ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Prima degli Avari e dei Bulgari (3): Le sorti degli elementi latanizzati

di Giuseppe Cossuto

Anche se il governo centrale, prima romano e poi romano-bizantino, per incapacità o per impegni giudicati più pressanti si disinteressa dell’elemento latino, o meglio, romanizzato dei Balcani e dell’Europa centro-orientale, tuttavia questo persiste in molte forme differenti, anche e soprattutto grazie al sistema del feudalesimo delle steppe.

L’affermazione di cui sopra contrasta palesemente con l’immagine dell’Unno (e successori) selvaggio che, generalmente, la storiografia riporta nei manuali consolidando sempre più lo stereotipo dello stanziale buono (chiunque sia) e del nomade cattivo, quindi ritengo debba essere ulteriormente motivata.

Infatti, interessati più che altro al tributo sulle comunità sottomesse ed inglobate, per i nomadi delle steppe sarebbe stato controproducente sterminare gli abitanti delle città commerciali o i numerosissimi villaggi da dove potevano ricevere prodotti che altrimenti sarebbero stati incapaci di produrre, o da dove potevano facilmente prelevare artigiani “ausiliari”.

Allo stesso modo, le comunità di villaggio romane erano utilissime ai nomadi per supplire ad infinite esigenze materiali, legate soprattutto al reperimento di alimenti o alla gestione del territorio.

Naturalmente la casistica al riguardo è varia e variegata e con l’arrivo degli Slavi avremo dei cambiamenti importanti, in quanto costoro, essendo agricoltori sedentari erano interessati alle stesse terre fertili dei Latini e le stesse possibilità di coesistenza pacifica tra autoctoni latini e allogeni slavi erano messe in discussione, tuttavia un interscambio notevole avvenne anche tra gli autoctoni e le masse dei nuovi arrivati.

Probabilmente è da datarsi a questo primo periodo di simbiosi unno-latina l’uso tardo-medievale, presso alcune popolazioni istro-romanze della figura di Attila come difesa apotropaica contro i vampiri. L’immagine del condottiero unno veniva infatti scolpita nel legno o sulle case in pietra e posta fuori dalle abitazioni, per terrorizzare il vampiro.

Penso sia utile distinguere appunto le ripercussioni sulle comunità latine di due importanti avvenimenti per le sorti della romanità orientale:

1) L’arrivo degli Unni (e quindi del sistema, in via di perfezionamento e d’adattamento, dell’aristocrazia nomade in Europa);

2) L’arrivo degli Slavi (e quindi delle immense masse di agricoltori affamati che avevano un assoluto bisogno di terreno coltivabile) e il cambiamento di specializzazione economica di buona parte dei Romani.

In questa brevissima sintesi ci si porrà come limite cronologico il VII secolo, per favorire una migliore comprensione del complesso degli avvenimenti e per inquadrare al meglio la tematica nel capitolo.

Un limite “fisico” della romanità?

Seppure il potere amministrativo e gli eserciti regolari imperiali romani abbandonarono i propri territori nell’Europa balcanica e centro-orientale in varie e progressive fasi, più o meno decisive per le sorti degli autoctoni romanizzati già prima dell’arrivo degli Unni, tuttavia la civiltà romana sopravvisse in varie forme, evidenti ed innegabili ancor oggi, soprattutto sotto il profilo dell’unità linguistica. Il grande storico Nicolae Iorga paragonando la Dacia alla Britannia sintetizzò esemplarmente l’avvenimento: ”Le legioni sono scomparse, ma le genti sono rimaste” (N. Iorga, Istoria romanilor, [Storia dei Rumeni], Bucuresti, 1935, I. p. 347). 

Purtroppo, come si vedrà, la mancanza pressoché assoluta di fonti documentarie relative a questo periodo, ha permesso agli storici di azzardare ipotesi tra le più fantasiose (e per questo più “accattivanti” per gli storici nazionalisti), basate su un principio che si potrebbe definire “del percorso all’indietro”. Ovvero gli “antenati” devono avere le stesse caratteristiche del gruppo umano “attuale” (esempio lingua, religione, specificità economica) e, soprattutto, stare sugli stessi luoghi e, eventualmente, aver preso caratteristiche solo da gruppi umani considerati “positivi” (che, guarda caso, sono quasi sempre di estrazione indoeuropea e quindi più simili ai protagonisti dei peplum cinematografici che alla realtà storica).

La stranezza che si può notare a livello storiografico (rimando, per ovvie ragioni di sintesi alle dettagliate osservazioni di Frederick Kellogg, O Istorie a istoriografiei romane,[Una storia della storiografia rumena], Institutul European, Iaşi, 1996) è che i Latini d’oriente, utilizzando il pessimo metodo di cui sopra, apparivano come un enigma, un miracolo storico, come faceva ironicamente notare lo storico rumeno G. I. Bratianu in un suo celebre lavoro della prima metà del secolo scorso.

Infatti, invece di considerare i Latini d’oriente alla stessa stregua dei loro parenti d’occidente, spesso, più per difendersi dagli attacchi degli storici dei paesi confinanti che perseguendo la “teoria del primo venuto” (della quale si è già parlato nei capitoli precedenti) cercavano di delegittimare la presenza dei Romanizzati per fini politici, si è riproposto ed argomentato, soprattutto in Romania, principalmente tra seconda metà del XIX e primi decenni del XX secolo (quella che Kellogg definisce “età d’oro” della storiografia rumena), la stereotipata ed idealizzata immagine del “popolo autoctono che subisce le vicende degli aggressivi popoli vicini” e quindi si rifugia in impervie ed inaccessibili località fino all’epoca a noi recente del “risveglio nazionale”, ovvero secoli e secoli dopo.

Questa teoria “romantica” del “pacifico latino preda di feroci invasori” ha naturalmente influito su buona parte degli studi storiografici relativi alla Romanità orientale, sviando spesso la ricerca storica. Un altro leitmotiv storiografico è quello che vorrebbe i Rumeni (attualmente il gruppo più numeroso tra i parlanti una lingua neo-latina nell’Est Europa) un’”isola latina in un mare slavo”, contribuendo così a creare una sorta di “isolamento”, appunto, dei Latini d’oriente rispetto agli Occidentali.

Altre teorie, sempre sviluppatesi principalmente nell’”epoca d’oro” escludono i popoli delle steppe dal processo identitario dei Latini d’oriente. Lo slavista B.P. Hasdeu (1838-1907) vuole i Rumeni un misto di Daci, Traci, Latini e Slavi, mentre il suo contemporaneo Vasile A. Urechia (1834-1901) li vuole dei “Romani puri” nei quali è presente la benefica influenza polacca in Moldavia e quella bulgara in Valacchia, quest’ultima non tanto gradita ad Urechia. A. D. Xenopol (1847-1920) è invece colui che per primo “insularizza” i Rumeni in un mare slavo, chiudendoli nelle foreste carpatiche. Tra i primi storici che, invero, non disprezzarono a priori l’apporto delle popolazioni guerriere nomadi nell’area della latinità orientale troviamo il moldavo Alexander V. Boldur che già nel 1937 dichiarava: “L’epoca delle invasioni barbare non merita in nessun caso disprezzo, essendo parte che compone la storia nazionale, ad essa inerente” (A. V. Boldur, Istoria Basarabiei, Chisnau, 1937 (I ed.) Idem, (II ed.), Bucuresti, 1992, p. 89) ed il pressoché inconfutabile G. I. Bratianu, probabilmente il primo tra i Rumeni a descrivere il rapporto interrelazionale Latini-Unni (e seguenti) in maniera confacente alla realtà probabile (forse perché usava più i documenti d’archivio che le opere teoretiche o le impressioni nazionalistiche?).

Naturalmente buona parte delle teorie sopra elencate trovano origine nei lavori degli storici, cronisti e viaggiatori del XV-XVII sec.: Antonio Bonfini, Pàl Lisznyai, Miron Costin, Dimitrie Cantemir, Lorenz Toppeltinus, e gli storici del XIX-XX secolo non hanno fatto altro che perfezionarle, facendo di lavoro storiografico fonte primaria.

Per nostra fortuna (ed il vocabolo “fîrtina” che originato dal termine latino ha oggi in rumeno il senso di “fortunale”, che si abbatte inavvertitamente sul povero storico che è immerso nel mare turbolento della storiografia dell’Est Europa!) la ricerca storica è avanzata e si è evoluta (distaccandosi anche, a volte, dalle ideologie e dai partiti presi), a dimostrare che tutt’altra sorte ebbero i Latini d’oriente, fungendo, proprio come gli “Occidentali” da base inglobante per i popoli invasori e a questi trasmettendo (nella maggioranza dei casi) la lingua e da questi acquisendo tecniche di guerra (tipiche dei popoli delle steppe o degli Slavi) e buona parte delle credenze popolari e dei termini relativi all’agricoltura (dagli Slavi, anche se il lessico primario rimane di origine latina), spostandosi ed espandendosi anche oltre i confini della provincia romana della Dacia (Transilvania) e del limite danubiano, formando così specifiche realtà umane perennemente presenti, in numero più o meno sensibile, in quasi tutta l’Europa orientale.

Significativa ed esplicativa è la considerazione che il medievalista L. Musset elaborò a questo proposito: la rovina della vita urbana e delle strutture politiche ha provocato la stessa reazione di difesa, ovvero una “riconversione rurale”, ovvero un ritorno alle forme agro-pastorali pre-romane [L. Musset, Les invasions. Les vagues germaniques, Paris, 1969, pp. 202-203].

Quanto si è esposto nei capitoli precedenti riguardo il rapporto nomadi-sedentari conferma quanto espresso da Musset: i popoli delle steppe avevano tutto l’interesse a mantenere una popolazione alleata-sottomessa fiorente e gli autoctoni generalmente, come dimostra la vicenda dell’ambasceria di Prisco presso Attila, trovavano molto spesso più conveniente e proficuo aderire al sistema giusto e semplice dei nomadi piuttosto che osservare elaborate e corrotte leggi romane che ricchi e potenti applicavano a loro piacimento a discapito del popolo.

Il dialogo tra Prisco (che per chi vuole trovare una parte delle radici culturali dell’Europa attuale è esemplificativo!) ed il “Rinnegato” (lo “scita” di lingua greca che rifiuta la propria cultura d’origine di fine impero in quanto corrotta e classista, adottandone un’altra, “barbara” ma umanamente più giusta), è sicuramente più aderente alla realtà della mitizzazione del “puro romano” che non ha subito influssi esterni fuggendo sulle montagne teorizzata per lungo tempo!

L’Hunnivar è quindi abitato anche da Latini, e sarà poi abitato da Latini anche quando cambia nome con i successivi insediamenti di popoli delle steppe. Nei secoli successivi si noterà che, dove si installa una maggioranza slava, i Latini si ridurranno sensibilmente di numero e si dedicheranno principalmente alla pastorizia di piccola taglia su distanze medio-lunghe, mentre nei luoghi a maggiore concentrazione (e quindi parcellizzazione territoriale) nomadica oltre alla pastorizia, saranno le comunità di villaggio (sat=villaggio, sembra di origine difensiva primaria: fossatum) a testimoniare nei secoli la presenza degli autoctoni.

Una fonte tarda, che prendo sempre con le dovute cautele, ovvero Michele Siriaco, conferma quanto sopra detto riguardo i rapporti tra gli autoctoni dell’area carpato-danubiana ed i nomadi delle steppe. Secondo il Siriano, alla fine del VI secolo, gli “Avari dai capelli arruffati” attaccano due città e varie fortezze dei “Romani”. L’inviato del khagan avaro, tuttavia, parlamenta con i Romani proponendo un tributo, duro, ma tuttavia accettabile: “Uscite per i campi, seminate e raccogliete, noi non vi toglieremo che la metà del raccolto come tributo”. (L. Hauptmann, « Les rapports des Byzantines avec les Slaves et les Avares pendant la seconde moitié du VI siècle »,  Byzantion, IV, pp. 157 e ss.).

Sempre in periodo avaro troviamo la prima, importante, testimonianza linguistica della presenza di persone che parlano una lingua neo-latina in un territorio dell’Europa “orientale”. I cronisti bizantini infatti riportano un avvenimento databile al 587. Nell’attuale Bulgaria orientale, un esercito bizantino guidato dai generali Marzio e Commenziolo che lottava contro gli Avari, fu salvato dalla distruzione grazie alle grida di un soldato che urlava retorna o torna fratre al suo animale da soma che si era allontanato (per un dettagliatissimo lavoro linguistico riguardo la questione delle lingue neo-latine nell’Europa balcanica: M. Mihaescu, La Romanité dans le sud-est de l’Europe, Bucarest, 1993).

Proprio a questo riguardo si sviluppò, tra le altre, una querelle rumeno-bulgara tra due grandi storici della prima metà del XX secolo, N. Iorga e P. Mutafchiev, nella quale il secondo, appoggiandosi anche alle tesi improbabili del rumeno A. D. Xenopol (purtroppo ancora considerate valide in certa storiografia che non si decide ad analizzare in maniera critica la produzione storiografica passata), nega addirittura la valenza della testimonianza del “Torna frate”!

Unni ed Avari, secondo Mihaescu (op. cit., p. 323) lasciarono in alcuni dialetti neo-latini dei Balcani anche tracce lessicali, specialmente relative all’organizzazione sociale ed all’allevamento del cavallo, quali le parole armig (nel Banato) ovvero stallone e jupin (sempre nel Banato) ovvero “capo, padrone”.

La base latina e gli apporti allogeni o autoctoni di altra origine

Come già si è accennato precedentemente, se il sistema tributario dei nomadi guerrieri poteva permettere l’esistenza delle comunità stanziali latine, la questione si poneva diversamente per ciò che concerne le immense masse slave, affamate di terre arabili e generalmente, almeno fino al VII secolo, poco interessate alla sottomissione dei Latini.

La capillare conoscenza del mondo naturale degli Slavi (per averne solo un’idea, rimando al recente e dettagliatissimo lavoro di Aldo C. Maturano, Vita da Smierd, Athena, 2007, che ha il pregio di essere una piacevole e disincantata lettura, oltre ad essere in italiano), le usanze differenti, importeranno nell’ambiente popolare dei Latini d’oriente (quando non li assorbiranno del tutto, come in buona parte dell’Europa del sud-est) un numero immenso di parole, usi comuni, tradizioni popolari.

Allo stesso modo le tradizioni slave interesseranno anche l’organizzazione militare di base, specialmente degli abitanti dei villaggi.

Più che nel grande gruppo più o meno compatto dei Daco-rumeni (i Rumeni attuali), l’influenza allogena (“turanica” e slava) e autoctona di diversa origine (greca e illirica) è constatabile nella popolazione di lingua latina del Danubio meridionale.

Torniamo, quindi, con una breve parentesi alla questione dell’”isola latina nel mare slavo”. In effetti la diffusione dell’elemento latino nei Balcani era talmente capillare (in maniera non dissimile che nell’Europa occidentale), che un intero “arcipelago latino” è constatabile ancora oggi praticamente in tutti i moderni stati balcanici. La progressiva assimilazione linguistica e nazionale, da parte delle “nazionalità dominanti” della frammentata popolazione romano-balcanica medioevale, specialmente dopo la caduta dell’Impero ottomano (che garantiva diritti propri alle piccole comunità che in seguito, i moderni stati-nazione del XIX-XX secolo non saranno in grado di garantire) ha portato praticamente alla scomparsa i vari Romani dei Balcani, noti sotto etnonimi locali o dialettali, che includono anche delle denominazioni dispregiative da parte delle popolazioni circostanti [se ne veda lista e discussione del problema in M. Demeter Peyfuss, Chestiunea aromaneasca, Bucuresti, 1994, (Ia ed., 1913), pp. 11-14] come, ad esempio Cincari (da parte dei Serbi, sembra che il soprannome significhi “affetti da blesità”) e le varianti dei Kutzovlahi (da parte dei Greci, ovvero “Valacchi storpiati”).

Uno dei quattro grandi gruppi linguistici latini dell’Europa orientale, i Megleno-rumeni (o Megleniti), come fa notare Peyfuss [Op. cit., pp. 14-15] si distingue abbastanza nettamente, per tipo antropologico (che Peyfuss definisce asiatico) e particolarità della lingua dagli altri tre (daco-rumeni, istro-rumeni, macedo-rumeni).

Le semplificazioni di cui sopra servono solamente ad indicare quanto complicato sia seguire le vicende dei popoli balcanici, e quanto le denominazioni applicate siano una sorta di etichetta che presenta un prodotto senza indicare gli ingredienti!

Purtroppo, invece di valutare positivamente (o almeno, acriticamente) le varietà, gli Stati-nazione dell’Europa orientale, hanno spesso, molte volte in maniera cruenta, cercato di ridurre il particolare al generale, spesso negando la stessa presenza o esistenza degli “altri”, ed è un problema che ancor oggi non si è risolto.

Vaghe tracce (in movimento)

La mancanza di documenti relativi direttamente ai Romanizzati per questi primi secoli ha spinto prima i Rumeni e poi gli altri Latini dei Balcani, ad interrogarsi sulle proprie origini in una maniera tale che scienze abitualmente trascurate (fino a qualche decennio fa) dagli storici occidentali, quali le tradizioni popolari e l’etnologia, sono spesso chiamate a supplire in questo campo.

Se quasi certamente vi è un fondamento storico verificabile nella leggenda della migrazione dei Rumeni di Transilvania del Principe Dragoş nel XIII secolo in Moldavia, legato alla fuga dei Cumani di fronte alle orde mongole e nel ciclo attiliano nel Nibelungenlied (il principe Ramunc con i suoi valacchi si reca alla corte del condottiero unno) più difficile è stabilire la presenza dell’elemento romanizzato per i secoli del Tardo impero e successivi, perché questo metodo presuppone innanzitutto la presenza dell’etnonimo (o di altri elementi caratterizzanti) nella coscienza propria della popolazione rispettiva.

Infatti anche il nome comunemente utilizzato in periodo medioevale per designare i Latini autoctoni dei Balcani e dell’Europa orientale e cioè vlah (valacco) è un nome dal principio applicato dagli altri. Il nome vlah sembra derivare da quello di una popolazione celtica, i volcae, già nominata da Giulio Cesare nel De Bello Gallico (II, 24; VII, 7 e 64). In seguito il termine è stato adottato dai Germani per designare I propri vicini meridionali, ovvero i Romani ed i Celti romanizzati (walh). In seguito il termine diviene, per i Germani, più restrittivo, applicandosi ai soli abitanti della Penisola Italiana (Wälscher), senza che il senso si sia perduto del tutto nelle lingue germaniche (Waliser, Wales, ecc.) (per l’origine, l’evoluzione e la diffusione termine, vedi H. Mihaescu, op. cit., pp. 154-155). Grazie ai contatti sempre più stretti tra Germani e Slavi, il termine viene adottato da questi ultimi per continuare a designare sempre popolazioni latine, oltre che uno straniero. Anche l’Apostolo degli Slavi, Metodio, lo applica, nella variante wlach agli Italiani veri e propri. A partire dal X secolo d.C. questo termine avrà un’utilizzazione diffusa con numerose varianti specifiche nei Balcani: voloh per gli Slavi orientali, oláhok (i Latini d’Oriente) e olaszok (gli Italiani) per i Magiari, ulah per alcune popolazioni turche, eflâk per gli Ottomani, valachus per gli Europei occidentali, finendo per essere accettato tra alcuni Romanizzati come il proprio etnonimo di riferimento! Su questa terminologia si tornerà successivamente quando si tratterà, nella presente sintesi, dell’interazione tra i vari popoli delle steppe ed i Latini nei secoli successivi.

Quindi, se il termine valacco è di origine straniera, ed attestato in periodo tardo rispetto a quello che stiamo affrontando ora, come possiamo fare per stabilire che vi erano dei Romanizzati in così gran numero in Europa orientale nel periodo tra l’arrivo degli Unni e quello degli Avari e dei Bulgari?

Oltre agli esempi citati precedentemente, abbiamo principalmente lo Strategikon di Maurizio che menziona l’elemento romanizzato a nord del Danubio agli inizi dell’VII secolo (vedi A. Armbruster, Romanitatea Românilor. Istoria unei idei, Bucureşti, 1993. II ed., pp. 24 e ss.: interessante, sotto molti aspetti, è anche la diatriba politico-accademica, riportata a fine volume, tra una potente ed influente, anche in Occidente, istituzione storico-archeologica rumena degli anni ’70 del XX sec. ed un gruppo - ora riabilitato- di ricercatori rumeni proprio riguardo queste tematiche!) e gli Acta S. Demetrii relativi alla presenza di una popolazione parlante una lingua latina ai principi dell’VIII, e qualche altro autore precedente (quale Teofilatto Simocatta).

Un’altra testimonianza è la lista toponomastica di Procopio da Cesarea, che dimostra che durante lo sforzo costruttivo compiuto da Giustiniano nei Balcani, numerose città e fortezze della Dobrugia vengono denominate (oltre che con nomi “scitici”, latini, e pre-romani) anche con forme latino volgari, come Castellonovo, Maurovalle, A Silva, Gemellomuntes (Radu Vulpe, Histoire ancienne de la Dobroudja, in La Dobroudja, Bucuresti, 1938, pp. 328-330).

Quest’articolo è un omaggio a Babuska Petruna di Lom, valacca che ha avuto il buon senso di infondere nel sangue della propria nipotina bulgara l’amore per le filastrocche turche e a Tudor Duica cel Clujean, ardelean get pe get, con il quale si cantava da giovani, nel millennio scorso: “Fie să renască numai cel ce har/ are de-a renaşte, curăţit prin jar/ din cenuşa-i proprie şi din propriu-i scrum/ astăzi, ca şi mâine, pururi şi acum”, e ci crediamo ancora.

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Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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