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Da dove e come abbiano avuto origine gli Unni d’Europa è ancora un appassionante e complicato enigma. Un enigma talmente vasto che se solo si provasse a spiegare scientificamente e sinteticamente i termini del problema, comparando e confutando fonti di diversa origine e natura, si rischierebbe di complicare ancora di più la comprensione possibile della soluzione, casomai vi fosse. Certezze, infatti, ve ne sono poche e, come ha evidenziato il profondo conoscitore dell’argomento, Mario Bussagli: “L’insufficienza dei documenti è decisiva e non bastano acume e fantasia per trarre dal poco che abbiamo quello che non c’è”.
Questa amara e coraggiosa constatazione non deve però portare scoraggiamento: per nostra fortuna molti attenti studiosi hanno consacrato la loro vita a questa ricerca, e possiamo quindi usufruire, tutt’altro che pigramente data la complessità del problema, dei loro sforzi affidandoci alle loro sintesi (quando non richiesto da argomenti specifici). Tantissimi studiosi seri in passato (e qualcuno nel presente), dando prova di grandissima onestà intellettuale e scientifica, hanno cambiato di volta in volta parere, utilizzando scoperte recenti di ogni tipo di provenienza.
A complicare ancora di più le cose vi è l’immensa mole di teorie, omissioni, immissioni, false genealogie, tentativi maldestri di contestualizzazione cronologica usufruibili oggigiorno prolificate tramite il web le quali giustamente, mettono in discussione l’acquisito, ma spingono lo studioso ad una continua confutazione di “novità” arbitrarie, con conseguente perdita di tempo (di denaro non ne parliamo proprio, dato i tristi tempi!).
Per orientarci in questo sterminato panorama iper-informativo, ci si può difendere in primis con la comparazione delle fonti, che essendo poche e note, si leggono senza sforzi eccessivi. Continui aggiornamenti archeologici, numismatici e di altra natura servono ad illuminare, gradualmente e costantemente, su quello che è accaduto, ma non cambiano la sostanza del problema. Bisogna riprendere, in poche parole, la qualità dell’analisi storica, altrimenti si fa fantastoria che serve solo come mero esercizio mentale e a produrre bits impazziti che generano confusione e sono facilmente strumentalizzabili a fini non proprio edificanti (superiorità o meno di un tipo umano contemporaneo o di un sistema economico attuale rispetto all’altro, per esempio!).
Innanzitutto segniamo i confini della migrazione, se è possibile, nel tempo e nello spazio. In questa sede si parlerà (o meglio: si sintetizzerà!) sulla vicenda storica degli Unni d’Europa e della loro interazione con le società germaniche e romane, con le quali hanno interagito per un arco di vari secoli. I limiti cronologici sono dati ab initio dalla nascita convenzionale del Medioevo ma, per esigenze di doveroso compito di illustrare al meglio la trattazione si è optato per includere anche un velocissimo prologo che non contempla fatti importanti dell’età antica, come la battaglia di Fiesole, o l’incontro di Attila con Papa Leone. Si illustreranno più che altro, sia il sistema di valori sociali e spirituali degli Unni (e la sua degenerazione e conservazione) con la consapevolezza che se un lettore colto e dotato di una solida base di conoscenza storica, troverà ovunque con facilità le date e gli avvenimenti, mentre sarà molto più ostico reperire interpretazioni ed analisi dei dati che pongano gli Unni come centro degli avvenimenti stessi.
Con queste piccole note (spero) si riusciranno a capire tante “stranezze” della vicenda degli Unni in Europa, e soprattutto superare una visione storica statica che tiene presente l’apporto dei popoli selle steppe nella vicenda storica europea esclusivamente in maniera negativa o oppositiva.
Passiamo quindi ad elencare dei dati di fatto che aiuteranno a capire ancora meglio il perché di tante complicazioni:
1) Gli Unni erano nomadi guerrieri delle steppe ed avevano una struttura iniziale, come precedentemente illustrato, di tipo confederativo, la quale permetteva la coesistenza di differenti gruppi umani al seguito di una tribù-guida. La confederazione prendeva il nome o dalla tribù stessa, o da altre più note e famose con la quale poteva anche non avere legami (se può sembrarci una cosa assurda pensiamo un po’ ai vari revivals localistici odierni nella nostra penisola, dove in taluni luoghi ci si richiama, blut und boden, a popoli pre-romani completamente scomparsi!), o ne assumeva uno ex-novo.
2) Gli Unni Europei erano, in origine, un conglomerato di gruppi guidati da una o più élites a prevalenza linguistica probabilmente turca, poco dotati economicamente eppure in grado, nel corso del tempo, di dominare (o semplicemente di guidare) varie altre compagini umane di differente origine e cultura, principalmente “sciti” (Sarmati, ecc.) ed in seguito germani e poi anche romani. Dai vari “popoli” acquisirono gradualmente, come in un processo di diluizione, varie peculiarità. Il problema che si pone quindi allo storico non è tanto sapere esattamente da dove arrivassero gli Unni ma, più precisamente, quale era il “dosaggio” delle varie componenti della confederazione. Un esempio che può aiutarci a capire il problema è quello dei Bulgari odierni: nati da una confederazione turca (con molto di “unno”), ne portano ancora oggi il nome ma non ne conservano né gli usi, né la lingua proprio a causa della perdita (e con molto trauma, come vedremo) del senso dell’aristocrazia nomade e del complesso di valori spirituali e materiali che rappresentava e con l’adozione della lingua e della cultura delle sottomesse genti stanziali slave.
3) Il fatto che le tribù guida fossero di lingua turca è, generalmente accettato e basato sugli accurati studi di V. Minorsky e, sicuramente, ce lo rivela l’onomastica degli Unni Europei. Tuttavia sembra che l’etnico xwn (potenza, forza) sia di origine iranica, forse sogdiana.
4) Si è ipotizzato a lungo un legame stretto tra gli Hsiung-Nu (la prima grande confederazione nomade di cui sia ha notizia) delle fonti cinesi e gli Unni Europei. Tuttavia i gruppi-guida dei primi e dei secondi hanno differenze talmente grandi che hanno fatto abbandonare questa teoria. Rimane invece, in entrambe le confederazioni, la peculiarità di essere guerrieri nomadi. Non è escludibile che frazioni di Hsiung-Nu siano stati definiti “Unni” dai popoli che hanno incontrato o che siano entrati nella confederazione unna. Tuttavia, il dibattito continua ancor oggi.
Gli Unni sono menzionati nel mondo classico europeo fin dal II secolo d.C. da Claudio Tolomeo (ca. 85 d.C.-165 d.C.) e da una fonte sogdiana coeva (intorno al 192 d.C.). In questo periodo sembra si situino a nord del Mar d’Azov, da dove cominceranno a pressare gli Alani, anch’essi nomadi guerrieri ma indoeuropei e li spingono verso occidente. Dopo gli Alani è la volta dei Sarmati e poi dei Goti, questi ultimi agricoltori provetti. Si trovano così, in circa due secoli, a scombussolare le steppe occidentali, provocando reazioni migratorie a catena, dapprima tra i “noti sciti” (Alipzuri, Itamari, Alcidzuri, Turcassi, Boschi secondo Jordanes, Massageti secondo Ammiano, più “classicheggiante”) ed in seguito tra i Germani. Quando sconfiggono gli Ostrogoti dell’”Alessandro dei Goti” (così lo definisce Jordanes, XXIII) Ermanarico, si portano dietro (o vengono preceduti) anche dagli altri popoli delle steppe non “turanici”. Ermanarico aveva recentemente sterminato gli Eruli e sottomesso numerosi altri popoli sia slavi che germani, i resti dei quali, probabilmente, coadiuvarono gli Unni nella lotta anti-gota, come fecero quasi sicuramente i Rossolani (altri nomadi indoeuropei) per vendicarsi della crudeltà del vegliardo Ermanarico su una loro principessa (e qui Jordanes concorda con il Poema di Ermanarico, il quale come tante altre leggende generate in questo periodo ci da dei dettagli plausibili della vicenda). Il capo unno che sconfigge i Goti di Ermanarico (che chiedono asilo, spostandosi, all’imperatore Valente) è Balamber che sposerà Vadamerca, principessa gota della stirpe degli Amali. Quindi, fin dal principio, si può constatare il carattere “misto” della confederazione, anche a livello alto.
Le ragioni della comparsa degli Unni sulla scena europea, e dell’apparire vestiti di pelle di topo e male in arnese, sono state spiegate in vario modo. Senza voler eccedere troppo nel determinismo storico (ma nel descrivere grandi gruppi nomadi in movimento sui quali difettano le fonti, che altro si può fare?), bisogna sottolineare che nei primi secoli dell’era cristiana vi fu un generale abbassamento della temperatura in Europa settentrionale ed un susseguirsi ciclico di lunghi periodi di aridità nelle steppe dell’Europa orientale. Gli Unni dell’est quindi probabilmente ebbero a perdere i mezzi fondamentali di sostentamento pastorale e si spingono verso occidente e verso meridione.
Publio Flavio Vegezio Renato (II metà del IV-prima metà del V secolo d.C.), esperto di cose militari, in una sua opera di carattere veterinario descrive le particolarità del cavallo unno che, come il cavaliere, descritto per la prima volata da Ammiano Marcellino, è diverso dal conosciuto. Gli Unni arrivano quindi, con i propri cavalli sconosciuti, almeno ai Romani.
Terrificanti semi-umani che cavalcano terribili pseudo-equini, armati di laccio, di un temibile arco e di una puzza che spaventa persino i cavalli avversari, tuttavia anche politici accorti, capaci di stabilire reti di clientele e di alleanze con gli innumerevoli gruppi e gruppuscoli umani che incontrano lungo la marcia (il raid?) verso occidente.
Sono orribili però, solo a primo acchito. In seguito diventano una normalità, da utilizzare specialmente per la loro forza militare, rapida e, apparentemente, inarrestabile.
Il pagano Ammiano Marcellino ed il cristiano San Gerolamo, non li descrivono in maniera totalmente differente al loro primo apparire. Razionale il primo, che ne evidenzia soprattutto i metodi di guerra e-bacchettando i contemporanei- il secondo, considerandoli quasi un terribile strumento divino per punire la dissoluzione morale della romanità. E’ proprio a San Girolamo che dobbiamo il prototipo dello stereotipo negativo dell’Unno-Turco che ancora oggi accompagna noi occidentali ed è ancor di più presente in alcune nazioni dell’Europa Orientale (anche “turche” in origine!). In seguito, quando gli Unni sconfiggeranno i nemici dei Cattolici, alcuni autori cristiani si prodigheranno nel cambiare radicalmente l’immagine data da San Girolamo, ma senza riuscirci granché.
Dal dominio in fieri Balamber a quello solido di Attila passano una settantina d’anni, ed in questo periodo, la confederazione cresce, si consolida, e si assesta (se così si può dire per dei nomadi). Non si può dire con sicurezza quale fosse la relazione di parentela tra Balamber ed Attila, come tra questi e Uldin (morto nel 412 d.C.) o lo sfortunato Donato (probabilmente un convertito al cristianesimo, dato il nome, non si sa se di forma ariana o cattolica) ucciso a tradimento dagli ambasciatori bizantini del quale fa menzione Olimpiodoro.
Donato probabilmente era sovrano di orde ad oriente di quelle di Ruga (Rua, Rugilas) il Grande (morto nel 434 d.C. sembra a causa di un fulmine celeste invocato dall’imperatrice Eudossia), il primo re unno del quale abbiamo qualche notizia in più dei precedenti e più strettamente connesso con Attila e con i suoi successori.
Ruga, nel 432 d.C. passò il Danubio e penetrò in Tracia, mettendo a pesante tributo l’imperatore bizantino Teodosio II. La politica del tributo periodico agli Stati sedentari è un altro dei tratti caratteristici del rapporto tra nomadi e sedentari. Se ci si pensa, i soldi del tributo vengono poi rimessi in circolo per comprare merci che i nomadi non possono produrre da sé, ritornando negli stati sedentari.
Ruga ricevette in premio (per il suo aiuto contro Sebastiano figlio di Bonifacio-patrizio strumentalizzato da Galla Placidia) dal console romano Ezio (non ci sono certezze sul fatto che costui fosse unno, come affermato su vari web-sites “storici”! Essendo figlio di Gaudenzio, nato nell’attuale Dobrugia, e di un’aristocratica italiana, cresciuto in società romana-solo a 14 anni andò come ostaggio di Alarico- perché mai dovrebbe essere unno?) la Pannonia Seconda nel 433. Ezio e Ruga, ottimi amici, collaborarono spesso per interessi comuni.
Da nomadi a quasi-sedentari, quindi? Sembra di sì. I discendenti di quegli Unni che secondo Ammiano “rifiutano le case come tombe” si avviano a perdere la propria peculiarità nomade, proprio nel periodo in cui Bleda ed Attila, figli di Mundzuk, succedono allo zio Ruga.
Bleda è probabilmente l’erede designato e rimane in Pannonia, mentre Attila regna più a sud, in una zona compresa tra Bucarest e Ploiesti, nell’attuale Romania.
Che le élites unne si stessero “rilassando” ce lo dimostra la relazione di Prisco, quando vede dignitari coperti di ricche vesti e gioielli. Uno solo tra di loro, spicca per aver conservato l’antico costume: Attila, che mangia in ciotole di legno!
Che gli Unni perdessero la puzza può sembrare una vittoria della “civilizzazione”, se non fosse che ciò significa che stavano abbandonando anche il proprio sistema sacrale. L’acqua infatti non veniva usata per non urtare, contaminandola, gli spiriti della stessa che avrebbero potuto punire i trasgressori con tremende sciagure, Forse Ruga aveva cominciato a lavarsi ed il Cielo (che si suppone fosse Tanri, il Dio-Cielo dei popoli delle steppe!) lo aveva fulminato come da prassi (tra i Bulgari “delle steppe” quando il fulmine cadeva su un qualcosa, questa era l’oggetto della collera di Dio, e così per altri nomadi guerrieri)?
Non possiamo saperlo, ma se fossimo degli Unni che credono in queste cose, probabilmente daremmo credito al fulmine del Cielo per una trasgressione religiosa allo stesso modo del Dio dei Cristiani che punisce un nemico e salva il suo popolo. E correremmo ai ripari, per impedire ulteriori punizioni.
Attila quindi, ci va cauto. E conserva esemplarmente la tradizione del suo popolo. Lui è qualcosa di simile al Khan turco-mongolo, la sua è un’immensa famiglia di regnanti. Qualcuno dei suoi antenati ha tolto il popolo dalla fame, lo ha nutrito, gli ha dato forza (kut). E la forza viene principalmente da Tanri, dal Cielo. E’ un padre e deve provvedere ai suoi figli. Ed infatti Attila non è un nome unno, è un appellativo o un titolo germanico, forse svevo (tra i primi alleati degli Unni) e significa proprio “padre” (dei reperti ritrovati nella zona di Reggio Emilia sembrano confermarcelo). Il nome proprio di Attila non lo conosciamo, ma è stato ipotizzato in qualcosa di simile, come Etil (il Volga) o quella usata dai cronisti ungheresi Ethela.
Non vi sono state le solite sanguinose guerre di successione intertribale alla morte di Ruga. Ai nipoti Attila e Bleda passa (quasi) tranquillamente il potere. Fatto molto strano.
Bleda poi muore in circostanze poche chiare, ed ancora niente si muove, nessuno protesta, nessuna tribù consistente si divide e cerca di riparare il torto. Gli unici malumori sembrano provenire da degli Unni non inclusi nella confederazione, gli Acatziri. Ancora più strano.
Ma la giovenca di un pastore nomade si era ferita con una strana spada a doppia lama che il solerte mandriano aveva pensato bene di consegnare al suo signore Attila. Ed è questa la prova evidente della benevolenza degli Dei su questo uomo parco e calcolatore: Spada di Marte scitica (akinakés, Erodoto, Storie, IV, 62, 1-2) della quale abbiamo già parlato (vedi su questo sito Le élites…). Attila acquisisce quindi, un vero e proprio instrumentum regni, un potere soprannaturale che può proteggerlo (e di conseguenza proteggere le sue genti) da eventuali sciagure.
Se esiste un rex che può regnare su tutti è lui, e nessuno può metterlo in discussione. Se la spada è stata trovata nel suo territorio, da un suo mandriano, a causa del sangue versato da un suo animale non ancora fecondato è lui il predestinato a dominare sugli “Sciti”, ai quali appartengono, tra gli altri, anche gli Alani ed i Goti. Nessun altro, unno, germano o romano è superiore a lui, agli occhi del Cielo. Tutti quelli della sua famiglia (che si suppone innumerevoli) hanno la protezione dell’Aquila, ma lui ha la Spada di Marte, che conferma un potere divino inalienabile (a meno che non si estinguano) anche ai suoi discendenti diretti.
La riprova è la sconfitta dei Campi Catalaunici (20 giugno 451). Se Attila fosse stato un “semplice” rex gentium, la sua disfatta avrebbe significato che il Cielo non lo proteggeva più, e le defezioni avrebbero disgregato la sua confederazione. Altri “aquila” avrebbero avanzato pretese di dominio. Attila, invece, sale su un rogo fatto di selle, con le sue donne ed aspetta l’ultimo assalto dei germanici di Ezio. Che non lo attaccano e lo lasciano andare via indisturbato.
Calcolo politico del filo-unno Ezio o rispetto per qualcosa di superiore da parte di quasi tutti i “barbari”, o tutte e due le cose? Ancora non è stato spiegato con sufficiente soddisfazione.
Sta di fatto che nel pluri-culturale entourage di Attila si trovavano anche personaggi “speciali”, come il deforme nano africano Zerco o il goto Valimero “che sprizza scintille”. Non è da sottovalutare, quindi, il dato “sovraumano”, nel sistema di governo unno.
Il culto della spada, tra gli Unni, era già stato evidenziato decenni prima dall’attento Ammiano (XXXI, 2): Fra loro non si vede né un tempio né un santuario e neppure si può scorgere in un posto qualsiasi una capanna coperta da un tetto di paglia, ma si configge con rito barbarico una spada nuda in terra e quella adorano con contegnoso riguardo come un Marte preposto a protezione delle regioni circostanti”.
Attila, in quanto detentore della spada, proteggerà il suo popolo formato da genti di ogni origine. E loro lo sanno. Se c’è una sconfitta, è passeggera, e fa parte di un disegno divino.
Appunto, il suo popolo (meglio: la sua confederazione), ma non gli altri, specialmente se appartenenti allo stesso sistema di valori nomadici e che temono l’accentramento politico di Attila. Ai capi degli Acatziri, il “Popolo degli alberi” che si trovano ai confini orientali della confederazione di Attila, non piacciono le mosse accentratrici e, soprattutto, sono diffidenti per ciò che concerne quelle “divine” del figlio di Mundzuc, che possono attrarre tribù verso la confederazione occidentale.
Del malumore unno, all’avvisaglia delle prime battaglie tra Unni di Attila e Acatziri, cerca di approfittarne, con un nuovo intrigo, il Basileus Teodosio. L’Imperatore invia una ricca ambasceria presso gli Acatziri che, sbagliando l’etichetta unna, ed incontrando prima I capi minori che i dignitari più importanti, fa passare dalla parte di Attila buona parte delle tribù orientali guidate dal maggiorente Curidaco. In breve tempo alle scarse forze di Attila (le armate unne erano state decimate nella vittoriosa campagna anti-bizantina del 447) si aggiungono le fresche genti di Curidaco, che fa atto di sottomissione e rimane signore della sua gente. Gli Acatziri refrattari vengono sconfitti e dati in appannaggio diretto a Ellak, il maggiore dei figli di Attila, probabilmente per consolidare il confine orientale.
Oramai il potere personale e non più familiare o tribale di Attila è totale. Può dedicarsi all’Occidente. Potenti gruppi unni operavano come mercenari da tempo nel decadente Impero d’Occidente e c’era sempre il buon amico Ezio a vigilare, con alterne fortune, su quanto rimaneva.
La differenza tra gli Unni e gli altri “barbari” rispetto ai Romani è fondamentalmente basata, ancora una volta sul sistema economico. Se è relativamente facile far insediare agricoltori-guerrieri germani, come e soprattutto dove, mettere a pascolare i cavalli degli Unni. A chi avrebbe giovato, oltre che agli Unni stessi, il parassitismo nomade, ovvero essere nutriti e stipendiati a spesa delle comunità sottomesse o impaurite? E ancora, il loro sistema complesso basato su alleanze e tributi poteva essere incluso in quello romano? Spingendoci un po’ oltre, se il sistema di valori unno era basato su cose semplici quali la fedeltà alla parola data e la meritocrazia come avrebbe potuto integrarsi con quello romano del Basso Impero, intrigante, classista e dove la corruzione era regola? Come si sarebbero collocati poi tutti quei romani riparati presso gli Unni proprio per sfuggire alla decadenza?
E qui viene evidente la difficoltà estrema del rapporto nomadi-sedentari in Europa occidentale. Attila, sulla carta, è magister militum, ovvero un altissimo ufficiale romano ma è ancora troppo diverso dai Romani, o dai rivoltosi Bagaudi, o dai Germani d’Occidente. Lui e la sua gente vanno a cavallo, non amano il latifondo, i loro schiavi (qualsiasi fosse la propria origine) se combattono bene hanno libertà e fanno carriera. Un migliore dei mondi possibili, in un’epoca di profondo mutamento, per il “romano medio”? A detta della gente incontrata dall’ambasciatore Prisco, probabilmente sì. Meglio la giustizia degli Unni, garantita a tutti, che quella romana, appannaggio di pochi. Ma i Romani transfughi o sudditi avrebbero mai fatto i mandriani o i pastori per i popoli delle steppe? Forse alcuni sì, come si vedrà.
Come sopra accennato non si può seguire in questa sede, i vari avvenimenti legati agli Unni in Occidente (questa serie di articoli, si ricorda, è dedicata al “medioevo” e non al Basso Impero), ma in una futura riproposizione cartacea tutti questi aspetti verranno trattati, si spera soddisfacentemente.
Come precedentemente sottolineato, dalle azioni delle élites di Attila si fa convenzionalmente partire il Medioevo.
Nei prossimi articoli si continueranno a seguire le tracce delle vicende degli Unni, della loro “trasformazione” (almeno ideale) in Bulgari ed in Magiari, della stirpe di Attila e di altri Unni che cercano di emergere ancora in Occidente e, se sarà il caso, di quella Spada di Marte e di altri oggetti numinosi ed animali mitici che, di quando in quando, guidano i nomadi della steppa verso dove finisce la Terra, verso il Sole cadente, anche perché, alle spalle, c’è sempre una confederazione più forte e potente che ha bisogno di tributi e pascoli.
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