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Immagini, personaggi e politica tra i primi cavalieri dell'Ordine di S.Uberto di Barrois
di Carmelo Currò

1 - L'atto di fondazione dell'Ordine cavalleresco di S.Uberto del Barrois, venne sottoscritto nel 1416 da 45 nobili e cavalieri residenti in quella regione, i quali si impegnavano a vivere in concordia fra loro e ad operare per la diffusione della pace, in un periodo tormentato da lotte interne ed internazionali che si svolgevano non solo fra le grandi Potenze ma anche nel seno degli stessi stati feudali che, all'interno di Nazioni non ancora completamente unificate dal punto di vista amministrativo, godevano di grandi libertà di movimento.
Basterà ricordare come nel grande intreccio dei conflitti e delle alleanze che percorsero il Trecento e il Quattrocento, non pochi sovrani, i loro feudatari, e feudatari dell'Impero, si trovarono sovente in campi diversi, a secondo degli interessi politici e dinastici delle parti. La Francia e gli Stati vicini sono tra le Nazioni d'Europa in cui la lugubre incertezza delle guerre impone violenza e morte per molti anni e a tutti i livelli sociali. Il Re di Francia contro il Re d'Inghilterra, i principi di Valois contro i loro cugini principi di Borgogna, i grandi del Regno l'un contro l'altro per questioni di interesse e di prestigio. Eccidi, saccheggi, rapimenti, pestilenze, movimentano gli scenari da cui sembra che sia stata messa da parte la stessa Religione (1).
I nomi dei firmatari che istituivano il nuovo Ordine potrebbero ricordare a prima vista tanti valorosi guerrieri del passato, ansiosi di riportare nella società la pace e la giustizia; ma a un attento esame rivelano invece che tra i primi cavalieri si trovano personaggi di grande interesse nel mondo della nobiltà e della stessa storia francese. E dimostrano come questi stessi uomini, lungi dal far parte di una società provinciale, si confermano esempio di attivismo, inquietudine, ansia di istituire un nuovo ordine politico, scomponendo e ricomponendo importanti aree del tessuto sociale di cui erano importanti protagonisti.
Alle loro spalle, come in una serie di ambientazioni che si aprono su più importanti e fastose immagini, si animano infatti figure di importanza sempre maggiore, che lasciano intravedere non solo una Compagnia cavalleresca nata per offrire un contributo alla causa della pace; ma anche un Ente creato con la finalità di tenere insieme ed organizzare personaggi votati ad intenti che esulavano dagli schemi della semplice concordia regionale e che miravano all'instaurazione di un diverso ordine politico europeo.
Quest'ultima ipotesi è stata più che largamente illustrata da Baigent, Leigh e Lincoln nel libro Il Santo Graal: lavoro affascinante e pericolosamente fantasioso, prototipo di altre (molto meno interessanti) opere su temi avvincenti e immaginifici, quali la stirpe di Gesù, le presunte discendenze di famiglie dal sangue sacro, la possibilità di un grande “segreto” trasmesso da pochi iniziati, in grado di mutare gli equilibri mondiali.
Purtroppo, gli Autori del fortunato libro sul Graal hanno compiuto l'errore di offrire grande considerazione a tracce molto labili, unite fra loro da elementi occasionali che uniscono la storia del Vecchio Testamento a miti celtici o supposizioni astronomiche, e che offrono solo inutili considerazioni. Gli Autori, inoltre, hanno dimostrato una grande ingenuità nel voler seguire con ostinazione altri indizi estremamente improbabili e fonti che si sono dimostrate invenzioni di bravissimi falsari (2).
Fra i nomi che si dimostrano comuni sia alla storia particolare dell'Ordine che alla grande storia, desidero soffermare una particolare attenzione su quelli della famiglia des Hermoises, stirpe di cui fanno parte quattro fra i 45 sottoscrittori, e che nell'atto di fondazione appaiono essere componenti di due diversi rami della medesima stirpe. Il metodo medievale del raggruppamento dei nomi all'interno di uno stesso documento, ci consente infatti di distinguere parenti più vicini e più lontani fra loro, oltre alla loro diversa importanza per quanto riguarda il censo e l'età. Nella sottoscrizione, il primo degli Hermoises che ci viene presentato è un Richard. Un uomo che doveva apparire di rilevante importanza sociale agli occhi dei contemporanei, se il suo nome figura al quarto posto della lista completa dei firmatari. Separati da feudatari e cavalieri, in diversa posizione appaiono altri nomi dei des Hermoises: Jean, Robert e Simon; parenti stretti, questi ultimi, ma di certo non figli del primo Richard, poiché il documento riporta questo legame di parentela fra altri due nobili sottoscrittori: Regault du Chatelet ed Evrard, “suo figlio”; e quindi, se si fosse verificato lo stesso caso per i des Hermoises, il redattore non avrebbe mancato di inserire i nomi dei tre nobili subito dopo quello paterno. Per la stessa mancanza di specificazione, non si deve trattare di un rapporto di genitore-figlio quello che nel secondo raggruppamento unisce Jean, Robert e Simon. Probabilmente i tre erano fratelli o cugini e nipoti o eredi di Richard.
Il cognome di questi gentiluomini apparentemente è lontano dai grandi centri del potere. Lo ritroveremo invece unito alla figura di uno fra i più misteriosi e affascinanti personaggi del tardo Medioevo: quella falsa Giovanna d'Arco che infiammò brevemente ma intensamente la vita politica francese. Era, in ultima analisi, un'avventuriera che per alcuni mesi finse di essere la Santa scampata al rogo inglese e pronta a riprendere in mano le sorti militari del Regno di Francia.
E Giovanna sembra essere personaggio di riferimento per un gruppo di persone che nella loro attività univano ideali cavallereschi e lotta politica. Probabilmente, dopo una completa vittoria sul suolo francese, lo stendardo della Volontà divina avrebbe potuto essere levato anche per altre terre e per altri principi, commuovendo i potenziali sudditi ed incutendo negli avversari un sacro terrore.
Infatti, è intimamente legato alla persona della vera Giovanna il Re di Napoli Renato d'Angiò (nipote del cardinale Luigi di Bar, fondatore dell'Ordine di S.Uberto) il quale a sua volta sarebbe entrato a far parte della Compagnia cavalleresca.
2 - Denominato in un primo tempo come Ordine del Levriero o del “Cane corrente”, per simboleggiare la fedeltà alle proprie intenzioni di pace, coloro che poi sarebbero divenuti cavalieri di S.Uberto ebbero infatti quale loro prima insegna un levriero in atto di correre: insegna araldica poi assunta in diverse occasioni da famiglie di simpatie francesi, sempre per testimoniare la fedeltà a un ideale politico (3).
Più tardi, l'Ordine avrebbe assunto il nome del Santo sotto la cui protezione era stato posto: Uberto (656-727 c.), primogenito del duca di Aquitania e appassionato cacciatore, poi vescovo di Maastricht e Liegi, che secondo la leggenda si sarebbe convertito al Cristianesimo dopo l'apparizione - durante una partita di caccia - di un cervo che portava fra le corna una Croce. Si tratta di un Santo la cui devozione trovava sempre grande entusiasmo nelle regioni dell'Europa centro-settentrionale; tanto più che queste aree, dopo gli sconvolgimenti delle pesti e delle guerre civili, erano state largamente spopolate e riguadagnate dalla foresta: spazio immenso dove la raccolta e la caccia ritornavano a costituire una fonte economica ed alimentare importante per coloro che vivevano ai suoi margini (4). E dimostrazione di questo culto diffuso, anche tra le classi aristocratiche che vedevano nella figura del Santo un modello cavalleresco e cristiano, si ritrova nella denominazione di un altro Ordine cavalleresco: quello di S.Uberto di Cleves e Berg, istituito nel 1444 dal duca Gerardo per festeggiare le sue vittorie (5).
I des Hermoises, dal canto loro, aderiscono con entusiasmo all'istituzione: non solo la spiritualità cavalleresca dell'ambiente lorenese e le intenzioni del cardinale fondatore costituivano il substrato ideale per la Compagnia. La situazione di grande incertezza politica diffusa in tutto il Regno di Francia consigliava di cercare e sviluppare tutti i motivi di tregua e di pacificazione. Rimedi di non poca efficacia, questi, prima che una Monarchia finalmente trionfante su feudatari eccessivamente autonomi e sugli Inglesi che a lungo avevano minacciato di occupare l'intera Nazione, sancisse ufficialmente in Francia la nascita di uno Stato che gettava le basi dell'effettivo potere regio e della centralizzazione dei suoi organi più importanti (6). Ma questo non era tutto.
Nobili di non poco conto, gli Hermoises dovevano aver risentito i negativi influssi delle lunghissime guerre, se le notizie successive solo di pochi anni, ci mostrano uno di loro in qualche difficoltà, anche al di fuori di quelli che dovevano essere i confini geografici tradizionali entro cui aveva operato la famiglia.
Nel suo libro Barbablù, Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo, Ernesto Ferrero si sofferma proprio su un personaggio che altri non può essere se non il nostro Robert des Hermoises, ossia sul cavaliere Robert des Armoises, un esule originario della Champagne (7). Secondo l'Autore che esamina notizie tratte dai volumi di Pierre de Sermoise (lontano discendente di Robert), al momento del suo matrimonio con la falsa Giovanna, il cavaliere viveva a Metz. Originario della Champagne (quindi di un territorio sottoposto ai sovrani di Bar), egli aveva venduto un feudo ad uno straniero senza il consenso del suo duca Renato d'Angiò. In un'epoca in cui le strategie politico-militari prevedevano l'infiltrazione delle Potenze negli altrui territori anche grazie al controllo di castelli, località o passi strategici, l'alienazione non piacque al duca. Erano ben conosciuti, infatti, i pericoli derivanti da un potenziale nemico in grado di insediarsi su un feudo fortificabile, da usare per accrescere la propria influenza e renderlo una futura testa di ponte per ulteriori penetrazioni militari o amministrative in uno Stato.
Installarsi in un feudo tramite un uomo fedele poteva dunque costituire il primo passo per la graduale conquista politica di un territorio. E per il suo gesto avventato, Robert subì la confisca dei beni e dovette rifugiarsi in un luogo che non era soggetto a Renato, a Metz, appunto (8).
Colei che sarebbe diventata sua moglie e che si faceva chiamare Claude, appare improvvisamente nell'estate 1436, allorché in varie località della Francia, e in particolare nella città di Orléans che aveva visto gli eroismi della Pulzella Giovanna, si diffuse la voce della sua salvezza alla condanna del rogo inglese e del suo miracoloso ritorno. Claude-Giovanna era di sicura origine lorenese, e con grande disinvoltura si presentava alle autorità municipali nel corso di incontri e viaggi in cui sosteneva disinvoltamente il ruolo dell'eroina, raccontando di essere scampata al rogo grazie ad una sostituzione avvenuta all'ultimo momento, e pronta a riprendere la missione celeste per liberare completamente la Francia dagli Inglesi. Nonostante le molte ingenuità, gli stessi fratelli della vera Giovanna riconobbero in un primo momento la donna che, accompagnata da personaggi di alto rango, veniva ovunque omaggiata con doni e sovvenzioni (9). Più tardi, secondo quanto riferiscono le cronache, quando già cominciavano a diffondersi i primi sospetti su di lei, la falsa rediviva sarebbe riuscita ad incontrare il re Carlo VII, colui che era stato restituito al suo ruolo di sovrano unanimemente riconosciuto proprio grazie all'intervento dell'autentica Pulzella (10).
Fu il colloquio con il monarca a porre fine alla commedia, dal momento che Carlo VII, fingendo di riconoscere l' antica inviata celeste nelle fattezze di Claude, avrebbe fatto rifermento ad un segreto conosciuto da lui e da Giovanna; segreto di cui, ovviamente, la donna non poteva dare alcun particolare, per cui essa stessa poté solo domandare il perdono del sovrano (11). Rientrata a Metz, pare che qui la falsa Giovanna sia passata a nozze con Robert des Hermoises. Dal 1440 non si sentì più parlare di lei. La data della sua morte viene fissata tra l'aprile e il luglio 1449, e la sua tomba, distinta da una croce francescana, è identificata in una sepoltura che si trova nella chiesa di Puligny (12).
Quali le motivazioni che indussero Robert, i fratelli stessi di Giovanna, personaggi di grande rilievo, ad aderire alla causa della falsa Giovanna? Nessun risentimento, a quanto pare, venne portato dall'opinione pubblica neppure nei confronti della famiglia dell'autentica eroina, tanto che i suoi fratelli propensi al riconoscimento, poterono godere di particolari forme di gratitudine da parte delle municipalità ed essere ascoltati insieme alla loro madre nel corso dell'inchiesta che portò alla revisione del processo e alla riabilitazione di Giovanna, secondo i desideri del re di Francia (13). A mio avviso, Robert volle credere alla falsa Giovanna sia per ingraziarsi il sovrano Renato in vista di un suo probabile lancio politico europeo, sia per risollevare le sorti economiche della propria Casa.
Nel periodo in cui la “dama des Armoises” compare brevemente nella storia francese, infatti, il processo che sta facendo procedere la Nazione con “timidi passi verso una forma embrionale di Stato moderno” non appare del tutto concluso (14). E' invece l'epoca delle grandi battaglie eroiche che sta per chiudersi, e con essa la possibilità per tanti aristocratici vissuti all'ombra dei capitani senza paura, dei vessilli gloriosi, degli eserciti di terra, di farsi onore e di conquistare o riconquistare sul campo le fortune economiche e politiche di cui si trovavano privi. Se a Carlo VII mancavano ancora alcune vittorie per conseguire definitivamente il controllo del suo Regno, la bandiera della nuova Giovanna poteva dimostrarsi segnale propizio per un entusiasta ritorno alle armi e il trionfo di un gruppo politico più radicale che guardava anche alle proprie necessità economiche.
La necessità di mantenere il prestigio familiare, conservare eredità dignitose per i figli, sostenere con le armi il proprio signore, costituivano motivi di onore e di fierezza ma, nel contempo, la spina nel fianco di grandi e piccoli nobili. Specialmente ove non fossero sostenuti dalle doti di mogli ricche, dai riscatti di aristocratici prigionieri catturati in battaglia, da una buona amministrazione, i nobili rischiavano di abbassare nel giro di qualche generazione i propri livelli economici e di svuotare le signorie delle capacità finanziarie che erano loro indispensabili.
Quel che accade nel Trecento si ripete cento e duecento anni dopo. Ed è sintomatico che Lucien Febvre, nel suo libro sulla Franca Contea, abbia parlato della condizione di feudi e feudatari nel XVI secolo, introducendo una lunga serie di esempi che rendono evidente questa delicata situazione. Fra i nomi dei cavalieri locali emergono ancora quelli dei discendenti degli antichi cavalieri di S.Uberto: quei Bauffremont, ricordati come grandi signori della Contea, che costituiscono certo un ramo della stirpe di Philibert, signore di Beffroymont, ricordato tra i firmatari del 1416.
A proposito dei feudi divenuti modesti nella loro effettiva potenzialità economica, Febvre menziona Jean di Bauffremont, uno tra i più ricchi signori della Contea il quale nel 1585 possedeva, si, nove signorie ma specifica che solo due di esse si estendevano a più di dieci villaggi e comprendevano generalmente solo una serie di diritti con pochi coloni e una scarsa rendita censuale (15). Ed ecco perché, in certi casi, “gli arruolamenti arrivano al momento giusto”, come quando nel 1567 lo stesso Jean è al comando di una tra le quattro compagnie di cavalleria messe insieme per iniziativa del signor di Vergy (16).
Queste note molto pratiche ci allontanano dalle facili suggestioni, anche se più lontane nel tempo, e ci impediscono di entrare nel grande campo delle supposizioni ardite e delle costruzioni storiche su segreti e misteri, per lasciare spazio a più semplici motivazioni di origine economica. Come non ricordare, del resto, che se Robert è strettamente collegato alla figura della falsa Giovanna, un altro cavaliere di S.Uberto, ossia il “buon re Renato”, è vicinissimo alla vera Giovanna, dal momento che sua madre Iolanda d'Angiò, tutrice del futuro Carlo VII e paziente orditrice della trama che costituì le fortune del re di Francia, fu la persona che sostenne l'avventura militare della Santa eroina (17)? Giovanna stessa, del resto, nativa di Domrémy, nel Ducato di Bar, era suddita di Renato.
3 - Re titolare di Napoli e Gerusalemme, Renato aveva trascorso parte della sua vita impegnandosi a lottare per la causa della “seconda” Casa d'Angiò che pretendeva l'eredità allo Stato meridionale. Fratello di Luigi III d'Angiò (appartenente alla Casa di Valois-Provenza, originata da Carlo, nipote di S.Luigi IX), Renato duca di Bar succedeva allo sfortunato pretendente che era morto il 15 novembre 1434, durante una campagna militare in Puglia, nel corso del tentativo di conquistare il Regno di Napoli, cui era stato designato da Giovanna II (18).
Al verificarsi di questo evento, tuttavia, Renato si trovava prigioniero (dal 1431) del duca di Borgogna Filippo il Buono, a causa di un conflitto locale per il possesso della Lorena. Fu perciò sua moglie Isabella di Lorena ad accettare l'offerta della Corona, fatta dai partigiani napoletani della casa d'Angiò, e ad inviare una flotta nel Regno di Napoli. Ella stessa, insieme ai figli, partiva dalla Provenza e riusciva ad entrare in Napoli dove era accolta da grandi feste il 18 ottobre 1435. Tuttavia, l'abilità del rivale Alfonso d'Aragona e l'ostilità del duca di Milano resero vani gli sforzi degli Angioini e non permisero l'estendersi del loro dominio se non poco oltre la capitale, nonostante nella primavera del 1438 giungesse nel Regno lo stesso Renato il quale, qualche anno prima, era stato liberato dalla sua prigionia (19).
Perdute in un tempo relativamente breve le poche città a lui fedeli, come Salerno e Aversa, il sovrano francese non poté resistere all'offensiva aragonese e fu costretto a tornare in Provenza nel giugno 1442. Tuttavia, mai rassegnato alla perdita del Regno, vent'anni dopo Renato vi inviava suo figlio Giovanni, duca di Calabria. Questo principe che pare fosse uomo di grandi capacità militari e politiche, venne tuttavia sconfitto a Troia di Puglia e fu costretto a ritirasi ad Ischia, con la speranza di un'occasione propizia che gli consentisse di attaccare Napoli. Incalzato dai suoi nemici, Giovanni dovette a sua volta rientrare in Provenza e morì nel 1470 a Barcellona (20).
Proprio Renato d'Angiò, a lungo ritenuto campione di cultura e di cavalleria, appare essere stato un membro del primitivo Ordine di S.Uberto. E' inutile parlare sui suoi veri o presunti legami con un leggendario ordine di Sion che avrebbe costituito nel corso dei secoli una sorta di alternativa al potere mondiale riconosciuto, secondo le supposizioni fatte da Baigent, Leigh e Lincoln; nessuna autentica prova supporta i sensazionalismi di pubblicazioni che sono poco più che romanzesche. Si deve registrare, tuttavia, che gli stessi Autori segnalino l'ingresso di Renato nel primitiva Compagnia del Leviero Bianco (21). Inoltre, ignorando che i due nomi riguardavano lo stesso Ente, essi ritengono che fra il 1420 e il 1422 Renato sia entrato a far parte dell'Ordine della Fedeltà, istituito dal medesimo cardinale di Bar (22).
Indipendentemente dalle sue autentiche capacità personali, Renato seppe crearsi una solida reputazione cavalleresca. Laurent Gardner descrive entusiasticamente i suoi titoli, le qualità intellettuali, persino gli immaginari contatti con Cristoforo Colombo. Ma ricorda anche il suo Manuale per l'organizzazione dei tornei, delle battaglie, del governo: opera che gli guadagnò celebrità e influenza (23).
Sappiamo quanto diversa sia la valutazione data invece da Léonard. Una considerazione scientifica che svuota tutte le congetture “ad effetto”, in cerca di spiegazioni mirabolanti sulle sue sfortune, non ultima la presunta congiura nei suoi confronti ordita dalla Chiesa cattolica. “L'ultimo (non contando Carlo di Maine) dei Valois-Provenza -afferma Léonard - aveva completamente dimostrato la differenza assoluta esistente tra essi e i veri Angioini. Un velleitario che non seppe mai far nascere né sfruttare le buone occasioni, poté portare, per ironia della sorte, gli stessi titoli di Carlo I ma così in Francia come in Italia fu soltanto l'affossatore dell'opera angioina. Ma poiché una leggenda (…) volle vedere in lui quanto meno il buon sovrano e il buon amministratore della Provenza, prendiamo dai suoi ultimi storici il ritratto di ciò che egli fu anche sotto questo aspetto, persino negli ultimi anni di vita”. Ed ecco, infatti, che lo stesso Autore riporta una serie di giudizi di Bourilly e Busquet di cui uno almeno va ricordato: “Fra la moglie Giovanna di Laval e i suoi figli naturali, occupato dalle sue costruzioni e dal suo serraglio, passando da un cavallo a una fortezza, sorvegliando, se così si può dire, l'andamento delle sue tenute agricole, soddisfacendo il suo gusto dispendioso per le feste, il lusso e le opere d'arte, da egoista pignolo e talora violento, sotto le apparenze di un monarca ingenuo e bonario, condusse fra i provenzali un'esistenza il cui ricordo sarebbe divenuto popolare. Ma i suoi contemporanei erano non poco colpiti dalle fantasie amministrative e fiscali, sempre gravose, di un sovrano che teneva in poco conto i privilegi tradizionali del Paese e che, per le vicissitudini di una politica malaccorta e timida, metteva in pericolo l'indipendenza della contea” (24).
Personaggio singolarissimo dunque, il re Renato; uomo dai numerosi contrasti e dall'indubbio fascino, le cui vicende e i cui gusti dovevano impressionare la fantasia delle generazioni successive. Nella sua indifferenza verso l'imposizione della legge (sostituita da pagamenti in danaro), i figli degli antichi sudditi rinvennero una particolare mitezza; e nella rappresentazione di glorie artificiali nel suo fastoso “esilio” provenzale, immaginarono autentici prodigi di vita cavalleresca degna di trionfi militari e di virtù morali.
In realtà, il mondo della cavalleria in cui lo zio cardinale doveva averlo spiritualmente introdotto, rimase nel suo cuore come un universo intoccabile e confortevole oltre che talvolta comodo. Il Re dell'Ordine (come si definiva allora il capo delle Compagnie, e come era stato il parente porporato) diveniva ai suoi occhi un Re in grado di estendere la propria autorità su un dominio morale che nessun avversario gli avrebbe potuto contestare.
Nel 1448 egli creava a sua volta l'Ordine della Mezzaluna o della Luna Crescente, di cui nominava cavalieri i più grandi nobili del Regno di Napoli dichiaratisi suoi sostenitori (25). In realtà, credo che la fondazione dell'Ordine debba farsi risalire a qualche anno prima quando il re si trovava ancora a Napoli e conferiva la nuova dignità ai feudatari che si battevano sul campo in suo favore. Nel 1448 egli lo rinnovava nella Contea di Provenza (26).
Dunque non si trattava di una fondazione istituita per motivi di spiritualità. Anche gli ordini cavallereschi costituivano infatti un'arma politica. Un antico Ordine equestre della Luna Crescente era stato infatti istituito a Messina nel 1268 da Carlo d'Angiò, fratello del re S. Luigi e capostipite della prima Casa angioina di Napoli. Rinverdendo il nome di quella antica fondazione, Renato se ne proclamava, in pratica, erede, e in particolare erede politico del grande sovrano che aveva sostituito la Dinastia sveva nel dominio del Meridione (27).
Secondo Baigent, Leight e Lincoln, lo stessi Renato avrebbe affermato che il nuovo Ordine era destinato a costituire anche una nuova versione di quello della Nave e della “doppia Mezzaluna” (28). In realtà, è ben nota l'esistenza dell'Ordine della Nave, voluto nel 1381 da Carlo III di Durazzo dopo l'incoronazione della regina Margherita, e posto sotto la protezione di S.Nicola di Bari (29); non ci è invece chiaro la seconda denominazione della doppia Mezzaluna. Più probabilmente, gli Autori volevano riferirsi all'altro Ordine dello Spirito Santo, voluto dal re Luigi, marito di Giovanna I d'Angiò, per celebrare la sua incoronazione celebrata nel 1351. Quest'ultimo è a sua volta confuso con quello francese detto del Nodo (30) ma è invece istituzione tutta napoletana, ispirandosi solo anche nei fini, alla più nota Compagnia francese (31).
Nel fondare il suo Ordine napoletano, divenuto poi definitivamente provenzale (32), il sovrano in esilio doveva aver avuto l'intuizione di recuperare e rilanciare le ambizioni della sua Casa, riassumendo in una sola Compagnia cavalleresca le gloriose insegne dei suoi predecessori. Era un modo elegante e politico per proclamare ad alta voce i propri diritti. In più occasioni, infatti, i principi regnanti non mancavano di indorare il proprio nome o il proprio Stato grazie a un ordine cavalleresco.
E' esemplificativo il caso dell'Ordine Costantiniano. Prestigioso perché appannaggio di un ramo cattolico degli imperatori bizantini Comneno Paleologi, i Farnese ne acquisteranno i diritti facendo entrare il gran magistero nell'eredità che Elisabetta, figlia dell'ultimo duca di Parma, avrebbe portato con il suo matrimonio nella famiglia Borbone-Spagna (33). Nei secoli in cui il duca di Savoia cercava di ottenere il riconoscimento del titolo reale ricordando la sua discendenza dagli antichi sovrani di Gerusalemme e Cipro, e il duca di Toscana otteneva una sorta di supremazia sui regnanti italiani ricevendo la dignità granducale, un titolo che derivava da antichi imperatori bizantini gli avrebbe fornito una sorta di superiorità protocollare nei confronti degli altri principi italiani. Tuttavia, all'indomani della sua designazione al Trono di Parma Maria Luisa d'Austria, già moglie di Napoleone I, si dichiarava erede a pieno titolo dei Farnese e istituiva il Sacro Angelico Militare Ordine Costantiniano di S.Giorgio. (34). Al di là delle considerazioni amministrative, è probabile che la sovrana, passata dal ruolo di imperatrice dei Francesi e regina d'Italia a quello di duchessa di Parma, abbia voluto rivestire la propria immagine di una ulteriore dignità di capo dell'antico Ordine medievale, in grado di compensare, almeno in minima parte, la perduta immagine imperiale.
Appassionato com'era di cavalleria, dunque, anche Renato subisce il fascino degli antichi Ordini angioini; con il loro conferimento si proclama erede della prima, gloriosa Casa d'Angiò, rinnova i suoi diritti al Trono napoletano, esibisce i suoi simboli esterni. Ma tutto questo fa parte di una storia diversa da quella dell'Ordine di S.Uberto, di cui il pretendente francese fa parte ma in maniera sempre più lontana, così come si allontana dalle sue antiche motivazioni. L'Ordine lorenese, infatti, invece di addentrarsi nei cerimoniali della politica, rimane squisitamente legato ai suoi ideali cavallereschi, in un'epoca che è caratterizzata da grandi tensioni e da spargimenti di sangue. Ma più che raddrizzare i torti e sanare le ingiustizie, esso viene istituito per richiamare gli aristocratici che lo compongono al loro antico compito, secondo gli insegnamenti dei vescovi e della Dottrina cattolica: compito che esige come essi debbano mostrarsi costantemente guida del popolo ed esempio di giusta condotta civile; in questo modo ricoprendo il primo posto che per un nobile non è solo quello del privilegio ma del sacrificio e del modello.

NOTE

(1) Cf. E.FERRERO, Barbablù,Gilels de Rais e il tramonto del Medioevo, Torino 2004, pp. 6 e ss.
(2) Cf. M. BAIGENT - R. LEIGH - H. LINCOLN, Il Santo Graal, Milano 1984.
(3) Fra tutte, la stirpe Troiano ebolitana, insignita dei feudi delle Felette e della Peschiera, fra le più antiche del Regno, al momento del suo trasferimento a Matera e a Cava dei Tirreni, assunse come stemma un levriero corrente, rodente un osso (in segno di pazienza e fedeltà), e guardante un giglio di Francia (cf. C.CURRO', Storia della Famiglia Troiano, Salerno, s.d.).
(4) Cf. L. FEBVRE, Filippo II e la Franca Contea, Torino 1979, pp.64-65.
(5) Cf. L'Encyclopedie - Diderot e d'Alembert, Blasoni e araldica, s.l. 2000, p. 22 e f. 23.
(6) Cf. FERRERO, cit., p.145.
(7) Id., p.138.
(8) Ibidem. Pierre de Sermoise, lontano discendente del marito di Claude, ha scritto sull'argomento: Les missions secrete de Jehanne la Pulcelle (Parigi 1970) e Jeanne d'Arc et la Ma dragore (Monaco 1983): id. , p.42, n.21. Sulle possibilità di penetrazione politica in uno Stato tramite il possesso di feudi o abbazie, è su tutte esemplificativa la vicenda legata all'abbazia toscana dell'Altopascio, compresa nel territorio di Firenze, soggetta spiritualmente al vescovo di Lucca e che il papa Paolo III avrebbe voluto concedere a un Farnese, con pericolo per i collegamenti del Ducato fiorentino; di essa parla G.SPINI, Cosimo I e l'indipendenza del Principato mediceo, Firenze 1980, pp.197 e ss.
(9) Cf. FERRERO, cit., pp.137 e ss. Numerosi, naturalmente, i casi di avventurieri che hanno cercato di assumere il ruolo di personaggi importanti morti o scomparsi (anche da bambini) in circostanze misteriose. Per rimanere nell'ambito della Francia medievale, è famosa la vicenda del “re Giannino”, ossia la storia del mercante senese Giannino Guccio che fu convinto da Cola di Rienzo di essere figlio del re di Francia Luigi X e di Clemenza d'Ungheria, salvato dal rogo della sua culla. A partire dal 1354 egli cominciò a pretendere al Trono francese e fu ospitato alla Corte d'Ungheria dove non mancò chi gli credette, anche se la sua figura fu usata come arma di pressione politica (cf. LEONARDO, cit., pp.486 e ss.).
(10) Cf. FERRERO, cit., pp.142-143.
(11) Id., p.143.
(12) Ibidem.
(13) Id., pp.143-144.
(14) Id., p.145.
(15) Cf. FEBVRE, cit., p.106. Il grosso era una moneta equivalente a un dodicesimo del franco.
(16) Id., p.327. Febvre ricorda anche Claude de Bauffremont, vescovo di Troyes negli ultimi anni '60 del Cinquecento.
(17) Cf. FERRERO, cit., p.16, n.5.
(18) Cf. E.G. LEONARD, Gli Angioini di Napoli, Varese 1987, p.617.
(19) Id., pp.617 e ss.
(20) Id., pp.619-621.
(21) Cf. BAIGENT-LEIGH-LINCOLN, cit., p.451.
(22) Ibidem. Qui però gli Autori scrivono “il cardinale di Lorena”.
(23) Cf. L.GARDNER, IL Regno dei Signori degli Anelli, Roma 2001, pp.90-91.
(24) Cf. LEONARD, cit., p.623.
(25) Cf. BAIGENT-LEIGH-LINCOLN, cit., p.451; B. CANDIDA GONZAGA, Memorie storiche delle famiglie nobili delle Province meridionali d'Italia, IV, Napoli 1875, p.160.
(26) Cf. G.GALLUPPI, Nobiliario della Città di Messina, Napoli 1877, p.271, n.1.
(27) Ibidem. Il papa Clemente IV, nel confermare l'Ordine, gli concesse privilegi e immunità.
(28) Cf. BAIGENT-LEIGH-LINCOLN, cit., p.451.
(29) Cf. CANDIDA GONZAGA, cit., IV, p.38.
(30) Ibidem.
(31) Cf. LEONARD, pp.463 e ss.
(32) La famiglia Cossa, nobilissima stirpe napoletana, si trasferì in Provenza al seguito del re Renato con Giovanni, siniscalco di Provenza. Da lui è discesa la Casa dei Duchi di Cossé Brissac.
(33) Cf. C.CURRO', Il Sacro Militare Ordine Costantiniano di S.Giorgio, Palomonte 2003.
(34) Cf. G. STAIR SAINTY, Gli ordini cavallereschi militari religiosi e confraternali in Italia: sopravvivenza e autorizzazione all'uso nel contesto delle concessioni degli Ordini dinastici italiani, in Il Mondo del Cavaliere, N.12, ottobre-dicembre 2003, pp.112-113.
(35) Cf. GALLUPPI, cit., p.272, n.1.

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Carmelo Currò

Giornalista, storico, ispettore onorario Ministero Beni Culturali.