ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Prima degli Avari e dei Bulgari (1): le confederazioni kutrigura, utigura, altre “minori” e le ripercussioni politiche centro-asiatiche in Europa.

di Giuseppe Cossuto

Una spada kutrigura (dal sito dei Kutriguri)

Un’affermazione forse troppo forte potrebbe essere quella che imputa ai manuali storici l’erronea riproposizione del leitmotiv della scomparsa dell’elemento unno dopo la morte di Attila. Come si è precedentemente dimostrato accennando sia alle sorti dell’èntourage di Attila sia a quelle della sua discendenza (vera, presunta o presumibile) nulla di più falso, ma modificare il persistente errore storiografico sembra non interessi nessuno di coloro preposti all’educazione collettiva, e quindi proseguo l’esposizione sulle vicende dei popoli delle steppe in Europa con la triste consapevolezza di compiere un lavoro esclusivamente per chi ha già gli strumenti intellettuali per potersi districare da solo nel mare magnum delle informazioni presunte e/o desunte dal web, data anche la difficile reperibilità di materiale informativo in lingua italiana al riguardo sotto qualsiasi altra forma comunicativa di larga diffusione.

Due confederazioni principali segnano il periodo tra lo smembramento di quella unna e la concretizzazione della bulgara e dell’avara, che avranno molto interesse (specialmente la prima, dato che vi è ancora un paese che porta il nome di quella confederazione) per la storia medioevale europea: le confederazioni dei Kutriguri e degli Utiguri.

Alle loro vicende, nel breve trentennio dell’apice della loro potenza, è legata l’insorgenza di un gruppo numerosissimo di popolazioni agricole, gli Slavi, che occuperanno gradualmente la metà orientale dell’Europa e troveranno spazio anche nei confini dell’attuale Italia.

Si ricorda che i nomi delle confederazioni delle steppe non sono necessariamente collegati nel tempo o nello spazio: i nomadi si muovono, e così i loro nomi scompaiono o appaiono in luoghi e secoli differenti, in forme simili. Se va bene, in mancanza di documenti, si riesce a stabilirne la presenza ma non lo spostamento!!! Oppure la stessa gente è presente in due o più confederazioni differenti, e poi, magari, si riunisce dopo secoli in luoghi diversi e lontanissimi!

Un dato che bisogna tenere in considerazione è che dalla fine del V secolo le descrizioni occidentali (latine e specialmente greche) sui popoli delle steppe si fanno sempre più accurate e le ambasciate bizantine verso i vari regnanti unni s’intensificano, per fortuna degli studiosi.

Gli autori medioevali cercano ora di spiegare affinità e divergenze tra i vari gruppi nomadi, anche quelle oltre i confini dei propri vicini. Secondo Procopio di Cesarea, ad esempio, vi era un re unno che aveva due figli, Uturgur e Kuturgur. Alla morte del re i due fratelli si divisero le orde e cominciarono a combattere tra di loro per la propria supremazia. Più verosimilmente gli Utriguri ed i Kutriguri sono due confederazioni nate dopo la morte di Attila e se ne spartiscono le tribù orientali.

Le poche vicende note di queste due confederazioni ci bastano però per comprendere come, ancora una volta, per i dominatori degli “Imperi delle steppe”, l’Europa non sia altro che una “periferia” delle immensità asiatiche e che le “Grandi Potenze” sono molto al di là degli Urali e le loro vicende politiche si ripercuotono, a diversa intensità, sull’Impero bizantino e sui vari regni romano-germanici, i quali apparirebbero agli occhi delle grandi signorie centro-asiatiche abitati da “barbari periferici” buoni esclusivamente per far raccogliere tributo a confederazioni altrettanto periferiche e militarmente insignificanti (rispetto alle grandi centro-asiatiche).

Infatti, in una grande area grossomodo corrispondente al territorio dei monti Altai, alla metà del VI secolo d.C., un gruppo di tribù si conquisterà l’indipendenza dai propri signori, anch’essi nomadi. Le tribù in oggetto sono i Türük (i T’ü-chüeh delle fonti cinesi), i “Forti”che daranno successivamente il nome, tramite intercessione arabo-islamica ad un immenso numero di gruppi umani con caratteristiche simili: i Turchi. I loro signori sono i Juan-Juan (i “Vermi attorcigliati”) che sembrano essere dei proto-mongoli e che sono in qualche modo collegabili almeno nominalmente (come vedremo in un prossimo capitolo) agli Avari d’Europa. La lotta tra queste due confederazioni interesserà anche le steppe orientali d’Europa, coinvolgendo, dall’una e dall’altra parte, Utiguri e Kutriguri.

Ma da chi sono formate queste due confederazioni dell’estremo occidente della steppa? In primo luogo dai resti degli Unni di Attila, poi da varie tribù a questi orientali. A senso si potrebbe ipotizzare un frazionamento di una confederazione iniziale “Ogur”, dato che a nord del Mar Nero troviamo anche gli Onugur (i “Dieci Ogur”), i Saragur (gli “Ogur ocra”?), oltre agli Ultizur, ai Burugundi , agli Urogi ed ai Sabiri guidati dalla temibile vedova Boa (Boarex, in Teofane) che aspira ad un unione con Bisanzio in funzione anti-persiana.

Tra di loro appaiono anche per la prima volta (nel 482, periodo dell’imperatore Zenone), secondo Giovanni Antiochieno, , i Bulgari del nord-est del Danubio (dei quali si tratterà dettagliatamente in seguito) per poi scomparire e riapparire dal magma confederativo nel 493, 499, nel 504 e nel 505 quando subiscono una pesantissima sconfitta a Margum dal nobile ribelle a Bisanzio Mundo(probabilmente riconducibile alla stirpe di Attila). Nel 514 gli Unni Bulgari danubiani aiutano il ribelle Vitaliano contro l’imperatore bizantino Anastasio. Nel 538 un grandissimo numero di Bulgari (secondo Teofane, semplicemente Unni per Giovanni Malala), guidati da due capi, invade i Balcani, catturando numerosi generali bizantini, tra i quali un unno cristiano di nome Acum. L’anno successivo è il probabile discendente di Attila, Mundo, ad occuparsi di loro e a ricacciarli oltre il Danubio dove, per un periodo di tempo, torneranno ad essere un’oscura gente nomade. In sintesi, per circa mezzo secolo, hanno cercato di concretizzarsi compiendo raids ed offrendosi come mercenari ma, grazie a Mundo, non sono riusciti (per ora) a fare il salto di qualità e ad estorcere il tributo ai Bizantini, e a garantirsi così una rendita fissa.

Quello che non riesce ai Bulgari del Danubio (che potrebbero essere, in questo periodo, soltanto delle frazioni unne post-attilane di varia origine in cerca di concretizzazione confederativa) viene ottenuto invece dai Kotriguri e dagli Utiguri.

Nel 528 abbiamo notizia di un re degli Unni di Crimea, chiamato Grod (eufonizzato da Teofanie in Gordas e classicheggiato da Giovanni da Antiochia in Gordion) che arriva a Costantinopoli in gran pompa e riceve il battesimo. Questi Unni di Crimea sono probabilmente gli Unni Cimmeri di Procopio, identificabili con alcuni Kotriguri che si sono stabiliti nelle terre dei Goti cristianizzati di Crimea. Grod era certamente un personaggio di un discreto peso politico, che i Bizantini volevano utilizzare in funzione anti-persiana. Tuttavia lo zelo neofita di Grod non venne gradito dalla sua gente: tornato in Crimea, infatti, e deciso a distruggere gli idoli d’argento e di electrum e ad estirpare il paganesimo, venne ammazzato e subito sostituito da suo fratello Mugel, di provata osservanza pagana.

I Kotriguri quindi, osservando la tradizione, acquistano potere e crescono di numero e prestigio ed attaccano in Crimea i Goti Tetraxiti di confessione cristiano-ortodossa, che si pongono allora sotto protezione degli Utiguri. Nel 548 i Tetraxiti inviano messaggeri a Bisanzio, sia per chiedere un nuovo vescovo che per portare notizie allarmanti sui sommovimenti delle steppe. Ed infatti tre anni dopo, nel 551, dodicimila kotriguri guidati da Kinialus, dopo aver stretto un’alleanza con i Gepidi, invadono i Balcani mettendoli a ferro e fuoco. Che non sia un semplice raid, ma un’operazione più complessa è probabile, dato il numero dei partecipanti e l’alleanza con i Gepidi. L’Imperatore Giustianiano invia quindi, rapidamente, un’ambasceria con preziosi regali a Sandilk, il Khan degli Utiguri, per spingerlo ad attaccare i Kotriguri mentre sono impegnati nell’operazione militare. Sandilk accetta con piacere e, armando, il suo esercito, con l’ausilio di 2000 Tetraxiti, si accinge ad attaccare i Kotriguri.

Tuttavia, la doppiezza diplomatica bizantina, ancora una volta travalica i limiti del buon senso, con conseguenze catastrofiche per l’Impero. Giustiniano non solo fa avvertire i Kotriguri dell’attacco al loro territorio da parte degli odiati Utiguri ma dona loro denaro in abbondanza ed addirittura offre terra per insediarsi!!!

Prontamente i Kotriguri accettano. Si ritirano velocemente per fermare gli Utiguri e, subito dopo, circa 2000 di loro (più donne, che tra questa gente erano atte alla guerra al pari degli uomini e bambini) guidati da Sinnion, un ex soldato di Belisario, si insediano in Tracia. Ritroveremo questa gente sconfitta duramente nel 553 da alcuni insorti anti-bizantini, Ildigissal e Goar.

Offeso dal doppio gioco e dalla mancanza di fedeltà alla parola di Giustiniano, Sandilk invia una lunghissima protesta (a voce, tramite ambasciatori, ché gli Unni in questo periodo ed in questa zona non hanno una scrittura atta a questo genere di esposizioni, ma “soltanto” una relativa all’identificazione dei gruppi familiari). Giustiniano fa orecchie da imperatore e, ritenendosi autocraticamente nel giusto nonostante il fallimentare esito della guerra contro i Kotriguri, continua a versare agli Utiguri il tributo annuale non curandosi delle rimostranze dell’Unno.

L’attitudine disastrosa di Giustiniano verso i popoli delle steppe non tarda a dare i suoi esiti negativi. Infatti, nel 558, un enorme esercito kotriguro, guidato da Zabergan (Zaber Khan), si affaccia alle frontiere bizantine. I Kotriguri vogliono, probabilmente, più che ripetere la fruttuosa incursione di sette anni prima, che li ha arricchiti non poco conquistare, come vedremo, territorio. Zabergan divide la traiettoria del suo esercito in tre parti: una diretta verso la Grecia peninsulare, una verso il Chersonneso tracico e la più grande, di 7.000 uomini guidata dallo stesso Zabergan, verso le grandi mura ed i sobborghi di Costantinopoli.

L’impaurito Giustiniano incaricò allora l’invecchiato dall’ingratitudine umana Belisario di provvedere alla salvezza della Capitale e dell’Impero. La strategia del provato generale ebbe successo: i Kotriguri diretti in Grecia vennero fermati alle Termopili mentre l’armata del nipote stesso del Basileus, Germano, riuscì a bloccare gli Unni all’entrata del Chersonneso. Le tre direttrici kotrigure si riuniscono nei dintorni di Arcadiopolis (Lule Burgaz) e di Çorlu, dove riscattano con Bisanzio i prigionieri con gran guadagno, mentre apprendono che il Basileus ha inviato delle navi da guerra sul Danubio per bloccare il loro ritorno. Scendono allora a patti con i Bizantini che non solo accordano ai Kotriguri il libero passaggio verso le loro terre natali, ma addirittura lo difendono con le truppe di Giustino, nipote di Giustiniano!

Già da quest’altro episodio si può intuire come l’arma più potente di Giustiniano si rivela, ancora una volta, la menzogna mascherata da diplomazia. Infatti manda di nuovo emissari a chiedere aiuto agli oramai diffidenti Utiguri, dichiarando che il tributo annuale a loro dovuto è stato razziato dai Kutriguri e che sarebbe stato meglio per Sandilk recuperare da sé il dovuto. Gli Utiguri iniziano di nuovo una guerra di massa contro i Kutriguri, attaccandone le terre. Come testimonia Agatia di Mirene: “Tanto loro (i due gruppi unni) si dedicano a delle aggressioni e a dei saccheggi, tanto ingaggiano tra di loro aperte battaglie, cosicché le forze delle due parti s’indeboliscono e perdono persino la propria denominazione tribale” (Agathia, Historiarum libri V, p. 392).

Questa ripresa massiccia della guerra intestina tra le due maggiori confederazioni in Europa avrà esiti per loro disastrosi: nell’Asia interna, infatti, proprio nello stesso anno, i Juan-Juan erano stati sbaragliati dai Turchi, e gli uni e gli altri, in un movimento a catena cercavano clienti, alleati e relativi nemici anche tra i nomadi della remota Europa.

Le grandi operazioni militari però, non impediscono a grandi gruppi unni, di partecipare come mercenari a campagne militari anche nell’Europa occidentale. Ad esempio nel 548 d.C., gruppi dichiaratamente bulgari, partecipano insieme ai Bizantini alle lotte in Italia contro il re degli Ostrogoti Totila. Arrivano fino in Campania sotto il comando del potente generale Giovanni, tradiscono i loro alleati passando dalla parte di Totila (541-552) ed i Bizantini subiscono una pesantissima sconfitta, (come viene riferito da Marcellino Comes: “Qui postea patitur nocturnum Totilae superuentum Bulgarum suorum proditione”).

Arrivano i Turchi in Europa già nel VI secolo?

Come si è accennato gli avvenimenti di due grandi imperi confederativi centro-asiatici, quello dei Turchi in ascesa e quello dei Juan-Juan Avari in disgregazione, interessano anche l’Europa, dapprima bizantina e poi occidentale, in maniera diretta.

Infatti nel 552 Bumin, al termine di una lunga guerra, vinse in Mongolia il sovrano (kaghan) dei Juan-Juan e diede origine al primo Impero turco. Alla morte di Bumin, nello stesso anno, suo figlio Mu-han eredita la parte orientale del regno in Mongolia mentre suo fratello Istemi va a governare nella parte occidentale, della Zungaria e nei bacini del Talas e dell’Ili. Nel 560 Istemi si allea con il re sasanide Cosroe (che aveva sposato la figlia del capo turco) e distrugge gli Eftaliti conquistando la Battriana e la Sogdiana trovandosi così a confinare con i Sasanidi e a contatto con i Bizantini.

Gli Eftaliti erano tradizionali alleati dei Juan-Juan e quindi naturali nemici dei Turchi i quali, nel 562 si riproponevano di saldare i conti con tutti coloro che in qualche maniera erano dalla parte degli atavici nemici anche nelle steppe occidentali, fino ad allora trascurate. Dopo gli Eftaliti sarebbe stato il turno degli Avari del Caucaso.

Nel 568, appena debellati gli Eftaliti, Istemi invia un’ambasceria a Bisanzio all’Imperatore Giustino II che viene subito seguita da una dei Greci verso le terre dei Turchi. L’ambasciatore dei Turchi a Bisanzio si chiamava Maniach ed era latore di “lettere scite”.

L’anno prima Maniach era stato in ambasceria presso Cosroe il Sasanide. Questa ambasciata, che aveva lo scopo di garantire scambi commerciali, si era risolta disastrosamente: i Persiani, infatti avevano rifiutato l’accordo. E per questo Istemi si rivolge ai nemici di costoro: i Bizantini.

Questa “lettera scita”, probabilmente sogdiana data l’origine etnica dell’ambasceria, ragguaglia Giustino dell’estensione del territorio turco, diviso in quattro “governatorati” tutti sottomessi all’autorità di Dizabul (ovvero Istemi, che usa il titolo turco di Syr-yabgu: “sovrano del popolo”), dell’avvenuta messa a tributo degli Eftaliti e dell’occupazione delle loro terre e dell’inizio della guerra contro gli Avari, che stavano fuggendo verso l’Europa.

Il trattato turco-bizantino viene siglato e Maniach ritorna verso casa accompagnato dall’ambasceria di Zemarco di Cilicia, che ci fornirà le prime testimonianze dirette di un “occidentale” sui Turchi, arrivateci grazie ad alcuni frammenti di Menandro.

Zemarco rimane stupito, facendo tappa in Sogdiana, dell’immensa quantità di oggetti di ferro che i Turchi cercavono di vendere. Dopo essere stato sottoposto a riti purificatori con il fuoco da parte di “stregoni” turchi, Zemarco prosegue il suo viaggio verso la corte del Kaghan, che si trova sull’Aktag, che il Bizantino traduce come “monte d’oro”, e che in turco ci da “monte bianco”. La vista dell’incalcolabile ricchezza contenuta nella tenda di Istemi meraviglia il Bizantino: gli oggetti sono in prevalenza d’oro e di tessuti preziosi, ed il trono del re è poggiato su quattro pavoni d’oro, simile a quello utilizzato dagli Eftaliti.

A Zemarco vengono offerti ricchi doni, tra i quali una concubina kirghiza. A trattato ribadito, Istemi condusse Zemarco a vedere come si attaccavano le frontiere persiane. Le rimostranze di Cosroe non sortirono alcuno effetto ed il sovrano persiano, per vendetta, si sfogò attaccando i Bizantini, concentrandosi contro un partner commerciale dei Greci: lo Yemen. Ritenendo Zemarco direttamente responsabile, Cosroe fomentò una rivolta degli Alani, affinché lo trucidassero sulla via del ritorno, cosa che non riuscì. Iniziò però una guerra persiano-bizantina dal 571 al 590, nella quale i Turchi sono degli eccellenti alleati di Costantinopoli.

Le buone relazioni di amicizia ed alleanza tra i Bizantini ed i Turchi vennero cementate da numerose ambascerie. Si recarono presso i Turchi Eutychios, Valentino, Herodiano e Paolo di Cilicia e, alla corte del Basileus, Anankastes.

Oltre il commercio e la guerra anti-persiana una delle preoccupazioni delle ambascerie sarà un leitmotiv nei secoli successivi sia per i Bizantini che per gli Ottomani: i rapporti con le popolazioni nomadi delle steppe o meglio, con i problemi causati dalle popolazioni delle steppe ai rispettivi “stati protettori”.

In questo periodo infatti diviene evidente, e lo sarà almeno fino al XVIII secolo, che è oltremodo controproducente per gli “Stati” siano essi di tradizione sedentaria o nomade, “proteggere” le confederazioni, specialmente quelle “minori” e più legate all’economia di saccheggio, comprese tra il Danubio ed il Mar Caspio. Ottimi mercenari a costo ragionevole ma, allo stesso tempo, provocatori di disordini tra gli Stati.

Infatti, già nell’ambasceria di Valentino nel 576 inviata per annunciare l’ascesa al trono dell’imperatore Tiberio, abbiamo sentore di contrasti al riguardo tra Bizantini e Turchi. Il motivo? Proprio i disordini causati da quelle mutevoli confederazioni delle steppe europee che, seppur virtualmente tenute a bada tramite regalie e trattati, agiscono indipendentemente dalle politiche dei loro protettori.

Valentino viene ricevuto malamente da Turxanth (che ritroveremo in forma mitologica nella cronaca merovingia dello pseudo-Fredegario), figlio di Istemi. Il Kaghan rimprovera ai Bizantini l’alleanza con gli Uarchoniti, considerati dai Turchi propri schiavi, e minaccia una ritorsione armata. Chi siano gli Uarchoniti è dibattuto, ma sembra che possano essere riconducibili agli Avari.

Tuttavia, nonostante questi screzi, l’alleanza turco-bizantina resse ancora qualche anno, soprattutto in funzione antipersiana. Infatti, il “Figlio della Turca”, l’imperatore persiano Hormizd IV, figlio di Cosroe e della figlia di Istemi, dovette fronteggiare un terribile attacco congiunto dei Greci e dei Turchi. In questo assalto a tenaglia troviamo tra gli altri, come alleati dei Bizantini, i Khazari, una confederazione turca che farà molto parlare di sé in seguito.

Nel prossimo “capitolo”, prima di passare all’arrivo degli Avari e della concretizzazione della confederazione bulgara si affronteranno le tematiche relative all’insorgenza degli Slavi, alle sorti degli elementi latinizzanati dei Balcani ed al rapporto di interscambio con le popolazioni delle steppe.

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Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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