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Firenze nel Medioevo

di Vieri Mazzoni

Veduta aerea del Duom o di Firenze


N.d.R.: Questo contributo è il testo della relazione tenuta da Vieri Mazzoni nel corso della sesta giornata di Medioevo in Libreria 2013-2014 che si è svolta a Milano sabato 15 marzo 2014, in parte visibile nel video riassunto pubblicato su YouTube.

Una doverosa premessa. Sebbene il titolo di questa conferenza rimandi alla storia di Firenze nel medioevo – e mi assumo in pieno la responsabilità di questa generalizzazione – in realtà stasera parlerò essenzialmente di due secoli di storia fiorentina: il Duecento e il Trecento. Non è soltanto una scelta dettata dalle mie competenze in materia. È soprattutto il pacifico riconoscimento delle reali scansioni di quella storia: Duecento e Trecento furono i secoli nei quali Firenze si elevò dalla condizione di piccolo centro regionale a quella di capitale europea. Capitale economica, innanzitutto. Ma anche centro culturale vivacissimo, che diverrà nel Quattrocento la culla del rinascimento, come tutti sappiamo. Ecco, questo aspetto, la cultura cioè, mancherà del tutto in questa mia conferenza. E stavolta proprio per una questione di competenze. La storia di cui sentirete parlare stasera è la storia tout court, senza aggettivi, che non siano «medievale» o «fiorentino». Una ricostruzione di fenomeni sociali quali i flussi migratori, la demografia, l'economia, la politica intesa come ordinamento interno di una comunità di cui riflette valori e rapporti di forza. Una ricostruzione con qualche riferimento storiografico e critica, come sentirete, ma per forza di cose, e di tempo, selettiva ed affrettata: dei molti argomenti possibili, toccherò soltanto quelli che ritengo assolutamente fondamentali per comprendere il come – il perché, forse non è possibile – di un'ascesa economica a dir poco impetuosa. Spero che nessuno rimanga deluso.
Sin dall'età romana, e per tutto l'alto medioevo, Firenze rimase una città di trascurabile, o comunque relativa, importanza, anche nell'ambito della Toscana. Di passata, ricordo che nacque come colonia militare dedotta in età cesariana – o almeno questa è la versione tradizionale, confermata però dall'archeologia contemporanea – e che la sua prima attestazione si trova negli Annales di Tacito, quando lo storico menziona la legazione dei «Florentini» inviata al Senato per supplicare che non approvasse i lavori di deviazione della Chiana nell'Arno, che avrebbero provocato loro gravissimi danni (Libro I, capitolo 79). Che al passaggio dall'epoca imperiale a quella alto medievale Firenze avesse ancora scarso rilievo, lo dimostra in modo chiaro la sua posizione disassata rispetto al tracciato della via Francigena, o via Romea, che in Toscana sostituì l'antica via Cassia, e che almeno a partire dal IX secolo fu la principale arteria di comunicazione tra Roma e la Francia (nonché l'Inghilterra), diventando il più importante percorso devozionale per i pellegrini di tutta Europa.
Date simili premesse, l'affermazione di Firenze prima come centro industriale e commerciale di livello europeo, e poi come città dominante in Toscana, in sostanza è e resta un mistero. In flagrante contrasto, ad esempio, rispetto alla teoria del determinismo geografico. Perché, se si prendono in considerazione quelle che erano le potenzialità delle città toscane ed i loro vicendevoli rapporti di forza ancora al passaggio tra XII e XIII secolo, giocoforza bisogna concludere che le candidate al ruolo di nucleo propulsivo per l'economia e di capitale regionale erano altre. Pisa, innanzitutto. Per il suo importantissimo porto, attivo già in età imperiale, e per le relazioni commerciali con tutti gli stati che si affacciavano sul Mediterraneo, ed in particolare con gli stati islamici del Maghreb. Relazioni però non soltanto pacifiche: nel 1063 i Pisani saccheggiarono la Palermo capitale della Sicilia musulmana, e tra 1113 e 1115 affiancarono Catalani e Provenzali nella conquista delle Baleari, allora basi di attracco dei pirati musulmani che facevano scorrerie per tutto il Tirreno e fino all'Egeo. La ricchezza e il prestigio raggiunti da Pisa hanno lasciato una traccia tangibile, che possiamo ammirare ancora oggi: l'imponente complesso monumentale della Piazza dei Miracoli, tra cui il Duomo, costruito tra XI e XII secolo, ed iniziato con i proventi del saccheggio di Palermo – come noto, la costruzione del Duomo di Firenze prende avvio solo negli ultimi anni del Duecento. Ancora all'inizio di questo secolo un'altra città toscana sfidava Pisa, e certamente superava Firenze: era Siena. Fondata anch'essa come colonia militare in epoca romana, al contrario di Firenze si può considerare un modello ideale per i fautori del determinismo geografico, perché il suo sviluppo dipese dalla felice posizione lungo il tracciato della via Francigena, di cui era una delle stazioni. Argutamente Ernesto Sestan la definiva «figlia della strada». Com'è facile immaginare, all'origine della sua ricchezza vi erano i commerci, che velocemente assunsero una dimensione internazionale, grazie alla presenza dei mercanti senesi alle fiere della Champagne. Per naturale evoluzione delle loro imprese, cominciarono a fornire anche servizi finanziari, dai quali nacquero le prime banche – e qui è d'obbligo la citazione della cosiddetta «Gran Tavola» dei Bonsignori, la più importante banca europea del Duecento – e le attività complementari del prestito ai pontefici e alla curia, e della riscossione delle decime ecclesiastiche in tutta Europa – l'entità dei cui proventi è intuibile.
Come sia riuscita la piccola e marginale Firenze a trovare i capitali finanziari e le risorse umane prima per competere con Pisa e Siena sui mercati internazionali, e poi per imporsi nella lotta per la supremazia regionale, rimane davvero un mistero. D'altra parte questo è un problema persino ricorrente: sulla scorta della documentazione superstite molti fenomeni della società medievale possono essere tutt'al più descritti, ma non definiti attraverso una concatenazione di cause ed effetti.
Ad esempio, la spiegazione degli storici per la crescita demografica e lo sviluppo economico di Firenze tra XII e XIII secolo – ma il rilievo può valere anche per le altre città italiane – è un ragionamento di tipo circolare, teleologico, nel quale giustappunto non si distinguono le cause dagli effetti. Un aumento della popolazione è allo stesso tempo determinato e consentito da un'espansione dei consumi interni, la quale, a sua volta, fa da volano per il mercato, i commerci, la richiesta di manodopera, la diversificazione e qualificazione professionale, il miglioramento dei servizi – mi riferisco in particolare ai campi della medicina e del diritto. Rovesciando i termini del discorso, quegli stessi mercati, commerci, maggiori opportunità di lavoro e migliori servizi, sono i requisiti necessari per attivare i flussi migratori indispensabili per un aumento della popolazione, che abbia oltretutto la caratteristica di essere veloce. Probabilmente non sarà mai possibile fornire una spiegazione esaustiva per questo meccanismo originario di crescita e sviluppo della città, perché – lo ripeto – le fonti a nostra disposizione permettono a stento di descriverlo, e di circoscriverlo cronologicamente, ma non di riconoscervi un fattore scatenante talmente decisivo da innescarlo.

Immigrazione.

Non c'è dubbio, però, che il fenomeno sociale alla base della crescita demografica fu l'immigrazione dal contado – ovvero dal territorio sin dall'alto medioevo posto sotto il controllo giurisdizionale della città. Gli studi recenti di Maria Elena Cortese (1) hanno dimostrato che esistevano rapporti consolidati tra l'aristocrazia rurale e la città almeno dall'XI secolo.
Questi signori di terre e castelli si ponevano normalmente al servizio del vescovo e degli ufficiali civili che governavano Firenze, entrando nella loro clientela ed ottenendone in cambio protezione e favori; avevano terreni agricoli di loro proprietà in aree urbane, o suburbane, e talvolta case di abitazione, per cui alternavano la residenza in campagna a quella in città. A questi contatti, più o meno sporadici, tra XII e XIII secolo si sostituì un vero e proprio flusso migratorio, studiato da Johan Plesner negli anni Trenta del Novecento, in un libro divenuto ormai un classico della storiografia su Firenze – nella sua recensione Luigi Einaudi lo definì «una pietra miliare nella storia dei rapporti fra città e campagna» – e ristudiato da Enrico Faini in anni recenti.
Le analisi di questo flusso proveniente da borghi e castelli del territorio fiorentino vi individuano due livelli: uno socialmente superiore, originato dalle élites locali e rappresentato da prestatori – usurai secondo la mentalità religiosa dell'epoca – e professionisti quali giudici, notai, medici; uno inferiore, formato senza dubbio da braccianti e lavoratori non qualificati, ma anche da commercianti al minuto ed artigiani specializzati, come fabbri o mugnai.

Demografia.

Veniamo ora a quantificare, per quel che è possibile, gli effetti di questo – senza dubbio imponente – flusso migratorio verso la città. Anche qui ci scontriamo con il problema, pressocché insormontabile, della documentazione: siamo in età pre-statistica, per usare un'espressione cara ai modernisti. In buona sostanza, tre sono gli argomenti a disposizione degli storici della demografia medievale: uno deduttivo, ovvero l'espansione urbana e l'attività edilizia – con particolare riferimento alla costruzione di nuove cerchie di mura – per le quali si dimostra un aumento della popolazione; due induttivi, ovvero la sopravvivenza di liste di cittadini, e la disponibilità di dati e valutazioni sui consumi e sui rifornimenti annonari, da cui desumere una presumibile consistenza demografica.
Tutti e tre questi argomenti sono suscettibili di critica, come vengo velocemente a chiarire.
1) L'espansione urbana è un segno certo della crescita demografica, ma non ne permette sic et simpliciter una quantificazione: fanno difetto i dati sulla reale cubatura dell'edilizia abitativa e sulla densità di quest'ultima; per di più non tutte le aree inglobate nel territorio cittadino erano destinate all'edilizia, rimanendo sempre in buona parte destinate alla coltivazione – come testimoniano ancora certi toponimi, quali via della Vigna Nuova o via della Vigna Vecchia a Firenze.
2) Le liste di cittadini giuranti accordi e paci, o in età di leva, o passibili di prelievo fiscale, non necessariamente rappresentavano la totalità della popolazione maschile adulta, per l'esclusione di individui assenti dalla città, inabili alle armi, o incapienti. Inoltre, stabilire l'esatto numero dei maschi adulti capifamiglia non permette automaticamente di conoscere la consistenza delle loro famiglie, e quindi la reale entità della popolazione totale.
3) Le cifre su consumi e rifornimenti devono comunque essere interpretate per via statistica, e mancano dati su un consumo medio delle varie derrate alimentari. Sappiamo anzi per certo che vi erano fortissime sproporzioni nei consumi tra ricchi e poveri.
Fatto doveroso riferimento a tutte queste problematiche, bisogna però riconoscere che il caso di Firenze è particolare, per non dire unico, nell'ambito degli studi di demografia, dal momento che ci viene in soccorso una fonte veramente eccezionale, ovvero una celeberrima rubrica della cronaca scritta dal mercante Giovanni Villani – e che tra breve vi leggerò – nella quale lo scrittore fornisce una serie di dati preziosissimi e del tutto attendibili, anche in considerazione del fatto che il Villani aveva accesso alla documentazione amministrativa del Comune di Firenze.
Dunque, dopo il riassetto di età carolingia – probabilmente nulla più di un restauro delle mura romane – la seconda cerchia delle mura medievali fu costruita tra il 1172 ed il 1174, a dimostrazione che la ripresa demografica era già iniziata. Tra il 1218 ed il 1252 furono gettati ben tre ponti sull'Arno – opere ingegneristiche anche complesse per l'epoca, considerata l'ampiezza del fiume e le sue correnti – vale a dire il Ponte alla Carraia (1218), il Ponte Rubaconte attuale Ponte alle Grazie (1227), il Ponte Santa Trinita (1252), che affiancarono il più antico Ponte Vecchio (1177). Infine, tra il 1299 ed il 1333 fu costruita la terza e ultima cerchia di mura medievale, il cui circuito non fu raggiunto dall'espansione urbana sino al XIX secolo.
Secondo Enrico Fiumi – lo storico che ha proposto le stime più basse, e forse meno soggetto ad errori – il probabile andamento demografico di Firenze fu all'incirca il seguente: 50.000 abitanti nel 1200, 75.000 nel 1260, 85.000 nel 1280, 95.000 nel 1300, 90.000 seguendo le rilevazioni del Villani nel 1338, 76.000 nel 1347, un anno prima del passaggio della Morte Nera, la celeberrima epidemia di peste bubbonica che falciò dalla metà a due terzi della popolazione cittadina (2).
Una crescita impetuosa come si vede, che, tenendo come base la popolazione al 1200, vide un aumento del 50% in 60 anni, e di quasi il 100% in un secolo. Ma nella quale si intuisce anche un progressivo rallentamento del trend già in atto nel 1280, e che non si può spiegare se non invocando motivi strutturali. È bene ricordare, infatti, che già nel decennio precedente la devastante economia di peste si erano avute carestie e contagi localizzati, forse dovuti proprio alle difficoltà di alimentazione dei ceti inferiori. L'ipotesi corrente, nonché più plausibile, è che la produzione agricola avesse già raggiunto i livelli massimi consentiti dalle conoscenze e dalla tecnologia agronomiche dell'epoca.

Economia.

Causa ed effetto di un'espansione demografica naturalmente è una crescita economica. All'inizio della quale, nel corso del XII secolo, si deve immaginare – la documentazione non consente altro – una sorta di accumulazione originaria, simile a quella prospettata dagli economisti classici del XIX secolo, e fondata sulla produzione e sui redditi agricoli. Conviene qui sottolineare come per tutta l'età medievale il numero degli addetti al settore primario ascendesse verosimilmente a circa il 90% della forza lavoro. Solo il restante 10% era impiegato nell'industria, nel commercio, nella banca. Si trattava però dei settori più ricchi e remunerativi, e quindi alla base del progresso economico. I mercanti fiorentini, sia a livello locale che internazionale, come tipologia non differivano dagli altri loro colleghi: erano commercianti non specializzati che trattavano qualunque tipo di merce. Si sa comunque che uno dei loro ambiti privilegiati era il commercio dei grani. E non era certo casuale: all'apice della sua espansione demografica, dal territorio che controllava direttamente Firenze non traeva più granaglie di quanto bastassero a nutrire i suoi cittadini per cinque mesi, affidandosi per il resto all'importazione da mercati anche molto distanti, quali la Sicilia o il Maghreb. Oltre a dedicarsi ai commerci e alla banca, però, a Firenze si sviluppò, al massimo grado consentito dalla tecnologia dell'epoca, un'industria di grande redditività, e che costituì il volano della sua economia: la manifattura dei panni di lana, che alcuni storici del XIX secolo volevano introdotta da frati umiliati provenienti da Milano. Rispetto alle altre città toscane, in questa attività Firenze poté sfruttare un vantaggio iniziale, ovvero la forza motrice dell'Arno. Grazie a dei meccanismi che utilizzavano la stessa meccanica dei mulini, le pezze di lana potevano essere lavorate e raffinate a prezzi inferiori ed in quantità superiori rispetto alle lavorazioni manuali applicate altrove. L'industria doveva essere già attiva quantomeno all'inizio del Duecento, perché le più antiche notizie di un'esportazione di pannilana fiorentini (a Venezia, a Palermo, a Lucca) risalgono agli anni Venti di quel secolo. Per la materia prima i lanaioli si rivolsero inizialmente ai produttori della Maremma, il più ampio territorio toscano dedicato all'allevamento. La lana delle greggi maremmane tuttavia non era di grande qualità, e nel corso del tempo fu sostituita, almeno per la produzione dei panni di maggior pregio, prima dalle lane prodotte in Abruzzo, e poi da quelle prodotte nel Maghreb – la cosiddetta lana del Garbo – e in Inghilterra – queste ultime, considerate le migliori, provenivano da pecore di razza Shetland. Con l'apertura dei mercati internazionali l'arte della lana arrivò al suo massimo splendore: fino a tutto il Trecento la materia prima acquistata localmente vi tornava sotto forma di prodotto finito, con l'evidente differenza di prezzo. Sempre nel Trecento si affermò anche un'industria di raffinazione del prodotto: panni tessuti con lana di buona qualità e di fattura mediocre – o anche buona – venivano acquistati dai mercanti fiorentini su tutti i mercati europei, inviati a Firenze e qui rilavorati e raffinati fino a renderli di pregio, e infine riavviati sui mercati di provenienza, dove erano venduti ovviamente ad un prezzo maggiorato. Ho definito l'industria della lana come il principale volano dell'economia fiorentina, secondo una definizione condivisa da tutti gli storici del settore, soprattutto in considerazione delle ricadute occupazionali sulla città: secondo il Villani – la cui lettura ormai si fa pressante – occupava circa un terzo dell'intera forza lavoro. Il ciclo produttivo era organizzato secondo il sistema della manifattura sparsa, ovvero con una centrale che sovrintendeva alle lavorazioni affidate a terzisti. Agli occupati in modo diretto si devono poi aggiungere tutti i fornitori delle materie accessorie: cenere e sapone (per la sgrassatura), sostanze coloranti – tra le quali cito soltanto il preziosissimo zafferano – e fissativi (in particolare l'allume di rocca, il cui commercio era in mano ai mercanti genovesi). L'industria rimase trainante almeno fino a tutto il Trecento, seppure con qualche momento di stasi – di passata ricordo che una delle richieste dei ciompi, i lavoranti dell'arte della lana insorti nel 1378, era l'obbligo per i lanaioli di produrre un minimo di pezze all'anno, in modo da ridurre la disoccupazione nel settore. Un rallentamento si ebbe dall'inizio del Quattrocento, per motivi non ancora ben chiari: se ne rintracciano le cause nella serie di guerre che interessarono l'Europa settentrionale (Inghilterra, Francia, Fiandre) a cavallo dei due secoli (ma la celeberrima Guerra dei Cento Anni era già iniziata nel 1337), e nello sviluppo di manifatture laniere nei paesi produttori ed esportatori di lana (in Inghilterra, in buona sostanza). Da un punto di vista della redditività, se non da quello dell'occupazione, nel corso del Quattrocento a Firenze il posto dell'arte della lana fu preso dall'arte della seta, che rimase l'industria principale sino all'età moderna. Concludendo, la combinazione di industrie, commerci e banca, e l'enorme indotto che generarono, trasformò la Toscana in uno dei due polmoni economici dell'Europa dei secoli finali del medioevo – l'altro erano le Fiandre – ed in una delle regioni più progredite del mondo di allora. Il primato naturalmente deve essere spartito tra tutte le città toscane, ma che tra queste Firenze esercitasse una supremazia incontestabile lo dimostra una semplice constatazione: fu l'unica a coniare una moneta d'oro destinata ai più importanti scambi commerciali. La coniatura del fiorino iniziò nel 1252, contemporaneamente al genoino, e 30 anni prima del ducato (poi zecchino) veneziano (1284).
Per illustrare cosa fosse divenuta Firenze all'apogeo della sua potenza, permettetemi adesso di usare le parole del cronista Giovanni Villani, nella sua descrizione della città nell'anno 1338.

Giovanni Villani, Nuova Cronica, Libro XII, Rubrica XCIV.

Dapoi ch’avemo detto dell’entrata e spesa del Comune nostro di Firenze in questi tempi, me pare si convenga di fare menzione dello stato e condizione di quella, dell’altre grandi cose della città; perché i nostri successori che verranno per li tempi s’avegghino del montare o bassare di stato o potenzia che facesse la nostra città, acciò che per li savi e valenti cittadini, che per li tempi saranno al governo di quella, per lo nostro ricordo e asempro di questa cronica procurino d’avanzarla inn-istato e podere. Trovamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa a 25.000 d’uomini da portare arme da 15 in 70 anni, cittadini, intra’ quali avea 1600 nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune. […] Istimavasi avere in Firenze da 90.000 di bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l’aviso del pane bisognavano al continuo alla città, come si potrà comprendere apresso; ragionandosi avere comunemente nella città da 1500 uomini forestieri, e viandanti e soldati, non contando nella somma di cittadini riligiosi e frati e religiose e rinchiuse, onde faremo menzione apresso. Ragionasi in questi tempi avere nel contado e distretto di Firenze da 80.000 uomini. Trovamo dal piovano che battezzava i fanciulli (imperò che per ogni maschio che battezzava in San Giovanni, per avere il novero, mettea una fava nera, e per ogni femmina una bianca) trovò ch’erano l’anno in questi tempi dalle 5.500 in 6.000, avanzando le più volte il sesso mascolino da 300 in 500 per anno. Trovamo che’ fanciulli e fanciulle che stavano a leggere del continuo da 8.000 in 10.000. I garzoni che stavano ad aprendere l’abbaco e algorisimo in 6 scuole da 1.000 in 1.200. E quelli che stavano ad aprendere gramatica e loica in 4 grandi scuole da 550 in 600. Le chiese ch’erano allora in Firenze e ne’ soborghi, contando le badie e·lle chiese de’ frati e religiosi, trovamo 110, delle quali erano 57 parocchie con popolo, 5 badie con due priori con da 80 monaci, 24 monisteri di monache con da 500 donne, 10 regole di frati con più di 700 frati, 30 spedali con più di 1.000 letta per albergare poveri e infermi, e da 250 in 300 cappellani preti. Le botteghe dell’arte della lana erano 200 e più, e faceano da 70.000 in 80.000 di panni, di valuta di più di 1.200.000 fiorini d’oro; che bene il terzo e più rimaneva nella terra per overaggio, sanza il guadagno de’ lanaiuoli; del detto ovraggio viveano più di 30.000 persone. Bene trovamo che da 30 anni adietro erano 300 botteghe o circa, e faceano per anno più di 100.000 panni; ma erano più grossi della metà valuta, però ch’allora non ci venia né sapeano lavorare lana d’Inghilterra, com’hanno fatto poi. I fondachi dell’arte di Calimala di panni franceschi e oltramontani erano da 20, che faceano venire per anno più di 10.000 panni di valuta di più di 300.000 di fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze sanza quelli che mandavano fuori. Banchi di cambiatori 90 banchi. La moneta dell’oro battea per anno 350.000 fiorini d’oro, talora 400.000; e di danari da quattro più di 20.000 lire (3). Le botteghe di calzolai e zoccolai e pianellai erano da 300. Il collegio di giudici da 80 in 100; e notari da 600; medici di fisica e di cirogia da 60; e botteghe di speziali allora da 100. Mercatanti e merciai, grande numero, da non potere bene stimare per quelli ch’andavano fuori di Firenze a negoziare; e molti altri artefici di più mestieri, maestri di pietra e di legname. Fornora avea allora in Firenze 146, e trovamo per la gabella della macinatura e per fornari ch’ogni dì bisognava alla città dentro 140 moggia di grano (4), onde si può stimare quello bisognava l’anno; non contando che·lla maggiore parte degli agiati e ricchi e nobili cittadini co·lloro famiglie più di 4 mesi, e tali più dell’anno, in villa in contado. Troviamo che intorno gli anni 1280 ch’era la città in filice e buono stato, ne volea la settimana da 800 moggia (5). Di vino trovamo per la gabella delle porte n’entrava l’anno da 60.000 di cogna (6), e inn abondanza talora più 10.000 cogna. Bisognava l’anno 4.000 tra buoi e vitelle; castroni, pecore 60.000; capre e becchi 20.000; porci 30.000. […] Altre degnità e magnificenza della nostra città di Firenze non sono da lasciare di mettere in memoria per dare aviso a quelli verranno dopo noi. Ell’era dentro bene albergata di molti belli palagi e case, e al continovo in questi tempi s’edificava, migliorando i lavori di farli agiati e ricchi, recando di fuori asempro d’ogni miglioramento e bellezza. Chiese cattedrali e di frati d’ogni regola, e monisteri magnifichi e ricchi; oltre a·cciò non era cittadino che non avesse posessione in contado, popolano o grande, che non avesse edificato od edificasse riccamente troppo maggiori edifici che in città; e ciascuno cittadino ci peccava in disordinate spese, onde erano tenuti matti. Ma·ssi magnifica cosa era a vedere, ch’uno forestiere non usato venendo di fuori, i più credeano per li ricchi difici d’intorno a tre miglia che tutto fosse della città al modo di Roma, sanza i ricchi palagi, torri e cortili, giardini murati più di lungi alla città, che inn-altre contrade sarebbono chiamati castella. In somma si stimava che intorno alla città 6 miglia avea più d’abituri ricchi e nobili che recandoli insieme due Firenze non avrebbono tante: e basti assai avere detto de’ fatti di Firenze.

Ordinamento politico.

Come ho anticipato, vorrei terminare con alcune considerazioni sull'ordinamento politico di Firenze tra Duecento e Quattrocento. Si tratta del mio specifico argomento di studi, ma stasera ho scelto di non approfondirlo perché lo ritengo secondario rispetto ai temi di cui ho già parlato. Secondario naturalmente non vuol dire trascurabile. Anzi: la politica ebbe un ruolo importantissimo nell'evoluzione della città. Ma credo – se volete pregiudizialmente – che la politica sia sempre un portato della società, e delle forze che la modellano, piuttosto che il contrario. Quindi non vi parlerò di guelfi e ghibellini, o di magnati e popolani – e ancora mi auguro che nessuno rimanga deluso – ma bensì delle caratteristiche della politica fiorentina nei secoli indicati. Diciamo allora innanzitutto che la sua caratteristica fondamentale è quella di essere stata una storia collettiva. Nella quale senza dubbio emergono alcune personalità forti – passatemi il banale riferimento al Farinata degli Uberti ritratto dall'Alighieri – che però non arrivarono mai a dominare i loro concittadini. O perlomeno sino al Quattrocento, quando si impose la prima larvata signoria medicea. Altri tentativi di padroneggiare la città – il già citato Uberti agli inizi degli anni Sessanta del Duecento, Corso Donati tra fine Duecento e inizio Trecento, Maso Albizzi negli anni Novanta del Trecento – ebbero vita breve, e comunque furono limitati dalle personalità di altri leader appartenenti alle medesime fazioni degli aspiranti signori. Questa caratteristica della politica fiorentina è un portato della struttura sociale stessa della città: una società di immigrati che ha un forte allargamento ed un continuo ricambio delle élites economiche, sperimenta in modo inevitabile anche un allargamento e/o un ricambio del suo ceto dirigente. A ben vedere, quasi tutte le tensioni interne e le lotte sviluppatesi nel corso del Duecento e del Trecento hanno questa origine. E finché vi fu avvicendamento nelle fortune economiche e nell'ascesa sociale, rimase poco o nessuno spazio per il dominio di una singola famiglia, o men che mai di una singola persona. Anche da questo punto di vista si percepisce un cambiamento nella storia fiorentina a partire dal Quattrocento. Nei due secoli precedenti, tra Duecento e Trecento, l'ordinamento del comune, e poi dello stato, rispecchiava appieno i rapporti di forza interni alla città. La burocrazia professionale era ridottissima – come negli altri comuni italiani, del resto. Secondo le concezioni moderne si può dire di fatto inesistente: non più di una decina di ufficiali e funzionari impiegati nella scrittura delle leggi e nella corrispondenza diplomatica. Tutti gli altri uffici, da quelli di governo sino alla più bassa amministrazione, erano collegiali, elettivi, e ricoperti per brevi periodi di tempo, essendo di norma bimestrali, semestrali o al massimo annuali. I contemporanei li differenziavano tra «uffici da utile», per i quali cioè era previsto un salario, e «uffici da onore», che si svolgevano senza ricevere alcuna retribuzione – in concreto, le sole magistrature di governo. Il numero di cittadini direttamente impiegato in questa struttura era altissimo: Ernesto Sestan ritiene che a metà Trecento circa 20.000 cittadini godessero dei diritti politici, anche se, ad esempio, nell'anno 1343 meno di un quarto di essi (per la precisione: 3446) furono abilitati ad esercitarli.
Non si può certo parlare di una democrazia – mai lo furono i comuni medievali – considerato che la popolazione residente ascendeva a ca. 100.000 persone. Ma di larga, larghissima oligarchia sì, seppur selezionata sulla base del censo, delle discendenze familiari (i ghibellini erano esclusi da tutti gli uffici, i magnati da quelli di governo), e, soprattutto, delle relazioni interpersonali.

(1) Per le opere degli storici citati nel testo si veda la bibliografia.

(2) Una comparazione delle cifre sul popolamento di Firenze tra XIII e metà XIV secolo, proposte da alcuni storici contemporanei, si legge nella seguente tabella, desunta da:
W. R. Day jr., The population of Florence before the Black Death: survey and synthesis, «Journal of Medieval History», vol. 28, n° 2, 2002, pp. 93-129.

  1280 1300 1338 1347 1350
De La Roncière 100.000 110.000 100.000 90.000 32.000
Fiumi 85.000 105.000 90.000 76.000 -
Herlihy - - 120.000 - 42.000
Day 85.000 105.000 120.000 - -

(3) Cioè si coniavano ca. 1.200.000 monete d'argento l'anno.

(4) Cioè ca. 81.858 litri al giorno, ovvero ca. 29.878.170 litri l'anno.

(5) Cioè ca. 25.259.040 litri l'anno.

(6) Cioè ca. 27.000.000 di litri l'anno.

Invito alla lettura: una breve bibliografia sulla Firenze medievale.

A. Astorri, La Mercanzia a Firenze nella prima metà del Trecento. Il potere dei grandi mercanti, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1998.
G. A. Brucker, Dal Comune alla Signoria. La vita pubblica a Firenze nel primo Rinascimento, Bologna, Società editrice il Mulino, 1981.
F. Bruni, La città divisa. Le parti e il bene comune da Dante a Guicciardini, Bologna, Società Editrice il Mulino, 2003.
G. Cherubini, Città comunali di Toscana, Bologna, CLUEB, 2003.
C. M. Cipolla, Il governo della moneta a Firenze e a Milano nei secoli XIV-XVI, Bologna, Società Editrice il Mulino, 1990.
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Vieri Mazzoni

Vieri Mazzoni (Firenze, 1968) si è laureato nel 1994 in Storia dell’Europa Medievale presso l’Università di Firenze, con una tesi dal titolo La Parte Guelfa a Firenze tra XIII e XIV secolo: economia e politica (relatore Giovanni Cherubini). Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca, presso la stessa università, discutendo la tesi La legislazione antighibellina e la politica oligarchica della Parte Guelfa di Firenze nel secondo Trecento (1347-1378). È stato assegnista presso il Dipartimento di Studi Storici e Geografici dell’Università di Firenze con una ricerca dal titolo Il ceto dirigente fiorentino e le élites dei centri urbani sottomessi nel Trecento, studiando in particolare il ceto dirigente di San Miniato. La sua monografia più importante è Accusare e proscrivere il nemico politico. Legislazione antighibellina e persecuzione giudiziaria a Firenze 1347-1378 (Dentro il Medioevo/4, Pisa, Pacini, 2010). Ha curato ser Giovanni di Lemmo Armaleoni da Comugnori, Diario 1299-1319 (Documenti di Storia Italiana. Serie II, XIV, Firenze, Olschki, 2008) e ha collaborato alla pubblicazione di S. Raveggi, L’Italia dei guelfi e dei ghibellini, (Campus. Il Medioevo attraverso i documenti, Milano, Bruno Mondadori, 2009).

Per contattare l'autore scrivi a: parteguelfa@libero.it.