ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Scavi al Castello di Piombinara

di Antiquarium Comunale di Colleferro
Un momento della campagna di scavi

Un esempio di collaborazione tra pubblico e privato 

www.comune.colleferro.rm.it.

Imprenditoria e Beni Culturali un  connubio che si e rivelato indispensabile per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale.

I finanziamenti privati costituiscono una straordinaria dotazione per i Beni e le Attività culturali italiani, dal momento che le risorse comunitarie/statali non sempre riescono a soddisfare tutte le necessità legate alla manutenzione ed alla gestione dei tesori artistici del Paese.

Le risorse aggiuntive messe a disposizione dalle imprese, dalle fondazioni bancarie e da altri enti no-profit, contribuiscono attivamente alla promozione dei luoghi della memoria italiana, delle città d’arte e del paesaggio, garantendo uno slancio rilevante alla nuova economia e stimolando la crescita di risorse umane, tecniche, organizzative ed imprenditoriali.

Questa sinergia di crescita culturale si è instaurata anche a Colleferro tra Soc. Italcementi , Comune di Colleferro (Assessore alla Cultura Graziana Mazzoli) e Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio (dr.ssa Marisa De Spagnolis), attraverso la Mediazione del Museo Archeologico Comunale, nel momento in cui questa grande azienda si è resa disponibile sia con interventi di programmazione economica appropriati sia con la disponibilità ad instaurare un rapporto progettuale a lunga durata  sul Castello e sul futuro parco di Piombinara.

Lo scavo di Piombinara è arrivato alla sua VII campagna, recentemente conclusasi. Ed anche in questa occasione la Soc. Italcementi puntualmente si è resa disponibile per il sostegno economico.

Questo a consentito a circa un centinaio di ragazzi dell’ Istituto Professionale Paolo Parodi Delfino, del  Liceo Tecnologico ITIS Cannizzaro e dell’ Istituto d’Istruzione Superiore (ex Liceo Marconi) di  partecipare a tutte le operazioni di scavo archeologico e documentazione del sito.

Non sono mancati i risultati concreti ed interessanti.

Le campagne precedenti avevano dato l’opportunità di mettere in luce due grandissimi ambienti di un edificio, non completamente delimitato, posto quasi a ridosso della torre abbattuta nel 1934, divisi a loro volta da un altro edificio da una strada/canale in sensibile pendenza. L’ampliamento di scavo del saggio III e la pulitura delle aree del saggio II, ultimata l’asportazione dello strato arativo, ha permesso di individuare una cisterna scavata in piano di un cortile connesso ai grandi ambienti, poco a Nord della strada/canale la cui presenza si era sospettata già nella scorsa campagna dopo l’individuazione del canale di adduzione.

All’interno di uno dei grandi ambienti si è proseguito lo scavo della e pavimentazione in conglomerato cementizio, già emersa nel corso della VI campagna, e si è potuta individuarne la prosecuzione ed il buono stato di conservazione verso ovest.  Ancora ad ovest dei grandi ambienti, affacciato sul cortile, è stato individuato un nuovo ambiente, apparentemente delimitato dal muro di cinta del  castello

Parallelamente, nel saggio SIII, si è realizzato lo scavo di una sepoltura, peraltro priva di corredo, parzialmente sconvolta dall’attività agricola, che ha provocato lo smembramento degli arti superiori e la frammentazione della teca cranica del defunto, apparentemente dell’’età di 25/30 anni.

Nei pressi del muro di cinta sud è stato impostato il saggio aggio IV, sull’area indicata dalle fonti come quella di pertinenza della chiesa intramuranea del Castello. La presenza di questa chiesa oltre ad essere disegnata in una planimetria del 1910 è nota anche attraverso la cronaca del viaggio intrapreso da H.P. Leland, pittore-viaggiatore americano, nel 1857, a Roma, tradotta con il titolo “Americani a Roma”, da A.Tordella nel 2002. Così Leland descrive la sua visita al  Castello di Piombinara: “L’uomo a cavallo, dando loro il benvenuto si presentò come il fattore di Piombinara del Principe Doria. Aggiunse che era molto contento che la triglia non sarebbe cominciata prima del pomeriggio poiché, in quel lasso di tempo, avrebbe potuto avere il piacere di portarli a vedere la tenuta e dimostrargli la rude ma sincera ospitalità della campagna. I nostri artisti apprezzandone la gentilezza accettarono l’invito del signor Ercole, come veniva chiamato da tutti, e quando propose loro di fare un giro per la proprietà, lo seguirono. Visitarono prima l’antica rovina (Castello di Piombinara n.d.r.), passando attraverso quella che in altri tempi era l’entrata principale. Una volta dentro, videro basse mura ben conservate, tanto da dar loro un’idea delle dimensioni e della forma dell’antica fortezza.  Da un lato trovarono le rovine di una piccola cappella, sulle cui pareti si potevano ancora vedere tracce di affreschi. Vicino si innalzava un’alta torre quadrata, coperta di edera, con uno stormo di falchi che volava dentro e fuori. Il fulmine aveva danneggiato la struttura in modo tale che dovesse cadere da un momento all’altro; eppure era rimasta in questo stato per anni ed era considerata un’attrazione “senza pericolo”.

Durante lo scavo, sotto il consueto strato di terreno arato, caratterizzato da scarsi materiali ceramici e presenza di inclusi pietrosi di varie dimensioni, forse pertinenti non ai livelli di crollo della chiesa, ma dal precipitare di elementi derivati dal crollo della torre, è emersa una struttura muraria angolare con andamento est ovest e nord sud adagiata su uno strato di colore rosso, molto compatto, all’apparenza non antropizzato. Ad est, il muro sembra interrompersi ( forse una soglia?). A sud est del muro è visibile uno strato molto compatto con un’elevata concentrazione di pietrame, a sud del quale affiorano tracce cineritiche e grandi blocchi; nel mezzo è stata individuata una fuseruola bruciata.

Nell’ambito di questa VII campagna di scavo sono stati coinvolti anche studenti universitari, laureandi e laureati provenienti sia dal territorio che da altre regioni.

5 ottobre 2007

Importanti novità dagli scavi di Piombinara

Importanti novità dalla VII ed VIII campagna di Scavo del Castello di Piombinara. L’indagine nell’area del Castello ha previsto un ampliamento dei saggi II-III in direzione N-S, per una larghezza di m. 5,00 portando i saggi ad un’ampiezza complessiva  di 600,00 mq.

A questo punto dell’indagine archeologica si colgono precisamente i limiti di un grande edificio quadrangolare, con spesse fondazioni. Di questo è complicato, al momento, interpretare correttamente la funzione, anche se gli archeologi impegnati nella missione di scavo, non escludono possa in qualche modo avere un rapporto con monastero benedettino di S.Cecilia che precedette il Castello nell’occupazione del sito e di cui si ha notizia nel 1051 quando il trentesimo abate di Subiaco, Ottone, scappò in questo cenobio, e li restò fino al termine della sua vita e vi fu sepolto.

Da questo ambiente si ricavarono in seguito altri vani, realizzando una serie di setti murari, allineati in direzione N-S, non perpendicolari rispetto al muro di cinta del castrum, né ammorzati alle strutture preesistenti, ma verosimilmente paralleli al muro che delimita l’area del palazzo (ancora poco visibile per invadenza della vegetazione arbustiva, e non ricostruibile nella sua reale sistemazione topografica originaria). Al limite Est del grande edificio, due setti murari delimitano, a N e a S, uno spazio  che in origine doveva avere una copertura rilevante, funzionale ad un piano sopraelevato, come testimonia la presenza di due grandi pilastri angolari.

Appare quanto mai evidente che la comprensione definitiva delle strutture che insistono su tutta questa area sarà possibile solo dopo aver indagato anche l’ultima striscia di terreno che la separa dal muro che cingeva la zona del palazzo.

Lo scavo si è concentrato anche nell’immediata prossimità delle mura di cinta del castrum. Si era già accertato, infatti, che, per l’andamento “a schiena d’asino” del profilo interno N-S del castello, in prossimità di queste, l’interro era nettamente più voluminoso che nelle aree centrali. Infatti si è potuta constatare la presenza di strati di distruzione (crolli, livelli con presenza carboniosa e cineritica) e di abbandono, che dovrebbero, almeno in parte, aver sigillato dei residui della stratificazione di vita ed uso delle strutture del castello.

Per il resto, nel grande vano tra questi edifici ed Saggio II è, cresciuta notevolmente la conoscenza dell’estensione della pavimentazione in conglomerato, già individuata nelle campagne precedenti, ma ora visibile, a vario stadio di conservazione, per oltre 30,00 mq.

Anche questo pavimento, tuttavia, nonché i livelli di crollo ed abbandono che in gran parte lo ricoprono prosegue tendenzialmente verso Est  e, come le altre strutture, sembra oramai da porre in relazione al muro di cinta della zona palaziale e alla torre poco ad oriente.

I materiali recuperati, appaiono del tutto in linea con quelli già noti dalle precedenti campagne; alcuni oggetti scelti: un anello, delle armi, tra cui una punta di una lancia delle monete, contribuiranno alla determinazione cronologica delle fasi del castello in senso assoluto.

Parallelamente allo scavo del castello, è stato iniziato un saggio extramurario, sull’area indicata dalle fonti come quella di pertinenza della chiesa di Santa Maria di Piombinara, posta lungo la Via Casilina, ma di accertata pertinenza del Castello.

La prima notizia della chiesa risale al XII secolo. In essa venne firmato un atto di permuta di beni tra il papa Eugenio III, esiliato a Segni dopo la rivoluzione repubblicana di Arnaldo da Brescia, ed Oddone Colonna il giorno 17 dicembre del 1151. Nel documento è nominata come “ecclesia S. Mariae prope Castrum Fluminaria”.

Nella bolla del papa Lucio III del 1182 appare insieme alle chiese di S. Anastasio, S.Nicola, S. Barbara, S. Giorgio, S. Salvatore de Viculo e al monastero di S. Cecilia come appartenente ai beni del Castello di Piombinara.

In una bolla del papa Urbano VIII  del 1638 viene data notizia di un beneficio sotto l'invocazione dei Santi Maria Antonino e Nicola nella tenuta di Piombinara di propretà di Taddeo Barberini, autorizzato a nominare un canonico per la chiesa con l'obbligo allo stesso di celebrare la messa tutte le domeniche, per comodità del popolo.

Nell'anno 1652, un chirografo di Innocenzo X ribadisce quanto espresso nella bolla di Urbano VIII a favore dei nuovi proprietari: la famiglia Doria Pamphili.

I beni a dote di questo beneficio risultano, in quel periodo, essere pari a nove appezzamenti di terreno seminativo ed al suo usufrutto, calcolato in circa 80 scudi.  La chiesa di S.Maria è ancora i uso nel XVIII secolo, ne sono testimonianza le quattro visite pastotali compiute del vescovo di Segni Mons. Filippo Michele Ellis il 23 maggio 1710, il 29 maggio 1714, il 25 maggio 1718 e il 27 maggio 1724.

La troviamo in un documento con il nome di S. Maria delle Rose e poi con quello di S. Antonio Abate. Proprio in riferimento a questo titolo nell’ambito della chiesa, nella ricorrenza di questo Santo veniva effettuata la tradizionale benedizione degli animali.

La chiesa fu abbattuta nel dopoguerra per consentire l’allargamento della Via Casilina. Oggi è proprietà del Comune di Colleferro che nell’anno 1999 ha provveduto ad un necessario intervento di restauro. Della chiesa rimane il campanile a pianta quadrata, sormontato da un tetto cuspidato. Nella parte alta si aprono quattro monofore sormontate da archetti di tufo. La struttura muraria è in bozze irregolari di tufo ammorzati agli angoli da blocchetti squadrati, sempre dello stesso materiale La chiesa, è ricostruibile attraverso delle foto d’epoca e la descrizione della popolazione locale. Si trattava di un edificio ad una sola navata, non di grandi dimensioni, il cui accesso era sulla Via Casilina, Sopra la porta un arco cieco costituito da elementi in tufo modanati, quasi sicuramente in origine prevedeva la presenza di una lunetta con molta probabilità figurata, La testimonianza orale ricorda all’interno la presenza di affreschi, non meglio definiti. Da alcune foto d’epoca si nota dietro la chiesa un edificio, più grande a pianta rettangolare, con l’accesso rivolto verso il fiume Sacco, L’edificio è in completo stato di abbandono, privo del tetto, ma in esso sono ancora in piedi i muri portanti, costituiti da tufelli regolari parallelepipedi.

Nel luglio 2006 dopo un’operazione di ripulitura dell’area effettuata dal Gruppo Archeologico Toleriense, in collaborazione con il Museo Archeologico di Colleferro, permetteva di individuare al di sotto la porta di accesso al campanile la traccia evidente di una volta a botte, relativa ad un passaggio coperto che immetteva con molta probabilità ad un ambiente sotterraneo, forse una cripta.

Il saggio ha occupato tutto lo spazio disponibile rispetto alla recinzione di un’autofficina meccanica posta a ridosso all’area archeologica. Si è realizzato lo scavo di livelli diversi di discarica di materiali edili frutto della demolizione dell’edificio ecclesiastico e da pezzame di tufo giallo, anche di grandi dimensioni, frutto dell’erosione del banco naturale posto dirimpetto alla chiesa, finalizzato all’ampliamento della sede carrabile della via Casilina, evento che, nell’immediato dopoguerra, dovrebbe aver causato anche lo stesso abbattimento dell’edificio di culto.  Durante l’asportazione di questo strato, è subito emersa la presenza di tre distinti ambienti: il primo, verso la sede stradale, è quanto rimane della vera e propria navata unica della chiesa; l’ambiente posteriore, voltato a botte, intonacato e imbiancato da diversi livelli di scialbatura appare separato dal primo, autonomo nell’organizzazione dello spazio in senso E-O (perpendicolare, quindi, alla navata della chiesa) e presenta un’apertura, sul lato corto, che lo metteva in comunicazione con l’ambiente più basso del campanile, la cui funzione si ignora. Nell’ultimo spazio, alle spalle degli altri, è da riconoscere parte di quell’ambiente di ignota funzione forse una grangia o comunque una sorta di edificio di assistenza che faceva capo alla chiesa, che si riconosce, già in decadenza, nelle foto degli anni 30’- 40 del secolo scorso, con soggetto S.Maria di Piombinara.

Di notevole importanza i materiali recuperati nell’ambiente sotterraneo, in particolare alcune porzioni della volta crollata in cui sono visibili una mano femminile, il volto di un personaggio, posto di fronte, con un nimbo, al di sotto del quale si scorge parte di un sole radiato, il tutto su un fondo blu. Nell’iconografia si legge una chiara impronta medievale, che ci riporta alla pittura giottesca del 1300. La buona fattura degli affreschi li fa collocare nell’ambito di una committenza importante e di botteghe specializzate, quasi sicuramente dell’area romana.

Angelo Luttazzi
Direttore Museo Archeologico del Territorio Toleriense
Missione Archeologica di Piombinara

S. Maria di Piombinara. Affresco con raffigurazione di mano sinistra S. Maria di Piombinara. Affresco con raffigurazione di testa nimbata e sole radiato
Chiesa di S.Maria e ambiente sotterraneo
Castello di Piombinara. Foto aerea dello scavo del grande edificio
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CASTELLO DI PIOMBINARA

La storia

Il castello è documentato dalle fonti per la prima volta nel 1051, data in cui un non meglio identificato monastero di S.Cecilia di sua pertinenza, viene indicato come rifugio dell'abate Oddone, in fuga da Subiaco. Nel 1102 una tale Maria di Plumbinaria partecipa alla vendita di un orto; inoltre "nobili matrona ex Plumbinaria", durante la guerra tra Tolomeo dei Conti di Tuscolo ed i Normanni nel 1117, parteggia per questi ultimi.

Ancora nella metà del XII secolo, esattamente il 10 dicembre 1151, nella chiesa di S.Maria "prope castrum Plombinaria" viene stipulato un atto di permuta tra la chiesa e Oddone Colonna. Il castello figura poi in una bolla di Lucio III del 1181 con l'elenco delle chiese di sua pertinenza: S.Maria, S.Anstasio, S.Nicola, S.Barbara, S.Giorgio ed il monastero di S.Cecilia.

Dall'inizio del XIII secolo la documentazione scritta sul castello diviene molto più abbondante probabilmente a causa dell'affermazione della famiglia Conti sul territorio ed in concomitanza col pontificato di Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni). Nel 1208 il castello compare in un atto di vassallaggio effettuato da Riccardo dei Conti fratello del Pontefice. Al 1220 risale un atto relativo alla divisione delle terre di Piombinara in cui vengono descritte anche numerose mole nel suo territorio. Alla data del 5 maggio 1226, il figlio di Riccardo, Paolo, divenne signore del feudo di Piombinara a seguito della spartizione dei beni dopo la morte del padre. Seguono una serie di documenti del XIII e XIV sec. che contribuiscono alla ricostruzione del quadro storico generale:
1260. Trasmissione dei frutti di Piombinara tra i figli di Stefano il Demente e Giovanni Conti
1262. Descrizione del territorio e dei confini del castello, compreso tra i Castelli di Sacco, Colleferro, Anagni e Paliano.
1264. Giovanni, figlio di Paolo Conti, e Adinolfo assegnano il territorio del castello a Gregorio Frangipane, in garanzia per l'acquisto di Giulianello.
1265. Paolo Conti stipula un nuovo trattato in cui si concede al procuratore di Oddone Frangipane, la torre e il castello ed il procuratore riceve un giuramento dei mossai.
1266. Nuovo atto di assegnazione del castello da parte di Giovanni e Adinolfo a Gregorio Frangipane.
1271. Promessa di Nicolò Conti di non edificare sopra alcuna tenuta nel castello di Piombinara.
1305. Vendita di terreni posti nel territorio di Piombinara tra Pietro Bioncaro e Giovanni e Ildebiondo Conti.
1309. Quietanza sui frutti di diversi castelli tra cui Fluminaria tra i figli di Adenolfo e la figlia di Annibale di Ceccano.
1358. Ipoteca sulla metà della terra di Fluminaria per Giovanni dei Conti per la dote della figlia Caterina, andata in sposa ad Agabito Colonna.
1379. Confisca da parte dell'Antipapa Clemente VII del castello e sua assegnazione al duca di Brunswick, marito di Iacobella Caetani.
Nel
1389 si ha notizia di una distruzione dei beni appartenenti agli uomini di Piombinara in seguito ad una rivolta della popolazione di Segni contro i Conti. Forse questo episodio segna il declino del castello che viene posto sotto la protezione papale da Martino V, nel 1428. Nel 1431 avviene la distruzione di Piombinara congiunta con quella di Colleferro ed altre proprietà dei Conti, dovuta all'azione delle truppe mercenarie ribelli guidate da Giacomo Caldora, in origine inviate in aiuto al papa Eugenio IV da Giovanni II di Napoli.
Nel
1441 il sito è definito "Castello diroccato" e, dal 1501, il nome figura spesso accompagnato dal solo termine "tenuta".
I dati relativi al pagamento della tassa di pane e focatico confermano questo stato di abbandono :
1416. Piombinara appare soggetta all'imposta ridotta di 5 libbre.
1443. A partire da tale data non figura più alcun pagamento.
Dopo il passaggio a Pompeo Colonna nel
1510, la tenuta torna a Giovambattista Conti nel 1537. Nel 1539, approfittando della morte di Guido di Giordano, torre e castello vengono occupati da Adinolfo Conti; tale azione conferma indirettamente l'abitabilità delle strutture. Comunque nel corso del XVI secolo Piombinara acquisisce sempre di più un carattere di tenuta agricola. L'abbandono e la difficoltà a gestire e rendere produttiva la proprietà terriera sono testimoniate da una serie di documenti del XVI e XVII secolo.
Nel maggio del 2002 il castello è stato acquistato dal Comune di Colleferro.

Il Direttore dell'Antiquarium Comunale
Dr. Angelo Luttazzi

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