammino dantesco nell’oltretomba è fatto, come ricorda Contini, per insegnare all’uomo il bene vivere. Dunque Dante, per dirla con Pavese (secondo una citazione cara a Vettori), rappresenta un destino, poiché il poeta delle Langhe sosteneva che una vita diventa destino proprio quando diviene esemplare.

In maniera chiarissima si esprime anche circa la questione relativa al metodo critico: poesia e struttura, forma e contenuto nella Commedia coincidono. Risolvendo subito la problematica e riconnettendola con la genesi stessa dell’opera.

Nelle stesse pagine tratta anche un’altra questione principale: il mito dell’uomo.

Il mito fondamentale della Commedia è quello dell’uomo, vissuto da Dante in persona prima con una abdicazione all’empirico così assoluta che lo stesso suo nome (tranne una volta per dichiarata necessità discorsiva) non compare nel corso del poema sacro. L’uomo dunque non come veste e fortuna (ricordo in proposito quel verso che è nell’orecchio di tutti: “…l’amico mio e non della fortuna”), ma come destino e destinazione ultima in rapporto all’Eterno […]. Dopo l’incontro con Virgilio, Dante muore a se stesso per rinascere al di là di se stesso e vale a dire come universale uomo e poeta […]. Il mito di Dante è ben qui: in questo dramma della persona umana essenzialmente tesa tra l’attività naturale e l’ordine trascendente.

Il mito di Dante, che l’Autore vede rinnovarsi nella storia non solo del nostro paese, ha una forza vera che egli ritiene fondata nell’italianità totale.

Per Vettori, non a caso in accordo con Gentile, la Commedia è opera filosofica oltre che poetica. Sempre in accordo con Gentile afferma che un Dante mistico esiste, un’anima completa e fortemente personale. Un misticismo poetico che potenzia la sua humanitas. Il misticismo di Dante fa centro sulla persona umana, attraverso quella massima celebrazione, non irrazionale ma soprarazionale, della persona, che è la Poesia. Altrove ricorda che il cielo di Dante non è il cielo della santità, ma quello della poesia.

Ecco in che senso Dante è vivo e Dante è Padre.

Ma Dante uomo non nasce maestro, forse non nasce neppure poeta. L’esperienza, così come la parola-poesia che la racconta, non è tanto geniale intuizione, ma è frutto di difficile acquisizione: è ciò che scaturisce dalla feconda ferita della solitudine e della delusione, dall’ideale che si semina nella realtà per produrre frutto solo attraverso una non indolore trasformazione. Ecco perché la parola è sacra, per Dante come per Vettori: trasuda di vita, una vita che è al contempo dolore e canto.

La parola è vita, perché è concreta e questo ideale di vita affascina perché ha il coraggio di mostrare una verità. Ma ogni conquista ha un prezzo. Il percorso di Dante nei vari regni è fatto da una serie di tappe precise che scandiscono tanti momenti esistenziali diversi del poeta; è una crescita che va verso una meta ben determinata, una meta sognata e desiderata: verso la felicità. Una felicità sempre duplice per l’Alighieri, felicità in questa vita e nell’altra. L’obiettivo è comunque unico, perché, afferma, vivendo secondo virtù si conseguono entrambi i fini per cui l’uomo è creato.

Nel cammino dantesco ci sono momenti terribili, che tuttavia vanno vissuti, che non si possono evitare perché la vita ci appartenga. Ecco perché la luce dell’inizio è importante, è la luce mattutina che rinnova ogni possibilità di vita nuova. Un pensiero davvero caro a tante pagine vettoriane.

La vera gloria dell’inizio coincide in ultima analisi con la gloria del ritorno. Ma ritornare dove, da chi? L’inizio, secondo Vettori, è un ritornare in se stessi, nel cuore del cuore della propria umanità. Ecco anche il termine ultimo della nostalgia dell’andare dantesco.

Non a caso Vettori riconosce a Dante la funzione di psicagogo, ossia di guida d’anime. E per lui è davvero stato costantemente maestro e guida. Il suo pensiero dantesco era un pensiero direi anche consolatore, cioè fatto di quella consolatio che può dare soltanto il sentire vicino qualcuno che ne sa di più e a cui si può fare riferimento.

L’Autore riconosce la forte commistione di pathos e logos, all’interno del poema sacro, come una natura essenzialmente drammatica e contemporaneamente armoniosa. Per questo è convito nel ribadire che il punto di riferimento essenziale della grande letteratura novecentesca rimane sempre Dante. Da ciò non si può prescindere. Significativo è anche rilevare il suo pensiero circa la figura dell’Alighieri all’interno del suo tempo:

Dante aveva cumulato nella sua opera tutti i ruoli di un intellettuale all’interno del suo tempo: il ruolo della rappresentanza, quello della contestazione e quello del precorrimento.

E aggiunge: Dante sa essere simultaneamente realistico e sognatore, visivo e lirico, solare e lunare. Realistico e sognatore. Un sognatore di verità, perché non prescinde mai dall’essere anche realistico, in quanto comprende e vive fino in fondo la verità della realtà: scoprendovi il nuovo che essa contiene e il dramma che sempre l’accompagna. Da ciò sgorga la verità della poesia dantesca, quella verità di cui Vettori mostra costantemente profonda consapevolezza, accorgendosi di tutto e  godendo di ogni emozione.

La fortissima ammirazione dantesca fa esclamare a Vettori che il pensiero di Dante è un miracolo, ed è un pensiero potentemente poetico.

Caratterista significativa che riconosce al mondo dantesco è quella dell’unità, unità assoluta e infrangibile.

Ma l’unità non è solo una meta del fare, è anche il cuore dell’essere. Tutta la numerata realtà del mondo nasce da quell’Uno che è Dio.

E la Commedia è un poema unitario in quanto è molteplice. Un mondo strutturato in cui la ricchezza dell’esistenza perviene all’unità[2]. Un microcosmo che rispecchia e si riconnette col suo principio ispiratore, sua origine e meta[3].

Ma qual è l’insegnamento maggiore di Maestro Dante? L’Autore riconosce che tale insegnamento consiste nel coniugare l’umano col divino, la rivoluzione con la creazione, la giustizia con l’amore, la libertà con la verità. E aggiunge: non è un insegnamento da poco. È tutto quello che abbiamo da imparare e da fare sulla terra.

Dante cercatore di senso

Per Dante è importantissimo un fattore che muove ogni conoscenza: la funzione epistemologica del dubbio[4]. Lo esprime esplicitamente nel IV canto del Paradiso, ove riconosce che è proprio il dubitare che innesca l’innata curiosità dell’uomo. Il dubbio ha nell’universo dantesco un precipuo valore di animazione e di spinta. Ma il dubbio come momento transitorio, poiché l’ermeneuta non può prolungare la fase dubitativa oltre il necessario: dantescamente non è permesso indugiare nella stagnazione. Quindi, in tale senso, la funzione del dubbio è quella di stimolo per indagare, conoscere la realtà in tutte le sue accezioni.

Così procede Dante nel suo andare, dove ripercorre dolorosamente le sue evoluzioni esistenziali, le sue crescite spirituali, fatte inesorabilmente di delusioni, di involuzioni, di ripensamenti, esitazioni.

E tal atteggiamento è presente anche nella parabola vettoriana. Tra dubbio e scelta si lacera il divenire del pensiero di Vettori, ove il dubbio consiste essenzialmente in una molteplicità di ipotesi, di pensieri, di conoscenze e la scelta interviene a segnare il cammino, a delineare il percorso. Ed implicito con tutto ciò è la nozione di tempo. Proprio come Maestro Dante insegna. Il tempo, scrive Vettori, è un atto dell’uomo che esiste proprio perché nel tempo-spazio crea la propria identità.

Questa identità tra Vettori e Dante nelle espressioni di fondo mostra anche un aspetto apparentemente più marginale, ma comunque fortemente significativo. Vettori indaga con l’animo che si è detto la poesia di Dante, anche quella del secondo canto del Paradiso dedicato alla spiegazione della macchie lunari e ove il dubbio è guida a conoscere e dimostrare un senso preciso delle cose.

Da questo piccolo dato si può partire per un’altra considerazione, che trova nella produzione di Vettori infinite conferme: la poesia di Dante è tutta poesia. Non esistono perle e strutture, parti funzionali ad altre: tutto contiene la stessa quantità di poesia, se in questi termini ci vogliamo esprimere. Solo premettendo ciò si può comprendere appieno la predilezione di Vettori per la terza cantica, quella che ancora oggi continua ad essere la meno letta, la meno conosciuta, la meno amata, in un certo qual modo la più medievale e, pertanto, inevitabilmente la più lontana dal gusto, dalla sensibilità moderna.

Vettori condivide il fatto che il Paradiso prima di essere un luogo della fantasia creatrice è uno stato d’animo, aggiungendo che esso è anche un momento vittorioso e sublime della coscienza.

E chiosa così queste sue parole: Protagonista assoluta della terza cantica è dunque la luce di una spiritualità rinnovata: una luce che via via si è andata affermando nelle altre due cantiche e che ora si fa sempre più dominante e trionfante.Il misticismo del Paradiso di Dante sgorga dalla sempre concreta e presente umanità del poeta.

Per comprendere il Paradiso si deve tenere presente la lezione di Barbi: ci si deve fare contemporanei al poeta, si deve storicizzare la sua figura, conoscere la sua opera in modo complessivo. Solo così il senso si rivela, solo così, per dirla con Kant, si comprende come le idee di Dante fossero davvero chiare e distinte, conseguenza di altrettante idee non chiare, non distinte, conquista faticosa e per questo sorgente di serena fiducia. Un mondo concreto si costruisce con pietre lavorate dal tempo, spesso doloroso, dell’uomo prima e poeta dopo; e la voce del poeta si fa sentire quando decide di partecipare, di condividere la propria esperienza[5]. Per questo Dante scrive la Commedia, tutto ciò è ben chiaro per Vettori dantista, ermeneuta e cercatore di senso a sua volta, il quale dalla lezione dantesca trae maggiore forza e verità[6].

Ma come può, secondo Vettori, essere definita la poetica di Dante?

La risposta è precisa: È una poetica dell’attenzione. Misticismo della parola ispirata. Estasi della fantasia.

Per comprendere Dante, per il nostro Autore, è fondamentale sentire dentro di noi viva la realtà soprastorica e cioè universale (e cioè “mitica”) della sua poesia.

Per questo ritiene che la critica letteraria sia una scienza morale, che ha per oggetto ultimo la poesia come mito.

La grande poesia è il vertice della civiltà, in essa necessariamente converge ogni vitale impulso dell’uomo.

E la poesia di Dante è fatta, nota Vettori, di tante cose:

poesia come storia. Non avremmo la Commedia se non ci fosse stata una civiltà comunale strettamente collegata con l’utopia di Roma.

Poesia come politica. Realizzazione di un giusto ordine sociale (Giano della Bella).

Poesia come religione. Significato sacro del vivere.

Poesia come biografia. Vita di Dante.

Poesia come dottrina. Dal pensiero filosofico classico a quello cristiano.

Poesia come lingua[7]. Raccogliere e andare oltre la precedente tradizione, la gloria della lingua sta in un plurilinguismo che converge in una sintesi vastissima.

Per tutto ciò ritiene la poesia di Dante una testimonianza di umanità.

Tutta la grande poesia, ricorda Vettori, è religiosa, la religiosità di Dante è di tipo drammatico, fondata sulla bipolarità cielo-terra.

Ma tale personaggio può appartenere ad ogni uomo, scrive infatti Vettori:

Dante in noi: non c’è altro, non conosciamo altra via per dare uno scopo e una dignità allo studio di Dante.

E aggiunge ancora l’Autore:

Nella pienezza di un incontro interiore con Dante il sentimento e il pensiero vengono dunque a coincidere: ed è in questa pienezza che può attuarsi per ciascuno di noi la storia di Dante, la storia cioè di una vita che seppe farsi destino e continuarsi in una tradizione.  Lasciamoci guidare dall’esigenza di rivivere Dante dentro di noi: e non ci sarà difficile attingere l’affascinante mistero del più vasto e ricco universo poetico che sia stato mai creato. Mistero pressoché inesauribile, se ogni lettore attento e volenteroso può sempre scoprirvi nuove rispondenze e nuove armonie.

Tutto ciò può accadere perché, secondo l’Autore, la Commedia è un perfetto tempio dell’anima.

Dante destino

Ma, alla fine, una domanda complessiva si impone: chi è Dante per Vittorio Vettori? Lasciamo che ha rispondere sia lui stesso:

Dante è colui che ha saputo credere, sperare, salvarsi.

E per questa risposta esiste anche una postilla di grande interesse, che contiene un ulteriore e nuovo messaggio:

Più che a ogni altro, Dante somiglia infatti sempre a se stesso.

Il viaggio di Dante è un percorso esemplare, fatto in pro del mondo che mal vive per indicare una via per giungere alla felicità. Dante è esempio e per questo da Vettori è sentito come destino.

Il bisogno vettoriano di Dante si legge in ogni lavoro, ma si dichiara, fra il dramma e la consolazione, in un punto preciso (siamo in Dante in cielo) con queste parole: Ho capito, come mai prima, che io avrò bisogno di Dante finché avrò vita, e che finché avrò vita non cesserò di confrontarmi coi più diversi commenti del poema sacro.

La verità, continua Vettori, è che non si cessa mai di imparare, quando si ha a che fare con un testo di così miracolosa (inesauribile) attualità com’è la Divina Commedia.

Avvertendo anche: Ma è necessario, d’altro canto, evitare qualsiasi passività di lettura. Da qui il ruolo fondamentale dei commenti e delle interpretazioni, col loro illuminato potenziale di provocazione e di stimolo.

Ed ha pure l’umiltà di aggiungere che poi a volte non basta leggere, bisogna anche rileggere.

Ormai ci è facile comprendere come Dante per Vettori sia stato un compagno di vita, un angelo necessario, forse anche la salvezza dall’estrema solitudine.

In uno dei suoi tanti colloqui-dialoghi che Vettori mette in atto, uno in particolare mi ha colpito. A parlare sono Massimo Cacciari e Marina Cvetàeva, poetessa russa morta suicida. Rivolto a lei Cacciari dice: Se io sono ancora una sorte (soggetta a Chrònos come tutte le sorti), lei invece, con tutti i suoi libri, è diventata ormai definitivamente un destino. E il loro dialogo dantesco prosegue. Ma queste parole sono molto importanti, perché tutto, in esse, è animato da un concetto filosoficamente dantesco. Qualche sera fa un amico, medico, mi chiedeva: può per Dante l’eternità essere relativa alla negazione della percezione della speranza? Un quesito davvero interessante, un punto focale della filosofia dantesca.

L’eterno è ciò che nasce e ciò che non muore, all’eterno non appartiene la speranza, come non appartiene il concetto umano di tempo: l’eterno non ha bisogno di sperare. Ma per chi è ancora sorte, soggetta a chrònos, come tutte le sorti, sperare è importantissimo, la speranza è un valore che pone l’uomo in cammino, che lo rende dinamico, progettuale, capace di futuro. Per questo vorrei concludere cercando di cogliere, in estrema sintesi, l’essenza della lezione di Vittorio Vettori dantista: anche la sua è una lezione di speranza, speranza in quel mistero che si chiama uomo, in questo sinolo fatto di tante, infinite essenze, che per tutta la sua esistenza ha cercato curiosamente di conosce e scoprire. Per l’uomo, fatto di chrònos, è un bisogno fondamentale sperare, ecco perché la lezione di Vettori dantista ci interessa e ci riguarda:

è una lezione che ci viene da chi ormai abita il mondo dell’Oltre e da chi ormai, con tutti i suoi libri, è diventato, a sua volta, certamente e definitivamente un destino.

Bibliografia

M. Orlandi, Una valle dantesca. Il Casentino nella vita e nelle opere di Dante Alighieri, Anscarichae Domus, Firenze, 2002.

M. Orlandi, Un uomo in cammino. Breve viaggio nella vita e nelle opere di Dante Alighieri, Scramasax, Firenze, 2004.

M. Orlandi, Il vino in Dante, metafora di vita, in uscita.


[1]Tema fondamentale dell’opera dantesca, chiave di lettura stando alle indicazioni dell’Alighieri (Ep. XIII e altro), svolto e documentato in M. Orlandi, Un uomo in cammino. Breve viaggio nella vita e nelle opere di Dante Alighieri, Scramasax, Firenze, 2004.

[2]Vettori compie un’originale analisi del pensiero scolastico, in particolare di San Tommaso in riferimento a Dante. Afferma che sia Dante che Tommaso sono portatori di un messaggio pregnante; entrambi sono spiriti indipendenti, combattivamente impegnati. Sostiene anche che la loro posizione politica è affine, poiché ambedue sono dei rivoluzionari. L’affinità filosofica, invece, è evidente: tra le componenti del pensiero dantesco, la preminente è quella tomista. Ma Vettori intravede anche una sorta di affinità architettonica: anche Dante, fa notare l’Autore, ha le sue vie per giungere alla conoscenza dell’esistenza di Dio.

[3]Cfr. M. Orlandi, Un uomo in cammino cit., per il concetto di analogia entis e relative strutture filosofiche utilizzate dall’Alighieri.

[4]La tematica relativa al valore del dubbio, quale metodo, è affrontata in M. Orlandi, Il vino in Dante metafora di vita, in uscita.

[5]Cfr. M. Orlandi, Una valle dantesca. Il Casentino nella vita e nelle opere di Dante Alighieri, Anscarichae Domus, Firenze, 2002, per il concetto di Dante agens e Un uomo in cammino cit., per la prospettiva critica del Paradiso.

[6]Sembra quasi che Dante per Vettori sia da considerarsi il primo uomo, come dice, europeo; poiché questo, l’uomo europeo, è il portatore di una fede lo distingue: la fede nella dinamica delle idee.

[7]Anche a proposito della nascente lingua italiana, Vettori mostra una sua propria capacità: una sorta di parafrasi interpretativa dell’Alighieri, che, in questo caso, ci rende un ritratto a tutto tondo da vedere, sentire, odorare: Dante ravvisa nel “volgare comune italico”, in quella lingua che balena col suo profumo in ogni città ma non si ferma in alcuna, l’odorosa e sfuggente  pantera che si può amorosamente fiutare da lontano senza mai poterla scorgere con gli occhi. Secondo l’Autore la gloria della lingua sta nel “parlar materno”, dove si trova anche l’eterna gioventù della parola, e dove si manifesta l’eternità stessa dell’anima, intesa come nascita spirituale eterna. La gloria della lingua consiste essenzialmente nella gloria della novità, di un incipit che è anche la meta dell’itinerario.

Circa il plurislinguismo dantesco cfr. l’analisi relativa al canto XXX dell’Inf. in Una valle dantesca cit.


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