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Locus Cuwaki (VA), avamposto obliato d'età longobarda

di Marco Corrias
 
 

Il castello di Cuasso (VA)

 

 

Le rovine del castello di Cuasso (Va), nascoste nella boscaglia della Valceresio presso l’omonimo borgo, facevano parte di un antico e imponente sistema di segnalazione. Ritrovare la torre più alta del rudere in diretta comunicazione visiva a sud-est, con i “castra” di Pogliana, Cantello e Cascina Pezza, tra Induno Olona e Arcisate, con vista sul lago di Lugano, è un indizio significativo: in caso di pericolo le sentinelle accendevano fuochi notturni per comunicare anche con la torre di Velate (oggi bene FAI), asse privilegiato di collegamento con i forti a sud: il complesso Castelseprio - Torba (oggi beni UNESCO) e Mesenzana e Luino, a sud - ovest.
Il castello si colloca a un’altitudine complessiva di 436 metri, sulla strada che collega Cuasso al Monte con Cuasso al Piano, su un crinale nascosto da un castagneto. Nella sua forma attuale fu in buona parte costruito per volontà dei Longobardi del contado del Seprio, dopo il 570 d. C. Curiosamente, i barbari dovettero aver affidato il progetto di edificazione a maestranze Sassoni intruppate nei contingenti di popoli misti che gli invasori, come conferma Paolo Diacono, avevano trascinato con sé nel corso della calata in Italia. La particolare pianta di ciò che è rimasto, infatti, richiama lo schema delle fortificazioni inglesi in Northumbria.
Una poderosa muraglia difensiva (1,20 mt. di spessore), di cui restano solo le pietre di fondazione, correva lungo i due lati del crinale; dal tracciato scostante si può dedurre che la cinta di mura esterne circondava anche il colle di fronte, formando una recinzione in cui potevano accamparsi, in caso di pericolo, i contadini con il bestiame. Il rifornimento d’acqua piovana era fornito da una cisterna rettangolare, di cui si possono ancora individuare i resti; inoltre una sorgente presso il fiume Cavallizza, ai piedi del colle, garantiva l’approvvigionamento idrico.
Il nome “Locus Cuwaxi” per alcuni significa “posto del covo”, per altri “luogo crollato”; più probabilmente potrebbe derivare da una crasi tra la parola latina covum (covo) e quella germanica, ma latinizzata in Sachsum-i (“spada sassone”). Fatto sta che il nome del luogo apparve tra le carte solo dal XIII secolo come feudo della famiglia dei signori da Besozzo, perciò va riferito al ben più antico sistema difensivo, eretto dai Longobardi in età barbarica (VI secolo) sui resti di una torre di guardia d’età romana, per proteggere la valle dagli attacchi dei Franchi. Il mistero nei secoli successivi continuò ad avvolgere la storia del forte di Cuasso: dalle lotte di Berengario I contro Lodovico (X secolo) al probabile smantellamento dell’avamposto da parte dei milanesi vittoriosi nella serie di lotte comunali contro Como, chiamata “Guerra dei Dieci Anni” (1118 – 1127).
D’altra parte il castello, posto sull'antica via che portava da Milano ai valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo e in prossimità di miniere di argento, piombo e, in misura minore, di grani d’oro, rivestiva un ruolo del tutto particolare, dal punto di vista strategico e anche economico.
La particolare natura di questo territorio, inoltre, ha reso il castello di Cuasso un “unicum” anche dal punto di vista dei materiali utilizzati: l’abbondanza di cave di porfido rosa, ancor oggi estratto e tipico di tutta l’area, ha dato ai ruderi un colore speciale, che al tramonto emana bagliori aranciati, quasi di fuoco.
Dal basso Medioevo l’avamposto, per sua natura, avanzato verso nord, fu riadattato come ricovero per gli abitanti del contado durante le incursioni dei montanari Retici e del Canton Grigioni, provenienti dalla vicina Svizzera.
Fino a qualche anno fa il complesso era costituito da un torrione dalle pareti ben conservate, tranne quella di fondo, posta a fronte dell’ingresso principale: alcuni ruderi posti specularmente a questo, di forma semicircolare fanno presumere la passata esistenza di una torre gemella. Ai piedi della torre, nel corso degli unici scavi fino ad ora effettuati dal professor Adelio Bianchi (studioso che negli anni settanta condusse una solitaria campagna di recupero del castello), sono stati ritrovati reperti d’età longobarda, gli scheletri di un ragazzo e di un adulto, deceduti tra il X e il XII secolo e una moneta inglese del X secolo, la cui presenza avvalla il passaggio lungo la Via Francigena di pellegrini diretti a Roma dalle grandi isole del Nord Europa. Nel mastio, che è la parte meglio conservata e dotata di un magnifico arco d’ingresso a tutto sesto, troviamo monofore e bifore di epoche diverse, alternate su quattro piani: le soluzioni e le strutture murarie alternate rivelano momenti costruttivi differenti, sottolineando l’importanza nei secoli di questo complesso ormai obliato. Alla sommità del torrione si nota perfino una merlatura di tipo guelfo: difatti, dopo lo scontro tra guelfi e ghibellini del XIII secolo, in cui trionfarono i Visconti, il castello perse progressivamente di importanza, tanto da finire nella lista di un'ordinanza di Francesco Sforza (1450 - 60) in cui si ordinava di abbattere un determinato numero di fortificazioni.
Ecco perché nel 1500 il castello era ormai un rudere: eppure, nei secoli seguenti questo luogo magico, inglobato nella parrocchia di Cuasso, fu utilizzato come cappella dedicata a San Dionigi; una particolare venerazione che lasciò negli abitanti di Cuasso la memoria storica di sepolture effettuate nei secoli presso il castello: per questo, nella tradizione locale, “andare a San Dionigi” voleva dire “finire al cimitero.” Non per nulla, fino al XIX secolo, presso la cappella il cimitero, contrassegnati da grandi croci, si organizzavano processioni popolari annuali dette “rogazioni”, per implorare grazie e benedizioni dal santo.
La rocca, avendo sempre goduto di una virtuale imprendibilità e di un'ottima panoramica, fu perfino inserita, anche nel corso della Prima Guerra Mondiale, nel contesto della Frontiera Nord della “Linea Cadorna” Purtroppo, oggi di quella che fu la sentinella della Valceresio, restano solo romantici ruderi immersi nella vegetazione.
Proprio per via dell’importanza del luogo, segnalato dalle guide cartacee ma di fatto di proprietà privata, tra maggio e luglio 2012 è stata pubblicata sulla testata online “InInsubria” una dettagliata inchiesta giornalistica sullo stato di abbandono del castello a firma di Massimiliano Carminati. In nove puntate l'Autore ha cercato di indagare cause e responsabilità del degrado cui è soggetto il sito da decenni, coinvolgendo le competenti istituzioni, storici locali e studiosi, nonché personalità del mondo della cultura e della politica. L'inchiesta è finalizzata alla sensibilizzazione del problema e alla denuncia di una situazione non rispettosa della normativa vigente in materia di conservazione di beni culturali. Al momento il rudere resta pericolante, al punto che alcuni tronchi di legno ne sorreggono a stento un muraglione.

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A sinistra il mastio e la parete nord del Castello di Cuasso in un'incisione di Giuseppe Elena con testo di Cesare Cantù tratto da Cosmorama Pittorico del 1835.
A destra, mappa del Castello di Cuasso con un'ipotesi di ricostruzione degli ambienti. In nero le strutture esistenti; in rosa, i ruderi ancora da identificare; in giallo, le strutture possibili.
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Marco Corrias

Mi chiamo Marco Corrias e sono nato a Milano. Dopo la maturità scientifica ho frequentato la facoltà di Giurisprudenza, poi abbandonata per dedicarmi alla mia vera passione: la storia dell'arte. Mi sono iscritto alla facoltà di Scienze dei Beni Culturali con indirizzo storico-artistico presso l'Università di Pavia, dove mi sono laureato. Ho poi deciso di proseguire gli studi specializzandomi in Storia dell'Arte medievale, questa volta a Genova. Alla fine del biennio, mi sono laureato con una votazione di 110 con lode, presentando una tesi sull'architettura romanica nell'area del Verbano e dell'alto Ticino tra XI e XII secolo. Nel maggio 2013 ho superato le prove del concorso indetto dalla Provincia di Pavia per l'abilitazione alla professione di guida turistica, ottenendo il relativo tesserino. Dallo scorso ottobre scrivo sui siti d'informazione indipendente Milanofree.it e Paviafree.it. Nel novembre scorso ho vinto il premio letterario Philobiblon, indetto da Italia Medievale, con il racconto "Il destino di Gregorio Magno": capitolo XXI, tratto dal mio primo romanzo della trilogia "I signori di Langobardìa: "Opus barbarica", auto pubblicato su www.ilmiolibro.it e in attesa di pubblicazione (da parte di case editrici). Attualmente frequento il corso di Specializzazione biennale in Beni Storico Artistici presso l'Università Cattolica di Milano. Ho un'ottima padronanza della lingua inglese; nel corso degli anni ho coltivato la passione per la fotografia, in particolare di monumenti, ma anche di natura (soprattutto alberi, fiori, insetti e funghi), favorita dai numerosi viaggi che ho intrapreso in Italia e all'estero: a tal proposito ho creato una pagina facebook culturale chiamata Medioevo Monumentale che mi sta dando parecchi soddisfazioni.
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