ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Prima degli Avari e dei Bulgari (2): I popoli delle steppe, l’insorgenza degli Slavi.

di Giuseppe Cossuto

L'Imperatrice Theodora e la sua corte
(affresco della Basilica di San Vitale, VI secolo).

Una trattazione decente della storia dei popoli delle steppe nell’Europa medioevale non può non affrontare, seppur sinteticamente, i rapporti tra i nomadi ed i sedentari.

Questo argomento è, tuttavia, abbastanza spinoso. Non a causa della mancanza di studi al riguardo ma a causa dell’impostazione storiografica della maggior parte di essi che, fino a tempi recenti e, purtroppo, ancor oggi, risentono di un’impostazione romantico-nazionalista, quando non apertamente (e, ancora più grave, inconsapevolmente) razzista.

Molto sintetizzando: se un popolo, un’idea, una tecnica materiale proviene dall’Europa occidentale viene considerata “buona”, se invece viene dall’”Oriente” si situa, dicotomicamente come “cattiva”. E’ quello che, anni fa, il turcologo moldavo M. Maxim, definiva “complesso d’inferiorità verso l’Occidente” dei Rumeni, ma che allargherei anche ad altri Europei orientali che hanno avuto in qualche modo a che fare con “non-indoeuropei”.

Qualsiasi cosa che viene o è venuta dall’”Oriente”, fossero anche i propri antenati viene percepita come “cattiva qualità” e quindi aprioristicamente rifiutata.

Questo “complesso d’inferiorità” ha, tra i vari “popoli” dell’Europa balcanica ed orientale (ovvero di lingua latina o slava) origini comuni e sviluppi differenti.

Tuttavia alcuni studiosi dell’Europa orientale, specialmente nel periodo tra le due guerre mondiali del secolo scorso, primi tra tutti Nicolae Iorga e Constantin Giurescu, proposero ed avanzarono una visione storica realista che teneva conto anche dell’elemento “turanico” nella formazione dei Rumeni attuali, allo stesso modo del germanico nelle popolazioni latine dell’Europa occidentale (N. Iorga pagò con la vita le proprie convinzioni antirazziste e la propria rettitudine intellettuale: fu infatti assassinato dai fanatici criminali ortodossi della Guardia di Ferro). Allo stesso modo, in Bulgaria, nei primi anni del secolo scorso, Ivan Shismanov bacchettava duramente i “romantici” bulgari che inventavano le tesi più fantasiose per negare l’evidenza dell’origine “turca” dei Bulgari (chiamati a mio modesto parere impropriamente, anche nella letteratura scientifica, Proto-Bulgari: se loro stessi si chiamavano Bulgar (e simili) e le cronache bizantine li definiscono con lo stesso nome, perché mai, se non per desueto vizio politico divenuto consuetudine, preporre il “proto”? Per evidenziare la frattura tra Bulgari “turchi e nomadi” e quindi “cattivi” e Bulgari diventati “slavi e sedentari” e quindi “buoni”? Ancora stiamo a questo livello, anche e soprattutto a livello accademico? Nessuno dotato di raziocinio si sognerebbe di chiamare gli Italiani vissuti prima dei Placidi cassinesi dei proto-Italiani!) sulla base di politiche antipatie e convenienze. La casistica è comunque ampia ed è impossibile affrontarla in questa sede se non come mero, e triste, accenno.

Gli Slavi

Gli Slavi non interessano la storia dei popoli delle steppe d’Europa in modo marginale, ma vi si legano profondamente, in quanto la loro uscita dall’indistinta “Scizia” e la loro migrazione verso occidente e meridione avviene proprio a causa delle pressioni unne.

Spostando i Germani e le popolazioni indoeuropee di tipo aristocratico nomade verso occidente, gli Unni avevano sgomberato il campo alla migrazione di numerosissimi gruppi di agricoltori in qualche modo ricollegabili, seppur marginalmente, alla cosiddetta “cultura di Cernjachov” che gli stessi Unni avevano devastato.

Tuttavia dai nomadi guerrieri, oltre a morte e distruzione, i sedentari slavi acquisiranno due elementi fondamentali per la loro migrazione: il cavallo ed il carro, elementi fondamentali per lo spostamento. A differenza degli Unni, quindi, che sono anche degli allevatori, gli Slavi sono essenzialmente dei coltivatori sedentari, anche se non disdegnano la pastorizia di piccola taglia e la pesca.

La loro migrazione ha quindi l’aspetto, come ha giustamente fatto notare Francis Conte, di quella dei pionieri diretta nel Far West americano, alla ricerca di terre d’insediamento e da coltivare. Se non fosse che la loro povertà materiale ed il numero impressionante di figli (che rallentava la marcia e costringeva alla continua ricerca di terre fertili) li rendeva facilissima preda per i nomadi guerrieri e dei temibili concorrenti territoriali per gli autoctoni.

Alla metà del V secolo gli Slavi erano già separati in due grandi formazioni. Ad ovest (Ucraina occidentale e Polonia sud-orientale) vi era il gruppo detto di Zitomir (gli “Sclaveni” dei Bizantini) mentre a sud-est il gruppo di Pen’kovka (gli “Anti” dei Bizantini).

Procopio di Cesarea ce li descrive, nel VI secolo, proprio quando passano il Danubio e cercano di insediarsi stabilmente nei Balcani. Abitano in questo periodo in capanne miserabili, sparse a macchia di pelle di leopardo su terreni coltivati. Procopio li considera nomadi, cosa che non sono. Sono dei coltivatori che cercano terra sufficiente a sfamarsi (e a pagare l’eventuale tributo tributo). Lo Strategikon attribuito all’imperatore Maurizio (582-602), nel fornire numerosi informazioni su questo habitat primigenio nei Balcani, ribadisce il “nomadismo” di questa gente che vive collegata dai fiumi, nelle foreste e che ha case con varie uscite per favorire la fuga in caso di pericolo.

In effetti, da tempi antichissimi, i sedentari della steppa usavano abitare nella chata, una casa fatta di argilla, canne o rami, sassi e sabbia, che poggiava direttamente sul suolo. Altra abitazione, nelle zone di steppa boschiva, era la zemljanka (e derivati), una sorta di “cubo” scavato nella terra, zemlja, appunto.

Un’altra cosa che stupisce i Bizantini è la simbiosi che gli Slavi hanno con l’acqua (contrariamente agli Unni, che come abbiamo visto, la rifuggono per motivi religiosi). Gli Slavi si integrano perfettamente con la natura dei fiumi lungo i quali si stanziano, fino a sviluppare un’efficacissima tecnica di imboscata basata sulla mimetizzazione nelle acque dove respirano attraverso canne palustri.

Abilissimi artigiani, svilupperanno le proprie tecniche di lavorazione del legno, fino a diventare dei carpentieri provetti e pressoché insostituibili per i nomadi, e tuttavia si guardano bene dal fondare grandi comunità agricole nella steppa vera e propria, almeno fino all’VIII secolo. Una delle loro produzioni più stupefacenti (per i cronisti bizantini) è proprio un’imbarcazione detta odnorevka, che altro non è che un tronco scavato all’interno con perizia.

Già ai tempi di Attila erano noti produttori e commercianti di medovina, una bevanda alcolica molto preziosa ricavata a partire dal miele liquido cotto nell’acqua e lasciata fermentare per un paio di settimane.

Fin dall’inizio il rapporto di interconnessione tra i nomadi e questi “sedentari in movimento” si fa chiaro. Giordane ci racconta infatti che, nel IV secolo, l’Amalo Vinitar, desideroso di emanciparsi dalla dominazione unna, attaccò un potente tributario non germano degli Unni, il re Boz degli Anti, una popolazione sarmatica assimilata dalle masse slave (come in seguito accadrà con i Bulgari), fortemente gerarchizzata stanziata tra le sorgenti del Bug ed il medio Dniepr. Dopo una prima sconfitta, Vinitar ebbe la meglio e crocefisse Boz, i suoi figli e settanta dignitari. A questo punto intervengono gli Unni a ristabilire l’ordine e a far rientrare nei ranghi i riottosi Goti.

Già l’archeologia sovietica aveva dimostrato che il movimento migratorio di alcuni degli Slavi era da imputarsi proprio alla pressione militare degli Anti. Già in questa fase iniziale, sembra che alcuni gruppi ancor oggi esistenti ma situati nel meridione d’Europa siano differenziati: abbiamo infatti “Croati Bianchi” nella regione di Cracovia e “Serbi Bianchi” anch’essi in Polonia (Conte, Gli Slavi, p. 35).

Dopo il crollo della confederazione unna, 150 anni più tardi, ritroveremo gli Anti come clienti dei Kotriguri e degli Unni Bulgari nei raids sui territori bizantini dei quali abbiamo parlato precedentemente, segnale importante di una riorganizzazione degli Slavi che avrà delle conseguenze fondamentali per la storia dell’Europa medioevale e sulle quali non si potrà fare a meno di far menzione.

Intorno agli inizi del VI secolo li troviamo ammassati anche sulle sponde del Danubio inferiore, in Valacchia e in Moldavia e per tutto questo secolo numerosi gruppi si incontreranno e si mescoleranno tra loro nella regione compresa tra il Basso Danubio ed il Dnestr, dove assorbiranno i già noti ed affini Anti e si prepareranno a cambiare il volto dei Balcani.

Il rapporto che i nomadi delle steppe hanno intenzione di instaurare con queste masse rurali è ben chiaro al Protector (ovvero membro della guardia imperiale) Menandro. Il Bizantino infatti intuisce che gli Avari non hanno intenzione di sterminare gli Slavi (con buona pace della maggior parte della storiografia “romantica” dei secoli XIX e XX) ma di assoggettarli, di metterli a tributo. Più sudditi ci sono, maggiore sarà il tributo riscosso dai nomadi che, da questi soggetti lo pretendono in natura o in corvè anche di tipo militare.

Se il popolo suddito sedentario cresce e si moltiplica, i nomadi hanno un sistema ineccepibile per regolare la sovrappopolazione, annotato anche dal franco Fredegario (VII sec.): si portano i sedentari in guerra e li si fa piazzare nelle prime linee. Se si vince, i sedentari hanno altro territorio da arare per se stessi ed i “protettori” nomadi, se si sta perdendo, interviene la cavalleria nomadica a cercare di ribaltare le sorti della battaglia. Comunque vada, l’obiettivo primario, la diminuzione dei soggetti in eccesso, viene raggiunta egualmente.

Tuttavia l’assoggettamento degli Slavi da parte degli Avari non fu indolore. Come si è accennato gli Anti avevano una potenza ragguardevole, e spesso si erano alleati con i nomadi autoctoni delle steppe orientali, specialmente con i Kotriguri e gli Unni Bulgari, in funzione anti-bizantina. A loro si erano aggiunte innumerevoli altre popolazioni slave che, nella loro migrazione si erano stanziate nelle terre ai confini bizantini.

Proprio i Bizantini, utilizzando la solita e fallimentare politica del mettere “barbaro” contro “barbaro”, per limitare il potere degli Slavi, chiamano (anzi, li vanno proprio a prendere!) per distruggerli un popolo “nuovo”, nemico dei propri tradizionali alleati Turchi, che sta assorbendo e sterminando i Kotriguri: gli Avari del Khan Baina.

Un’immensa invasione slava (Menandro parla di 100.000 guerrieri!) stava devastando i Balcani, nel IV anno della salita al trono di Tiberio (581). I Bizantini allora mandarono un’ambasceria al Khan Baina autorizzandolo a passare le frontiere imperiali con 60.000 cavalieri catafratti e trasportandoli su appositi battelli greci. Sbarcati nella zona del Delta del Danubio, gli Avari misero a ferro e fuoco i villaggi slavi, sterminandone gli abitanti.

Ma già prima di questo scontro decisivo vi erano state delle incomprensioni inconciliabili tra gli Avari e gli Slavi. Infatti Baina, con lo scopo intuibile di togliere prestigio ai Kutriguri, aveva mandato ambasciatori presso Dravrit (un capo slavo) ed i maggiori principi degli Sclaveni a chiedere la loro pacifica sottomissione. Gli Slavi riempirono di ingiurie gli Avari, e le offese reciproche furono talmente forti che gli inviati del Khan furono messi a morte.

Baina covava quindi la vendetta, unita alla brama di impadronirsi delle ricchezze che gli Slavi avevano accumulato nelle scorrerie contro Bisanzio.

La guerra contro gli Slavi durò circa vent’anni. Alla fine, nel 602, gli Avari distrussero definitivamente la potenza degli Anti in Bessarabia, ovvero in un territorio includibile nell’antico Hunnivar di Attila e da dove si irradierà la potenza nomadica bulgara.

Aldilà delle metafore, sembra che gli Avari imposero agli Slavi sottomessi un giogo vero e proprio, almeno se vogliamo credere alla nota cronaca kieviana di Nestore (Il racconto dei tempi passati). Nestore, che scrive cinque secoli più tardi, ricordiamolo e prendiamolo quindi con le dovute cautele, parla di un’usanza avara (degli Obri, così chiamati nelle cronache russe) che prevede l’uso di quattro-cinque donne dulebe (una tribù slava del Bug) attaccate ad un giogo che trasportano un carretto con sopra l’avaro desideroso di farsi un giretto rilassante.

L’armamento offensivo degli Slavi (Anti esclusi) di questi primi secoli d’insediamento è abbastanza “povero” e non va al di là di piccoli giavellotti e di corte spade. Alcuni slavi, specialmente occidentali, usavano anche frecce avvelenate. Tuttavia le immense fanterie che potevano mettere in campo ovviavano allo scarso armamento. Se poi coadiuvati dalle cavallerie leggere o pesanti dei nomadi, il risultato poteva rivelarsi devastante per i nemici.

Teofilatto Simocatta, segretario dell’Imperatore Eraclio I (610-641), ci ragguaglia di un ulteriore uso strumentale delle masse slave da parte degli Avari, riconducibile al sistema della “lotta alla sovrappopolazione”, ma più perfezionato. Infatti gli Slavi guerrieri, almeno secondo Teofilatto sono almeno il doppio di tutti gli altri “barbari” nelle scorrerie, e presto il numero prenderà il sopravvento. Gli Avari infatti, dopo aver concordato una pace con gli Imperiali, fanno compiere agli Slavi guidati da Ardagast un’incursione di saccheggio in territorio bizantino che avrebbe portato moltitudini di prigionieri e di bottino. L’impresa però fallisce a causa del pronto intervento bizantino, Ardagast si salva fuggendo proprio su una odnorevka.

Naturalmente, per un popolo già numeroso formato in buona parte da contadini liberi (smerdy) e perennemente in balia dei ritmi della natura, numerosi schiavi allogeni significano più problemi che vantaggi. Ed in effetti, e ce lo sottolinea lo Pseudo-Maurizio: “Non li trattengono per una durata illimitata ma propongono ad essi la scelta di ritornare tra loro pagando un riscatto o di rimanere schiavi, prima di ritrovarsi liberi e amici”. Questa forma di schiavitù durò soltanto fino al sec.VII, fino a quando cioè, buona parte degli Slavi meridionali stessi era tributaria dei nomadi delle steppe.

Perché quindi organizzare questo tipo di raids? Non dimentichiamo di chi è la regia del tutto, i quali, intelligentemente, traggono vantaggio sia dal riscatto dei prigionieri sia dall’allontanamento temporaneo dei sudditi bizantini dalle proprie terre che ha come conseguenza la difficoltà di rifornimento e ausilio per l’esercito imperiale, il blocco prolungato delle attività produttive e la creazione di “vuoti spaziali” ove eventualmente far allocare i propri sudditi desiderosi di espandersi.

Ad occidente, infatti, in quelle che ora sono Boemia, Moravia e Slovacchia, un mercante franco di nome Samo guiderà con successo una rivolta anti-avara di Slavi nel 623 che, concludendosi nel 626 lo vedrà proclamato re a furor di popolo. Nasceva così il primo stato slavo, guidato da un re straniero. Nello stesso anno gli Avari cercarono di conquistare Costantinopoli ma, come conseguenza ebbero una serie di ribellioni di Slavi e di altri cavalieri nomadi “autoctoni” che si erano andati concretizzando e rafforzando: i Bulgari del Danubio.

Dedico questo breve articolo al Maestro d’Armi Gianni Tomasetig che ben sa che tra la sua gente, gli Slavi della Benecija, in Italia, gli attrezzi agricoli possano diventare delle armi micidiali nelle mani di chi è abituato ad usarli quotidianamente e che esiste un mondo più grande oltre le piccole patrie, un mondo dove solo a chi ha il cervello ristretto dal razzismo e dal particolarismo è rifiutato il permesso di soggiorno. E che lo sclaf è colui che parla, che usa le parole…

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Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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