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Un po' di filosofia pagana

di Aldo C. Marturano

© 2009 di Aldo C. Marturano

Dai remotissimi tempi della sua apparizione sulla Terra, come già sappiamo, l’uomo è affannato da una grande preoccupazione: Non riesce a prevedere il proprio futuro! L’angoscia sua maggiore è che l’unica cosa che conosce per certa è che dal suo percorso temporale e corporale che si chiama vita… non ne uscirà vivo! Come fare a godersi la vita, se non può programmare il futuro? Capisce bene che, se conoscesse in anticipo quando morirà, potrebbe pianificare meglio ogni sua azione presente per godere di risultati più favorevoli a lui e ai suoi rampolli. Così si affanna a cercare di acquisire tale conoscenza… ma dove? Non c’è scelta. Questo è il mondo dov’è nato e vive e qui c’è la soluzione, ammesso che ce ne se ne trovi una soddisfacente. Di qui nasce la sua assillante indagine della natura…

Dobbiamo però subito cambiare soggetto e dire che la natura con i suoi fenomeni fu ed è l’oggetto di costante osservazione… della donna!

Chiediamo venia naturalmente agli uomini maschi, ma sono proprio le meticolose e curiose donne che nella realtà fecero le tantissime scoperte empirico-scientifiche che portarono allo sviluppo delle prime civiltà conosciute. Fu la donna a scoprire una certa ciclicità nel mondo già a partire dalla luna e dalle sue fasi legate al corpo femminile che mestrua con lo stesso ritmo lunare e non più con l’estro stagionale delle femmine animali o il sole che sorge e tramonta o ancora le piante seminate che danno frutti e che, riseminate, ridanno più o meno gli stessi frutti etc. etc.

La stessa invenzione del linguaggio articolato è da attribuire alla donna la quale, custode di questo sapere, per quel nuovo ed economico (si può comunicare nello stesso momento in cui il resto del corpo è occupato a far altro!) mezzo lo trasmetteva ai suoi figli!

Contemplando quanto avviene intorno e osservando gli animali che avevano dell’esperienza anteriore alla sua, a poco a poco la femmina umana accumula la conoscenza con cui interpretare i fenomeni reali e per iniziare una propria sperimentazione sugli stessi. Comincia in vari modi a classificare i fenomeni e s’accorge che quasi tutti si ripetono senza variazioni. E questa è la prima grande conquista sulla via per la previsione del futuro giacché, se di un evento se ne sa l’andamento, lo si può sfruttare (o evitare, a seconda dei casi) perché già… se ne conosce l’esito finale! In altre parole la donna scopre la causalità secondo cui, se si agisce su un evento apparentemente già verificato in passato e sul quale abbiamo tentato degli interventi diretti per gestirlo a nostro modo affinché non ci arrechi danno, ripetendo la stessa sequenza di azioni s’ottiene sempre e certamente il successo già avuto. Ecco finalmente come indovinare il futuro partendo dai dati a disposizione nel presente!

Di qui scaturisce persino un’importante maniera di sperimentare sempre e ovunque ossia il metodo dei tentativi ripetuti: trial-and-error! E’ utilissimo per la sopravvivenza sin dai primi passi nella vita dell’essere umano (benché rischioso se si sbaglia) e giustamente è presente nelle “istruzioni per vivere” date dalle madri ai propri figli: Prova così! Se non va, riprova in altro modo… e così via, finché ti riesce!

E’ possibile che il successo maggiore del principio di causalità (nella propagazione filosofica del concetto) nella società europea antica si sia affermato proprio a partire dal VI sec. a.C. con Talete di Mileto il quale, usando di quel principio, fece le scoperte astronomiche che lo portarono a prevedere le eclissi solari. Tuttavia, purtroppo, l’osservazione e la sperimentazione dava anche casi in cui si notava che, mentre molti fenomeni si ripetono immutati, altri invece accadono improvvisi e inattesi e che tentando in tutti i modi di applicare la causalità nell’intervento umano sulla natura a volte si fallisce nell’intento.

Come è possibile ciò? Addirittura sembrava a volte che l’anomalia fosse la conseguenza del comportamento di una data persona o di un dato gruppo di individui! Di fronte ad un terremoto, un’epidemia, un’inondazione si rimaneva sconcertati e impauriti, non potendo prevederli! Inoltre queste anomalie potevano scatenarsi ulteriormente contro l’uomo… Occorreva giustificare ciò, sebbene l’osservazione com’era stata condotta finora non desse risultati incoraggianti. Forse più semplicemente e più logicamente occorreva immaginarsi che nell’universo ci fossero delle essenze che ci osservavano come noi osserviamo gli eventi naturali e che sperimentavano su di noi? Naturalmente sono molto più potenti e possono intervenire più efficacemente di noi visto che, a quanto sembra, governano la natura al di là dei nostri desideri e della nostra volontà!

Temiamo di dire una grossa banalità, ma la più grande risorsa consolatoria umana è la fantasia ossia l’arte di immaginare, pescando nel proprio archivio della memoria, cose che non ci sono. Probabilmente proprio questo tratto è ciò che ci distingue dagli altri viventi e ci stimola a sentirci superiori giacché solo l’uomo possiede l’arte di fare ipotesi e costruire teorie sul futuro, salvo modificarle non appena l’esperienza o una nuova ondata di fantasia gli suggerisca di farne delle nuove. E questa non è forse in parole più povere sognare di prevedere il futuro ossia la soluzione a lungo cercata?

Nel secolo scorso, dopo indagini accumulate da anni di ricerca “filosofico-scientifica”, si è giunti alla conclusione che in realtà il concetto di causalità (e quello strettamente correlato di Riproducibilità dei fenomeni ossia: Rispettati e riprodotti tutti gli elementi e gli stadi successivi di un processo naturale che porta ad un certo evento, quest’ultimo si ripete tale e quale) non è valido in modo assoluto.

La natura è strutturata in modo da evolvere (ossia di mutare, seppur di poco, nel tempo) e gli eventi perciò non si ripetono mai uguali a se stessi e appaiono immutati soltanto ad un occhio grossolano non armato scientificamente: Sono gli stessi solo con un certo margine di approssimazione! Una costante percentuale di diversità, seppur piccolissima, li accompagna costantemente e quel che noi osserviamo adesso dei processi naturali è sempre un po’ diverso da ciò che abbiamo osservato prima.

A questo punto tale concezione relativistica ci mette in grande imbarazzo perché, accettandola (essa d’altronde è vera per il momento), l’ignoranza del futuro diventa vieppiù maggiore e la poca sicurezza che avevamo raggranellato di prevederlo ci crolla interamente addosso. Se prima ci eravamo illusi che dall’“adesso” potevamo immaginare che cosa veniva dopo, con il concetto di relatività ciò non è più possibile. Non solo! Decade ogni concetto di perfezione, di leggi fisiche immutabili, di etica universale etc. etc.

Che fare? La nostra ricerca sul Paganesimo fondata sulla causalità e sulla riproducibilità dei fenomeni richiede un’inversione di direzione a 180° poiché abbiamo condotto l’indagine partendo da un modo di vedere che non c’è più e quanto detto finora è in grandissima parte… falso!

Le informazioni raccolte sul Paganesimo, impregnate da secoli di dominio del pensiero cristiano, insomma non rispondono ai punti di vista pagani, ma esclusivamente a quelli… cristiani! In altre parole la cultura inculcataci sin dalla scuola di base ci costringe a vedere tutto quanto trapela dagli osservatori pure cristiani, che ci hanno preceduto, come negativo e inutile senza che ci vengano trasmessi dei contenuti veri. Tutto è molto povero e censuratissimo…

Così, invece d’indagare sul vero oggetto Paganesimo, divaghiamo su come i cristiani percepivano quel credo da loro tanto odiato e temuto senza dirci alcunché sugli aspetti particolari di pensiero o di filosofia della vita o dei rapporti di potere che il Paganesimo creava o appoggiava.

C’è pure un’altra questione: Come mai l’aspetto relativistico dei fenomeni naturali, se già esisteva in natura, si è reso scopribile soltanto nel XX sec.? E come mai ciò non è saltato agli occhi della meticolosa osservazione della donna per migliaia di anni? Non è vero forse che i pagani avessero già notato quell’aspetto minimo e vagamente incerto così evidente e scontato nei fenomeni naturali che oggi sembra la grande scoperta di A. Einstein? Vediamo di chiarire meglio la situazione giacché a noi sembra che qualcosa ci sia stato nascosto da un astratto e perverso dogmatismo.

Per il Cristianesimo Dio è l’evidente causa prima di ogni fenomeno e di conseguenza ogni oggetto da lui creato agisce sull’altro secondo un ordine da lui prestabilito (la causalità) cosicché l’universo può essere concepito come un tutto armonioso, ben ordinato e ben funzionante, ma non modificabile. Il cosmo è la machina che funziona e continua a funzionare regolarmente… finché Dio lo vuole! Certo, si può investigare per conoscere le leggi naturali, ma soltanto per capir meglio quello che Dio ha creato e avvicinarsi a lui.

Questo da un punto di vista filosofico, ma da quello pratico-economico nella concezione cristiana, culminata addirittura con la dottrina dello sfruttamento marxiano della natura, Dio ha creato il mondo e lo ha “regalato” all’uomo affinché ne faccia quel che vuole, per la gloria del Creatore! L’uomo s’approprierà dei frutti che gli arrivano spontaneamente o se li procurerà dalla natura attraverso le sue fatiche e la sua intelligenza. Ogni bene conseguito è una ricchezza che deve essere condivisa con gli altri poiché, non essendo l’uomo eterno, alla sua morte gli verrà tolta per sempre. Tuttavia non è l’uomo a decidere la distribuzione delle ricchezze del mondo, visto che tutto appartiene ed è stato creato da Dio, ma una classe elitaria (maschile) alla quale Dio ha affidato il governo degli uomini e il compito di dividere le ricchezze con equità (parola molto ambigua!). La vita umana non ha gran significato in sé, se non quello d’essere il percorso temporale in una “valle di lacrime” di un corpo (con un’anima che lo guida) verso la morte, sotto lo sguardo minaccioso e severo dell’élite al potere (secolare e “spirituale”). Ciò che non muore è l’anima che lascia il corpo e, a seconda di come Dio ne giudicherà l’operato (il giudizio divino è assoluto, inappellabile, misterioso e indefinibile e fuori delle possibilità sensoriali umane), viene incamminata verso il paradiso dove godrà di una beatitudine eterna oppure verso il fuoco eterno, se le “offese a Dio” (i peccati) e ai suoi rappresentanti terreni sono state troppo grandi. Anche queste situazioni di beatitudine e di tormento eterni rimangono naturalmente misteriose ed inconcepibili dalla mente umana (giustappunto chiamati dogmi).

Ammesso allora che sia così e che questo sia l’unico futuro assegnatoci, che ne facciamo della meraviglia incondizionata di fronte all’imprevisto? L’assurdo fu lasciato nel Medioevo nelle mani di imbroglioni e sedicenti indovini (gli astrologhi erano presenti in tutte le corti, anche papali e vescovili) che vantavano di poterlo prevedere e combattere! Naturalmente l’osservazione nella natura (come pure sulle anomalie naturali) non si fermò, ma le conoscenze accumulate non erano più propalate a tutti, come si era normalmente fatto nella tradizione pagana classica, e le “soluzioni dei problemi” diventarono il segreto di pochi giacché la Chiesa cercò d’avere un controllo totale delle conoscenze del tempo… per l’istruzione ad hoc dei propri fedeli! Qualsiasi nuova scoperta infatti doveva rimanere la prova del mistero del destino umano e di quello del cosmo stesso, sempre a gloria di Dio.

Quante volte si sottolinea che già nel passato biblico il mondo aveva subito l’ira di Dio perché l’uomo non aveva seguito le regole di umiltà verso il suo Creatore? Per fortuna dopo il Diluvio Universale Dio si era riappacificato col patto stretto con Noè e aveva promesso di non intervenire più in maniera globale purché l’uomo si comportasse in conformità coi dettami che Dio stesso aveva passato, prima a Mosé e poi con il Cristo il quale ultimo, a sua volta, aveva istituito il suo Vicariato in Terra cioè la Chiesa e le sue gerarchie. In pratica Dio si riservava di intervenire in modo parziale, ogni qual volta individuasse qualcosa che, a suo esclusivo giudizio, non andava nelle cose del mondo.

E a tutto questo Dio ha deciso di porre fine un giorno. Il cosmo si distruggerà con l’avvento del Giudizio Universale… Addirittura nel mondo cattolico lo spaventoso evento (possiamo però dubitare che sia l’esito ineluttabile) sarebbe dovuto avvenire nell’anno 1000 d.C., mentre per gli ortodossi era atteso nel 1492 d.C. cioè nel 7000 dopo la Creazione (secondo il computo degli anni ortodosso). Anche questo è importante per la questione cosmologica cristiana nella realtà medievale perché la minaccia della distruzione del mondo veniva fatta passare come evento realissimo e costantemente incombente.

E l’imprevisto, l’anomalia naturale, il fenomeno non causale? Era un intervento punitivo di Dio oppure risolutivo, se mediato dalla “santità” e quando si diceva che fosse un miracolo. La Chiesa insomma riuscì a mantenere la stragrande maggioranza della gente cristiana sotto la paura costante di morire “in peccato” e di andare a finire perciò all’Inferno, se non ci si fosse affidati alla sua “santa mediazione”.

Ci scusiamo col nostro lettore se abbiamo condensato in modo semplice e troppo conciso un’enorme raccolta di elaborazioni filosofiche dei padri e dei teologi cristiani, ma speriamo di aver chiarito un modo di vedere che durò in Europa più o meno fino al XIII-XIV sec. d.C.

E i pagani? I rapporti con loro sono come con gli animali poiché essi non sono veri uomini, ma esseri selvaggi seguaci del Demonio! E a proposito di culti demoniaci riportiamo qui un passo dal libro The Great Cosmic Mother che ci sembra incisivo su questo punto: “Come è stato detto saggiamente molte volte: Senza il Demonio, il Cristianesimo non esiste. Con il “buon” Dio sempre ad un polo e il “cattivo” Demonio al polo opposto, la mente umana nel Cristianesimo è chiusa per sempre in un campo di battaglia di antagonismi dualistici, senza alcuna speranza di trascendenza ossia senza speranza di maturità. La mente cristiana rimane non sviluppata come eterna spettatrice di una partita di calcio cosmica fra Paradiso e Inferno definiti come due squadre irriconciliabili. Una deve vincere e l’altra deve perdere e lo spettatore non sa mai che cosa sia l’interezza.”

Come abbiamo accennato sulla filosofia cosmologica cristiana si è scritto e si è discusso moltissimo, ma dove cercare allora il pensiero pagano, se le notizie “cristiane” sono talmente fuorvianti? Non ci restano che le fonti come l’archeologia o la storia comparata delle religioni, oltre alla folcloristica di cui ci si può fidare soltanto in limitata misura.

Dobbiamo immaginare gli Slavi come gruppi o villaggi interi in migrazione da un punto all’altro della Mitteleuropea nel VII sec. d.C. più o meno e ciò ci porta a dedurre che dopo qualche generazione i legami culturali fra i gruppi diventassero sempre più tenui dopo qualche generazione e che i contatti con i popoli che man mano s’incontravano portassero ad un inquinamento delle credenze originarie (peraltro a noi sconosciute). Le fonti scritte più vecchie sulla questione sono del V e VI sec. e parlano poco dei costumi slavi e della gente minuta, almeno come noi vorremmo. Procopio ci dice che il dio maggiore è quello del cielo, del tuono e del fulmine che, da altre fonti, possiamo identificare con Perun, ma sono notizie assolutamente frammentarie e difficili da estendere a tutti gli Slavi dal Mar Nero al Mar Baltico per i motivi sopradetti. E’ incoraggiante invece il fatto che linguisticamente le lingue slave risultino poco differenziate fra di loro. Dalle fonti indirette (folcloristiche e di raffronto con i dati mitologici dei Germani) possiamo dire che la posizione concettuale del Paganesimo nordico-slavo è più o meno la seguente.

L’uomo fa parte della natura ed è generato in modo misterioso e autonomo dal corpo della donna, ma dopo la morte ritorna alla Madre delle Madri ossia nel grembo della dea Madre Umida Terra passando attraverso il mondo sotterraneo (il grembo della fondamentale dea) dove tutto si rigenera. Nella Terra infatti finiscono senza scampo tutti gli esseri viventi alla fine dei loro cicli vitali, ma soltanto perché la Terra ne generi di nuovo altri.

I cicli vitali si ripetono senza fine e non hanno un corso lineare sempre prevedibile perché a volte intervengono forze naturali che li fanno variare causando una malattia oppure per uccisione o morte in guerra, ma non per incidente che non è previsto in questa filosofia. In certi frangenti l’uomo o ne subisce le vicissitudini oppure impetra il favore delle forze che lo assalgono o l’aiuto degli dèi con rituali ben precisi. Alcune forze naturali sono di solito favorevoli e ben note e vengono chiamate nel mondo slavo: Forze pure (C’istye Sily), altre invece hanno azioni variabili nei confronti dell’uomo e sono dette: Forze Impure (Nec’istye Sily). I rituali per affrontarle sono stati fissati in tempi antichissimi dagli antenati ai quali l’uomo si rivolge nella maggioranza dei casi per invocarne l’intervento e in tal modo riesce a deviare gli eventi ”disturbati” verso un esito più positivo e subendo da essi il minor danno possibile. L’intervento degli antenati, a giudizio della gente slava, è il migliore e il più diretto visto che gli antenati sono i tramiti più vicini alle forze divine, quando non sono stati essi stessi divinizzati. Questi antecessori sono meglio conosciuti col nome di Navii e le loro intenzioni non possono che esserci benevole e perciò aiutano efficacemente. Ciò non esclude che ogni uomo ha il dovere di investigare ogni nuovo espediente possibile atto ad interfacciarsi e a difendersi da solo nella natura di cui resta parte indissolubile.

E’ probabile che il Paganesimo slavo creda nell’esistenza dell’anima e quindi nella rinascita continua degli uomini dopo la morte, ma l’anima è l’essenza vitale (d’altronde tutti gli esseri viventi ne hanno una) che ritorna senza fallo in un altro corpo vivente (o umano o d’altro essere) dopo che il vecchio corpo non è più funzionale. A volte torna anche per pochi attimi o limitati intervalli di tempo, risorgendo dagli abissi bui della Madre Umida Terra e la si vede nei sogni sotto le forme a noi note di conoscenti e parenti! Esattamente così avviene alle anime degli animali e delle piante: Il gatto non sogna forse? E la mimosa non dorme e quindi non sogna?

L’uomo non ha scelta che restare in buoni rapporti con la natura, non potendo usare di essa secondo il proprio arbitrio poiché non ha alcun diritto di disturbare gli ordini precostituiti. La caccia, l’agricoltura, la pesca, la raccolta nella foresta etc. devono essere attività concordate con gli altri esseri viventi ai quali occorre chiedere continuamente il permesso e saranno essi stessi a decidere di concedere all’uomo di consumare la loro carne allo stesso modo in cui l’uomo si offre a loro in sacrificio nei casi prescritti.

Qual è il significato della vita? Viverla così com’è, magari alla ricerca del futuro e pianificare la vita propria e quella dei propri discendenti, senza inutili pretese però quanto a durata o ad altre condizioni oltre a quanto concesso dagli dèi sin dalla nascita.

Quando nella società slava comparvero le classi urbane armate e si posero in cima al potere, la vita di questi “capi” fu immaginata come la possibilità di concepire un progetto a lunghissimo termine (cioè affidato per la sua esecuzione anche ai discendenti) che prevedesse il benessere di tutta la comunità ad essi sottomessa, offrendo in cambio il sacrificio della vita propria  e di quella dei figli quando fosse necessario.

A quanto ci consta non esisteva un gerarchia delle divinità con una specie di Olimpo che avesse un capo o un Padre di tutti gli dèi, com’era nel Paganesimo greco-romano o nella Mitologia Cristiana.

L’universo pagano slavo è il prodotto (si potrebbe dire “annuale”) della lotta fra il dio del cielo, padrone della folgore, Perun e il dio del bestiame (inteso non come cibo vivente, ma come ricchezza materiale, com’è fra i popoli nomadi) Veles.

A questa aspra tenzone assiste, apparentemente inerte e disinteressata, la dea Madre Umida Terra che tutto genera e rigenera e dove sono custodite e da dove appunto scaturiscono le ricchezze alla fine della lotta cosmica!

Un dio supremo slavo forse c’era e probabilmente, dal raffronto con le altre realtà culturali ugrofinniche e turche, era giusto una dea, se non proprio la stessa Madre Umida Terra della Triade fondamentale formata con il dio del Cielo e il dio del Mondo Sotterraneo.

Se però Madre Umida Terra era stata la prima e massima divinità slava, non è forse l’indizio che fra queste genti nel Medioevo era giusto il momento del fatidico passaggio dal Matriarcato al Patriarcato? Ci sembra che sia un  punto da indagare più a fondo giacché questa “transizione” non passò inosservata e, benché di sfuggita, venne notata dai contemporanei (Jordanes, Maurizio, ma dai viaggiatori arabo-persiani soprattutto) e sarebbe un punto importante nel Paganesimo.

Nella storiografia tradizionale sovietica (Tokarev et al.) si trova inoltre l’idea della presenza di un dualismo filosofico-religioso slavo, ma a nostro avviso il concetto è, ancora una volta, un modo di vedere cristiano estraneo al Paganesimo slavo olistico che non divide mai il mondo in parti separate e tanto meno opposte l’una contro l’altra. Questo credo difende l’interezza dell’universo, dei suoi fenomeni e di tutti gli esseri che lo abitano compreso l’uomo. Non ci sono opposti, ma soltanto diversi e intermedi fluenti fra una diversità e l’altra…

Infine è un credo contadino ed ogni suo rito, ogni manifestazione parte dai cicli naturali agricoli e ritorna in essi. Come dice lo storico J. V. A. Fine jr. riferendosi agli Slavi balcanici: “La religione … dei contadini è orientata verso la pratica ed è rivolta in primo luogo verso i problemi del mondo reale. Ha poca o nulla dottrina (dogmi) e il suo interesse è principalmente,  se non interamente, rivolto alle pratiche che conseguono scopi terreni come la salute e il benessere della famiglia, le buone messi e sani animali domestici. E’ veramente difficile propagare un nuovo credo in questo tipo di società attaccata già ai propri vecchi rituali che servono ai bisogni reali e, dunque, indifferente alle religioni piene di formalità (come il Cristianesimo).”

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Aldo C. Marturano

Nato a Taranto, ha studiato nelle Università di Bari, poi di Pavia, infine di Amburgo, dove ha chiuso i suoi corsi di laurea in chimica industriale. Non ha mai lavorato come chimico e ha invece sfruttato le sue conoscenze linguistiche. Conosce infatti (parla e scrive correntemente) russo, inglese, tedesco, francese, spagnolo, ungherese e ne ha studiate un'altra decina che spera di portare a maggiore perfezione nel prossimo futuro. Si è diplomato in Lingua Russa all'Istituto Pusckin di Mosca dove ha avuto inizio la sua avventura nel Medioevo Russo. Lavorando sui mercati internazionali si era infatti appassionato al Medioevo, ma quando scoprì che non riusciva mai a sapere gran che su quello russo, colse l'occasione della tesi all'Istituto Pusckin e scelse di studiare un personaggio del Medioevo bielorusso, Santa Eufrosina di Polozk: di lì via via è entrato in quel mondo magico e nuovo.

Ha pubblicato il saggio storico in chiave divulgativa Olga La Russa, 2001 (che non è la sorella di Ignazio La Russa, per carità!), e poi per i ragazzi  L'ombra dei Tartari, 2002, ovvero la saga di Alessandro Nevskii.

Altre sue opere sul Medioevo russo sono visibili nel portale delle Edizioni Atena

Collabora attivamente con il portale Mondi Medievali curando la rubrica Medioevo Russo.






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