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Scipione dei Ricci: ovvero non fidarsi dei vescovi troppo "politicamente corretti"
Testo e foto di Claudio Gori
 
  Scipione de' Ricci. Stampa del 1787 di Carlo Lasinio

 

Scipione dei Ricci è stato vescovo di Pistoia alla fine del ‘700. Che interesse potrebbe mai avere un personaggio vissuto alle soglie dell’età moderna per i cultori del medioevo ?
Ebbene: se vi è stata a Pistoia una persona che con la sua azione più di ogni altra è intervenuta sul vasto complesso di chiese e di edifici sacri di fondazione medievale, determinandone la sussistenza o la scomparsa, che ha agito sul destino delle  opere d’arte, degli arredi e delle testimonianze   a quelli  edifici legati,  quella persona è stata proprio il Ricci.
Di lui possiamo certamente dire che ebbe un carattere  orgoglioso e insofferente, altero ed aristocratico, e che per la sua rigidità e indisponibilità ad ogni compromesso riscosse ben presto una vasta impopolarità.
 A distanza di due secoli, per certi versi egli appare come un precursore della moderna religiosità, tanto che – certo a sproposito - è stato visto in lui addirittura una sorta di anticipatore del Concilio Vaticano II. Più probabilmente, Scipione dei Ricci va considerato come un figlio della sua epoca, l’epoca dei “lumi”.

IL VESCOVO E IL GRANDUCA
Per una straordinaria coincidenza della storia, egli  trovò nel  sovrano che governava all’epoca la Toscana una specie di suo alter ego: quel sovrano era Pietro Leopoldo di Lorena,  che fu granduca di Toscana a partire dal 1765 (quando aveva appena diciotto anni) fino al 1790, quando  tornò a  Vienna per essere coronato imperatore.
Il connubio tra i due poteri, quello temporale e quello ecclesiastico, per il Ricci doveva essere l’arma vincente per imporre una drastica riforma ad un chiesa che agli occhi del vescovo appariva restia ad ogni cambiamento. Nelle sue intenzioni trono e altare dovevano essere uniti al servizio della Fede: non a caso nel  Seminario Vescovile che il Ricci fece costruire ex novo campeggia il busto non di questo o quel papa, ma dell’ insigne protettore Pietro Leopoldo.  
Alla lunga Scipione dei Ricci capirà a proprie spese come la ragion di stato, più che la difesa della fede, fosse in realtà il valore ultimo che inevitabilmente ispirava l’illuminato monarca. Ne pagherà amaramente le conseguenze.

JANSENISMO E  ILLUMINISMO
Il ‘700 che stava per finire era stato fertile di idee. L’illuminismo era penetrato profondamente nei ceti colti europei  e fra gli stessi ecclesiastici,  facendo apparire d’un tratto antiquato l’assetto che la chiesa cattolica si era dato col Concilio di Trento.
Nei nascenti stati nazionali, retti da monarchie più o meno “illuminate” impegnate a superare l’assetto feudale della società,  si affermava l’idea che  le chiese nazionale dovessero  essere sottomesse allo Stato(1) e indipendenti dal Papa, i cui interventi, sia pure in  materia ecclesiastica, erano sempre di più visti come inammissibile  intromissione.
Dalla Francia, terra dei Lumi, erano arrivate anche le dottrine Janseniste, (2) elaborate e diffuse nell’ambito dell’Abbazia di Port Royal, (3) che auspicavano una radicale riforma della chiesa nel senso del ritorno alla purezza  della chiesa delle origini, la sua depurazione dalle ricchezze e dai beni materiali, la negazione dei culti vuoti e formali, e il superamento delle pratiche della religiosità popolare tacciate di superstizione.  
L’esaltazione del  ruolo della grazia divina nel percorso di salvezza dell’uomo avvicinava pericolosamente questo filone del cattolicesimo al mondo protestante: si era in effetti a un passo dall’eresia. E come eretiche tali idee erano state condannate a più riprese già nella seconda metà del ‘600.

LA CARRIERA DI UN ECCLESIASTICO
Fortemente influenzato dalle idee janseniste era il nostro Scipione dei Ricci. Rampollo di una famiglia nobile fiorentina, nato nel 1740, aveva studiato dai Gesuiti a Roma, conseguendo la laurea in legge. Aveva conosciuto il Granduca quando era vicario vescovile a Firenze, facendosi apprezzare dal sovrano per la sue capacità e il suo rigore. Ed è a nient’altro che alle insistenti pressioni esercitate su Roma dal Granduca Pietro Leopoldo che il Ricci  dovette  la sua nomina a vescovo di Pistoia e Prato (4) nel 1781, quando aveva 45 anni (5).
Le riforme liberiste che il giovane granduca introdusse scossero la Toscana da torpore nel quale il Granducato era scivolato sotto gli ultimi Medici e al tempo della Reggenza. Le riforme ecclesiastiche promosse dal Ricci a Pistoia scossero dalle fondamenta la chiesa pistoiese, e dal clero e dal popolo furono totalmente incomprese e osteggiate, anche perché venivano dal vescovo imposte con metodi autoritari, senza minimamente rendere partecipe la città del progetto globale di rinnovamento che aveva in proposito di realizzare.
Sarà infine una sommossa popolare, a lungo covata, a determinare, dieci anni dopo l’inizio dell’episcopato del Ricci, la  cacciata del vescovo, il suo esilio, e la fine del suo esperimento riformatore.

IL CLERO A PISTOIA ALLA  FINE DEL ‘700
Pistoia era allora, nello stato toscano, una cittadina di periferia sonnacchiosa e arretrata. Gli apparati ecclesiastici erano fossilizzati e antiquati. La carriera ecclesiastica era ambita dalle famiglie nobili, che riservavano a essa soprattutto i figli cadetti, per non disperdere i patrimoni familiari che sarebbero spettati ai primogeniti.
Dietro poi agli scandali che avevano avuto come protagoniste monache di clausura vi era, a ogni evidenza, il drammatico fenomeno della monacazione forzata delle giovani, a cui non si voleva o poteva trovare una sistemazione matrimoniale e patrimoniale adeguata.
L’immagine che di sé dava il clero pistoiese era di una casta parassitaria e nullafacente. E, soprattutto, gli ecclesiastici erano davvero troppi.
Esiste a questo riguardo un censimento preciso per il 1733: in una città piccola e demograficamente depressa  (8690 abitanti) quale Pistoia era si contavano 420 tra sacerdoti e chierici, 452 monache tra corali, converse ed educande(6),  107 oblate o terziarie(comprese le educande), 137 regolari , cioè  monaci e frati. In tutto 1116 religiosi: più di un religioso ogni sette laici. Ma di tutti questi ecclesiastici appena il 20% aveva cura d’anime nelle parrocchie e nell’ospedale.

IL SISTEMA DEI BENEFICI
Alla base del proliferare degli ecclesiastici vi era il sistema dei “benefici”, eredità del diritto feudale. Agli ecclesiastici,  come compenso della cura d’anime di cui si facevano carico,  era riservato l’ usufrutto di proprietà immobiliari (soprattutto poderi di campagna) collegate ad una chiesa o a una singola cappella o altare.
Ma frequentemente questi benefici erano concessi e goduti dai rettori (sia secolari che regolari)  sinecura, cioè senza alcun obbligo di cura d’anime. Altre volte i benefici compensavano qualche prestazione puramente occasionale, magari  qualche messa recitata in occasione di una importante festività, come la festa del santo titolare.
Secondo un’abitudine consolidata, poi, gli aristocratici o semplicemente i possidenti che finanziavano la costruzione di una chiesa o cappella o altare (magari per farne  il luogo di sepoltura della propria famiglia) o la dotavano ,  ne riservavano anche per il futuro  il patronato alla propria famiglia destinando il godimento delle relative rendite ai propri eredi che si fossero dedicati alla carriera ecclesiastica. Insomma: una accorta strategia di gestione di beni familiari accompagnava spesso  queste manifestazioni di pietà religiosa, tanto da farle apparire sospette.
Da qui il moltiplicarsi degli altari nelle chiese nei secoli tardo medievali, da qui il groviglio di benefici gravanti su di una stessa chiesa, da qui anche le fatali enormi disparità di reddito e di “stile di vita”esistenti fra gli ecclesiastici in funzione dei benefici goduti, e il frequente  loro disinteresse per le esigenze spirituali dei fedeli. Gli ecclesiastici si riducevano spesso a essere, più che pastori, semplici amministratori e usufruitori di patrimoni. Agli strati più bassi del clero poi, esclusi dai benefici più remunerativi, non rimaneva  che mendicare qualche messa di suffragio per poter vivere.  Senza contare il fatto che gli enti sacri e le opere pie possedevano il 70% della terra, bloccando di fatto lo sviluppo dell’agricoltura e di tutta l’economia.
E’ questa situazione caotica e preoccupante sul piano morale - che spingeva una parte del clero alla conduzione di una vita scandalosa - che lo stesso Scipione dei  Ricci voleva denunciare quando definì  con orrore  Pistoia, in una lettera, come una “città frataia”.

L’ASSETTO ECCLESIASTICO EREDITATO DAL MEDIOEVO
L’assetto che la chiesa pistoiese si era dato nel medioevo era rimasto praticamente immutato nei secoli. In città nel ‘300, dopo due secoli di ininterrotta crescita economica e demografica della città, si contavano trenta “cappelle”, cioè parrocchie cittadine, ognuna delle quali facente capo ad una chiesa, spesso di fondazione altomedievale (7).
Nel ‘700, dopo quattro secoli di decadenza economica, di marginalizzazione politica, di contrazione demografica  le cappelle erano ancora ventotto (8).  Di molte il numero dei parrocchiani era scarsissimo: a volte solo poche  decine per quelle che avevano il proprio territorio  entro la prima cerchia delle mura, dove più intense erano state le fondazioni religiose, con chiese spesso distanti pochi metri l’una dall’altra.
A tutte queste chiese parrocchiali andavano unite ben 34 istituzioni monastiche e conventuali  con i relativi edifici di culto (9), tre Congregazioni di Sacerdoti secolari  anch’esse con le relative chiese (10) per non parlare delle decine di compagnie laiche, che si erano costituite dal ‘300 al ‘600, gran parte delle quali disponeva di un proprio oratorio, in mancanza del quale sfruttavano un altare o un locale presso una chiesa parrocchiale.
Se sommiamo tutti questi edifici sacri, per un totale di 115 luoghi di culto ricaviamo  che in città vi era in media  un edificio sacro ogni 78 abitanti.
In più c’erano decine di oratori privati e cappelle gentilizie, poste soprattutto all’interno dei palazzi delle maggiori famiglie: saranno censite, probabilmente per difetto,  in numero di 39 nel 1813.

LA RELIGIOSITA’ MEDIEVALE
Un numero ai nostri occhi così incomprensibilmente elevato di edifici sacri era, evidentemente,  un lascito della religiosità medievale.
Nei secoli dell’alto medioevo erano stati gli esponenti delle maggiori famiglie longobarde a fondare chiese e monasteri sulle proprie terre, dotandoli adeguatamente di risorse e di proprietà fondiarie.
Nei secoli del libero comune (XII e XIII) erano state le istituzioni comunali stesse a sostenere i culti locali, in particolare quello prestigioso di S. Iacopo che si appoggiava sulle reliquie del santo  arrivate da Compostella per iniziativa del vescovo Atto intorno al 1140.
A imitazione dei nobili, anche i facoltosi mercanti pistoiesi, spesso dediti all’usura, in punto di morte “pro remedio animae” avevano fondato e dotato con i propri beni chiese, oratori, spedali, altari.
Il moltiplicarsi delle compagnie laiche era  infine  esploso dalla metà del ‘300 in poi, soprattutto in seguito alla peste nera, come forma specifica  di partecipazione popolare  alla vita religiosa.
L’appartenenza dei cittadini ai singoli quartieri o a singole corporazioni professionali aveva  ulteriormente moltiplicato gli altari di patronato, tanto che all’epoca delle soppressioni ricciane ogni chiesa ne aveva quattro o cinque (11).
Tutte queste chiese, altari, oratori erano stati arricchiti nei secoli fino all’inverosimile da affreschi, tele, oreficerie sacre, in un continuo rinnovamento che molto era debitore alle mode, alle influenze provenienti dalle città vicine, al richiamo degli artisti più famosi, a una abitudine alla pubblica esibizione della propria ricchezza che era avvertita, nella società medievale e rinascimentale, come naturale dovere dei cittadini, come condizione indispensabile  del proprio riconoscimento sociale e  del prestigio della propria famiglia.

I PREDECESSORI DEL RICCI
I predecessori del Ricci avevano per la verità già preso in esame  il problema dell’eccessivo affollamento  di enti religiosi, fornendo però  soluzioni timide e compromissorie.
Tra ‘600 e ‘700 erano stati aboliti vari monasteri femminili (12) in considerazione soprattutto dello scarso numero di monache, o per ragioni disciplinari, con il conseguente trasferimento delle stesse presso altri monasteri cittadini.
Nel 1722 il vescovo Colombino Bassi aveva soppresso la minuscola parrocchia di S. Michele in Cioncio, che la costruzione della vicina chiesa di S. Ignazio dei Gesuiti, con le demolizioni delle case vicine che aveva reso necessarie, aveva privato della maggioranza dei parrocchiani.
Successivamente, e con maggiore determinazione,  il vescovo Giuseppe Ippoliti  aveva soppresso, tra il 1777 e il 1779,  S. Michele in Bonaccio, San Pietro in Cappella, S. Anastasio,  S. Maria Presbiteri Anselmi  (tutte insistenti nell’area della prima cerchia di mura)  e la più periferica  San Marco, chiesa rurale che solo la costruzione della terza cerchia di mura a metà del ‘300 aveva incluso nel perimetro cittadino.

LA “CURA DIMAGRANTE” DEL VESCOVO RICCI
Quando il Ricci si insedia in città vi trova quindi 23 parrocchie:  la sua “cura dimagrante”  sarà drastica. Tra il 1782 e il 1784 ne elimina ben 15 (13) anche se la loro effettiva soppressione fu diluita negli anni successivi , in quanto subordinata alla intervenuta rinunzia o morte del parroco titolare.
Se sommiamo alle soppressioni operate dal Ricci quelle dei suoi predecessori, vediamo che nel corso di tutto il ‘700 vennero meno  dodici parrocchie nella zona centrale della città, compresa entro la scomparsa prima cerchia di mura, tre nell’area compresa tra la prima e la pure scomparsa seconda cerchia, cinque nella zona, meno abitata (14), compresa tra  la seconda  e la terza cerchia.
Le parrocchie rimasero così, in tutta la città, solo otto: Cattedrale di San Zeno, S. Andrea, Madonna dell’Umiltà,  S. Giovanni  Fuorcivitas, S. Paolo, Santo Spirito (ex chiesa dei soppressi Gesuiti, elevata a nuova chiesa parrocchiale) , S.  Bartolomeo , S.Vitale.
La validità intrinseca di questa temeraria e impopolare scelta del vescovo è confermata dal fatto che i successivi  vescovi di Pistoia, a partire dal successore  Francesco Falchi Picchinesi, se lasciarono  cadere le altre riforme del Ricci, altrettanto non fecero con la nuova struttura della Diocesi e delle parrocchie delineata dal loro predecessore. Tanto che essa è sostanzialmente arrivata inalterata ai nostri giorni.
Non sfuggirono a Scipione dei Ricci i monasteri: ne soppresse otto femminili (15) e cinque  maschili (16) Disciolte furono pure  le  tre sopracitate Congregazioni di Sacerdoti Secolari. Nel 1783 vengono soppresse  tutte le Compagnie (17).

RELIGIOSITA’ POPOLARE E SUPERSTIZIONE
Ovviamente questa drastica riorganizzazione della chiesa cittadina andò contro abitudini secolari consolidate, alienando al vescovo ogni simpatia in città (18).
D’altra parte, la religiosità popolare si esprimeva tradizionalmente in riti e forme di devozione che il vescovo avversò, bollandole come manifestazioni di superstizione: il culto dei santi, il culto delle reliquie (frequentemente di dubbia autenticità), le processioni che erano state moltiplicate all’inverosimile, le infinite feste patronali, la pratica della via Crucis stessa.
Il culto del Sacro Cuore di Gesù, definito  dal Ricci “cardolatria”, fu proibito. Quello tipico di Prato per il “Sacro Cingolo” che sarebbe appartenuto alla Madonna fu osteggiato.
Per quanto riguarda il culto delle immagini sacre, il vescovo impose che, contrariamente ad abitudini consolidate, fossero sempre scoperte, proprio per allontanare da esse ogni alone e aspettativa “magica” da parte dei fedeli.
La molteplicità degli altari nelle chiese di nuova costruzione fu abolita, a favore di un unico altare, quello sul quale era riposto il Santissimo Sacramento. 

LA DISTRUZIONE DELLA CAPPELLA DI SANT’IACOPO
L’avversione verso i culti “superstiziosi” portò a conseguenze drammatiche e assolutamente disastrose: nel 1786 nella cattedrale fu demolita la Cappella di Sant’Iacopo, patrono cittadino, centro di un culto profondamente radicato e condiviso da tutta la città.
Il vescovo deplorava che “all’altare di sant’Iacopo in una indecentissima cappella si tenga acceso un numero superfluo di lampade, che superi di gran lunga quello  che si vede davanti all’augustissimo Sacramento”:  presto fatto, il santuario venne completamente smantellato.
Fu eliminato il pavimento rialzato, abbattute le volte , scrostati  tutti gli affreschi alle pareti, opera dei più grandi maestri medievali a partire da Coppo di Marcovaldo, disperse le suppellettili, le lampade, gli arredi e le tanto odiate immagini di devozione:  non ne rimarrà praticamente traccia alcuna, se non alcuni frammenti di affreschi negli intradossi di una monofora tamponata (19) e gli scassi  sulle due colonne che  delimitavano la Cappella , nei quali erano state infisse le cancellate. Neppure queste cancellate, pregevole lavoro in ferro battuto del 1327, sfuggirono alla dispersione (20).
L’altare argenteo, capolavoro dell’oreficeria medievale, venne smontato e ricomposto in maniera abnorme in un altra cappella della cattedrale.
Il furore iconoclasta dell’illuminato vescovo aveva trionfato.

LE CREAZIONI DEL VESCOVO
Se questa fu la “pars destruens” dell’azione del vescovo, vi fu indubbiamente anche una “pars construens”.
A cominciare dalla stessa definizione territoriale della diocesi: grazie all’appoggio del Granduca furono infatti aggregate alla diocesi di Pistoia sei  parrocchie (21) appartenenti  alla diocesi di Bologna, situate nelle valli del Reno e delle tre Limentre,  che da secoli erano parte del contado pistoiese ed erano quindi passati a far parte amministrativamente del Granducato (22).
Alla confinante diocesi di Pescia venne viceversa volentieri ceduta la lontana parrocchia di Massarella, circondata dal Padule di Fucecchio e pressoché  irraggiungibile dalla città.  Insomma: si operò per  far coincidere i confini della Diocesi con i tradizionali confini amministrativi  del distretto pistoiese.
Venti nuove parrocchie furono istituite nel contado, di cui quindici in alta collina e in montagna (23), quattro in pianura nei pressi della città (24), più una ai piedi del Montalbano (25).
Infatti, a fronte di una sovrabbondante presenza del clero in città vi era una scarsa presenza  del clero nella campagna, e soprattutto in montagna, dove l’espandersi delle  tradizionali lavorazioni del ferro avevano accresciuto  la popolazione: da qui la  creazione delle nuove parrocchie da parte del Ricci.
Creazioni del Vescovo furono il nuovo Palazzo episcopale, che per ragioni di economia e di opportunità (26) non fu ricavato nell’area dell’antico Palazzo dei Vescovi in Piazza del Duomo, ma fu costruito ex novo lontano dal centro, in via di Porta lucchese.
Di fronte, nell’area del soppresso Monastero di S. Chiara, sorse l’immenso e moderno Seminario Vescovile (27), la cui gestione fu oggetto di ogni cura da parte  del Vescovo, che desiderava fosse garantita una adeguata preparazione a i futuri parroci della diocesi.
Entrambi questi edifici, dalle linee neoclassiche, progettati da architetti stretti collaboratori del vescovo, furono assai apprezzati all’epoca. Lo stesso stile, che appare ai nostri occhi freddo e inutilmente aulico, fu adottato nelle chiese di nuova costruzione (28).

L’ISTITUZIONE DEL PATRIMONIO ECCLESIASTICO
Le risorse per finanziarie le nuove costruzioni, prima di tutto il Seminario e il Palazzo Vescovile, furono  attinte dal neo costituito  istituto del Patrimonio Ecclesiastico, che amministrò in maniera centralizzata la massa dei beni appartenenti alla diocesi. Al Patrimonio Ecclesiastico si dové far ricorso per coprire ogni spesa, a partire dalla distribuzione ai religiosi di ”convenienti congrue” per il loro sostentamento, secondo un criterio di eguaglianza.
Nel Patrimonio Ecclesiastico confluirono i fondi ricavati dalle alienazioni degli edifici sacri soppressi: si trattava di quelle chiese, monasteri, oratori eccedenti le necessità pastorali della Chiesa pistoiese, risalenti per lo più ai secoli del medioevo.
Le grandi tele, dipinte in epoca rinascimentale e barocca, provenienti da questi edifici venivano preventivamente sottoposte al giudizio  di  emissari del Granduca, per indirizzare le più significative alle Gallerie Reali fiorentine.  Il resto veniva venduto all’incanto a mercanti d’arte, provenienti per lo più anch’essi da Firenze.
Le oreficerie, le argenterie sacre, i tessuti preziosi erano raccolti presso il Guardaroba generale, dove, una volta inventariati, venivano ridistribuiti a favore delle chiese più povere e periferiche.  Anche qui ciò che eccedeva le necessità della diocesi fu alienato: in questo modo si sono persi per sempre gli argenti del Tesoro di S.Iacopo e della Madonna dell’Umiltà.
Poi era la volta degli edifici, considerati evidentemente dal Ricci e dai gestori del Patrimonio Ecclesiastico solo come cubature da vendere per far cassa, e apprezzati dagli acquirenti esclusivamente secondo parametri  puramente utilitaristici: robustezza delle muratore,  adattabilità ad un uso abitativo, ampiezza dei locali se l’intenzione era  adibirli a  magazzini, filande, opifici e altre attività che richiedevano grandi spazi coperti  (era il pregio maggiore questo attribuito  alle smisurate navate delle chiese degli Ordini Mendicanti).

ALIENAZIONI Di  CHIESE
Venduti a privati, questi edifici subirono  inevitabilmente  drastiche trasformazioni per essere adattati  alle nuove utilizzazioni.
La chiesa romanica di Santa Maria Maggiore fu adibita ad abitazioni e botteghe, mantenendo tuttavia in gran parte il curatissimo paramento esterno.
Quella di San Leonardo finì riusata come macello pubblico, per essere poi trasformata  a tal punto  che oggi non si riesce nemmeno ad identificarne l’esatta collocazione.
Di Santa Maria Maddalena al Prato, totalmente inglobata in abitazioni, resta visibile solo la punta del campanile. Un bar occupa oggi l’area dell’antico portico.
Santa Maria Presbiteri Anselmi divenne officina di un fabbro, ed oggi ospita un ristorante, così come Sant’Ilario, cui i molteplici passati utilizzi hanno fatto  perdere totalmente ogni caratteristica di architettura sacra.
San Salvatore, Santa Maria Nuova, Santa Maria in Borgo Strada  sono  ancor oggi, a distanza di due secoli, adibite a magazzini.
La navata di Santa Maria della Torre divenne dopo varie vicissitudini sala da ballo.
Sant’Iacopo in Castellare e relativa canonica divennero sede del lanificio in cui lavoravano le fanciulle delle vicine Scuole Normali, dette Leopoldine.
San Matteo, ridotta ad abitazioni e botteghe, sopravviverà  tuttavia come edificio fino al 1905, quando la Cassa di Risparmio di Pistoia, per la costruzione della sua nuova sede, non demolirà la ex chiesa insieme a tutto il quartiere medievale che le stava intorno.

ALIENAZIONE DI MONASTERI E CONVENTI
Il Monastero delle Agostiniane di Santa Maria delle Grazie finì inglobato nell’Ospedale del Ceppo.
La chiesa del Monastero di San Desiderio fu riusata come deposito e laboratorio di legname, mentre il magnifico soffitto a cassettoni dipinto da Domenico Cresti (Il Passignano), venduto, finì in Francia.
Andò meglio al disciolto Monastero degli Olivetani, divenuto sede dell’Accademia Ecclesiastica per l’educazione del clero, istituita dallo stesso Ricci. La chiesa una volta intitolata a S. Benedetto venne  dedicata a San Leopoldo,evidentemente  in onore del granduca.
Il monastero Gesuato femminile di San Sebastiano, detto “delle Poverine”, una volta venduto fu utilizzato di lì a poco come bagno pubblico detto “del Gioioso”.
Il Convento dei Frati Minimi di San Francesco da Paola fu destinato a Guardaroba del  Patrimonio Ecclesiastico, prima che nel periodo Napoleonico  nella chiesa fosse trasferita una fabbrica di chiodi.
Fu ridotto ad abitazione lo Spedale di San Luca.
La chiesa dell’ex Convento degli Umiliati divenne sede di una caserma.

UN MEDIOEVO TUTTO DA ABBATTERE
E’ facile intuire quali perdite di affreschi, decori, altari, suppellettili di ogni tipo siano derivate da simili riusi impropri: gli spazi interni di chiese, oratori, monasteri furono inevitabilmente alterati, modificati, suddivisi, tramezzati a discrezione degli acquirenti a seconda delle loro necessità commerciali, abitative o produttive.
Evidentemente, l’antichità degli edifici, la funzione sacra che per secoli avevano svolto, il legame profondo che con essi avevano intessuto  le comunità dei fedeli non ebbero nessun peso nelle decisioni del Vescovo Ricci,  come in quelle dei suoi predecessori.
Il motivo di tanto  disinteresse  è presto detto: nessun valore artistico o storico veniva riconosciuto  a tutto ciò che di medievale c’era in quegli edifici (dalla struttura architettonica, agli affreschi, alle sculture).
Nel comune sentire delle classi colte dell’epoca il medioevo era infatti visto negativamente come il trionfo di una maniera “gotica”, cioè barbarica, nella produzione artistica, che aveva imperdonabilmente distrutto e negato l’arte del mondo greco/romano, apice inarrivabile del gusto e della bellezza nella storia dell’umanità.

IL MEDIOEVO “GOTICO”, CIOE’ BARBARO
Era impensabile all’epoca del Ricci che quella che noi oggi definiamo “arte medievale” meritasse una qualche forma di tutela, riconoscimento, manutenzione. Se le immagini sacre risalenti ai “secoli bui” venivano conservate, questo era dovuto esclusivamente alla tradizionale venerazione tributata nei loro confronti: erano risparmiate quindi per motivi di culto(29), non per il loro valore artistico che era ritenuto inesistente. In tutti gli altri casi venivano sostituite tranquillamente con altre più alla moda, non appena erano disponibili risorse per farlo, ovviamente.
Le attenzioni erano tutte rivolte al quattrocento fiorentino, che  aveva finalmente riscoperto e fatto rivivere la misura dell’arte  classica,  ai grandi pittori rinascimentali, che  avevano elaborato un nuovo modello del sublime da imitare e perfezionare, all’architettura del ‘500, che  era un riferimento assoluto. 
Il neoclassicismo contemporaneo, sintesi di tute queste esperienze comunque ispirate all’antichità,  era così la norma cui aspirare nell’edilizia sacra come in quella civile:  e a tale norma , come abbiamo visto, si attennero in effetti gli architetti ai quali il Ricci affidò  la costruzione del Seminario e del Palazzo Vescovile.

IL CASO DEI MOSAICI DELLA CATTEDRALE
L’assoluta leggerezza, per noi sconcertante, con la quale si procedeva a Pistoia (come in tutta l’Europa, del resto) alla distruzione delle eredità medievali è leggibile nella sorte subita dai preziosi mosaici che dal 1308 ornavano l’abside della Cattedrale di Pistoia, col Cristo Pantocratore e Santi (30).
Se ancora alla fine del ‘400 il Podestà Piero di Domenico Boninsegna li definiva “una cosa excellente e bella, e delle più belle che ci sieno”, invitando l’Opera di Sant’Iacopo a provvedere alla loro manutenzione (vennero in effetti restaurati da Domenico del Ghirlandaio di lì a poco), un secolo dopo invece  il Vasari, grande fiduciario dei Granduchi in fatto di arte, aveva scritto dell’opera musiva: “la quale ancor che in que’  tempi  fusse tenuta cosa difficile e di molta spesa, noi più tosto muove hoggi a riso et a compassione che a meraviglia”.
In vista della sua demolizione per far posto alla colossale tribuna manierista che ancor oggi vediamo, nel 1599 quei mosaici, che avevano indotto il Vasari a “riso et a compassione”, furono  tranquillamente scrostati e le tessere che cadevano vennero “raccolte con li lenzuoli”. Non si sa quale fine abbiano fatto le tessere:  probabilmente vennero raccolte solo per recuperare le piccole percentuali di metalli preziosi in esse contenuti.

IL SINODO DIOCESANO DEL 1876: OVVERO ASCESA…
Accenneremo solo brevemente all’importante sinodo diocesano del 1786, che dal 19 al 28 settembre del 1786 riunì i 234 sacerdoti  della Diocesi nei locali della ex abbazia Olivetana di San Benedetto, per discutere (di fatto: per approvare) decreti di fatto già predisposti in precedenza dal Ricci e da Pietro Tamburini, professore dell’Università di Pavia, suo stretto collaboratore, anch’egli strenuo sostenitore di una riforma in senso jansenista e rigorista della chiesa.
Il pensiero del Ricci trovò così sistematica elaborazione e pubblica manifestazione nel sinodo, il cui spirito generale, più ancora della lettera dei singoli documenti approvati, fu smaccatamente antiromano, arrivando talora alla pura provocazione nei confronti delle gerarchie della chiesa e della tradizione cattolica.
Era l’inizio della fine.
Comprendendo che si andava verso una situazione ingestibile, e a una rivolta generalizzata nella chiesa e nella popolazione,  il Granduca  tardò lungamente (due anni) a far pubblicare gli atti del sinodo.

…E CADUTA DI UN VESCOVO
La successiva Assemblea degli arcivescovi e vescovi toscani  celebrata a Firenze nell’anno successivo  fu uno smacco totale per il Ricci: l'episcopato toscano condannò senza riserva le riforme ecclesiastiche pistoiesi.  A Prato scoppiò una sommossa popolare, quando si diffuse la voce che il vescovo volesse sopprimere la cappella del “Sacro Cingolo” della Madonna. La rivolta si estese a Pistoia: al vescovo non rimase che lasciare la città.  Quando Pietro Leopoldo di lì a poco (1790) salì al trono imperiale, Scipione dei Ricci si rese conto di aver perso ogni protezione politica.
Un anno dopo, al Vescovo non restò che rassegnare le dimissioni. 
Era arrivato per la chiesa romana il tanto atteso momento della rivincita: nel 1794 papa Pio VI, con la bolla Auctorem Fidei, condannò le 86 tesi approvate dal sinodo pistoiese (31). Fu la pietra tombale per il movimento giansenista italiano ed europeo.
Scipione de' Ricci, ritiratosi a vita privata nella villa di famiglia di Rignana, riapparve sulla scena pubblica solo nel 1805, quando fu ricevuto da papa Pio VII di passaggio a Firenze.
In quell’occasione il vescovo firmò una ritrattazione delle proprie tesi, condizione questa che gli fu posta per poter incontrare il  papa.
In questo gesto c’è chi ha visto solo l’espediente di un ipocrita che non si rassegnava alla uscita di scena.  Altri vi hanno visto una totale e sincera sottomissione  di un uomo che si sentiva sconfitto.
Più probabilmente, ha ragione lo stesso Ricci quando, nelle sue memorie, dice di aver vissuto quel momento come una “riconciliazione” avvenuta tra lui e la chiesa.
Morì nel 1810.

Claudio Gori

(1) Diverse furono le varianti nazionali di queste concezioni, che avevano comunque in comune l’affermazione del potere esclusivo del sovrano:  gallicanesimo, regalismo, giuseppinismo etc.
(2) elaborate da Cornelio Giansenio (1585-1638) teologo olandese e vescovo di Ypres.
(3) Il convento venne soppresso dalla bolla di papa Clemente XI nel 1708, e i religiosi che vi rimanevano ne furono espulsi a forza nel 1709. Gli edifici furono rasi al suolo nel 1710 dal Re Sole .
(4) la diocesi di Prato, costituita nel1653 con la bolla Redemptoris nostri di papa Innocenzo X  per scorporo  dalla diocesi di Pistoia, era retta dallo stesso Vescovo.  Sarà solo nel 1954, per effetto della bolla Clerus populusque di papa Pio XII, che le due diocesi saranno effettivamente separate, con due distinti vescovi.
(5) suoi coetanei erano  i vescovi di Colle (Nicola Sciarelli)  e di Chiusi-Pienza (Giuseppe Pannilini), anch’essi protagonisti del movimento riformatore nella chiesa toscana in quegli anni.
(6) nel 1672 le monache erano state addirittura 601 unità contro le 452 del 1733. 
(7) di cui 14 nella prima cerchia, 11 entro la seconda, 5 entro la terza.
(8) infatti solo il Battistero di San Giovanni e S. Stefano avevano perso la funzione parrocchiale.
(9) per l’esattezza 13 monasteri maschili e 18 monasteri femminili, 3 comunità di terziarie o oblate.
(10) Congregazione del S. Spirito e relativa chiesa prima di S. Leone fino al 1773, poi di S. Spirito, Congregazione di S. Maria di Piazza e relativa chiesa di S. Maria Maggiore, Congregazione della SS. Trinità e relativa chiesa dallo stesso titolo.
(11) Ad esempio in s. Maria Maggiore i calzolai tenevano l’altare dedicato a S. Crispino, loro patrono. I cappellai avevano il patronato dell’altare dedicato a S. Iacopo entro la chiesa di S. Matteo, che peraltro era il patrono dei cambiavalute che nei pressi esercitavano la loro professione.  Nella chiesa di S. Maria Nuova una cappella era dedicato a S. Barbara, patrona degli artiglieri, ed in effetti la cappella era patrocinata dalla guarnigione della vicina Fortezza di S. Barbara (la chiesa fu detta per questo anche Santa Maria dei Bombardieri).
(12) Monastero agostiniano di S. Maria a Ripalta, monastero benedettino di S. Niccolò, monastero agostiniano di S. Nicola da Tolentino, monastero francescano di  S. Elisabetta.
(13) nel 1783 sopprime San Matteo e S. Maria in Torre. 1784: S. Maria Maggiore, S. Salvatore (sarà soppressa in via definitiva dai successori nel 1805), S. Ilario, S. Iacopo in Castellare, S. Maria in Borgo Strada (sarà soppressa definitivamente dai successori nel 1802), S. Pier Maggiore (che tuttavia i successori del Ricci mantennero, trasferendola però nella chiesa dei Servi nel 1794), S. Maria in Borgo Bambini, S. Maria a Ripalta, S. Maria Nuova (sarà soppressa definitivamente in realtà solo nel 1925), S. Leonardo, S. M. Maddalena al Prato, S. Pietro in Strada, S. Maria in Torre, più S. Prospero (ma la soppressione di quest’ultima viene ritirata dallo stesso Ricci per cui , col titolo cambiato in  S. Filippo, è sopravvissuta fino ai nostri giorni).
(14) si trattava dell’area sulla quale insistevano i grandi orti dei conventi degli ordini mendicanti, poco edificata se si eccettuano le costruzioni cresciute lungo le strade (via San Marco, Via Carratica, Via di Porta al Borgo, Via Lucchese) che portavano alle quattro omonime porte di accesso alla città.
(15) S. Michele, S. Desiderio, S. Maria delle Grazie, S. Giovanni Battista, S. Chiara, S. Sebastiano, S. Lucia, S. Caterina.
(16) gli olivetani di S. Benedetto, s. Domenico, i Serviti, i Frati Minimi, i Chierici regolari minori del crocifisso della Morte.
(17) S. Giuseppe, S. Giovanni dello Scalzo, S. Giuliano, S. Carlo, degli Scalceati, S. Petronio, Misericordia, S. Agostino, della Annunziata, del Suffragio, della Carità, S. Sebastiano, S. Ansano, SS. Mattia e Barbara, S. Sigismondo, S. Bartolomeo, S. Caterina, S. Maria Maddalena, S. Girolamo.                                          
(18)  Il nomignolo col quale era indicato dal popolo pistoiese era “Sciupone de’ Ricci”.
(19) Attribuiti ai pittori Bonaccorso di Cino e Alesso di Andrea, nel 1347.
(20) finirono non si sa come riusate  parte a delimitare l’orto dei marchesi Tucci in Piazza del Carmine, parte nella Villa Imbarcati a Santomato, nei pressi della città.
(21) San Pellegrino, Frassignoli, Sambuca, Pavana, Treppio, Torri.
(22) Già nei capitoli di pace tra Pistoia e Bologna del 1219, che posero termine alle contese dei due comuni su queste zone montane, erano stati riconosciuti a Pistoia i territori di Sambuca (feudo vescovile), Fossato, Torri, Treppio e Monticelli, che tuttavia continuarono  ad appartenere ecclesiasticamente  alla Diocesi di Bologna
(23) Abetone, Melo, Pian degli Ontani, Pianosinatico, Campeda, Lagacci, Orsigna, Maresca, Bardalone, Pontepetri, Spedaletto, Monachino, Le Grazie, Prunetta, Le Piastre.
(24) S.Alessio, S.Agostino, La Vergine, cui va aggiunta Vicofaro già istituita dall’Ippoliti nel 1777 ma di cui il Ricci sposta la sede nel 1783 nella soppressa chiesa dei Cappuccini Bassi.
(25) Santonuovo.
(26) Il progetto di adattamento dell’antico Palazzo era stato elaborato dall’architetto Giovanni Fallani.
(27) opera dell’ingegner Gricci, fiorentino.
(28) Prima di tutto quella di San Marcello.
(29) E’ il caso  della “Madonna delle porrine”, venerata in quanto avrebbe protetto i pistoiesi durante una epidemia di  pustole (porrine) nel 1140. Originariamente l’affresco era posto sulla parete esterna della cattedrale.  In realtà l’affresco che ancor oggi si vede in cattedrale è del ‘300, evidentemente in sostituzione dell’originale deteriorato per la lunga esposizione all’aperto.   All’immagine furono attribuiti vari miracoli anche nei secoli successivi.  Nel 1625 fu tagliato il muro e rivolta verso l’interno, nella navata sinistra, poi fu trasferita entro un vicino altare marmoreo a edicola costruito nel 1626 su disegno del Marcacci.  L’immagine fu racchiusa entro una tela dipinta da Simone Pignoni a spese della famiglia Gatteschi.  All’inizio dell’800 la tela fu sostituita con una nuova decorazione. L’intero altare e la relativa immagine fu poi rimontato più ad ovest di quasi sei metri, nel punto dove ancor oggi si trova.
(30) attribuiti a Frà Giacomo di MIno da Turrita.
(31) Delle “proposizioni” approvate dal sinodo sette furono condannate come eretiche e altre come «scismatiche, erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo de' sacramenti e delle pratiche di santa Chiesa, offensive alla pietà dei fedeli, che turbavano l'ordine delle diverse chiese, il ministero ecclesiastico, la quiete delle anime; che si opponevano ai decreti Tridentini, offendevano la venerazione dovuta alla Madre di Dio, i diritti de' Concilii generali».

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Claudio Gori

Autore di una serie di splendidi audiovisivi sull’arte medievale. Socio e collaboratore di Italia Medievale, è disponibile ad accompagnare in visite guidate per Pistoia e dintorni oppure in Toscana, quanti vogliano scoprirne il ricchissimo passato medievale.

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