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Alle origini del termine francese "roman": la riscoperta del Medioevo
Testo e foto di Claudio Gori
 
 
  Clicca sulle immagini dell'articolo per ingrandirle
 

 

La lingua italiana ha un termine inconfondibile per indicare l’arte dell’XI e XII secolo: si parla del  periodo e dello stile romanico.
Nella lingua francese per indicare il medesimo concetto si usa il termine roman, che peraltro si è affermato molti decenni prima del corrispondente italiano romanico, che ne è infatti derivato.
La particolarità del francese roman è che questo termine è portatore anche di altri, differenti (o apparentemente differenti) significati.  
Roman  infatti può  indicare sia quel prodotto letterario che, in italiano, chiamiamo romanzo sia  quelle lingue, derivate dal latino, che i nostri  linguisti chiamano romanze o neolatine, e che in francese vengono chiamate, anch’esse, romanes.
Quale è l’origine di questa parola francese - roman al singolare maschile, romans al plurale maschile,  romane al singolare femminile, romanes al plurale femminile- dai molteplici significati?

LA NASCITA DELLA LINGUA "ROMANE"

Per rispondere a questa domanda è necessario fare un bel salto indietro nel tempo, all’epoca del formarsi e del differenziarsi delle lingue volgari all’interno dei confini di quello che era stato l’impero romano.
Quindi a quello che definiamo Alto Medioevo.

L'impero di Carlo Magno

Nel IX secolo è già documentato, nei territori della attuale Francia, in occasione di eventi importanti che riguardarono la chiesa e il regno dei franchi, l’uso di una lingua volgare, ormai distante dal latino da cui aveva avuto origine:

- Nell’anno 813 il Concilio di Tours, convocato da Carlomagno, stabilì che nelle regioni nell’impero corrispondenti alle attuali  Francia e Germania gli ecclesiastici dovessero  pronunciare le loro omelie non più in latino ma in «rusticam Romanam linguam aut Theodiscam, quo facilius cuncti possint intellegere quae dicuntur» («nella lingua volgare romana o tedesca, affinchè più facilmente i fedeli possano comprendere quello che viene detto loro»).
Dunque, all’epoca, non veniva più parlato il latino, se non dagli ecclesiastici.
Il popolo non lo comprendeva più, e al suo posto parlava una nuova lingua, che viene definita nel testo con due aggettivi dal valore simile, addirittura intercambiabili: rustica e romana.

Testo del giuramento di Strasburgo


- Nell’ 842 col  Giuramento di Strasburgo Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, nipoti di Carlomagno, si giurarono reciproca fedeltà contro il fratello Lotario I, usando una furmula (arrivata fino a noi) redatta nelle lingue effettivamente usate nei territori loro sottoposti. Ludovico il Germanico lesse il testo del giuramento in una lingua anticipatrice del moderno francese, per essere compreso dalle truppe del  fratello, cui erano spettate le regioni occidentali, corrispondenti alla attuale Francia. Il fratello Carlo lesse un testo dal medesimo contenuto ma redatto in una lingua anticipatrice del moderno tedesco, per essere compreso dalle truppe del fratello Ludovico, che regnava nei territori orientali, corrispondenti grosso modo a quelli della attuale Germania.
All’epoca, quindi, i Franchi occidentali stanziati nel territorio della antica Gallia risultano essere completamente latinizzati, tanto da avere assimilata la lingua delle popolazioni di origine gallo/romana, mentre i franchi orientali, sottoposti a Ludovico il Germanico, avevano mantenuto l’originaria lingua germanica.
Il testo del giuramento costituisce dunque la prima documentazione scritta di una lingua che potremmo definire proto-francese.
           
LA NASCITA DEL  «ROMAN» COME  PRODOTTO LETTERARIO

La sequenza di S. Eulalia

E’ datata circa all’880 la “Sequenza di S. Eulalia” che in 29 versi racconta il martirio di S. Eulalia da Merida,  terminando col testo di una preghiera. Attribuita allo scriptorium di un monastero della attuale Piccardia, si tratta del  primo testo poetico redatto in una lingua volgare oramai del tutto autonoma dal latino e già ampiamente evoluta.
«Parlare nella lingua volgare» corrispondeva, nel tardo latino, all’espressione «romanice loqui». Da quell’avverbio latino, romanice, derivarono romance, poi romanz o romans e infine roman, sostantivo che indicava quindi la lingua volgare comunemente parlata dal popolo, in opposizione al latino che era compreso oramai solo dai chierici.
E’ certo che, con l’andare del tempo, si moltiplicassero i testi letterari scritti in roman. All’inizio si dovette trattare di vite di santi o testi agiografici tradotti dal latino, ai quali poi dovettero seguire testi e componimenti nati e pensati appositamente nella lingua corrente, cioè nella lingua romane (quella che in italiano si definisce romanza). Come la «Sequenza di S. Eulalia», appunto. Il termine roman  passò quindi ad indicare, a partire dal XII secolo, quello che noi chiamiamo il romanzo, cioè un componimento letterario scritto nella lingua romane, derivando da questa il nome.

Erec e Enide - copia manoscritta del 1260 circa

Questa evoluzione si verificò soprattutto nel nord della Francia, dove si parlava quella varietà della lingua romane che, convenzionalmente, è definita lingua d’oïl.
All’origine, nel XII secolo, i romans furono composti in versi, dal secolo successivo prevalentemente in prosa.
Erano destinati, come i romanzi dei nostri giorni, alla lettura individuale (alla quale ragionevolmente si affiancava quella in pubblico, a voce alta) e non al canto e alla declamazione, come avveniva all’epoca con la poesia epica (le Chansons de geste che trattavano le storie di Re Carlo e dei suoi paladini) e con la lirica dei trovatori del sud della Francia inlingua d’oc.
I temi trattati  nei romans furonola Materia Antica (Roman de ThèbesRoman d'Énéas, Roman de Troie, Roman d'Alexandre)  e soprattutto la fascinosa Materia di Bretagna: sono questi ultimi i romanzi detti «arturiani» (Roman de Brut di Wace,  Erec et Enide, Cligès, Yvain, Lancelot ou le Chevalier à la Charrette, Roman de Perceval  ou le Conte du Graal di Chrétien de Troyes).

Roman de la rose - copia manoscritta del 1300-1325

Seguirono tra XIII e XIV secolo romanzi a carattere comico/moralistico (Roman de Renart, Roman de Fauvel) e simbolico/allegorico, dai caratteri estremamente complessi e sofisticati (Roman de la Rose).

I romans, caratterizzati da  avventure cavalleresche, vicende amorose e situazioni fantastiche, ma anche dall’esaltazione dei valori dell’onore e del valore, conquistarono i favori del pubblico, a scapito dei generi concorrenti dell’epica e della lirica.

Perceval cavalca il cavallo nero - versi 1385-1390


Adattati e tradotti nelle varie lingue volgari che si andavano all’epoca formando, ebbero immensa e durevole fortuna in tutta Europa nei secoli successivi.
Per concludere: lo stesso termine, roman,  indicò, già nel XII secolo, in Francia, sia la lingua volgare parlata sia il prodotto letterario che con quella lingua veniva composto.

LA CULTURA FRANCESE ALL’ INIZIO DEL  XIX SECOLO

Esaurita questa necessaria premessa, facciamo  adesso un salto avanti nel tempo fino alla Francia dei primi decenni del XIX secolo che, uscita dalle tormentate vicende della Rivoluzione e dell’impero napoleonico, stava cercando di trovare una sua nuova identità.
Il panorama culturale francese era stato dominato, dalla seconda metà del secolo precedente, dall’ estetica neoclassica che era nata come una sorta di proiezione in campo artistico dell’Illuminismo.
All’esaltazione della Grecia delle libere poleis e dell’antica austera Roma repubblicana, corrente sotto la Rivoluzione, si erano sostituite senza colpo ferire, negli anni della grandeur  napoleonica, le simbologie che rimandavano alla Roma imperiale.

Chiesa de La Madelaine - Parigi - 1764-1842

Era in ogni caso al mondo classico che le élites intellettuali guardavano: il  bello ideale era  identificato con l’arte greca e, solo in subordine, con quella romana. Così il modello architettonico per eccellenza era il tempio greco classico, che in quegli anni venne in effetti imitato e variamente riproposto negli edifici destinati a sede dei musei, dei tribunali, delle borse merci, delle stesse chiese.

LA PESANTE EREDITA’ DELLA RIVOLUZIONE

Durante la Rivoluzione erano state consumate immani distruzioni del patrimonio storico e artistico della Francia: per dieci anni si era infatti  scatenato ed era stato incoraggiato un vandalismo gratuito contro tutto ciò che simboleggiava l’odiato ancien régime, del quale si voleva cancellare ogni traccia a partire dai suoi edifici simbolo.

Le distruzioni si erano ben presto estese agli edifici sacri, che insieme ai beni del clero erano stati già nel 1789 confiscati e dichiarati beni nazionali, e conseguentemente o riconvertiti ad altri usi (è classico il caso delle  chiese, conventi e monasteri  riutilizzati come  caserme, con le navate delle chiese ridotte a scuderie, oppure trasformate in Templi della Ragione) o direttamente messi in vendita per rimpinguare le esauste casse dello stato (con libertà assoluta per gli acquirenti di utilizzare l’edificio a loro esclusiva discrezione: è il caso della frequente trasformazione  degli ampli e solidi locali delle antiche abbazie cistercensi in  officine).
E’ difficile oggi comprendere come sia stato possibile consumare, nell’arco di pochi anni, la perdita  di migliaia di edifici e opere d’arte la cui importanza era, ai nostri occhi, immensa: certo è che a quegli antichi edifici e a quei capolavori non venne riconosciuto  nessun valore storico (in quanto eredità di un passato che si voleva cancellare) nè artistico.
In particolare i venerandi (e spesso cadenti e assai alterati) edifici medievali, così distanti dall’estetica  neoclassica condivisa, come abbiamo visto, anche dai  giacobini, venivano qualificati in blocco come «gotici», cioè barbari, e quindi erano visti come privi di una qualsiasi qualità e dignità artistica che ne giustificasse la conservazione.
L’unico valore che veniva loro riconosciuto era quello dei materiali con i quali erano stati costruiti, materiali che, tramite la distruzione degli edifici stessi, era possibile recuperare e rivendere.
Valga come esempio tra tutti il caso dell’Abbazia di Jumièges, in Normandia, devastata durante la Rivoluzione, poi dichiarata bene nazionale e infine venduta a privati nel 1795. Il  primo acquirente, Pierre Lescuyer, distrusse  il chiostro del ‘300 e il dormitorio.
Nel 1802 il nuovo proprietario, Jean-Baptiste Lefort, commerciante di legname,  non si fece scrupolo di far esplodere il coro per vendere le pietre delle muraglie così demolite.  Fino al 1824 la chiesa fu utilizzata quindi come cava di pietre da rivendere: ciò che ne resta oggi è un povero, bellissimo relitto, che ci fa immaginare l’antica perfezione.

NEL SEGNO DEL ROMANTICISMO

Caduto Napoleone, nell’ambito del generale processo di Restaurazione che coinvolse tutta l’Europa, si sviluppò in Francia una forte reazione anti-illministica, che si espresse in campo religioso con un  rinnovato attivismo cattolico e una forte spinta clericale, e in campo politico con una accentuata  reazione conservatrice e monarchica.
Venne posta in discussione la stessa filosofia dei Lumi, ispiratrice della Rivoluzione. Tappa  fondamentale di questo recupero dell’identità religiosa e cattolica della Francia fu Génie du Christianisme che Chateaubriand, padre del Romanticismo (1768-1848), scrisse durante l’esilio a Londra e pubblicò già nel 1802.
Gradualmente, sotto l’influenza del Romanticismo, si iniziò a rivalutare l’arte medievale tanto disprezzata dagli illuministi e dai neoclassici sulla scia di un pregiudizio plurisecolare, condiviso fino ad allora da tutte le élites intellettuali europee, risalente al Vasari.

Sainte Chapelle Parigi 1246-1248

A poco a poco l’arte medievale fu vista, in realtà, come parte fondamentale della identità storica e culturale  francese, e come tale rivalutata a scapito del Rinascimento, venuto dall’Italia e perciò  percepito come qualcosa di intimamente estraneo alla tradizione nazionale.

Notre-Dame de Paris - illustrazione di Alfred Barbou per l'edizione del 1858

Anche il clamoroso successo del capolavoro di Victor Hugo, pubblicato nel 1831, Notre-Dame de Paris, ambientato nella cattedrale medievale di Parigi, martoriata dalla Rivoluzione, è indice del diffondersi di questa  nuova sensibilità riguardo al patrimonio artistico medievale, che sul suolo francese poteva vantare così tante opere memorabili.

I PRIMI STUDI SULLA CULTURA E L’ARTE DEL  MEDIOEVO

Il recupero del passato comportò, in quegli anni, anche l’inizio degli studi filologici sull’origine della lingua e della letteratura francese.
Autore dei primi studi sull’argomento, con particolare riguardo alla poesia medievale, fu l’abate Gervais de La Rue (1751-1835), ecclesiastico fugggito anch’egli a Londra durante la Rivoluzione, al quale dobbiamo la scoperta, proprio negli archivi inglesi, di vari poemi francesi del Medioevo.

Gervais Delarue (1751-1835)

Parallelamente, iniziarono anche i primi studi sull’arte del Medievo, nella quale si cercava di distinguere  i vari stili e di individuare una cronologia.
Regnava a proposito all’epoca la più assoluta confusione.

In questo campo un risveglio degli studi si era verificato in Inghilterra, dove era apparsa nel 1817  l’opera pioneristica di Thomas Rickman Un tentativo di discriminare gli stili architettonici dell'Inghilterra dalla Conquista alla Riforma.

Essay on Gothic Architecture - Thomas Rickman - 1825

Rickman, a proposito della architettura che si era sviluppata in Normandia dopo  l’anno mille per essere poi trapiantata in Inghilterra dopo la conquista normanna del 1066, usava nella sua operale definizioni di normanno, inglese primitivo, decorato e perpendicolare.
Questa opera influenzò e incoraggiò non poco gli studiosi francesi, soprattutto della vicina Normandia, come vedremo.

IL SOTTILE PIACERE DELLE ROVINE
                            
La frequentazione  delle fascinose e pittoresche costruzioni  medievali, spesso sopravvissute allo stato di rudere nelle campagne, divenne di moda.

Caspar David Friedrich - L'abbazia nel querceto - 1809


Si affermò così, in tutta Europa, il gusto romantico per le rovine, che venivano  esibite (al pari dei grandi e inquietanti spettacoli naturali) alla curiosità delle anime sensibili per stimolarne la riflessione sul tempo che tutto distrugge e sulla morte.

Caspar David Friedrich - Viaggiatore sopra il mare di nebbia - 1818

A volte, si trattava di autentiche rovine di autentici edifici medievali, come nel caso dei ruderi della chiesa di Corbeil, demolita nel 1819, comprati nel 1823 dal Conte di Gontaut-Biron e da questi fatti rimontare come curiosità nel parco del suo Castello di Montgermont.

Ruderi della chiesa di Notre-Dame de Corbeil - Castello di Montgermont - Pringy - Francia


Altre volte false rovine vennero appositamente  costruite  nei giardini, secondo la moda del giardino all’inglese.
Si arrivò a massacrare autentici monumenti ancora integri per ricavarne ruderi, come nel caso del Monastero cistercense di Ourscamp, presso Soisson, messa in vendita come Bene Nazionale  e comprata nel 1798 dal finanziere e trafficante Maximilien Radix de Sainte-Foy, amante dei giardini all’inglese e delle rovine artificiali.
Costui non esitò a far demolire le volte della chiesa del XIII secolo, riducendole  ad un pittoresco  scheletro. Diventata in seguito filatura di cotone, durante la prima guerra mondiale  la sventurata abbazia, occupata dai tedeschi, finirà peraltro bombardata dagli alleati.

IL MEDIOEVO COME  CULLA DELL’IDENTITA’ NAZIONALE

Si capì che il Medioevo, sino ad allora disprezzato, era stato in realtà il crogiolo della nazione francese. Altrettanto successe, sulla scia della Francia, nelle altre nazioni europee: ovunque si vide  nel proprio specifico passato nazionale, e soprattutto in quello medioevale (opportunamente e  romanticamente mitizzato) il fondamento della propria identità linguistica, etnica, storica, artistica, religiosa, spirituale.
Così, fu riabilitata Giovanna d’Arco, che era stata ridicolizzata da Voltaire  nel suo poema satirico La Pucelle d'Orléans, nel quale era divenuta il simbolo di un medievale barbaro e ignorante.
L'Illuminismo e la Rivoluzione erano stati tanto ostili nei confronti di Giovanna quanto severi nei confronti dei suoi studiosi: fra questi Clément de l'Averdy,  che era stato  nel 1793 ghigliottinato. Nello stesso anno, le feste in onore di Giovanna d'Arco erano state  soppresse, e varie sue statue fuse.
Nel nuovo clima romantico, Giovanna tornò ad essere un’eroina, simbolo della patria francese in lotta contro gli stranieri oppressori, tanto che tutti vollero appropriarsi della sua figura, repubblicani e monarchici, laici ed ecclesiastici.

Giovanna D'Arco alla incoronazione di Carlo VII. Jean-Auguste-Dominique. Ingres - 1854

IL PRIMO USO DEL TERMINE «ROMAN» RIFERITO ALL’ARTE: CHARLES DE GERVILLE

Come abbiamo detto sopra, da secoli era consolidato nella lingua francese l’uso del termine roman  ad indicare il genere letterario che, a partire dal XII secolo in poi, aveva utilizzato non il latino ma la lingua francese corrente.
All’inizio dell‘800 per la prima volta il termine roman viene usato in un nuovo senso, cioè per indicare fenomeni artistici (in particolare l’architettura medievale)  in una lettera inviata da Charles de Gerville(1769-1853) a Auguste Le Prévost (1787-1859) entrambi, secondo l’accezione al tempo corrente del termine, antiquiari della Normandia.

Charles de Gerville (1769-1853)

Il primo, Charles de Gerville, già combattente nelle truppe degli emigrati francesi controrivoluzionari, era storico e archeologo. Il secondo, Auguste Le Prevost, anch’egli storico e archeologo, era anche linguista, autore di  studi di filologia antica e moderna. A lui tra l’altro dobbiamo l’invenzione del termine flamboyant («fiammeggiante») che si impose ben presto per indicare l’ultima fase dell’arte gotica.
Nella sua lettera del 18 Dicembre 1818 Arcisse de Caumont così scrive:
«Je vous ai quelquefois parlé d’architecture romane. C’est un mot de ma façonqui me paraît heureusement inventé pour remplacer les mots insignifiants de saxone et de normande. Tout le monde convient que cette architecture, lourde et grossière, est l’opus romanum dénaturé ou successivement dégradé par nos rudes ancêtres. Alors aussi, de la langue latine, également estropiée, se faisait cette langue romane dont l’origine et la dégradation ont tant d’analogie avec l’origine et les progrès de l’architecture. Dites-moi donc, je vous prie, que mon nom romane est heureusement trouvé»
(“Vi ho talvolta parlato di architettura romane. E’ un termine che ho coniato io, che mi sembra felicemente inventato per sostituire termini insignificanti come sassone e normanno. Tutti possono convenire che questa architettura, pesante e grossolana, è l’opus romanum snaturato e poi degradato dai nostri rudi antenati. Allora, in modo simile, dalla lingua latina, similmente storpiata, andava formandosi questa lingua romane la cui origine e la cui degradazione hanno molte analogie con l’origine e i progressi dell’architettura. Dunque, confermatemi, ve ne prego, che il mio termine romane è una brillante trovata!”).

Chiesa di Notre-Dame d' Echillais - Charente Maritime - Francia - XII secolo

In sintesi: l’architettura romane era vista dunque da Charles de Gerville come erede (sia pure rozza e degradata) dell’architettura romana, così come eredi della lingua dei romani (il latino) erano le varie lingue romanes(in italiano si direbbe romanze ), come il francese, lo spagnolo, l’italiano etc,  che si erano sviluppate dal latino nelle varie aree dell’antico impero romano, rapidamente  differenziandosi fra di loro.

Diffusione delle lingue romanze in Europa

Si poteva dunque mettere in relazione lo sviluppo, nel Medioevo, della architettura romane, della lingua romane e dei romans, cioè i romanzi che con quella lingua erano stati scritti.
Nei tre ambiti (quello linguistico, quello letterario, quello artistico/architettonico) lo sviluppo dalla comune matrice latina/romana era dunque proceduto in parallelo.
Un unico termine, roman, poteva quindi a buon diritto essere usato per definire queste creazioni  originali del Medioevo (la nuova lingua, la nuova forma letteraria, la nuova architettura) frutto di uno stesso sviluppo storico.

LA DIFFUSIONE DEL TERMINE «ROMAN»: ARCISSE DE CAUMONT

Nell’ambiente degli antiquiari o archeologi (i due termini all’epoca erano sinomimi, e indicavano gli appassionati, gli studiosi, i collezionisti delle antichità) francesi il termine «roman», elaborato dai colleghi della Normandia, fu gradualmente accolto, adottato e diffuso, tanto da affermarsi anche in ambito accademico.

Arcisse de Caumont (1801 - 1873)

Il merito fu essenzialmente di Arcisse de Caumont (1801-1873), appassionato archeologo, anch’egli normanno,  la cui famiglia, nobile, era stata perseguitata durante la Rivoluzione.
Molto legato alla sua terra, aveva fondato nel 1824 la Societé des antiquaires de Normandie, con sede a Caen, che, trapiantata a Parigi, divenne nel 1833 la Société française d'archéologie, dal 1835 dotata di un proprio organo: il Bulletin Monumental.
Arcisse de Caumont fu autore di oltre trenta volumi sull’archeologia in Francia, tra i quali nel 1820 Essai sur l’architecture de Meyen Age, particulierement en Normandie, fino all’Abécedaire d’archéologie francaise, pubblicato in varie edizioni dal 1850 al 1870.

Abécedaire ou rudiment d'archéologie - seconda edizione

La sua passione per le testimonianze storiche della sua terra fu tale da acquistare di tasca propria,  per salvarli dalla totale distruzione,  gli ultimi resti dell’Abbazia di Savigny, del XII secolo, che negli anni successivi alla Rivoluzione era divenuta una cava di pietre: queste venivano ricavate, come a Jumièges, con demolizioni per le quali non veniva risparmiata la dinamite.
Arcisse de Caumont non ebbe una adesione nostalgica, religiosa e mistica al Medioevo e alla sua arte (come i romantici suoi contemporanei) né politica (in chiave monarchica, clericale e anti-illuministica) ma, a suo modo, un approccio scientifico che troviamo veramente notevole per l’epoca.

LA CLASSIFICAZIONE  DEGLI STILI DEL MEDIOEVO

Per tutta la vita fu impegnato nello studio e nella catalogazione degli edifici medievali, sacri e profani,  della sua terra, la Normandia.

Questi furono da lui divisi (e fu questa la grande novità) secondo un criterio temporale in «due grandi orizzonti cronologici»:  edifici  romans (diremmo noi romanici)  ed edifici ogivali (quelli che oggi chiamiamo gotici) rifiutando la gabbia della vecchia definizione del Medioevo come un tutto unico indifferenziato primitivo e barbaro,  e quindi il conseguente pregiudizio per il quale in quei secoli lunghi secoli non vi sarebbe stata nessuna evoluzione nello stile costruttivo.

Portale della chiesa romanica di Notre-Dame a Serquigny (Haute Normandie)

Gli edifici del XI e XII secolo, caratterizzati dall’arco a tutto sesto, dalla volte a botte e dalle  cupole, la cui monumentalità era paragonabile a quella degli edifici degli antichi romani, dei quali erano visti come diretti eredi, furono quindi chiamati da Arcisse de Caumont romans  (il termine fu  ripreso tale e quale da Gerville, però specificandone l’ambito e l’estensione temporale).
Gli edifici del XIII e XIV secolo, caratterizzati dall’arco e dalle volte ogivali, furono appunto  chiamati da Arcisse de Caumont  ogivals, anche perchè, come abbiamo visto,  il termine gotique  era all’epoca ancora troppo connotato in senso negativo per essere usato e si sarebbe prestato fatalmente a molteplici equivoci.

Cattedrale gotica di Notre-Dame a Rouen - XII-XVI secolo


L’arco e le volte ogivali erano sconosciute agli antichi romani: quindi l’arte ogivale fu vista come  un qualcosa di estraneo alla eredità romana. E infatti Arcisse de Caumont pensava (sbagliando, come vedremo) che fosse di origine germanica.
Il periodo roman  (cioè romanico) venne poi diviso da Arcisse de Caumont  in tre sottoperiodi, o meglio  in tre “epoche”: prima epoca, o epoca primordiale (V-X secolo); seconda epoca (dalla fine del  X alla fine dell’XI secolo); terza epoca, detta di transizione (XII secolo).

Dalla fine del XII secolo  si era affermato poi lo stile ogivale, di cui si potevano contare tre fasi: epoca primaria o primitiva (XIII secolo), secondaria (XIV secolo), terziaria (XV e prima metà del XVI secolo).

ARCHEOLOGIA E SCIENZE NATURALI

La divisione in epoche  degli stili architettonici  proposta da Arcisse de Caumont ricorda indubbiamente quella analoga delle epoche geologiche: d’altra parte era proprio in quegli anni che geologica e  paleontologia stavano nascendo.
E in effetti Arcisse de Caumont aveva, oltre che interessi storici e archeologici, forti interessi scientifici:  nel 1823  aveva fondato la Société  linnéenne du Calvados, dal 1827 divenuta Société linnéenne de Normandie.

In pratica Arcisse de Caumont non fece altro che applicare agli edifici del passato lo stesso metodo di indagine scientifica che, secondo l’insegnamento  di Linneo (1707-1778), padre della moderna  classificazione scientifica degli esseri viventi, si andava applicando alla natura.
                                                                 
D’altra parte, Arcisse non fu il solo archeologo ad affiancare agli studi storici  interessi di tipo scientifico: anche il primo presidente della Société des antiquaires de Normandie,  Henry de Magneville (1771-1847), era infatti un geologo.

Arcisse de Caumont affermò  chiaramente in una conferenza pubblica: «On peut analyser les caractères d’un édifice, pour découvrir à quelle époque il a été construit, comme on analyse les organes d’une plante pour trouver à quel genre elle appartient» (“Si possono  analizzare i caratteri di un edificio per scoprire in quale epoca è stato costruito,  così come  si analizzano gli organi di una pianta per individuare a quale genere essa appartenga”).
Sempre secondo un’ottica scientifica, iniziò ad elaborare  una «geografia degli stili»:  la varietà delle scuole regionali dell’arte medievale furono da lui collegate ai  vari terreni geologici e quindi  al tipo di pietre localmente usate nelle costruzioni e nelle decorazioni.
Da notare infine che il termine ogival, che come abbiamo visto fu usato da Arcisse de Caumont per indicare l’arte dal XII secolo in poi, non ebbe analoga fortuna del termine roman:  in effetti al posto di ogival  si impose ben presto la definizione (ancora corrente ai nostri giorni) di gotique (gotico),  termine che ha perso nel tempo il valore negativo ancora corrente all’epoca di Arcisse de Caumont  per denotare semplicemente, in modo neutro, uno stile e un periodo nell’evoluzione artistica.

LA RISPOSTA DI QUATREMÈRE DE QUINCY

E’ a Arcisse de Caumont che si rivolge, nel 1820, Quatremère de Quincy (1755-1849).
Questi, esponente del neoclassicismo, legato a Canova, dal 1816 al 1839 segretario dell’Académie des beaux-arts, sulla scia del pregiudizio illuminista vedeva nel Medioevo un periodo spaventoso, nel quale l’arte del costruire avrebbe fatto raccapriccianti passi all’indietro rispetto allo splendore del mondo classico.

Cercando di dissuadere  Arcisse de Caumont dai suoi interessi per il Medioevo  lo apostrofava infatti così:

«Comment voulez-vous que, après avoir étudié l’art grec, je puisse envisager (considerare) ces monuments gothiques, dont les murs semblent vouloir tomber et ne tiennent debout qu’à l’aide d’une forêt…de contreforts dont l’effet est pour moi des plus désagréables ; non, je ne m’occuperai jamais de cette architecture-là…Je sais bien que les romantiques voudraient remettre (far tornar di moda) ce singulier style à la mode…c’est vraiment faire rétrograder le goût».

(«Come potete pretendere che, dopo aver studiato l’arte greca, io possa prendere in considerazione questi monumenti gotici, i cui muri sembrano voler cadere e non stanno in piedi se non con il sostegno di una foresta…di contrafforti il cui effetto è per me dei più sgradevoli; no, io non mi occuperò mai di questa architettura…So bene che i romantici vorrebbero far tornar di moda questo singolare stile…questo sarebbe veramente far retrocedere il gusto».)

Quatremère de Quincy pubblìcò negli anni  1820 le ultime parti del suo Dictionnaire d’architecture.
A proposito del gotico, vi si legge: «l’art… gothique ne fut qu’un produit de la corruption du goût, de l’ignorance de toutes règles, de l’absence de tout sentiment original; ce fut une sorte de monstre engendré dans le chaos de toutes les idées, dans la nuit de la barbarie…».

(“l’arte… gotica non fu che un prodotto della corruzione del gusto, dell’ignoranza di tutte le regole, dell’assenza di ogni sentimento originale; fu una sorta di mostro generato nel caos di tutte le idee, nella notte della barbarie…”)

Caos, notte e barbarie: esattamente ciò che affascinava i romantici…

DOPO ARCISSE DE CAUMONT

Nonostante le resistenze dei molti che ancora condividevano le antiquate opinioni di Quatremère de Quincy,  le idee e la terminologia usata da  Arcisse de Caumont si imposero universalmente.
Nel 1857 il Dictionnaire universel des sciences, des lettres et des arts, redatto da  Nicolas Bouillet, accolse il nuovo significato del termine roman in architettura, accanto al significato corrente in letteratura e in linguistica. Lo si definisce in modo stringato “style romain altéré” (“stile romano alterato”), e lo si riferisce imprecisamente agli “édifices religeux élevés en France depuis la fin du V° jusq’au XI° siècle” (“edifici religiosi costruiti in Francia dalla fine del V secolo fino all’XI secolo”).

Dictionnaire universel des sciences, des lettres et des art


Tuttavia, va notato come molti dei presupposti sui quali si basava il meritorio lavoro di Arcisse de Caumont appaiono ai nostri occhi fragili e alcuni addirittura sbagliati: l’arte e l’architettura per noi  appartengono infatti all’ambito delle discipline umanistiche, non a quello delle  scienze naturali, nè riteniamo certo utile cercare conferma o smentita alle proprie teorie sull’arte e l’architettura ricorrendo ai metodi di studio propri della botanica.
La loro comprensione,  più che allo studio dei materiali e della geologia delle varie regioni, è legata allo studio della storia, della evoluzione dei costumi, della religiosità, della liturgia e della cultura.

Comunque, grazie al lavoro instancabile di queste società di savants, nei primi decenni dell’ 800 in Francia si andò diffondendo la consapevolezza della necessità di una tutela dei beni storici sopravvissuti alla catastrofe della Rivoluzione, che porterà, nel 1830, alla creazione della carica di Ispettore dei Monumenti Storici, di cui sarà titolare, dopo il 1834, Prosper Mérimée (1803-1870).

Nel 1837 fu creata la Commission des monuments historiques, alla quale spettò  il lavoro di inventariazione, classificazione, attribuzione dei fondi per i restauri e nomina degli architetti ai quali i restauri venivano affidati.
Nel 1840 la Commissione pubblicò una prima lista che contava 934 monumenti storici da tutelare, la cui conservazione richiedeva peraltro urgenti e costosi lavori. Tale lista verrà progressivamente ampliata nei decenni successivi.
A testimonianza dell’apertura alle novità dei tempi, nel 1851 la Commissione varerà la Mission héliographique, incaricata di documentare in modo sistematico, attraverso la fotografia, i monumenti francesi.

UN GRANDE PROTAGONISTA: VIOLLET LE DUC

Fatta propria la definizione di architettura romane proposta da Arcisse de Caumont,  la fase architettonica successiva fu definita da Viollet-le-Duc indifferentemente ogivale o gotique: ciò che interessava al nostro erano non tanto le definizioni, quanto l’indagine puntuale sugli edifici e sugli stili.
Così un moderno criterio cronologico lo portò sempre a distinguere “l’architettura della fine del XII secolo” da quella “dell’inizio del XIII secolo” etc. in tutte le loro possibili varianti regionali e locali, con una capacità critica che non possiamo che ammirare e condividere.

Il fatto che l’arte gotica fosse fiorita nei domini reali del Nord della Francia a partire dal XII secolo venne da Viollet-le-Duc spiegato storicamente da un lato con l’affermarsi definitivo, in quell’epoca, della solida monarchia francese e dall’altro con l’emergere in quelle regioni di una ricca borghesia cittadina, che in gran parte sostenne l’enorme sforzo finanziario che si era reso necessario per innalzare quelle immense e costosissime costruzioni.

Lo stile gotico delle grandi cattedrali  rappresentava  per Viollet-le-Duc, rispetto al romanico, un cambiamento epocale nel modo di costruire, era il frutto di una impressionante evoluzione tecnica, era «un art nouveau dont le principe est en opposition manifeste avec le principe des arts de l’antiquité» («una nuova arte il cui principio è in opposizione manifesta col principio delle arti dell’antichità»): è proprio nell’arte gotica perciò, e non negli scimmiottamenti neoclassici dell’arte greca e romana che andava vista la più alta e autentica espressione del genio francese.

Con Viollet-le-Duc quindi i pregiudizi che Illuminismo e Neoclassicismo da un lato, Romanticismo dall’altro avevano nutrito nei confronti dell’arte ed in particolare della architettura medievale sono definivamente spazzati via, e sono corrette anche le imprecisioni contenute nel sia pur importantissimo lavoro di Arcisse de Caumont.

GRANDEZZA E ARBITRIO DEL RESTAURO STILISTICO

Come è noto, è a Viollet-le-Duc che dobbiamo la scandalosa affermazione:
«Restaurer un édifice, ce n'est pas l'entretenir, le réparer ou le refaire, c'est le rétablir dans un état complet qui peut n'avoir jamais existé à un moment donné.»
(«Restaurare un edificio,  non è mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito  in un dato momento»)

Restauro dunque  come atto altamente creativo, che ricollega il moderno restauratore direttamente alle intenzioni (desumibili da ciò che restava del monumento) degli antichi costruttori.
Da qui la necessità di conoscere perfettamente le antiche tecniche costruttive, sulle quali il Dizionario ragionato dava ragguagli straordinariamente esaurienti: se bisognava continuare il lavoro lasciato interrotto dai costruttori,  o portarlo a compimento, oppure ripristinarlo, lo si doveva infatti fare in modo ineccepibile e credibile.

Con Viollet-le-Duc  inizia quindi la titanica e discutibile stagione del restauro stilistico:  a lui sono dovuti gli interventi  (a volte sconfinati in totali rifacimenti) su Notre Dame a Parigi, la Basilica di S. Denis, la Madelaine a Vezelay, il Castello di Pierrefond, la Cittadella di Carcassonne.

Carcassonne prima dei restauri di Viollet-le-Duc Carcassonne dopo i restauri di Viollet-le-Duc

E tanto radicali furono questi suoi interventi, che in tempi vicini a noi (1195-1996) si è voluto riportare la parte absidale della Basilica di St. Sernin a Tolosa, dove pure il grande architetto aveva lavorato, allo stato precedente il suo intervento, preferendo le incognite della de-restaurazione alla conservazione del monumento nello stato perfetto ma falso in cui Viollet-le-Duc lo aveva lasciato.

Mettendo da parte il caso di St. Sernin, verrebbe voglia di dire che al nostro Viollet-le-Duc sia toccato il lavoro sporco: probabilmente, se avesse applicato a Carcassonne o a Pierrefond o a Vezelay gli attuali asettici principi del restauro ultracorretto e ultrascientifico, ma anche terribilmente intempestivo e lento nei tempi di intevento, quei traballanti edifici sarebbero nel frattempo definitivamente crollati…

IL PUNTO DI VISTA ATTUALE

Oggi non si ritiene né opportuno né lecito «integrare» i monumenti del passato in fase di restauro, come aveva teorizzato e pesantemente messo in pratica Viollet-le-Duc.
Non si vede più una netta contrapposizione tra i due principali stili dell’arte medievale (romanico e gotico), ma piuttosto una loro intima compenetrazione. Molti elementi che superficialmente consideriamo tipici del gotico (come l’uso dell’arco ogivale) sono in effetti già presenti nel romanico già all’inizio del  XII secolo (vedi Cluny III, o il romanico provenzale) ben prima che trionfassero nel XIII secolo nelle grandi cattedrali irte di pinnacoli e di archi rampanti del nord della Francia.
Quella che noi chiamiamo convenzionalmente architettura gotica potrebbe esser considerata come una evoluzione del romanico stesso, più che come una vera rivoluzione.
Tanto meno si pensa ad una origine germanica dell’architettura gotica (come aveva sostenuto Arcisse de Caumont) che si sviluppò  in tutta l’Europa centro-settentrionale avendo però come nucleo creatore e propulsore la regione parigina e il nord della Francia.
I termini romanico e gotico (al pari dei termini rinascimentale, manieristico o barocco) appaiono  oggi poco di più che comodi e convenzionali strumenti classificatori, che però sono anche assai poco precisi. La realtà dell’evoluzione dell’arte è -per fortuna- molto più complessa e ricca dei termini che provano, a posteriori, a classificarla e definirla.
Non esiste un solo romanico, come non esiste un solo gotico: la pluralità degli accenti e delle varianti  regionali è tale che, legittimamente, si dovrebbe parlare di molti romanici e di molti gotici.
A rigore, poi, ogni edificio e ogni prodotto artistico è qualcosa di unico e irripetibile: il volerlo  per forza incasellare in una qualche famiglia precostituita non è mai cosa pienamente soddisfacente.

CONCLUSIONE
                                                      
Detto questo, bisogna comunque riconoscere che nei primi decenni dell‘800 (sia pure tra limiti, ingenuità, errori) la cultura francese  elaborò la moderna terminologia della storia dell’arte, la classificazione in stili che ancora oggi usiamo, definì e discusse i criteri del restauro, ispirò  la legislazione di tutela dei beni storici, confermando alla Francia quella funzione di guida culturale dell’Europa che già aveva svolto nel secolo precedente.

Dobbiamo tutto questo ad una serie di uomini eccezionali, che col loro concreto agire,  più ancora che col loro pensiero, seppero tenere alto il prestigio della cultura francese e stanno alla base del nostro moderno modo di vedere l’arte e la sua storia:  Charles de Gerville, Arcisse de Caumont, Prosper Merimée, Viollet-le-Duc per primi.

Claudio Gori

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Claudio Gori

Autore di una serie di splendidi audiovisivi sull’arte medievale. Socio e collaboratore di Italia Medievale, è disponibile ad accompagnare in visite guidate per Pistoia e dintorni oppure in Toscana, quanti vogliano scoprirne il ricchissimo passato medievale.

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