ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

L’éntourage politico-militare di Attila e la distruzione dell’Impero romano. Un “affare di famiglia”?
di Giuseppe Cossuto

Trono di Attila - Torcello (VE)

Spesso si tende a sottostimare il ruolo avuto dagli Unni dopo la morte di Attila (453 d.C.), quasi che, con la scomparsa del grande condottiero e la disgregazione politica del suo “impero delle steppe”, anche i suoi collaboratori più stretti ed i suoi discendenti siano stati risucchiati da qualche ignota terra, al di là della palude Meotide (Mare d’Azov), dove erano stati generati i loro antenati, da immorali unioni da “scarti” di altri popoli (streghe gote scacciate da Filemiro accoppiatesi con gli spiriti maligni della foresta “scitica”), popoli e luoghi più o meno noti agli antichi.

In effetti, se non si tiene in considerazione che il sistema politico di governo unno riflette perfettamente (per quanto se ne sa e con alcune varianti) la struttura di quegli imperi delle steppe euroasiatici che si avvicenderanno dopo di esso in Europa orientale (non senza una continuità) e di conseguenza si assegnano agli Unni dei valori “etnici” (quando non “nazionali”) possono sfuggire degli indicatori importanti fondamentali per stabilire il ruolo delle élites di Attila nel periodo successivo alla sua morte.

Infatti più che un “impero” quello che Attila aveva retto era una struttura confederativa della quale facevano parte genti diverse con tradizioni diversificate, che intrattenevano tra loro rapporti di mutua convenienza, regolate soprattutto dal prestigio e dal carisma di un capo e da un complesso sistema tributario. Attila quindi, si era trovato ad ereditare (con suo fratello Bleda) una rete di popoli, gruppi umani e tribù differenti tra loro aventi come catalizzatore principale l’utilità dell’appartenenza, ognuno per fini diversi, alla confederazione stessa.

La confederazione unna era quindi fluida, basata principalmente sulle genti (che danno forza militare, e quindi forza politica) e sul movimento delle stesse e non sui territori (sui quali si esercita una supremazia di carattere tributario e che variano assetto politico a seconda di chi li occupa). Ma dalla confederazione difficilmente ci si poteva allontanare, anche perché i fuggiaschi (anch’essi compartecipi dello stesso sistema) tendevano a formarne delle altre o a mettersi sotto altro padrone, e a nuocere a quella alla quale appartenevano precedentemente.

Ad esempio nel 434 d.C., Rua, uno dei due diarchi unni catalizzatori (insieme al fratello Oktar) della confederazione, inviò l’ambasciatore Esla (che avrà un ruolo notevole anche nelle ambascerie attaliane successive) a Costantinopoli a richiedere (imporre?) alla Corte la restituzione dei gruppi unni degli Amilzuri, degli Itimari, dei Tonsuri e dei Boisci e di varie altre che, non gradendo la supremazia di Rua, si erano messe sotto la protezione imperiale spostandosi in territorio romano. La richiesta di Esla era un vero e proprio ultimatum: o si riconsegnavano i fuggiaschi o sarebbe stata la guerra.

Guerra che Bisanzio avrebbe dovuto affrontare comunque contro i “fuggiaschi”, i quali certamente non sarebbero mai tornati di buona voglia sotto la tutela di Rua, indebolendosi così alle frontiere settentrionali e lasciando spazio libero agli Unni “legittimisti” di Rua. Tralasciamo gli intrighi politici bizantini tra gli ambasciatori costantinopolitani Plintha (goto) e Dioniso (romano d’Oriente) relativi a questa vicenda, anche perché il fulmine sulla testa di Rua invocato ardentemente dall’Imperatrice Eudocia a Dio, sembra abbia colpito l’unno proprio al principio della stagione delle campagne militari (primavera inoltrata, inizio estate), salvando Costantinopoli ed alimentando la veridicità tra i Bizantini tramite le orazioni del patriarca Proclo, del testo di Ezechiele (38,2 e 22)  sulle punizioni divine per Gog e Magog.

Bleda ed Attila si trovarono quindi come nuovi ed improvvisi diarchi con la guerra in casa: buona parte delle tribù erano avversarie, altre lo sarebbero diventate. Dio, per chi ci prestava fede, cioè molti tra i confederati, era dalla parte dei Bizantini. Bleda aveva un ruolo di preminenza, basato naturalmente sul numero di genti confederate (Chronica Minora I 660, 116) ma Attila conosceva benissimo i Romani, essendo cresciuto a corte come ostaggio.

Il primo atto ufficiale dei diarchi con i Romani fu il Trattato di Margo (località commerciale sulla Morava) che chiarisce bene la piega che prenderanno le future relazioni tra gli Unni ed i Romani. Bleda ed Attila ricevettero un appiedato Plintha (ovvero il rappresentante bizantino della fazione pro-gota) a cavallo, ribadendo che i Romani dovevano riconsegnare i “fuggiaschi” ed addirittura i cittadini romani posseduti dagli Unni che avevano riacquistato la libertà tramite la fuga! Ai Romani veniva lasciata però la chance di pagare 8 solidi d’oro per ognuno di essi.

L’Imperatore Teodosio ratificò il trattato, ma lo applicò a modo suo: restituendo agli Unni le persone a lui non grate, delocalizzando i contingenti unni “protetti” in altri luoghi non a diretto contatto con gli Unni confederati, crocifiggendo due ragazzi parenti di Attila, Mama ed Atakam, suoi ostaggi in una fortezza dobrugiana e tergiversando sul pagamento della somma totale pattuita di tributo di 700 libbre d’oro.

Probabilmente a causa delle lotte intestine alla confederazione (echi se ne possono trovare in Prisco che parla di una guerra degli Unni atta a sottomettere alcuni indistinti popoli della “Scizia”, tra i quali spiccano i Sorasgi) e forse a causa della riluttanza dei sottoposti a mettersi contro il Dio dei Cristiani che recentemente aveva dato prova di stare dalla parte avversa, i diarchi tralasciano di punire i Bizantini per almeno un lustro.

Sta di fatto che appena dopo la morte di Bleda, dopo aver ristabilito i ruoli nella confederazione, Attila attua una grande mossa politica, che sblocca la situazione e, al fulmine divino dei Cristiani, oppone il ritrovamento della mitica Spada di Marte scitica (akinakés, spada corta a due tagli, Erodoto, Storie, IV, 62, 1-2). Quest’arma, secondo Ammiano Marcellino (Res Gestae, XXXI, 3, 23) era venerata dagli Alani (Yas), indoeuropei in buona parte sottomessi dagli Unni intorno al 370 d.C.. Gli Alani (così come gli Unni, i Sauromati, i Franchi, i Quadi, gli Avari e successivamente i Bulgari) conficcavano una spada nuda nel terreno. Attila acquisisce quindi, un vero e proprio instrumentum regni, un potere “divino” che può proteggerlo (e di conseguenza proteggere le sue genti) da eventuali maledizioni bizantine

Le righe sopra sono solamente indicative del complesso problema che le relazioni interpersonali (ed intertribali) hanno avuto nella storia della confederazione retta da Attila, ancor prima della sua salita al trono. Lo scopo di questo breve articolo, si ribadisce, non è né narrare i fatti salienti del consolidamento del potere di Attila, né d’illustrare la continuità unna in Europa orientale ma solo evidenziare il meglio possibile come buona parte dell’éntourage politico-militare di Attila abbia influito sulla caduta dell’Impero romano d’Occidente, creando una struttura ex-novo che poco aveva a che vedere con l’Impero unno, ma che del quale era stato parte attiva fino alla morte di una figura controversa che è passata alla storia come Flagellum Dei ma che più verosimilmente era dotata di un eccezionale acume politico ed era stato capace di costruirsi una temibile rete di relazioni ed alleanze, capace di muovere masse umane considerevoli per migliaia di km, ma pronte a disgregarsi alla perdita del catalizzatore stesso, in quanto, probabilmente interessate a prenderne il posto.

In questa prospettiva si evidenzieranno gli attori dell’eredità unna in Europa, che si andranno ad enumerare. Per descrivere le persone, dobbiamo necessariamente descrivere i movimenti dei popoli confederati, seppur sommariamente.

Alla morte di Attila, non venne designato un erede, ma si procedette ad una spartizione dei popoli sottomessi e confederati tra alcuni dei figli di Attila. A complicare la ricerca c’è il fatto che non si sanno con esattezza quanti fossero i figli di Attila, né chi tra loro avesse potuto partecipare alla spartizione, né quali popoli (o segmenti dei quali) fossero alleati (e quindi non “spartibili” totalmente) o tributari. Fatto sta che gli Unni, tra loro, si mantennero in concordia per alcuni mesi, favoriti oltre che dal comune interesse egemonico, anche dal fatto che Attila sia morto in pace nella sua tenda e quindi non c’era motivo per accusarsi reciprocamente o incolpare altri.

I primi a ribellarsi furono proprio i non-Unni più fedeli ad Attila: gli Ostrogoti ed i Gepidi. Walemir (Valimero, Valemiro), potentissimo capo ostrogoto, era stato fedelissimo amico e consigliere di Attila. Si credeva fosse dotato di “poteri” particolari e che emettesse “scintille dal corpo” ed ai Campi Catalaunici si trovava in posizione preminente rispetto agli altri alleati e tributari. Sempre ai Campi Catalaunici c’è un altro grande amico di Attila, il re dei Gepidi Ardarico che, secondo Jordanes ( Storia dei Goti, L), fu il primo a ribellarsi alla “spartizione dei popoli” messa in atto dagli Unni. I Gepidi (un passo di Jordanes, L fa supporre non tutti) ed i loro alleati combatterono quindi gli eredi genetici di Attila, e in una furibonda battaglia morirono 30.000 tra Unni ed alleati compreso il figlio prediletto di Attila e di sua moglie Kreka (Arykan), Ellak, re degli Acatziri e degli altri popoli nomadici del Mar Nero.

Forti della vittoria i Gepidi e gli altri “rivoltosi” cercarono legittimazione in un nuovo sovrano, meno esoso e più disposto alla loro alleanza tramite invio annuale di donazioni: l’Imperatore d’Oriente Marciano. Pretesero ed ottennero quindi la Transilvania (Jordanes la chiama Dacia), luogo dal quale avevano scacciato gli Unni (generalmente le tribù dominanti delle confederazioni nomadi si trovano ai confini degli imperi, da dove più facilmente possono intervenire, predare o fare pressione) che si erano arroccati lungo i litorali del Mar Nero, considerati dai Goti di Walemir proprio appannaggio, altri resti consistenti di Unni, i Sauromati ed i Cemandri si stabilirono intorno a Castro Martena (Marburg, sulla Drava). Sembra che gli Ostrogoti di Walemir non scesero in campo né per gli Unni, né per i Gepidi e, quindi non potendo beneficiare della spartizione territoriale, chiesero anch’essi a Marciano di potersi stabilire in Pannonia, probabilmente per non avere frizioni con il grosso degli Unni.

Gli Unni, tuttavia, filtrarono verso i Carpazi, muovendosi in piccoli gruppi che si ricongiungeranno in seguito, per riprendersi i territori aviti. Lo scontro con gli Ostrogoti di Walemir, nel 458 d.C., fu inevitabile e disastroso per gli Unni. Tuttavia gli Ostrogoti non vennero aiutati dai Gepidi in questa guerra, probabilmente a causa della precedente defezione.

Dopo questo scontro, gli Unni superstiti, guidati dal figlio minore di Attila, Ernak, si rifugeranno, con il permesso dell’Imperatore Marciano, nelle terre dell’Impero verso la foce del Danubio (Giordane ci fornisce un toponimo unno per quest’area: lo Hunnivar), e contribuiranno alla formazione dei Bulgari del Danubio. Ernak entrerà nella Lista dei Principi Bulgari, un documento genealogico in vecchio slavone conservato in due manoscritti, e contenente passi in antico bulgaro con fortissime analogie con il cumano, viene tracciata la linea dei regnanti bulgari da un mitico Avitokhol , passando per un più plausibile storico Irnik (Ernak).

L’arrivo di Ernak sulla foce del Danubio, funziona da catalizzatore per i gruppi unni superstiti, che cominceranno a concretizzarsi di nuovo come un pericolo per i Romani (il gruppo di Hormidak occupò Sofia poco dopo) e per gli oramai irriducibili nemici Goti. Tuttavia gli Unni non sembrano seguire una politica unitaria e, se un capo si sottomette o chiede pace, l’altro s’inorgoglisce e dichiara guerra. Se un popolo arriva, un altro va via. Se arrivano i cugini di Ernak, Emnedzar ed Uzindur in Dacia Ripense, gli Unni di Uto ed Iscalmus sono costretti ad abbandonarla e a darsi al saccheggio, diventando all’epoca di Giordane i popoli dei Sacromontisi e dei Fosatisi e scomparendo in seguito dalla storia.

Le sorti degli Unni in territorio centro-europeo ed europeo orientale, hanno un esito meno felice. I Goti di Pannonia cominciano a tormentare e a vessare, nel 463, la tribù unna dei Sadagi. Un altro figlio di Attila, Dintzik (Dengizik) raccolse una coalizione unna formata da Ultzinzuri, Angisciri, Bittuguri e Bardori, spingendosi fino a Bassiana, in territorio goto e devastarono l’area. I Goti ritornano in tempo per evitare la catastrofe e disperdono gli Unni. Forti della vittoria, I Goti cominciano a perseguitare gli Sciri, una tribù nomade “scitica” dalla difficile identificazione (vedi infra) che sembra staccatasi, dopo la morte di Attila, dalla comunione d’intenti della confederazione.

Nel 466 Ernak e Dengizik (si ricrea la diarchia delle origini?) inviano ambasciatori a Costantinopoli per chiedere la possibilità di aprire un emporio commerciale dove Romani ed Unni potessero commerciare e, probabilmente, ottenere pascoli per le mandrie di cavalli. Con tutta verosimiglianza una causa degli attriti tra Ernak ed i Saraguri nello stesso periodo  può essere imputata alla mancanza di possibilità per i nomadi di avere “regolare” accesso al sostentamento territoriale.

Ciò potrebbe essere confermato dal fatto che Dengizik passa il Danubio ghiacciato, per scacciare gli agricoltori goti ed occuparne le terre. Ernak però non raccoglie l’appello del fratello, che viene sconfitto dai Romani che riescono ad organizzare i Goti. Ridotti alla fame, gli Unni chiedono cibo e pietà ai Romani, proprio come i loro antenati costrinsero a fare, al loro apparire, ai Goti. I Romani imposero agli Unni di suddividersi in gruppi senza importanza numerica e militare. Allora un generale romano di origine unna, Kelkal, probabilmente inviato in missione, si recò dai capi goti e disse che i Romani avrebbero dato le terre gote agli Unni. I Goti si armarono e sterminarono gli Unni, oramai frazionati. Ai Goti si unirono i Romani del potente alano Aspar, che cominciarono anch’essi a sterminare gli Unni. Tuttavia una parte degli unni riuscì a rompere l’assedio mortale dei Romani che li aveva circondati.

Fatto sta che, nel 469, la testa di Dengizik, figlio di Attila e, fino a poco prima Re degli Unni, fu portata a Costantinopoli in processione dal comandante Anagastes lungo la via Mediana e issata su un palo al Circo di Legno. L’intera città si recò a vederla girandole intorno (Chronicon Pascale). Come si vede, la ferocia degli Unni trova paragone in quella dei popoli “civilizzati”.

Ernak sopravvisse al fratello e le sue genti si concretizzarono, come già detto, con i Bulgari del Danubio. Ma non solo con costoro. Le leggende di altri popoli, quali i Magiari ungheresi e szekely (Secui di Romania) ne riportano varie versioni, sempre legate ad Attila tramite Ernak, quasi a voler confermare la perpetuazione della profezia che gli indovini fecero ad Attila alla nascita di Ernak e riportata da Prisco e cioè che la stirpe di Attila si sarebbe estinta, ma sarebbe risorta grazia a questo figlio. Arpad, che guidò gli Ungari in Pannonia nel IX secolo, considerandosi discendente diretto di Attila, vantò il diritto ancestrale di occupare quei territori già appartenuti al suo antenato, del quale possedeva anche la spada. In Europa, i “popoli delle steppe”, trovano la loro legittimazione al legame con gli Unni e con Attila, così come quelli arrivati con e dopo l’ultima grande ondata che travolgerà tutto e tutti, la Tatarshina dei Mongoli, la troveranno nel legame con Genghiz Khan.

Se gli eredi di Attila Unni veri e propri “scompaiono” nella maniera sopra accennata, diversa sorte avranno gli altri “successori”, Unni e confederati, specialmente nell’Impero Romano d’Occidente.

Il più evidente legame unno sono certamente Odoacre (Odoacar, ca. 434-493 d.C.) ed Oreste (morto il 28 agosto 476), coloro con i quali, convenzionalmente, si fa “iniziare” il medioevo con la deposizione di Romolo Augustolo e la fine effettiva dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.).

Odoacre, per quanto risulta, è figlio di Edeco, uno dei più efficienti ed importanti ambasciatori di Attila. Insieme a suo fratello Hunulfus guidò una furiosa lotta anti-gotica.. Se Odoacre, essendo unno e di probabile madre scira, sia di stirpe “germanica” o “turanica”, mi sembra una questione di lana caprina. Se Edeco era unno, unno era suo figlio e anche se regnava su bande germaniche sempre unno rimaneva. I “germanici” di Odoacre condividono, per quanto se ne sa, tutte le vicende della confederazione, ad un livello altissimo, fino alla morte di Attila. Edeco è uno dei personaggi cardini della vicenda attilana, così come suo figlio Odoacre, educato tra gli Unni o tra gli Sciri, i Turcilingi, gli Eruli o i Rugi alleati degli Unni, lo sarà nel proseguo. La confederazione unna è un conglomerato di popoli e persone aventi come fattore unificante il legame con le tribù (od i regnanti) dominanti. Questo tipo di rapporti di forza è ben esemplificato, senza ricamo alcuno, da Jordanes (Storia dei Goti, XLVIII): “Gli Ostrogoti che si erano separati dai Visigoti alla morte del loro re Ermanarico, continuarono ad abitare lo stesso paese obbedendo agli Unni, sebbene l’amalo Vinitario conservasse le insegne nominali della regalità”.

Le vicende degli attilani si confondono e si intersecano tra loro, aventi come obiettivo principale la conquista del potere e come mezzo l’intrigo o la forza dei popoli.

Come Odoacre, primo re d’Italia, era legato ad Attila tramite Edeco così, un altro grande personaggio della storia italiana, lo era: Oreste, padre dell’ultimo imperatore (se non si considera Giulio Nepote), Romolo Augustolo. Oreste era un aristocratico romano, figlio di Tatulo (che ritroviamo in un’ambasciata non ufficiale insieme a Costanzo, uomo di fiducia di Ezio ben introdotto nell’ambiente unno), che ricopriva un ruolo rilevante in seno all’entourage attilano. Oreste, “uomo intelligentissimo” come tramandato in Procopio (De bello gotico, I, 1) svolse delicate ambascerie, per conto unno, presso la corte bizantina. Ed intelligente, abile e scaltro doveva esserlo per davvero se, due decenni dopo la morte di Attila, riuscì ad impadronirsi dell’esausto Impero romano d’Occidente, districandosi tra intriganti astuti e militari agguerriti.

Oreste costruì la propria carriera coniugando la propria origine romana con il forte ascendente che si era guadagnato tra alcuni fedelissimi alani, goti ed unni, coniugandosi quindi con un’aristocratica romana ed offrendo la fedeltà dei suoi “barbari” a Giulio Nepote che lo aveva chiamato in Italia per offrirgli un ruolo militare di fiducia.

Detto fatto, Oreste si fece portavoce e guida dei soldati scontenti della mancanza di paga, e degli aristocratici romani occidentali avversi al filo-bizantino Giulio Nepote.

Marciò quindi su Ravenna e vi entrò senza combattere il 28 agosto del 475. Mantenendo la carica di magister militum praesentalis et patricius, dopo un paio di mesi insediò sul trono imperiale suo figlio, il giovinetto Romolo, romano di padre e di madre ma imperatore di uno Stato sfasciato ed esangue, sorretto da contingenti di barbari che necessitavano denaro da tempo.

Oreste quindi si mosse: cercò quindi di organizzare una spedizione oltralpe con la sua armata formata da rimasugli unni, alani, goti, rugi, turcilingi e tutti coloro che lo avevano sostenuto per combattere il visigoto Eurico che aveva conquistato Arles e Marsiglia.

Ma i soldati di Oreste rifiutarono di partire in campagna militare e, in cambio del denaro e del bottino, pretesero un pagamento di tipo diverso: la terra (e tutto ciò che conteneva). Oreste non poteva accettare questa richiesta: troppo eterogenea era la “sua gente” e, conoscitore dell’ambiente, sapeva che i vari capi si sarebbero fatti guerra tra loro appena possibile, frantumando quel poco che era rimasto dell’Impero d’Occidente.

I soldati scelsero allora come rappresentante e portavoce l’altro attilano Odoacre, figlio di Edeco, nel 476. Aveva all’epoca 43 anni e si trovava on Italia da un po’ di anni, dopo cioè che suo padre era stato ucciso dagli Ostrogoti in guerra contro i “popoli minori” scacciati dalla zona danubiana nel 469. Odoacre aveva incontrato, nella sua fuga, il vescovo romano Severino, che gli aveva consigliato di varcare le Alpi e di recarsi nella penisola.

Con suoi uomini, probabilmente con le sue bande, si mette quindi a servizio nell’esercito di Ricimero, per arrivare poi a servire Oreste, che certamente conosceva.

Oreste, da romano, rifiutò la richiesta dell’esercito. Con un armata di infimo numero non poteva permettersi d’ingaggiare nessuna battaglia campale contro i suoi ex alleati e si rifugiò dietro le mura di Pavia. I suoi uomini, alla disperazione, ridussero la città allo stremo. Gli uomini di Odoacre la conquistarono con facilità ma, grazie all’intervento del vescovo Epifanio, pur saccheggiando la città non profanarono gli edifici di culto.

Oreste riparò a Piacenza, dove venne catturato e giustiziato il 28 agosto 476.  Suo fratello Paolo cercò di difendere Ravenna ed il giovane nipote, ma venne ucciso anch’esso ed Odoacre entrò trionfante a Ravenna.

Depose e graziò Romolo Augustolo, chiese ed ottenne da Costantinopoli, alla quale aveva inviato le insegne imperiali, il titolo di patricius, e così legittimò il suo colpo di Stato. L’Impero romano d’Occidente era finito, riunendo nominalmente i territori rimasti con l’Impero d’Oriente e lasciando la penisola italiana ad essere governata da un rex figlio di unno che era stato eletto dai frammenti degli eterogenei popoli che formavano la confederazione unna che aveva fatto tremare gli eredi di Roma.

Il regno di Odoacre fu caratterizzato da una rinascita della città Roma e da un’accorta politica di conciliazione tra i barbari e i romani, e da episodi di grande generosità, quali la ricostruzione di Pavia e l’esenzione dalle tasse per i suoi cittadini per cinque anni e dall’accortezza di non farsi coinvolgere dalle beghe ecclesiastiche o politiche ordite dall’ingrato imperatore bizantino Zenone.

Ma Odoacre non poteva sottrarsi alla sua origine, e l’epilogo della sua vicenda si trova nell’Europa danubiana dove era in iniziata probabilmente la sua vita.

Mentre infatti si svolgevano gli avvenimenti che avrebbero portato Odoacre ad essere Re d’Italia, gli Ostrogoti avevano continuato a consolidarsi e ad attrarre a se altri rimasugli di popoli della disgregazione attiliana. Tra questi i Rugi, il re dei quali Feva (Feletheum, Feba), sposa Gisa, la cugina del re ostrogoto Teodorico e si mette al servizio di Costantinopoli.

Presupponendo un pericolo di invasione, Odoacre allora concede il proprio aiuto ad Illo, un ribelle isaurico nemico di Zenone, e muove guerra ai Rugi che intanto avevano passato il Danubio, probabilmente aizzato da Teodorico. Ma il re ostrogoto annienta Illo e ciò aumenta il suo prestigio, sia tra i barbari che tra i Bizantini. Nel 487 Odoacre è costretto a guidare il suo esercito in campagna contro i Rugi verso quelle terre che furono vanamente difese anche da suo padre meno di un ventennio prima. Infligge una durissima sconfitta ai Rugi ma, questi, l’anno dopo riprovano l’invasione e vengono di nuovo sbaragliati da Hunulfus (Onulfo), fratello maggiore di Odoacre.

I riottosi ostrogoti, che emergono come gruppo dominante dopo un trentennio di faide, lotte, spostamenti e migrazioni, si sono sì imposti agli altri popoli della vecchia confederazione unna, ma al prezzo di alienarsi le simpatie e di guadagnarsi l’odio di praticamente tutti i preminenti raggruppamenti tribali. Sono nel 488, si permetta il termine non proprio appropriato, stanziati sulla sponda settentrionale del Danubio, in Mesia Inferiore, protetti e protettori dei Bizantini, con i resti concreti degli Unni del Mar Nero al “confine” orientale, con gli altri nemici gepidi a nord, con i domini romani di Odoacre, altro avversario, ad Occidente, con una cocente sconfitta da parte dell’unno Hunulfus sugli alleati rugi che si erano rifugiati presso di loro.

Teodorico si mette in marcia quindi, con l’intero popolo, verso i territori d’Occidente. Una migrazione con la promessa bizantina di ottenere le terre governate da Odoacre, passando per quelle dei Gepidi che sconfisse, e cercando di sfuggire raids che i vari gruppi barbari ostili (principalmente sarmati, unni, sciri ed eruli) compivano sulle sue centomila anime in cammino.

Nell’agosto del 489, Odoacre, alla testa del suo esercito, attende Teodorico presso il ponte sull’Isonzo e viene messo in rotta. Cercò quindi di organizzare la resistenza a Verona e le sorti della battaglia stavano volgendo a favore del re d’Italia e del suo variegato esercito, quando Teodorico riuscì a ribaltare le sorti della lotta. 

Odoacre cercò di organizzare la resistenza in varie piazzeforti, e ci riuscì per quattro anni compiendo fortunose scorrerie, poi stipulò un trattato di pace con i Goti nel febbraio del 493.

La pace tra Odoacre e l’acerrimo nemico Teodorico, si risolse con condizioni vantaggiosissime per un nemico allo stremo, come il figlio di Edeco.

Innanzitutto è da evidenziare la breve ed ambigua co-reggenza dell’Italia, con una subordinazione minima di Odoacre rispetto a Teodorico e di entrambi rispetto all’imperatore bizantino Zenone. Tuttavia, pochi giorni dopo, Teodorico organizzò un banchetto durante il quale trucidò Odoacre. Alla morte di Odoacre seguì il massacro sistematico della sua famiglia e di tutte le sue genti.

Quelle sopra brevemente descritte sono le vicende delle figure più eminenti dell’éntourage di Attila che ritroviamo all’origine del medioevo italiano ed europeo.

In una trattazione successiva ci si soffermerà sull’analisi dei comportamenti di Odoacre e dei suoi seguaci, in quanto riflettono perfettamente dei canoni di legittimazione del potere e della sovranità, sia pure inficiati dalla particolarità della situazione, peculiari degli imperi delle steppe.

Nota bibliografica

La storia di questo particolare periodo storico è stata tra le più studiate ed analizzate sotto differenti prospettive e scuole metodologiche. Non essendo un romanista o un medievalista ma meramente uno studioso dell’identità (e delle sue trasformazioni) dei nomadi in generale e dei “popoli delle steppe” in particolare in Europa e delle interazioni tra questi ed altri gruppi umani aventi un sistema di vita e valori differenti, ho assimilato negli anni la saggia lezione di Ammiano Marcellino, XXVI, 1 e 2 e ho tentato di descrivere a volo d’uccello e sinteticamente dei personaggi ed un’epoca tumultuosa e basilare per l’Italia e l’Europa. Confido quindi nella clemenza del lettore se non ho citato quella o l’altra interpretazione formulata e mi rendo disponibile all’interscambio informativo, qualora se ne ravvisasse la necessità.

La prospettiva da me utilizzata può ricordare al largo pubblico italofono certamente quella di Mario Bussagli, Attila, Rusconi, Milano, 1986, preziosa sintesi dove chi vuole può trovare evidenze “eurasiatiche” utili ad integrare validissimi studi generali o particolari di altro ambito formativo.

Fonti utilizzate

  1. Jordanes, Storia dei Goti, a cura di E. Bartolini, TEA, Milano, 1991.
  2. Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, (introduzine di B. Luiselli, traduzione e note di A. Zanella), BUR, Milano, 1997.
  3. Prisco di Panio (Prisci Panitae), Fragmenta. A cura di F. Bornmann. Firenze, Le Monnier 1979.

Bibliografia

  1. Cossuto Giuseppe, Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, ISIS, 2001.
  2. Freudiani Andrea, Gli ultimi condottieri di Roma. La caduta dell’Impero romano nelle vicende dei suoi protagonisti, Newton Compton, Roma, 2001.
  3. Gordon C.D., The Age of Attila. Fifth Century Byzantium and the Barbarians, Michigan, 1966.
  4. Grousset René, L’Empire des steppes. Attila, Gengis Khan, Tamerlan, Payet, Paris, 1939.
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  9. Mazzarino Santo, La fine del mondo antico, Milano, 1959.
  10. Millar F., L’Impero Romano e i popoli limitrofi, Feltrinelli, Milano, 1968.
  11. Thompson E.A., Storia di Attila e degli Unni, Sansoni, Firenze, 1963.
  12. Wolfram H., Storia dei Goti, Roma 1985.
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Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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