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Dina e Clarenza

di Ornella Mariani

Dina e Clarenza suonano le campane del campanile del Duomo di Messina

Così scrisse il cronista Giovanni Villani, nel rappresentare i fatti di Messina: «....Stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove non era murata, i Messinesi colle loro donne, le migliori della terra, e co' i loro figlioli piccioli e grandi, subitamente in tre dì faccino il detto muro e ripararono francamente gli assalti dei Franceschi …»

E la canzone recitò:

«...Deh com'egli è gran pietate

Delle donne di Messina,

Veggendole scapigliate

portar pietre e calcina.

Iddio gli dea briga e travaglio

A chi Messina vuol guastare…»

Fatta costruire da Ruggero II intorno al 1097; ristrutturata una prima volta fra il 1919 ed il 1920 in esito al drammatico maremoto del 1908 ed una seconda a margine dei bombardamenti del 1943, la cattedrale messinese conserva incontaminate le linee della originaria e suggestiva struttura normanna, mentre la facciata mantiene di antico le tre grandiose absidi, la parte inferiore a fasce di mosaici e rilievi e tre splendidi portali gotici, pregevoli quanto i due del '500, alloggiati sui fianchi.

Sul lato di sinistra svetta, alto sessanta metri, un grandioso campanile a cuspide sulla cui facciata insiste un imponente orologio meccanico a vari livelli scenici, ciascuno con una rappresentazione ed un movimento diverso.

Completamente restaurato, l’interno si snoda in tre navate su colonne monolitiche reggenti archi ogivali, con soffitto in legno dal cui centro si allunga un grande candelabro. Protesi verso la Fontana di Orione: eccezionale opera dello scultore fiorentino Giovannagnolo Montorsoli, allo scoccare di ogni mezzogiorno, tutti gli automatismi della torre campanaria avviano la narrazione dei più significativi episodi storici e religiosi cittadini.

Il possente ruggito di un leone portabandiera apre l’attività dinamica dei vari strati, simboleggiando il coraggio e l’inflessibilità di un Popolo che ha tenacemente difeso gli insopprimibili valori di libertà e di autonomia peculiari alla sua complessa storia.

La scena, dominata da una biga aggiogata ad un cervo e guidata da una divinità, indica il giorno della settimana; a seguire, si staglia la figura della morte che scuote la minacciosa  falce mentre sfilano un bambino, un giovane, un soldato ed un vecchio, allusivi dei quattro stadi dell’esistenza.

Sul santuario di Montalto, un gruppo di figure illustra la successione degli eventi rilevanti della fede: Natività, Epifania, Resurrezione e Pentecoste. A partire dal basso, il lato Sud del campanile presenta il calendario perpetuo e quello astronomico con i segni zodiacali e le fasi lunari.

Nel quadro superiore si assiste alla raffigurazione della leggendaria Madonna che, attraverso un angelo, consegnò agli ambasciatori messinesi annunciati da san Paolo una lettera di impegno alla protezione degli abitanti, mentre una colomba volteggia e due figure bronzee, divise da un gallo dorato che emette uno stridulo richiamo, scandiscono il tempo battendo colpi sulle campane.

Sono Dina e Clarenza, testimoni di una storia siciliana scritta al femminile, con generoso ardimento nella stagione in cui Messina era allo stremo, assediata dalle feroci hoste angioine che insanguinarono le magiche acque dello stretto.

Alaimo da Lentini, referente dell’insurrezione armata antifrancese, aveva insediato i suoi arcieri sulla dorsale dello strategico monte della Capperina, «…Ma accadde che questi uomini del presidio, comportandosi come dei novellini -e del resto lo erano perché erano normali cittadini- quel giorno, l'8 agosto, nel tardo pomeriggio a seguito di un gran rovescio di pioggia, per mettersi in un riparo, abbandonarono i loro posti di guardia, di modo che i Francesi colta l'occasione, furono pronti a salire l'erta attraverso gli uliveti. Alaimo, appena gli fu data la brutta notizia, comprese che se passava un altro istante Messina era perduta; ma l'istante lo sfruttò straordinariamente bene, in un fiato si lanciò alla riscossa, portandosi dietro tutto il popolo, e urtò e poi riconquistò la strategica postazione facendo una strage di francesi; poi caduta la notte, al lume delle fiaccole tornarono a ripristinare le barricate. La Notte del Campidoglio trascorse a Messina con l'infaticabile Alaimo che impartiva ordini perentori e assegnava i compiti ad ogni singolo messinese, uomini e donne di ogni età. Drappelli di uomini validi giorno e notte dovevano avvicendarsi per vegliare le postazioni fisse; mentre pattuglie di donne dovevano fare la guardia girando in continuazione per gettare gli allarmi. I Francesi a notte fonda, tentarono un altro l'assalto al monte Capperina; ma superati in silenzio i ripari, s'imbatterono proprio in una pattuglia di due donne Dina e Clarenza; due coraggiose donnette di cui l'ingiusta storia tramanda appena il nome, eppure salvarono loro due la città. Fu la prima, la Dina a gridare "all'arme", scagliando nello stesso tempo sui nemici intravisti un masso, che atterrò parecchi soldati; mentre la Clarenza andò a martellare a stormo le campane; l'allarme si espanse in un baleno e si sentì nella notte un solo grido: "Alla Capperina il nemico !"; e verso là andarono tutti senza chiedersi se c'era pericolo o no, o tutti così là, a notte fonda, forse guidati per il solo gran piacere di trovarlo il pericolo, a patto che ci fosse un odiato francese. Sul posto c'era già Alaimo, che sugli attoniti nemici piombò con tutta la popolazione accorsa come una furia; e non solo li ricacciarono indietro, ma un gruppo di spavaldi uscirono fuori dalle mura, e a piedi, mentre quelli erano a cavallo, li incalzarono fin sotto il quartier generale di Carlo d'Angiò…»

Così scrisse Michele Amari, per raccontare la concitazione e l’ansia febbrile di quelle ore in cui la sorte della città sarebbe stata definitivamente segnata.

E a caro prezzo l’Anjou avrebbe pagato le sprezzanti parole pronunciate ad apertura della ostilità antisiciliane: quella gente miserevole, presentatasi ora in tutta la sua sfavillante ed imbattuta audacia, era un folto gruppo di eroi senza nome e diritto alla cronaca; uomini e donne per nulla intimiditi dalla barbarie delle sue orde e determinati a difendere fino all’ultimo sangue l’onore d’una antica tradizione di civiltà e cultura.

Pertanto, pur stremati da sessantaquattro giorni di duro assedio, ad ogni implacabile  affondo essi: popolani e nobili, artigiani e mercanti, giovani e vecchi, senza distinzione di casta e di sesso e di età, si dettero giorno e notte a riparar le brecce e a fortificare le mura, con impegno orgoglioso e puntiglioso. Quando, a margine della guerriglia, il Vescovo Gherardo da Parma, tentando di negoziare la pace, ricevette le chiavi della città da cittadini stanchi di sangue e di orrore e di morte, gli fu risposto che governasse egli stesso; che essi avrebbero onorato il pagamento dei tributi e prestato obbedienza solo se i Francesi non avessero occupato neppure la memoria dei lutti già provati; che non si sarebbero mai piegati a quel brutale straniero.

Il prelato oppose con fermezza che avrebbe consegnato Messina al suo legittimo Sovrano, incline al perdono, e Alaimo: sintesi dell’anima d’un’intero Popolo, gli strappò il bastone di mano e ribadì, gridando con fierezza: «…A Carlo no!. E la folla ad urlar con lui: A Carlo no; mai più i Francesi fin che avremo sangue e spade!... », prima di dettare le sue condizioni per porre fine alle ostilità: restaurazione della illuminata costituzione di Guglielmo il Buono; gestione del governo a un italiano; inibizione ai Francesi, a qualsiasi titolo, ad entrare ancora sul territorio messinese.

Indifferente alla pur nota e temperamentale irriducibilità sicula, la missione espiscopale s’era risolta in un fallimento.

Charles d’Anjou se ne infuriò e, per ritorsione, prese a sottoporre quella vile accozzaglia alla pressione di attacchi insistenti che ne fiaccassero la resistenza, cingendo di una compatta morsa la città. Tuttavia, il suo ultimo assalto contro le mura settentrionali si concluse con una ulteriore e cocente umiliazione; un’onta che egli lavò infierendo sui contadini con saccheggi, violenze e selvagge scorrerie prima di arrendersi, poiché era giunto in Sicilia l’atteso Pietro d'Aragona.

Il Sovrano spagnolo avrebbe compreso e rispettato le istanze popolari e, quale coniuge dell’amata Costanza, figlia di Manfredi Re di Sicilia ed ultima espressione della amata dinastia staufica, avrebbe restituito all’isola il suo smalto.

Michele Amari, infatti, riferisce ancora che: «…Allo schiarir del giorno predispose la sua macchina di guerra a cerchio, dal piano, dal monte, in ordine, con macchine e infiniti ordigni; tutti splendenti nelle loro armature cavalcano le schiere di baroni; Carlo esorta i suoi a "non solo a combattere" ma strepita "dovete fare un gran macello".Nello stesso tempo la flotta armata con una tramontana favorevole nel golfo lanciata in avanti investì la bocca del porto; in prima fila un grandissimo naviglio, pieno di uomini e di macchine, dotato di difese contro i fuochi, e un rostro possente per spezzare la catena del porto per poi entrarvi. Ma il porto Alaimo l'aveva con attenta cura rafforzato molto dentro, e aveva steso fuori delle micidiali trappole. Dentro la catena, nel porto messinese c'erano schierate quattordici galee con un equipaggio giovane audace; in mezzo altre sei navi, cariche di mangani e altri congegni; mentre fuori dalla catena molto bene occultate si nascondevano tese a pochi palmi sotto la superficie dell'acqua delle grosse reti che dovevano rompere l'eventuale movimento dei navigli nemici che s'impigliavano a quelle: sorgeva inoltre sulla riva un fortino, e dentro questo i combattenti più feroci muniti che ottime armi e tanti altri micidiali ordigni. Proprio qui iniziò la prima zuffa. Dirigendosi la grande nave sopra il fortino impigliatasi nelle reti, con sassi e dardi i Messinesi la tempestarono, gli gettarono spezzoni infuocati, squarciarono le vele. Teneva la nave tuttavia la battaglia, ma saltato il vento a favore, con lo scafo sfasciato e le vele lacerate, i suoi uomini rimasero sgomenti, la grande nave allora si ritrasse da quell'impaccio, ma arretrando anche tutta la flotta si ritrasse. Se dal mare il pericolo era stato così bene neutralizzato, tutta l'attenzione fu allora rivolta all'attacco a terra, dove le turbe di francesi avevano sferrato il grande assalto; facendo cozzare i "gatti" contro le mura per aprire una breccia; appoggiando scale sulle stesse mura mentre nuvole di saette della fanteria investivano i Messinesi sugli spalti. Ma questi per nulla intimoriti, sfidando la morte ogni volta che si affacciavano, facevano grandinare pietre, massi, buttavano olio e pece bollente, e col fuoco greco incendiavano le scale facendo ruzzolare giù i Francesi a grappoli.A quel punto la sorte nell'accanita lotta ondeggiava, la situazione era diventata critica per entrambi. Eppure Alaimo, infaticabile, non perdeva la testa; anzi era raggiante in volto, correva in ogni luogo, agli steccati delle barricate, agli spalti delle mura, si precipitava dove era necessario, dove urgeva, dove c'era all'improvviso il maggior pericolo e a dire cosa e come fare. Intanto seguiva attento i movimenti del nemico, reggeva tutta la difesa, cambiava i soldati stanchi con quelli freschi, faceva rifornire di armi e di ordigni chi era rimasto senza, esortava acombattere. E con lui condottiero, tutti i cittadini, compresi quelli di maggior nome s'impegnavano in quella che doveva essere ormai la prova estrema, e anche la più disperata. Come negli assalti dei giorni precedenti, non vi era nessuna indecisione, timori, tentennamenti. I più audaci, i più eccitati, gridano "Viva Messina e la libertà", quelli che non gridano però ascoltano; e agli uni e agli altri torna la lena nei petti e si raddoppia il vigore chi nelle braccia e chi nell'ingegnarsi a come battere sia la morte a un passo, sia i Francesi a due passi a decina di migliaia. Poi c'erano le donne, anche loro a sgusciare in mezzo ai tiri delle saette; nei grembiuli portavano i rifornimenti di sassi, frecce, olio, pece, e qualche volta per rincuorare i mariti, i figli, i fratelli, portavano qualche fiasco di vino, le cibarie, e qualche sorriso d'incoraggiamento. Giravano anche con i bambini in braccio, e ogni tanto quelle più esasperate, li alzavano mostrandoli ai Francesi e gridavano "li vedete, li sgozzeremo noi piuttosto che lasciarli a voi", e un'altra gridava "non ci rapirete più le nostre vergini, non contaminerete più i nostri letti, perché quando entrerete -se entrerete perché noi lotteremo fin quando avremo fiato- noi stessi spianeremo la città e di noi non ne troverete una viva".Tutto un popolo unito in armi e in una sola virtù. Fuori, la città, in effetti, era già spianata; la furia degli assalti e l'accanimento della difesa aveva sfasciato tutto. Ai piedi delle mura, c'erano montagne di scale e macchine d'assedio fracassate, e poi di assediati e assedianti c'era attorno alle mura una ghirlanda di cadaveri, o uomini feriti a lamentarsi o nelle convulsioni della morte. Le perdite dei Francesi erano enormi perché erano uomini mandati con una irrazionale ostinazione, al macello, mentre quelle dei messinesi erano molto inferiori avendo una posizione dominante…»

L'arroganza angioina era stata sfregiata.

A margine del tramontato astro della potenza degli Svevi, morto Manfredi nella battaglia di Benevento nel 1266 e drammaticamente fallita l’impresa del quindicenne nipote Corradino, barbaramente decapitato sulla piazza del Mercato di Napoli nel 1268, la sciagura della feroce dominazione francese abbattutasi sul Mezzogiorno d'Italia e sulla Sicilia era stata vendicata.

Carlo d'Angiò, chiamato in Italia dall’anti/italiano Clemente V, prosecutore dell’accanita campagna ecclesiale antistaufica, dopo aver riorganizzato il Regno con pragmatico cinismo avviando quella mala signoria conclusasi con il sacrificio della vita degli eroi della insurrezione del Vespro, dovette inchinarsi all’ultramillenaria tradizione di civiltà; alle esigenze popolari; all’ordinamento politico, sociale ed economico dell'Isola insanguinata dalla sua tirannide.

Era tramontato il suo oppressivo sistema feudale; era stata cacciata la sua classe dirigente crudele, avida e corrotta; era stato sconfitto il suo spietato esercito di ufficiali regi; era stato spazzato via il suo vessatorio apparato fiscale; era stato vendicata la sua sistematica umiliazione dell’orgoglio siciliano già con lo spostamento della capitale del Regno da Palermo a Napoli; era stata rimossa la sua oltraggiosa prescrizione dello jus primae noctis: una primitiva ed iniqua pratica contro la quale il contagio della rivolta era esploso con dirompente violenza il trentuno marzo del 1282, in coincidenza del lunedì dell’Angelo.

Nella sua vorace determinazione politica, l’Anjou nutriva inappagati appetiti sul trono di Bisanzio: il legittimo allarme dell’Imperatore Michele VIII Paleologo si era saldato alla reazione popolare e i partigiani svevi, individuando nei Genovesi un punto di forza e di unione fra Sicilia, Corte Bizantina e Corte Aragonese, avevano attrezzato la resistenza usando la scintilla accesa da un soldato francese.

L’episodio, traducendosi in un segnale di generale sollevazione, s’era svolto sul sagrato della chiesa del s. Spirito di Palermo in reazione alla provocatoria pretesa del militare  Drouet di perquisire una ragazza dal volto velato.

Si assume che ella fosse Imelda, la figlia di Giovanni da Procida: l’uomo che non s’era dato pace della morte di Federico II; l’uomo che non s’era arreso alla tragica fine di Manfredi; l’uomo che non s’era dato ragione della brutale decapitazione dell’adolescente Corradino.

E dai dolci venti di quella tragica primavera si levò un lacerante grido di guerra, di ribellione, di dolore, di denuncia delle sopraffazioni francesi: un acuto grido femminile esploso come un segnale di contagio, il trenta marzo: Mora, mora!

Lo stesso grido che ancora a Palermo, il dodici gennaio del 1848 sarebbe stato emesso dalla bocca di Santa Miloro, dal cui fucile partì il primo colpo antiborbonico; lo stesso grido che avrebbe scosso Catania il trentuno maggio del 1860, quando Peppa la cannoniera avrebbe spianato la via all’intervento di Garibaldi; lo stesso grido urlato a Ragusa il quattro gennaio del 1945 da Maria Occhipinti, incinta di cinque mesi ma pronta a farsi massacrare nel suo starsene sdraiata avanti alle ruote di un autocarro militare, per impedire alle reclute locali di ancora arruolarsi e di ancora consegnarsi alla morte.

Quel grido riempì Messina.

Vigili e lucidi anelli della resistenza armata, in quelle ore di ansia e di sangue Dina e Clarenza presidiavano la spigolosa dorsale della Capperina.

Non sapremo mai dire se erano brune; piccole; prosperose, belle: che importa?

Non sapremo mai dire se erano ricche, povere, nobili, vedove, nubili, spose: che importa?

Importa saperne l’amore per la terra; la passione per la libertà; l’orgoglio della razza.

Importa sapere che il ricordo è vivo ed indelebile nella memoria storica della gente siciliana.

Assieme ad altre popolane, avevano dato il cambio ai compagni sfiniti. Nella notte, quando gli uomini erano crollati nel sonno, esse percepirono movimenti furtivi lungo la costa e si resero conto che il nemico si accingeva a prendere di sorpresa la città. Con coraggioso tempismo si diressero alle campane e, squarciando il silenzio d’una magica stellata, le agitarono chiamando a raccolta l’intera popolazione e consentendo ad Alaimo di ricomporre la resistenza.

Fu una manciata di frenetici minuti, ma quell’azione vanificò il piano di attacco: il nemico fu respinto.

Restava solo da aspettare che Pietro d'Aragona, designato Sovrano dal Parlamento isolano, sbarcasse sule coste isolane per realizzare quell’azione di rincalzo antifrancese conclusa il ventisei settembre 1282 con l’umiliante abbandono angioino del territorio e col trionfo della tenacia sicula.

La Sicilia aveva fatto giustizia alla Storia e alle ragioni degli Staufen; aveva rivendicato in quel suo bagno di sangue il proprio onore e l’appartenenza ai fasti normanno/svevi; aveva castigato le mostruosità dell’usurpazione francese e le pesanti prevaricazioni di una Chiesa avida e intollerante; uscendo da una mostruosa spirale di rovine e lutti, dopo mesi di incessanti torbidi, aveva espulso i detestati Anjou.

Il Parlamento dell’isola, sancita la impossibilità dei Francesi a forzare il blocco, finalmente poté insediare sul trono Pedro d’Aragona, incoronato il quattro settembre del 1282.

Da quel momento, Carlo d’Angiò diventava l’emblema della brutalità più bieca: egli non aveva solo sconfitto Manfredi; egli non aveva solo brutalmente assassinato l’adolescente Corrado di Svevia scandalizzando la comunità internazionale; egli non aveva solo oltraggiato i diritti di sudditi colpevoli di onore alla memoria.

Egli era stato il feroce carnefice delle speranze di un Popolo che attraverso le sue determinate donne aveva recuperato prestigio e dignità, mai più dimenticando le piaghe, le sofferenze, le sopraffazioni, i rapimenti, gli espropri, gli stupri eccitati quel legittimo spirito di reazione e di vendetta.

Alle generose ed eroiche Dina e Clarenza, la grata memoria dei posteri ha dedicato le due statue sul campanile della cattedrale chiamandole a definitive custodi di una tradizione di orgoglio, di ribellione, di suggestioni di una terra che coniuga magia, fascino, storia e leggenda sgranandoli nei suoi luccicanti notturni di mezzo agosto nella processione della Vara e nelle note dell’ultimo cantastorie normanno dell’isola: Gery Palamara.

Figure femminili, a metà strada fra fantasia e realtà: Mata, Morgana, Scilla saranno vegliate per sempre dal sudore e dalle lacrime di sangue delle due Popolane.

«…Mmisi î mazzu 'm 'Palemmu 'ntà scurata

'm 'picciottu si 'ncazzau c'un nfrancisi,

da vuci 'ntunau pì tutti i paisi

di la Sigilia, affritta e scunzulata.

'Ntà Missina ci fu 'na gran 'n 'zunata

di campani, sguazzati e, quattru venti,

Dina e Clarenza ruspigghiannu e genti,

'nchianaru a pedi nterra 'ntà travata.

Tirannu petri, frecci e mazzacani,

diciunu: Bastaddi rinculati!

dicitincillu a Callu, cori 'i cani,

nn'havi puru pì iddu 'i 'sti pitrati.

Clarenza, sbraitava apettamenti:

o finiri 'u cumannu e 'a caristia,

pi' vostri casi, francisi fitenti,

ittati ogghiu tutti nziemi a mmia!

Dina, 'vanzava zizziànnu i denti,

armata d'un santissimu bastuni,

dannu coppa cu'tutti i sacramenti,

dicennu: annativinni gran 'nfamuni!

Straqquati, suddati e prodi arceri,

scappaunu 'ttirruti a fui fui,

e i missinisi supra 'i balistreri,

spittaunu 'u cumannu i tutti i dui.

'A la fucca, cu' cuppa e cu' non cuppa!

diciunu li fimmini a sustegnu,

suddati ccipputi comu e ghiuppa,

chi cadiunu senza nuddu 'mpegnu.

Callu, cu' cabbuni ll'avia bagnatu,

accuminzau a mprumettiri e 'ndutari

ma Dina e Clarenza, fimmini asimplari,

dissiru: no...»

E ancora: «... cu'tutti i sacramenti, dicennu: annativinni gran 'nfamuni! Straqquati, suddati e prodi arceri, scappaunu 'ttirruti a fui fui, e i missinisi supra 'i balistreri, spittaunu 'u cumannu i tutti i dui. 'A la fucca, cu' cuppa e cu' non cuppa! diciunu li fimmini a sustegnu, suddati ccipputi comu e ghiuppa, chi cadiunu senza nuddu 'mpegnu. Callu, cu' cabbuni ll'avia bagnatu, accuminzau a mprumettiri e 'ndutari ma Dina e Clarenza, fimmini asimplari, dissiru: no a tuttu tuttu ciatu! …»

E infine Dante: «... E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: "Mora, mora ! ".

E se mio frate questo antivedesse

l'avara povertà di Catalogna

già fuggeria, perchè non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca

carcata più d'incarco non si pogna. …»

(Paradiso, Canto VIII, vv. 67-80)

Bibliografia:

M. Costa, Poesie

M. Campanozzi, Poesie

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)



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