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La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis

di Paolo Gravina *


A metà altezza, lungo il declivio occidentale del monte Tifata, nei pressi di Caserta, sorge la basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, dedicata all’Arcangelo Michele. Le origini dell’edificio sono tuttora ignote, anche se gli studiosi tendono ad attribuirne la fondazione ai Longobardi, come si deduce dalla dedica e da alcuni elementi, come un capitello a “fibula alveolata” trasformato in acquasantiera.

L’edificio appare espressamente menzionato, per la prima volta, in un documento della prima metà del X secolo, con cui il vescovo di Capua, Pietro I, concesse ai monaci dell’abbazia di Montecassino, la chiesa di San Michele Arcangelo, prima detta ad arcum Dianae nei documenti coevi, poi, in quelli successivi, ad Formas, e, infine, Informis, o in Formis. Assai controversa è l’interpretazione etimologica: alcuni studiosi, basandosi sul significato del vocabolo latino forma, ossia acquedotto, hanno ipotizzato che tale denominazione fosse legata alla presenza di falde o di condutture d’acqua nel territorio circostante; altri, invece, attenendosi al significato della parola informis, ossia privo di forma, e  quindi spirituale, propendono per un’interpretazione “teologica”. Nel 943 il vescovo di Capua, Sicone, più volte accusato di negligenza nell’esercizio dei suoi poteri, si impossessò della chiesa, sottraendola ai monaci di Montecassino. In quello stesso anno i monaci cassinesi fecero ricorso al pontefice Marino II, il quale ingiunse al vescovo la restituzione dell’edificio.

Nel 1065 la chiesa, divenuta nel frattempo nuovamente di proprietà vescovile, fu ceduta a Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa, affinché questi, desideroso di purificare la propria anima dai peccati di una vita violenta, vi costruisse un cenobio.

L’anno successivo Riccardo, avendo constatato con meraviglia come il luogo fosse particolarmente adatto ad ospitare una struttura del genere, concesse al cenobio, da lui stesso costruito, i diritti relativi a diverse sue proprietà. Nel 1072, infine, Riccardo concesse all’abate di Montecassino, Desiderio, il cenobio con tutte le sue pertinenze. Fu probabilmente proprio in quella occasione che l’abate Desiderio iniziò la ricostruzione del complesso monastico fin dalle fondamenta.

Il ruolo di fondatore svolto dall’abate viene confermato non solo dall’epigrafe incisa sull’architrave del portale, che potrebbe essere posteriore al 1087, giacché lo descrive con termini che lo ricordano come personaggio morto, ma anche dagli affreschi dell’abside centrale, nei quali l’abate è rappresentato con il modello della chiesa tra le mani e con il nimbo quadrato, che lo qualifica come personaggio vivente all’epoca dell’esecuzione dei lavori.

La basilica fu costruita nel luogo in cui, in età classica, sorgeva un tempio dedicato a Diana, divinità della caccia, alla quale tutto il monte Tifata, un tempo ricoperto di boschi, era consacrato. Di questo tempio sono stati riutilizzati nell’edificio romanico alcuni elementi, come le colonne, i capitelli (alcuni dei quali parzialmente rilavorati), e gran parte del pavimento in opus sectile, integrato con alcuni cocci in epoca medioevale. La parte frontale di un sarcofago strigliato orna l’altare.

L’edificio è a tre navate, con quella centrale larga il doppio delle laterali, e segue il modello architettonico benedettino – cassinese con l’abside centrale più larga e più alta delle laterali; tuttavia, rispetto alla planimetria della basilica di San Benedetto a Montecassino, ricostruita dall’abate Desiderio tra il 1066 e il 1071, questa chiesa è priva di transetto.

Come si è prima detto, molti pezzi che compongono la scultura architettonica dell’edificio risalgono all’età classica, e gli unici elementi realizzati appositamente per questa chiesa sono il portale e i capitelli situati accanto all’abside centrale. Si tratta essenzialmente di capitelli corinzi caratterizzati da un fogliame piatto e bidimensionale.

E’ probabile che la costruzione dell’edificio sia stata condotta a termine prima della morte di Desiderio nel 1087. Questa ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto che tanto l’archivolto del portale, quanto la cornice marcapiano del vicino campanile, costituiti dalla sovrapposizione di una fila di dentelli, di un tortiglione, e di una fila di ovoli, sono strettamente affini al coronamento esterno delle tre absidi di San Liberatore alla Maiella, la cui costruzione è datata a partire dal 1080, ed il cui committente viene indicato dalle fonti essere l’abate Desiderio di Montecassino.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il portico antistante la facciata sia stato ricostruito verso la fine del XII secolo in seguito al crollo del campanile che, nel modellino stretto tra le mani di Desiderio, raffigurato nell’abside centrale come fondatore, compare sul fianco sinistro dell’edificio. Si tratta, comunque, di un’ipotesi priva di riscontri materiali e documentali. Tale portico (o nartece) precede un portale di gusto tipicamente cassinese poiché riprende, da tale tipologia, sia l’idea di racchiudere l’architrave e gli stipiti in semplici cornici lineari, conferiscono all’insieme un aspetto unitario, sia quella di decorare l’archivolto con la cosiddetta “cornice benedettina”.

L’architrave reca incisa l’iscrizione che rievoca Desiderio come fondatore della basilica. Il testo è il seguente: “CONSCENDES CELUM, SI TE COGNOVERIS IPSUM/ UT DESIDERIUS QUI SANCTO FLAMINE PLENUS/ COMPLENDO LEGEM DEITATI CONDIDIT EDEM/ UT CAPIAT FRUCTUM QUI FINEM NESCIAT ULLUM” ( CELUM e EDEM non sono errori di trascrizione). La traduzione dovrebbe essere, pressappoco, la seguente: “ Salirai al cielo, se conoscerai te stesso, come Desiderio che, pieno di Spirito Santo, adempiendo alla legge, edificò il tempio a Dio, affinché colga il frutto che non conosce fine”. Ritengo priva di fondamento l’ipotesi secondo cui l’iscrizione, che rievoca l’abate come personaggio defunto, sia stata incisa su un architrave più antico, e che i suoi caratteri rimandino al XII secolo, giacché il titulus, ossia l’iscrizione dedicatoria che corre lungo la parte mediana dell’abside centrale, e che divide in due fasce gli affreschi che la ornano, presenta caratteri molto simili.

Di grande interesse è il ciclo di affreschi che abbellisce l’interno dell’edificio. L’attenzione del visitatore è immediatamente catturata dal Cristo Pantocratore che giganteggia nel catino absidale, circondato dai simboli dei quattro Evangelisti. Nella fascia inferiore sono, invece, rappresentati i tre Arcangeli (nell’ordine: Gabriele, Michele e Raffaele), affiancati dall’abate Desiderio a sinistra (raffigurato con il modello della chiesa tra le mani), e da San benedetto a destra. Anche nell’abside destra l’affresco è diviso in due fasce sovrapposte: in quella superiore vi è raffigurata la Vergine col Bambino fiancheggiata da due angeli ai quali si aggiungono, nella fascia inferiore, sei santi.

Lungo la parete di sinistra si possono trovare molte tracce, tra l’altro ben conservate, di un ciclo di affreschi rappresentante episodi del Vecchio Testamento. Sulle pareti laterali della navata centrale sono raffigurati episodi del Nuovo Testamento. Sulla base del tradizionale e logico presupposto di un inizio dei lavori di costruzione della chiesa, avvenuto nella zona presbiteriale intorno al 1072, poiché gli affreschi venivano eseguiti dopo l’innalzamento delle murature, è possibile ritenere che la loro stesura sia stata avviata poco dopo la fondazione dell’edificio nella zona absidale, per poi estendersi alle pareti perimetrali, alla controfacciata, e a quelle interne del cleristorio. Gli affreschi, che ornano l’interno della basilica, furono probabilmente realizzati da alcune botteghe locali, che operarono ispirandosi a modelli bizantini. Va infatti osservato come l’uso di schemi bizantini, evidenziato dalla suddivisione dell’intero ciclo pittorico in pannelli mediante colonnine dipinte, e dalla disposizione delle figure all’interno dei singoli riquadri (si noti, ad esempio, la scena della Crocifissione), sia attenuato da un primo, seppur timido, tentativo di caratterizzazione delle figure, reso evidente dal rosso che colora le guance dei personaggi, e dalle rughe che, con tratti fortemente marcati, ne segnano i volti. Simili caratteristiche si ritrovano anche nel grande affresco della controfacciata, che raffigura il Giudizio Universale, e che ricalca lo schema iconografico bizantino, particolarmente diffuso in quel periodo; infatti, anche in questo caso le scene si suddividono in fasce sovrapposte. In alto, tra le finestre, sono raffigurati i quattro angeli con le trombe del Giudizio; nella fascia centrale vi è rappresentato Cristo Giudice con la mandorla apocalittica, tra gli Apostoli seduti sui troni; più in basso i Beati, ed infine i Dannati. Si deduce, pertanto, basandosi sul dogma dell’Incarnazione, questo ciclo di affreschi tende ad evidenziare il piano provvidenziale di Dio per la redenzione finale e la salvezza eterna dell’umanità, attuato mediante il sacrificio di Cristo, suo figlio.

Il contesto culturale e stilistico in cui tali botteghe si trovarono ad operare, risulta ancora più chiaro se poniamo a confronto gli affreschi di Sant’Angelo in Formis con le coeve miniature di produzione cassinese e, in particolare, con quelle che ornano il codice Vat. Lat. 1202, donato al convento dall’abate Desiderio. Le botteghe in questione risentirono, dunque, di quel clima stilistico che affonda le sue radici nella cultura artistica bizantina, e che risulta strettamente legato alla presenza di quegli artisti bizantini, che l’abate Desiderio chiamò a lavorare nel cantiere della nuova abbazia di Montecassino.

Le figure di Santi, dipinte nei pennacchi delle navate laterali, sono successive all’Undicesimo secolo. Tale ipotesi potrebbe essere confermata dal confronto con i Profeti dipinti nei pennacchi della navata centrale. Risulta, infatti, evidente dal confronto non solo la posizione statica, ma anche la maggiore imponenza di queste figure, che presentano caratteristiche affini agli affreschi che ornano le lunette del portico, la cui realizzazione è datata dagli studiosi tra il XII ed il XIII secolo.

Bibliografia:

Mario D’Onofrio, Valentino Pace, La Campania. Volume 4 di Italia Romanica, Milano, 1997.

Gino Ragozzino, Persistenze e novità nella storia religiosa di Sant’Angelo in Formis, in Misteri e presenze. La civiltà di Sant’Angelo in Formis, a cura di Antonio Ianniello, Napoli, 2002.

Si consiglia inoltre:

Giancarlo Bova, Capua cristiana sotterranea. Sant'Angelo in Formis. Cultura santità territorio, Napili, 2002.

* Paolo Gravina (1974) laureato in "Conservazione dei Beni Culturali" presso l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli con una tesi in Storia Medievale dal titolo "La società feudale e la cavalleria". La tesi ha avuto come tema l'evoluzione della società feudale e della cavalleria in tutta l'Europa occidentale, nei suoi vari aspetti, dalle tecniche militari fino alla letteratura cavalleresca.


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