ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

I Longobardi

di Ornella Mariani

I Re Longobardi d’Italia: Tavola riassuntiva

568/572: Alboino

572/574: Clefi

574/584: anarchia o periodo dei Duchi

584/590: Autari 
591/616: Agilulfo, dal 604 associato conAdaloaldo
616/625: Adaloaldo: tutela di Teodolinda

625/635: Ariovaldo e interregno di Gundeberga per 10 mesi

636/652: Rotari
652/653: Rodoaldo
653/661: Ariberto
662/662: Bertarito e Godeberto: Regno diviso in 2 capitali: Pavia e Milano
662/671: Grimoaldo
671/671: Gariboldo
671/688: Bertarito, dal 679 associato con Cuniperto
688/700: Cuniberto
700/700: Liutberto: tutela di Ansprando
700/701: Ragimberto, associato con Ariberto II
701/702: Liutberto: tutela di Ansprando
713/712: Ariberto II
712/712: Ansprando
712/744: Liutprando, associato ad Ildebrando
744/744: Ildebrando
744/749: Rachis
749/756: Astolfo
756/756: Rachis
756/774: Desiderio

Da Alboino a Rotari

Eo tempore gambara cum duobus filiis suis, id est ybor et agio, qui principes erant super winniles, rogaverunt fream, uxorem godam, ut ad winniles esset propitia

Secondo le annotazioni contenute nella Origo Gentis Langobardorum compilata da Anonimo del V secolo sulla base di elementi di tradizione orale e nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, stanziali in Scandinavia meridionale, i Longobardi furono genti Winnili che, guidate dai mitici germani e Sovrani Ibor e Aio, lasciarono le fredde plaghe del Nord costeggiando il Baltico per stabilirsi nell’area del delta dell'Elba. Dalla costa situata di fronte all’isola di Rügen, ripiegarono poi verso la regione dell’Altmark ove abbandonarono il culto degli Dèi della stirpe Vanir per gli Asi di Odino, cambiando una religione legata alle liturgie della fertilità con una religione fondata sui valori della guerra.

Malgrado descritti da Velleio Patercolo come di più che germanica ferocia, nel 5 d. C. subirono una dura sconfitta da parte di Tiberio Cesare. In seguito, nel capitolo XL della Germania, Tacito li identificò come Svevi dotati di grande ardimento.

Mai vassalli degli Unni, essi mantennero la propria autonomia fino a quando subirono il processo di cristianizzazione da parte di monaci ariani. Di questa fase sono noti alcuni dei capi che li condussero fino alla Sassonia e Boemia: Agilmundo, Ildeoc, Godeoc.

Il loro sistema sociale, allora, era fondato sul concetto tribale delle fare raggruppate in centene e comandate prima da uno sculdahis o centenario ed in seguito da un Duk dipendente da un unico Sovrano scelto per acclamazione.

Questo sistema elettivo, a forte tendenza ereditaria, non impedì il sorgere di dinastie, a partire dalla prima: i Letingi.

Il Re era capo assoluto: promulgava leggi o editti; convocava l’esercito attraverso l’Heerbann; decideva la guerra; esercitava il mundio o tutela sulle vedove, sugli orfani e sugli stranieri; selezionava i suoi Funzionari, Referendari, Consiglieri, Marescialli, Portaspada, Maggiordomi e Cancellieri dalla classe dei Familiari di Corte o Gasindi e l’organizzazione pubblica era distinta in uomini liberi o exercitales; semiliberi o aldii sottoposti a mundio e servi. Non era comunque esclusa la diarchia: sovente si ebbero forme di co/governo padre/figlio, zio/nipote, germani.

Alla fine del V secolo, i Longobardi passarono nelle regioni danubiane; nel 510 annientarono gli Eruli e, al tempo di Totila, si allearono all’Impero che li autorizzò a stabilirsi in Pannonia e nel Norico nella prospettiva di contrapporli ai Gepidi. Dopo lunghe lotte, infatti, Re Alboino li liquidò uccidendone anche il capo Cunimondo del quale sposò la figlia Rosamunda, prima che la pressione uralo/altaica degli Avari lo costringesse a migrare ancora.

Portatori di Langbärte: in antico germanico lunghe barbe; o portatori di Partha, ovvero lunga ascia, nel 568 i Longobardi s’insediarono in Italia settentrionale istituendovi una monarchia indipendente, gradualmente estesa fino a gran parte del Mezzogiorno.

Nella penisola, fino al 567 era restato il Patrizio Narsete, dotato di rispettabilità e di saggezza politica testimoniata anche dalla sensibile opera di ricostruzione. Tuttavia, morto Giustiniano e asceso al trono Giustino II, la sua posizione era mutata: i nemici avevano indotto l’Imperatore a richiamarlo in Oriente, a margine di una inchiesta condotta da Longino.

E’ verosimile che, indignato dal trattamento riservatogli, egli avesse cercato per vendetta l’alleanza longobarda. Di fatto nel 568 Alboino, nato verso il 526 da Rodelinda e da Audoino della stirpe dei Goti; sposato in prime nozze con la franca Clotisuda figlia di Clotario e in seconde con Rosmunda; padre di Alpsuinda, guidò verso terre più fertili circa duecentomila fra Longobardi e loro tributari, ovvero Avari, Sarmati, Gepidi, Turnigi, Turcilingi, Sassoni, Rugi, Protobulgari, Alani, Eruli, Unni ed un imprecisabile numero di schiavi, tutti di fede ariana.

Valicato il monte Matajur; guadato l’Isonzo senza incontrare resistenze; percorsa la via che da Julia Emona conduce verso Aquileia; presa Verona nella quale fissò la sua sede nella reggia dello zio Téodoric; stabilito il controllo della val d’Adige ed il collegamento con la Baviera; insediato in Friuli come primo Duk il nipote Gisulfo, in una manciata di mesi Alboino acquisì anche il controllo del versante alpino occidentale assediando Milano e prendendo Ticinum, eletta nel 571 capitale del Langbardland. Infine, assorbiti i Goti, si spinse nel Centro/Sud fondandovi i cruciali Distretti ducali di Spoleto e Benevento; dividendo il territorio in Langobardia Major e Langobardia minor e conferendo il nome di Romania alle zone restate sotto giurisdizione bizantina.

Da quel momento, pur fra alterne vicende, ai Longobardi risultò chiaro che le loro fortune sarebbero dipese da tre irriducibili nemici: il Papato, teso ad impedire la nascita di uno Stato unitario minaccioso della asserita superiorità di Roma; i Franchi, esigenti una espansione al di là delle Alpi; i Bizantini interessati a mantenere il patrimonio acquisito.

Mentre a Costantinopoli infuriava la guerra dell’Imperatore Giustino e dei suoi alleati Vandali e Turchi contro i Persiani, l’Esarca di Ravenna Longino neppure tentò di arginare la lunga onda migratoria: scaltro, generoso e coraggioso, Alboino divenne primo Sovrano longobardo d’Italia. Tuttavia, come Paolo Diacono racconta nel II libro della sua Historia, il 18 aprile del 572 egli fu assassinato da tale Perideo in un complotto ordito dalla Regina Rosmunda e dal suo amante Elmichi.

La leggenda sostiene che ella aveva in odio il marito: non solo egli le aveva ucciso il padre, ma  aveva brindato col suo cranio, usandolo come coppa. I due amanti e la giovane Alpsuinda fuggirono a Ravenna con un rilevante tesoro in oro e monete; ma quando la diabolica vedova, contando di sedurre anche Longino, progettò di liberarsi di Elmechi con una bevanda avvelenata, costui la costrinse a condividerla e morirono entrambi.

La Nazione acclamò Re Clefi: egli pose sotto assedio l’Esarcato per aver fornito asilo ai regicidi ed estese gli àmbiti territoriali conquistando la Toscana. Ma nel 574, mentre al trono d’Oriente veniva associato il Generale tracio Tiberio Costantino e mentre in Francia i nipoti di Clodoveo si combattevano per il potere, a diciotto mesi dal suo insediamento fu ucciso. All’evento seguì un interregno di dieci anni, durante i quali trentasei Duchi governarono da Sovrani assoluti nelle rispettive zone d’influenza rimuovendo ogni struttura giuridico/amministrativa preesistente; sopprimendo l’Aristocrazia latina; incamerandone il patrimonio.

Per tutto quel lungo ed oscuro periodo, il tribale istituto sociale longobardo finì con l’indebolirsi: bisognò attendere l’insediamento di Autari perché l’unità etnica si ricomponesse e recuperasse quella organizzata aggressività che condizionò a lungo il Papato.

Il 576 fu un anno di consolidamento: Gisulfo del Friuli fissò la capitale a Cividale, avamposto di Aquileia e nodo di transito con la fascia danubiana; a Spoleto si insediò Faroaldo I che ampliò il suo dominio ad Amelia, Todi, Orte, Viterbo, fino alle porte di Roma; a Benevento Zottone introdusse i riti in onore di Wotan e degli dèi del Walhalla.

Nel 578, in coincidenza della morte di Giustino e della successione definitiva di Tiberio, coadiuvato da Maurizio nella guerra contro i Persiani di Cosroe I, pur rientrato nei confini naturali spoletini il Duca Faroaldo straziò Roma con un lungo assedio. Pertanto, il 30 giugno del 579, Papa Pelagio II inviò a Costantinopoli il suo Cancelliere Gregorio per sollecitare un intervento armato. Consapevole che, aggredito da forze esterne, l’Impero procedeva verso la disgregazione, Tiberio si limitò a delegare il suo Esarca mentre l’irrequieto Duca di Spoleto abbandonava le mura romane e si dirigeva proprio su Ravenna.

Per i Romani la tregua ebbe breve durata: nel 580, la città fu di nuovo assalita e, il 14 agosto del 582, allarmanti notizie giunsero anche da oltremare: nell’acme del conflitto contro i Persiani, s’era spento Tiberio e si era insediato Maurizio.

Il momento era favorevole al grande progetto di espansione propugnato dal figlio di Clefi: l’ariano Autari, acclamato Re a Pavia nel 584.

Al fine di conferire stabilità al Regno e di condizionare lo strapotere dei Duchi, egli accettò lo scettro a condizione che ciascuno di essi gli cedesse metà del proprio patrimonio terriero, in cambio impegnandosi a difenderne gli interessi con zelo pari a quello profuso nella protezione dei beni demaniali, la cui cura affidò ai Gastaldi. Poi, riorganizzato l’esercito e rafforzata l’autorità del trono, benchè la sua designazione non fosse riconosciuta a Costantinopoli assunse il titolo romano di Flavius ed excellentissimus già adottato da Teodorico; ripianò i contrasti col Papato; nel 587 si inoltrò in Calabria, adottandola come confine del suo dominio; nel 588 contrasse nozze con la cattolica Teodolinda, figlia del Duca bavaro Garibaldo; concluse con l’Esarca Smaragdo un armistizio triennale; infine si alleò con i Franchi nella prospettiva di contrapporli ai Bizantini.

A supporto di costoro, Childeberto II aveva già guidato una dura campagna e, con le truppe dell’Imperatore Maurizio, a Classe nel 585 aveva sconfitto Faroaldo e reclutato il rinnegato Duca Droctulfo. Ma, pur pronto a competere con l’esercito mosso da Pavia, fu spiazzato dall’ abilità di Autari che, a margine di trattative già avviate con Costantinopoli, gli si propose alleato e sposo della sorella Clousinda.

Quel progetto nuziale non si realizzò mai; tuttavia, consentì al Sovrano di temporeggiare a fronte di una guerra dal dubbio esito: lasciata la penisola, Childeberto non solo aveva revocato l’ipotesi di apparentamento, ma aveva fissato un nuovo accordo in funzione antilongobarda con i Bizantini e con i ribelli Duchi di Parma, Piacenza e Reggio.

Così, l’orgoglio e l’urgenza di nuove coalizioni inclinarono Autari verso il Duca di Baviera, del quale sposò la figlia Teodolinda.

La miccia bellica era accesa.

Nel 589, in poche settimane, l’energico Re uscì vittorioso dal conflitto; espulse Childeberto dall’Italia; isolò l’Esarca; concluse le nozze della propria figlia con il Duca Evino di Trento; investì suo figlio Gundoaldo del Ducato di Asti; scatenò una dura offensiva contro il ribelle Francione. Epperò, il 5 settembre del 590 si spense. Forse, avvelenato. Alla cattolica vedova Teodolinda, secondo consuetudine, fu consentito di scegliere il successore. Optò per il Duca di Torino Agilulfo sposandolo due mesi dopo l’incoronazione e, dopo avere spostato la capitale da Pavia a Monza, intensificò la sua devota corrispondenza con Gregorio Magno orientando la conversione di gran parte del suo Popolo: nel 603, il Battesimo del figlio Adaloaldo indusse il Pontefice a guardare con benevola attenzione alla formazione di una monarchia cattolica indipendente da Costantinopoli.

Agilulfo, che in seguito abiurò l’Arianesimo, regnò fino al 616 e condusse una politica di avvicinamento ai Bizantini e di larghe intese con la Chiesa, proponendosi anche mediatore di un Concilio di pace per lo Scisma dei tre Capitoli.

L’iniziativa fu però interrotta dalla morte mentre al trono franco, dopo una terrificante faida familiare, ascendeva Clotario II e mentre l’Impero d’Oriente era finito sotto il controllo del sanguinario Foca. 

Teodolinda assunse la reggenza per il figlio tredicenne Adaloaldo, ma nel 628 si spense esule presso la Corte dell’Esarca Eleuterio: la fazione del filoariano e anticattolico genero, il Duca Ariovaldo di Torino, l’aveva cacciata da Milano per il suo estremismo religioso ed egli, anzi, sprezzante anche della parentela, depose il giovane cognato; relegò la consorte Gudemberga in un convento; riportò la capitale da Monza a Pavia; regnò per dieci, lunghi anni.

Alla sua morte, liberata ed autorizzata a scegliere un nuovo marito, la vedova optò per l’ariano Duca di Brescia Rotari che ripudiò la prima moglie per diventare Re. In sedici anni di illuminato ed energico governo, fu emulo di Alboino ed Autari nell’impegno di stabilizzazione della monarchia rispetto ai tentativi indipendentisti dei Duchi e nel rafforzamento dell’elemento nazionale ariano. Conquistò la Liguria, la Lunigiana, i territori fra Treviso e Cividale; privò la Chiesa di rilevanti possessi; consentì l’espansione al Ducato beneventano; contrastò i Bizantini.

Il 22 novembre del 643, il suo nome si saldò alla promulgazione di una sintesi di consuetudini germaniche – cawarfida - e di tradizioni giuridiche romane: quel celebre Editto, considerato un codice di leggi barbariche in territorio italiano da far valere a tutto il Regno almeno in termini di Diritto Pubblico.

Elaborato dal notaio Ansoaldo, in apparenza il testo implicava un passivo asservimento dei Vinti; ma le rivisitazioni storiche lo dividono in due periodi: l’uno dalla iniziale conquista a tutto il governo di Agilulfo; l’altro, a far data dalla vigenza del Codice. Dal primo si comprende che esigenze espansive avevano imposto ai Longobardi oppressioni ed eccidi a carico degli Italici; dal secondo emerge un equilibrato assetto politico, dedotto dalla acquisita sicurezza di non poter più essere espulsi dall’Italia, valendo la comprensione della Chiesa che li orientò verso una condotta più mite nei confronti della popolazione locale.

In ogni caso, seppur nei rapporti di Diritto Pubblico i vincitori aggiogarono gli Italiani, non v’è dubbio che in àmbito di Diritto Privato ne rispettarono princìpi identitari, Leggi e libertà. Scritto in volgare neolatino e constante di trecentottantotto organici capitoli saldati alla consuetudine germanica con ampi riferimenti al Diritto di Famiglia romano, l’Edictum conservò l’impostazione della Fara e riguardò precipuamente la codificazione penale: eliminazione della faida a vantaggio della composizione e limitazione della pena capitale ai soli reati di regicidio; uxoricidio e delitti contro la sicurezza dello Stato e contro l’ordine pubblico. Regolamentate le norme civili ed in particolare le successioni, per tutti gli altri crimini, a partire dall’omicidio, fu applicato il Wehr-geld o guidrigildo: un prezzo del sangue, ovvero una pena pecuniaria proporzionale al ruolo sociale della vittima. Severe sanzioni furono, infine, previste per i ladri e per i rei di illeciti contro il patrimonio ambientale; contro la proprietà e contro la vita degli animali.

L’Edictum Regis Rotharis fu integrato da Grimoaldo con nove capitoli, nel 668; da Liutprando con centocinquantatre disposizioni, tra il 713 ed il 735; da Rachis con otto leggi; da Astolfo con due editti per un totale di ventidue capitoli.  

In definitiva, Rotari aveva compreso che solo la garanzia della Giustizia poteva promuovere quella convivenza interetnica utile al suo progetto unitario, esigente tre componenti essenziali: la vitalità dell’Arianesimo, come elemento di contrasto al Papato e come mezzo di conquista di Roma; l’amicizia con i Franchi; la guerra ai Bizantini.

Il suo illuminato governo fu testimone di due circostanze eccezionali, che ne esaltarono l’abilità diplomatica e militare: nel 642, l’invasione degli Sclavi dalmati in danno del Duca Aione di Benevento; nel 651 il tentato colpo di Stato dell’Esarca ravennate Olimpio, desideroso di affrancarsi dal controllo di Costantinopoli.

Fra la morte di Rotari, avvenuta nel 652, e l’avvento di Liutprando, il Regno fu sconvolto da periodiche agitazioni animate dalla ingloriosa Dinastia Bavarese che per sessant’anni, da Ariberto I ad Ariberto II, accentuò discordie politiche e religiose in un contesto già appesantito da incursioni di Avari e Slavi e da minacce dei Franchi e dei Greci.

Da Rotari a Liutprando

A Rotari successe per un semestre il figlio Rodoaldo che, dopo aver proclamato religione ufficiale il Cattolicesimo, ai primi di gennaio del 653 fu ammazzato dal marito di una donna stuprata.

In dispregio dell’Edictum, l’esercizio della faida era ancora prevalso.

Ascese allora al trono il cattolico Ariberto, figlio del Duca di Asti Gundoaldo e fratello di Teodolinda. Alla sua morte, nel 661, il Regno fu diviso fra i figli: a Bertarido fu attribuita la competenza sull’area Milano/Monza e a Godeberto il territorio pavese. La loro minorità sollecitò presto le ambizioni del bavaro Garibaldo Signore di Torino che persuase Grimoaldo di Benevento ad usurpare il trono e a spartirne i territori. Ma Grimoaldo, ceduto il Ducato al figlio Romualdo e confortato dal Duca di Spoleto, marciò sul Nord; assalì la Lombardia; uccise Godeberto; mise in fuga Bertarido e si proclamò Re.

Una volta al potere, lottò furiosamente i Bizantini dell’Imperatore Costante che sconfisse l’8 maggio del 663 a Siponto. Nel 671 si spense a Pavia in seguito alle complicazioni di una ferita di caccia, benché si propenda per l’ipotesi di avvelenamento.

Gli successe per tre mesi il figlio Gariboldo che fu deposto da Bertarido, tornato per esigere i diritti usurpatigli. Egli regnò da solo sette anni e poi associò al trono l’erede Cuniberto. Stipulata una pace con Costantinopoli, fu sopraffato dalla ribellione degli ariani Alachi del Trentino e Ausfrido del Friuli ma riuscì a concludere, all’interno della sua gestione politica filocattolica, l’annoso Scisma Tricapitolino.

Al suo governo fece seguito un periodo di instabilità e di torbidi contro Liutperto, sotto tutela di Ansprando; contro l’usurpazione di Ragimperto, figlio del deposto e assassinato Godeberto; contro il feroce ed avido Ariberto II che, dopo undici anni di Regno, annegò nel Ticino per il peso del bottino trafugato prima d’essere detronizzato; contro Ansprando, cui dopo un breve governo, successe il figlio Liutprando: il più grande fra i Re Longobardi.

Dotato di una spiccata personalità, egli fu valoroso soldato; abile stratega; raffinato politico; promotore dell’uniformità legislativa; Cristiano e Cattolico Principe, sollecito ai bisogni ed al benessere della Felicissima e cattolica nazione longobarda a Dio diletta e proclive ai suggerimenti del Papa di Roma che è in tutto il mondo il Capo della Chiesa di Dio e dei Sacerdoti.

Quando ascese al trono, nel giugno del 712, l’autorità regia era sostenuta dal partito cattolico ostile all’autonomismo propugnato dai Duchi ariani: egli si dette fin da subito, e per ben dieci anni, al rafforzamento del potere centrale avvalendosi della crisi aperta fra Costantinopoli e Roma; contenne l’ingerenza imperiale nelle vicende italiane; condizionò l‘inclinazione alla ribellione nei Ducati di Benevento e Spoleto; pacificò la penisola; perseguì la formazione di un impianto unitario; ridusse il numero delle unità ducali a vantaggio delle Gastaldie: circoscrizioni amministrative rette da un funzionario della Corte regia delegato ad operare in termini civili, sociali, militari e giudiziari; conferì splendore e potenza al suo Regno.

In politica estera, tenne ottimi rapporti con Carlo Martello e con la Chiesa, che si inserì Estratto da "it.wikipedia.org/wiki/Donazione_di_Sutri" nella lotta feudale dando inizio alla sovranità temporale dei Papi: ben note furono la Donazione di Sutri, la costruttiva attività di mediazione esercitata in una lite di giurisdizione fra i Vescovi di Siena e Arezzo e la disponibilità verso la cultura monastica; in politica interna, si distinse per l’abile processo di romanizzazione dei costumi della sua gente e per la predilezione della cultura romana. In àmbito più strettamente giuridico/sociale, al guidrigildo aggiunse la confisca del patrimonio dell’omicida destinandone una metà agli eredi della vittima e l’altra alle casse della Corte regia, così elevando il valore della vita, arginando il numero di reati e incamerando risorse utili alla Corona.

A tre anni dal suo insediamento, al soglio di Pietro ascese Gregorio II che fece scopo di tutta la sua esistenza l’indipendenza del Ducato di Roma insidiato dall’Impero, titolare nominale, e dai Longobardi, titolari materiali, aspiranti ad ampliare la loro giurisdizione in danno della sempre più debole Corte di Costantinopoli: nel 717, Romualdo II di Benevento occupò Cuma per assicurarsi le vie di comunicazione fra Napoli e Roma e, solo con l’appoggio finanziario del Papa, il Duca partenopeo Giovanni recuperò la città. Qualche anno più tardi, Faroaldo II di Spoleto si estese fino al porto di Classe ed il suo successore occupò Gualdo di Narrai, nel Ducato romano. Tali eventi posero la Chiesa in un costante stato di agitazione.

Mentre Carlo Martello assumeva la guida del Popolo franco, sollevato nel 722 dalla pressione araba con l’indispensabile contributo di Liutprando, Leone III Isaurico sedette al trono di Costantinopoli squassato dal degrado economico e dalle sempre più incalzanti invasioni: verso il 725, per garantirsi nuove entrate, egli raddoppiò l’imposta fondiaria. L’iniziativa suscitò violenti disordini in tutte le Province tributarie dell’Impero: colpito nei beni della Chiesa, Gregorio ordinò ai Rettori di non corrispondere il tributo richiesto ed estese il fronte della disobbedienza fiscale a gran parte del territorio.

L’Esarca di Ravenna non perse tempo nell’organizzare un complotto mirato ad arrestare il Papa e a mandarlo al giudizio del Tribunale di Costantinopoli con l’accusa di attentato allo Stato. Aderirono alla cospirazione il Duca Basilio; il cartolario Giordano; il Diacono Giovanni Lurion; molti Ecclesiastici ed Aristocratici ed il Signore di Roma Marino, la cui improvvisa malattia ed il conseguente allontanamento dalla città mandarono fallito il piano.

La congiura fu rilanciata dal nuovo Esarca Paolo, ma questa volta fu sventata dal Popolo insorto in difesa del Primate: Giovanni Lurion e Giordano furono assassinati e Basilio costretto alla vita conventuale. Contro Gregorio non restò che l’invio di una legione armata. Ma le truppe romane con i Longobardi di Spoleto e Tuscia la respinsero. Gli eventi furono prodromici delle ulteriori insurrezioni divampate in tutta l’Italia bizantina nel 726 quando, liquidati i Cristiani come idolatri, l’Autorità imperiale vietò il culto delle immagini. Pena la deposizione papale.

Pronto a rilanciare quel programma di unità nazionale mai organicamente definito, Liutprando marciò sull’Esarcato e sulla Pentapoli occupando Sutri ed i territori fino alle porte di Roma mentre il contagio sedizioso scatenava la rivolta di Venezia in favore del Papa; l’espulsione dell’ Arcivescovo filoimperiale Giovanni da Ravenna e l’assassinio dell’Esarca; l’omicidio del Duca Esilorato e del figlio in Campania; l’accecamento del Duca Pietro di Roma, sostituito con uno Stefano cui fu concesso il titolo di Patrizio.

Pur apprezzando la sincera fede del Re, che aveva già assicurato ai suoi sudditi la protezione di sant’Agostino acquistandone le ossa, il Papa comprese tutto il pericolo della longobardizzazione della penisola e tutta la portata del fallimento dei propri progetti egemoni: in sostanza, l’unico a trarre vantaggio dagli accesi tumulti antibizantini era Liutprando. Pertanto, pur avversando il  decreto iconoclastico, d’improvviso invertì rotta politica; impartì alle popolazioni l’ordine di fedeltà all’Impero e, orientandosi verso una censurabile ambiguità, invitò il veneziano Orso Ipato a sostenere l’Esarca di Ravenna. Non ancora pago, infine, si accordò con i Duchi di Spoleto e Benevento perché si emancipassero dall’Autorità centrale.

Col pretesto di tutelare la Chiesa, intanto, il Sovrano longobardo s’era impadronito di Bologna; aveva invaso la Pentapoli; aveva occupato Ancona ed Osimo; aveva espugnato Classe ed assediato Ravenna mentre le sue forze dislocate in Tuscia invadevano i territori del Ducato romano e prendevano le piazzeforti di Narni e Sutri. L’imprevedibile condotta del Pontefice  lo indusse a cambiare strategia: a sua volta accordatosi con l’Esarca Eutichio, che recuperò Ravenna e Venezia, sottomise i ribelli e circondò Roma aprendo un conflitto la cui prima fase si risolse con il suo abbandono dei territori pontifici e con la vittoria diplomatica della Chiesa.

Infatti: pur avendo organizzato una sistematica demolizione dell’impianto egemone del Re, il Primate romano fece leva sulla sua nota religiosità. Emulo del suo predecessore che aveva indotto il feroce Attila a recedere dai suoi propositi, si recò nel Quartier Generale nemico; implorò la pietà di Liutprando; riuscì a persuaderlo a restituire Sutri e Nepi alla Chiesa e non ai funzionari dell’Impero che ne era legittimo possessore; lo scortò fino alla tomba dell’Apostolo Pietro avanti alla quale, commosso, egli poggiò corona, mantello, spada ed insegne della dignità regia, simbolicamente rinunciando a riunire l’Italia sotto il suo scettro.

In seguito, sotto il pontificato di Gregorio III e di Zaccaria, la contrapposizione sarebbe riesplosa: se, anche affermando il diritto a conquistare i domini bizantini, Liutprando non contrastò apertamente il Primate romano, dopo il governo di Rachis, fu Astolfo a sferrare una tale offensiva contro la Chiesa da indurre Stefano II ad un viaggio in Francia perché Pipino di Héristal liberasse l’Italia da quella gente nefanda e sitibonda di sangue cristiano. E’ verosimile che in quel contesto fosse elaborato il Constitutum Constantini, ovvero la falsa donazione mirante ad indurre la Corte carolina a prendere atto del possesso ecclesiale del territorio romano e delle sue pertinenze, compreso l’Esarcato. Le epistole contenute nel Codex Carolinus si fecero da quel momento più intense contro il Sovrano longobardo e, alla fine, sotto Adriano I fu Carlo Magno, genero di Re Desiderio, a liquidare la dinastia barbara; a negarne l’eredità ai discendenti; a determinare, nel 774, il definitivo tracollo del Regno così significandone non la fine, ma il solo passaggio di stirpe poiché egli si proclamò Re dei Franchi e dei Longobardi.

Di fatto, se Liutprando non avesse arrestato la sua marcia su Roma, il potere temporale dei Papi sarebbe stato stroncato sul nascere: quel malinteso rispetto per la sacralità della città, secoli dopo non seppe porsi monito neppure per Federico II di Hohenstaufen.

E la storia avrebbe avuto tutt’altro corso, se non fosse stata soverchiata da eventi che, nell’ VIII secolo come nel XIII, determinarono la fine della Casata sveva dopo il tramonto del Regno longobardo.

Roma era salva, ma il Sovrano costituiva ancora una minaccia.

L’11 febbraio del 731, Gregorio II si spense.

Il 18 marzo gli successe Gregorio III.

A margine della battaglia di Poitiers, nella quale Carlo Martello regolò l’invasione araba, il  nuovo Primate romano inoltrò a Leone Isaurico una richiesta di revoca del censurato editto parallelamente convocando un concilio romano concluso con la condanna dell’iconoclastia e con la rottura delle relazioni con Costantinopoli.

La guerra era ormai aperta.

Leone III accettò la sfida: dopo che, nel 733, la sua flotta inviata minacciosamente in Italia fu annientata da una tempesta, confiscò i beni della Chiesa di Roma e pose sotto giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli Sicilia e Calabria.

Della vicenda profittò Liutprando che, nel 734, ordinò al nipote Ildebrando e al Duca Peredeo di Vicenza d’invadere l’Esarcato.

Il quadro delle alleanze si aggrovigliò: mentre Ravenna cadeva in mano longobarda e il suo Governatore si rifugiava a Venezia, il Papa sollecitava il Patriarca Antonino di Grado e il Doge Orso di riprendere la città.

Una agguerrita armata navale veneta scacciò i Longobardi; catturò Ildebrando e assassinò Peredeo. Pur di liberare il congiunto, il Sovrano recedette dai propositi bellici. Poi, aprì rapporti con Carlo Martello il cui figlio Pipino raggiunse Pavia per rinsaldare i vincoli di amicizia, nella prospettiva di riceverne sostegno contro i Mori sempre più incombenti su Provenza, Borgogna e Aquitania.

Quando fu certo dell’amicizia franca, nuove sorprese agitarono Liutprando: l’ennesima rivolta di Trasimondo; la morte del Duca Gregorio di Benevento, posto in successione di Romualdo II; l’elezione di Godescalco, su istigazione del Papa, in danno del legittimo erede Gisulfo II.

Le circostanze esigevano un impegno diretto: assunto il comando dell’esercito, il Re marciò su Spoleto; destituì il ribelle ed affidò il Ducato ad Ilderico.

Il messaggio occulto nella prova di forza fu recepito: inteso che la prossima mossa sarebbe stata l’aggressione di Roma, Gregorio si affrettò ad invocare l’aiuto di Carlo Martello inviandogli in dono le chiavi del sepolcro di san Pietro ed il titolo di Patrizio. Ma costui aveva due fondate ragioni per non intervenire: il rischio che in sua assenza il trono merovingio cadesse in mano a Childerico III; un impegno di parola con Liutprando, indispensabile alleato contro i Mori.

E tuttavia, nel Sovrano di Pavia le ragioni della fede prevalsero ancora: nell’agosto del 739, egli sospese il progettato assalto di Roma.

Nel 740 Leone Isaurico si spense.

Con plateale accoratezza il Papa implorò Carlo Martello di non abbandonarlo ai malvagi Longobardi. Contestualmente, inviò a Liutprando due Legati che sollecitassero la restituzione di alcuni castelli della Tuscia precedentemente occupati.

A fronte del secco rifiuto, di nuovo la Curia Romana si accordò con il Duca di Benevento e con il Duca di Spoleto, eliminando Ilderico; tuttavia ben presto la coalizione si sfasciò perché a Gregorio non venne concesso quanto promesso. Il 10 novembre del 741, peraltro, egli morì a meno di un mese da Carlo Martello, spentosi il precedente 21 ottobre.

Al soglio pietrino ascese il greco dell’Italia meridionale Zaccaria: in quella fase il Papato era politicamente isolato; sostituito nella guida del Ducato da Agiprando, il sedizioso Trasimondo si era rimesso alla clemenza della Corte; Godescalco di Benevento, in procinto di fuggire a Costantinopoli, fu assassinato dai partigiani di Gisulfo II.

Pur sempre coltivando il proposito di impedire l’unificazione longobarda dei territori peninsulari, il nuovo Papa adottò una tattica più conciliante: chiese al Sovrano un incontro ad Orte e, impegnandosi a fiancheggiarne la campagna di sottomissione dei Duchi di Benevento e Spoleto, lo indusse a recedere dal proposito di assalire l’Esarcato; guadagnò al patrimonio di san Pietro la Sabina e le città di Viterbo, Bieda, Ameria, Narni, Osimo, Sutri e Orte stessa; ottenne la restituzione dei castelli e delle piazzeforti della Tuscia; si assicurò la rimessa in libertà dei prigionieri e riuscì a negoziare una tregua ventennale a favore del Ducato romano del quale si sentiva a tutti gli effetti padrone e Signore.

Per parte sua, Liutprando si riservava di intervenire nell’Italia bizantina della quale, nel 743, prese Imola e Cesena preparandosi ad aggredire Ravenna e suscitando il panico nell’Esarca che implorò l’intervento del Papa.

Dopo uno scambio di missive, Zaccaria si recò a Pavia ove, accolto con solenni onori, trattò la pace con i Bizantini. Tornato a Roma sotto scorta d’onore e con grande prestigio, ricevette dal nuovo e grato Imperatore Costantino Copronimo il dono delle masserie di Ninfa e Norma, nelle paludi pontine.

Nel 744, Liutprando si spense.

Per pochi mesi gli successe il nipote Ildebrando che, nell’agosto dello stesso anno fu detronizzato dai Duchi.

Al trono sedette Rachis, già Signore del Friuli.

Per un intero lustro, egli condusse una politica assai debole. Dopo aver avviato una riforma legislativa ad integrazione delle prescrizioni di Rotari e di Liutprando, nel 749 tentò un assedio di Perugia ma vi rinunciò su pressione del Papa che lo raggiunse sotto le mura della città.

A margine di un pellegrinaggio a Roma, pervaso da un fervore mistico prevalso sulla opportunità politica, depose le insegne regie; abdicò e vestì il saio.

Ritiratosi a Montecassino, coinvolse nell’avventura conventuale anche la moglie Tasia e la figlia Rotrude.

La fine del sogno unitario

A Rachis subentrò il bellicoso fratello Astolfo che per sette anni non perse occasione di esibire le sue convinzioni rigorosamente antipapiste. Dopo avere emanato leggi mirate a dividere il Popolo in classi sociali regolate dal censo, riprese l’attività bellica antibizantina conquistando Ravenna e minacciando Roma, cui revocò ogni precedente donazione.

Il Pontefice invocò l’aiuto dei Franchi che sconfissero i Longobardi a Susa ed assediarono Pavia. Alla fine, Astolfo accettò di restituire i pur conquistati territori della Pentapoli la cui gran parte  costituì il primo solido nucleo patrimoniale della Chiesa, a vantaggio del potere temporale.

Era intanto morto Zaccaria e al soglio era asceso per soli tre giorni Stefano II. Poiché egli non era stato consacrato, fu designato un altro Stefano II che delegò la soluzione della crisi in cui versava il Ducato romano al fratello Paolo e al Primicerio dei notai Ambrogio.

Con essi Astolfo sottoscrisse un accordo di pace della durata di quaranta anni.

Quattro mesi più tardi, il negozio era stato infranto dalla pretesa del Sovrano che ciascun cittadino romano gli versasse il tributo annuo di un solido d’oro.

Ritenendo inaccettabile l’esborso, Stefano II inoltrò a Costantinopoli una vana richiesta di aiuto: l’Imperatore era un pragmatico e, a parte l’impegno militare contro Arabi e Turchi, era consapevole della insufficienza delle sue forze rispetto a quelle dei Longobardi.

Il Papa era in ambascia: Astolfo disponeva del controllo dell’Italia, dalle Alpi al Volturno, e tentando di affermare il suo dominio su Roma, aveva già cinto d’assedio la città.

Dopo un ulteriore rifiuto d’impegno dalla Corte bizantina, al Primate non restò che il ricorso ai Santi: fatta sfilare l’immagine di Cristo, durante la processione lo chiamò platealmente a testimone della necessità dell’intervento franco. Un suo messo riuscì ad attraversare le barriere nemiche e a raggiungere la Francia: Pipino apprese che san Pietro esigeva la difesa e la salvezza del Papato, dal quale pure era stato consacrato in danno di Childerico III e del figlio Teoderico!

In definitiva, nel presentargli i conti, Stefano aveva inviato al Sovrano d’oltrAlpe una latente minaccia di scomunica. Di più: sollecitava un solenne invito, intendendo inviare un esplicito monito anche ai Longobardi cui voleva fosse chiara la protezione accordatagli dal potente Pipino!

Nel 753 gli fu inviato un salvacondotto che gli consentì di uscire indisturbato dall’Italia.

Parallelamente, ricevette dall’Imperatore ordine di pretendere da Astolfo la restituzione dell’ Esarcato. Il Papa se ne sentì rafforzato: era riuscito a mettere contro i Longobardi sia i Franchi che i Bizantini!

Così, il 14 ottobre di quell’anno, con folto seguito e ricchissimi doni si presentò a Pavia.

Il Re lo accolse con ospitale cortesia, ma arroccato nelle sue convinzioni, respinse ogni ipotesi di trattativa, in un primo momento negandogli anche il permesso di attraversare i territori dell’ Italia settentrionale per recarsi in Francia. Furono gli Ambasciatori di Pipino a convincerlo alla concessione: il 15 novembre Stefano lasciò Pavia diretto a Ponthion ma, già venti km prima, gli furono presentati onori dall’undicenne primogenito del Sovrano: Carlo Magno.

Il 7 gennaio del 754 il Papa abbracciò Pipino e il giorno seguente, nel corso del primo incontro con i Dignitari di Corte, implorò la difesa della Chiesa. Evidenziando il suo sprezzo per l’Impero, il Re gli promise di premere perché Astolfo restituisse le giustizie di san Pietro.

Furono mandate a Pavia tre ambascerie: nessuna approdò a risultati.

Nel frattempo, Stefano incoronò Pipino e Bertrada e consacrò i figli Carlo e Carlomanno, ponendo sotto pena di scomunica i Franchi che in futuro avessero designato Sovrani estranei a quella stirpe.

E fu guerra.

Nell’estate del 754, dopo aver invano invitato Astolfo a cedere quanto preteso dalla Chiesa, alla testa di una potente armata Pipino valicò le Alpi.

Ogni resistenza longobarda fu travolta: il Sovrano ribelle fu costretto a chiedere il Primo Trattato di Pavia, col quale accettava di rendere al Papa i territori rivendicati e si impegnava a corrispondere una congrua indennità bellica al vincitore che portava via un nutrito gruppo di ostaggi.

Pipino tornò in Francia e Stefano II a Roma.

I patti non furono onorati: dopo avere a lungo tergiversato, il 1° gennaio del 756 Astolfo aprì nuove ostilità occupando Narni; devastando l’agro romano ed esigendo la consegna del Papa, pena il massacro degli abitanti.

Allarmatissima, la Curia pontificia inviò in Francia il monaco Fulrado per rappresentare l’urgenza del ritorno delle truppe. L’inflessibile Astolfo mosse in armi incontro ai Franchi, ma fu costretto a chiudersi in una Pavia tenuta in assedio finchè egli non si arrese alle umilianti  condizioni di Pipino: la rinuncia ad un terzo del tesoro regio; la consegna di un adeguato numero di prigionieri; il pagamento di un tributo annuo di dodicimila solidi d’oro; il deposito delle chiavi di tutte le città occupate.

Ma non fu pace.

Pur disponendo dei territori dal Po al Liri e dall’Adriatico al Tirreno, il Papa voleva anche quelli precedentemente conquistati da Liutprando!

Pipino non avallò l’inaccettabile richiesta: egli perseguiva l’obiettivo di creare la Nazione francese. Così, quando anche un Ambasciatore dell’Imperatore Costantino Copronimo gli si presentò per ottenere la restituzione dei domini bizantini occupati dai Longobardi, egli rispose di aver combattuto solo in favore di san Pietro.

Nel dicembre del 756 la morte di Astolfo fu accompagnata da parole di pietra: seguace del diavolo ed assetato del sangue dei cristiani, disse Stefano.

Smessa la tonaca, Rachis rivendicò il trono ma fu bollato di apostasia: il Pontefice gli aizzò contro tutti i Duchi sostenendo l’elezione di Desiderio di Toscana in cambio della già rivendicata restituzione territoriale liutprandea. Ma prima di vedere concretizzata la richiesta, a quattro mesi dalla morte del suo acerrimo nemico, anch’egli morì.

Il 29 maggio del 757 fu consacrato suo fratello Paolo.

I rapporti fra Corona e Chiesa si inasprirono poiché anche questo Re, in dispregio delle intese, rifiutò di restituire la Pentapoli e l’Esarcato: edotto delle trame del Papa e dei Duchi di Spoleto e Benevento, invitati a passare sotto le insegne franche, si limitò alla resa di Ferrara ed Imola prima di marciare contro i ribelli, mentre Costantino V rinnovava il bando iconoclastico.

Il primo ad essere punito fu Alboino di Spoleto, arrestato e rimpiazzato con Gisulfo. Il Duca beneventano già in fuga fu sostituito con Arechi.

L’allarmatissimo Papa, da un lato scrisse alla Corte franca, dall’altro tentò di blandire Desiderio invitandolo a Roma: egli accettò, ma pose come condizione alla sua visita ed alla restituzione dei centri contesi che il Papa esigesse da Pipino il rilascio degli ostaggi longobardi.

Rivelando una censurabile doppiezza, Paolo scrisse due lettere: l’una di forma, adeguata alle richieste dell’ospite. L’altra segreta e di sostanza, nella quale sollecitava ad ignorare la prima; insisteva sull’intervento armato; sconsigliava la liberazione dei prigionieri; premeva perché gli fosse garantito il possesso dei beni rivendicati.

In quel periodo circolava notizia che, in vista di una spedizione su Ravenna, Costantino Copronimo e Pipino avessero stretto un sodalizio suggellato dalle nozze del figlio dell’uno con Gisella, la figlia dell’altro.

Il Primate ne fu sbigottito, tanto più che a fronte delle sue insistenze, impegnata nella guerra d’Aquitania, la Corona franca si limitò all’invio di un’Ambasceria composta dal Duca Auticario e dal Vescovo Remedio di Rouen: essi nel 763 ottennero una tregua nel contrasto fra Desiderio e la Curia di Roma.

Paolo I morì il 28 giugno del 767.

La sua scomparsa segnò l’inizio di una furiosa guerra fra Gerarchie ecclesiastiche e Aristocrazia laica: nello stesso giorno del decesso, il Duca Totone di Nepi con i fratelli Costantino, Passivo e Pasquale occupò Roma e fece proclamare Papa il primo, pretendendone la consacrazione del Vescovo di Preneste, il 5 luglio successivo. Una violentissima rivolta, capeggiata dal Primicerio dei notai Cristoforo e dal figlio Sergio, insanguinò la città finché i due ripararono a Pavia.

Mentre Desiderio prometteva di intervenire, contando di far eleggere un candidato di suo gradimento, il 28 luglio i due transfughi tornarono a Roma con la scorta armata di Valperto. Totone di Nepi, che li intercettò, finì pugnalato e il subbuglio fu tale che Romani e Longobardi si unirono e catturarono il sedicente Papa Costantino ed il fratello Passivo.  

L’evento consentì a Valperto di eleggere al soglio pietrino il monaco Filippo ma, il 1° agosto del 768 Clero, Esercito e Popolo lo deposero a vantaggio del candidato del Primicerio Cristoforo: un prete siciliano di nome Stefano.

Il 7 agosto egli fu consacrato.

Il successivo 24 settembre si spense Pipino. Gli successero i figli Carlo e Carlomanno.

Su delega del nuovo Pontefice, ad entrambi si presentò Sergio il Sacellario per informarli dei drammatici eventi romani e per chiedere un concilio che fissasse le modalità delle future elezioni papali. L’assise si tenne nel Laterano nell’aprile del 769 e si concuse con la ratifica della nomina di Stefano III: il Clero aveva soverchiato ancora Popolo ed Aristocrazia!

Sembrava comunque che potesse aprirsi una stagione di pace, ma la eliminazione di Totone; la presenza di Cristoforo e Sergio a Roma; la viva conflittualità fra Chiesa e Corte di Pavia riaccesero la tensione sia per l’assassinio di Valperto; sia per la defenestrazione di Filippo; sia per le pretese esercitate dal Papa sul possesso dell’Esarcato e della Pentapoli; sia per la ferrea indisponibilità di Desiderio, ad onta del patto a suo tempo convenuto con Pipino.

Il malumore fu accresciuto dalla Regina madre Bertrada: aspirando all’improbabile accordo tra i figli, ella ne vagheggiava nozze politiche miranti ad attenuare i rischi di un’altra guerra e, poiché Tassilone di Baviera aveva sposato Liutperga figlia di Desiderio, spingeva Carlo ad  impalmare l’altra figlia del Sovrano longobardo: Desiderata.

La notizia costernò il Papa che, mirando ad accentuare la rivalità fra le due Corti, nel 770 inviò una durissima lettera: …quale pazzia è la vostra di voler contaminare la nazione franca, la più illustre del mondo, e la vostra stirpe con la perfida e nefandissima gente longobarda?...questa lettera ammonitrice…ve la mandiamo con le lacrime agli occhi…

Lo scritto non suscitò l’effetto auspicato: accompagnata dal Conte franco Dodone, Bertrada si recò a Roma per accordare il Papa ed il Re ed alla fine vi riuscì. D’altra parte non v’erano altre opzioni: al Primate era vitale non incrinare i rapporti con i Franchi.

La Regina raggiunse Pavia, donde portò seco in Francia la futura nuora.

Dopo queste nozze, la scena politica mutò: sia il Papa che Desiderio avevano interesse a fiaccare lo spirito sovversivo di Cristoforo e Sergio.

Da rivali, divennero complici grazie alla mediazione del Cubiculario papale Paolo Afiarta: col pretesto di un pellegrinaggio, egli fece incontrare le parti a Roma ove fu definita la questione delle giustizie di san Pietro e non solo!

Cristoforo e Sergio non si lasciarono cogliere alla sprovvista: spalleggiati dai Franchi di Dodone, si disposero all’attesa di Desiderio e quando egli si acquartierò verso san Pietro ove Stefano lo raggiunse, esplosero violenti tumulti. Nella sera, vi fu poi un tentativo d’assalto del Laterano ove al Papa, che vi si era rifugiato, non fu arrecato danno per il tempestivo intervento dell’Afialta. Il giorno successivo, però, in qualche modo Cristoforo e Sergio furono arrestati dai partigiani del Primate: gli sarebbe stata fatta grazia della vita, solo se avessero lasciato Roma.

In seguito, invece, si apprese che Cristoforo era stato assassinato mentre il figlio era riuscito a darsi alla fuga.

Desiderio tornò a Pavia nel 771 ma, mentre la Corte franca veniva informata dal Papa dei rischi corsi per colpa di Dodone, riprese ad imperversare su Roma attraverso l’Afiarta.

Preso dal ruolo di Patrizio e Difensore della Chiesa, Carlo se ne irritò non tollerando che il suocero avesse il sopravvento sulla politica romana: l’alleanza parentale voluta da Bertrada cominciava a sgretolarsi.

Il 4 dicembre di quello stesso anno morì Carlomanno.

In sprezzo dei due piccoli eredi, Carlo s’impadronì della loro eredità; ripudià Desiderata e sposò la Principessa sveva Ildegarda.

Temendo per la vita dei figli, le due figlie di Desiderio si rifugiarono a Pavia: Gerberga in lutto vedovile; Desiderata in lutto per l’affronto del ripudio.

Il 3 febbraio del 772 si spense anche Stefano III.

Gli successe Adriano I.

Appena insediato, egli concesse un generale perdono ai partigiani di Cristoforo e Sergio.

Il Sovrano longobardo, che aveva mandato il regio Guardarobiere Prandolo e i Duchi di Spoleto e Ivrea a compiacersi per l’avvenuta elezione, nell’atto vide una provocazione resa tanto più grave dalla glaciale accoglienza riservata ai Delegati: gli fu infatti precisato che il mancato onore ai vecchi trattati induceva a ritenere insincere le ostentate offerte di amicizia.

Dopo l’incontro, il Papa inviò a Pavia il Sacellario Stefano e l’Afiarta per sollecitare il Sovrano al rispetto di quelle intese. Nel corso del viaggio, costoro appresero dell’attacco sferrato su Ferrara, Comacchio e Ravenna da un furente ed offeso Desiderio: la collera già motivata dalla scarcerazione dei facinorosi antilongobardi e dal trattamento riservato agli Ambasciatori della Corona, era stata esaltata dal rifiuto della Curia a consacrare i figli ed eredi legittimi di Carlomanno e Gerberga, espropriati dall’usurpazione di Carlo.

Venti di guerra agitavano la penisola, quando un evento segnò la svolta: il rinvenimento del cadavere di Sergio, a conferma del massacro consumato in danno suo e del padre Cristoforo: fu quanto bastò perché il Pontefice disponesse l’arresto dell’Afiarta che, catturato dal Vescovo di Ravenna, fiero avversario dei Longobardi, fu giustiziato senza processo.

Per il Sovrano fu la goccia che fece traboccare il vaso: senza alcun indugio fece una terribile incursione su Senigallia, Montefeltro, Urbino e Gubbio seminando danni e lutti.

Adriano raccolse milizie della Tuscia e della Campania e convocò Carlo.

Fra la fine del 772 e l’inizio del 773, un potente esercito con Gerberga e gli orfani di Carlomanno marciava contro Roma.

I Vescovi di Albano e Viterbo gli mossero incontro a Viterbo: se non fossero tornati indietro, sarebbe incorsi tutti nell’anatema.

La minaccia sortì l’effetto auspicato: mentre essi arretravano, ambascerie franche tentavano di piegare Desiderio a un accordo.

L’irremovibilità ebbe ragione: erano in gioco la sua credibilità di Re; il destino del Regno longobardo; il futuro dei suoi nipoti; il decoro delle figlie.

Per Carlo, invece, valeva la difesa dei diritti usurpati ai figli del fratello: ovvero, la sovranità franca.

Consapevole che la guerra era ormai inevitabile, egli mise in campo un’ultima proposta: quattordicimila solidi d’oro, in cambio del disarmo e di tutte le sue implicazioni.

Da Pavia giunse un secco e definitivo rifiuto.

Diviso in due tronchi, l’esercito franco entrò in Italia dal Gran san Bernardo e dal Cenisio: lo scontro, malgrado vi rifulgesse d’eroismo Adelchi, si risolse in una rotta per i Longobardi.

Parte di essi ripiegò su Pavia con il Re; parte si arroccò a Verona con il figlio.

Ma non era più tempo di trattative: era guerra ad oltranza, da concludersi solo con la morte fisica e politica dell’uno o dell’altro dei due rivali.

Ogni strenua resistenza si risolse in una immane catastrofe: nella primavera del 774 Carlo entrò a Roma ove il 2 aprile incontrò il Papa, cui confermò le donazioni di Pipino.

Quando, nuovo padrone dell’Italia, tornò in Francia, portava seco il tesoro reale longobardo e, in catene, Desiderio e la regina Ansa.

Due secoli di dominazione erano stati inghiottiti dalla protervia del Papato e dalla prepotenza di un Sovrano tramandatoci come Magno.

Bibliografia:

Paolo Diacono: Storia dei Longobardi

J. Jarnut: Storia dei Longobardi

G.Romano / A. Solmi: le dominazioni barbariche in Italia


Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


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