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San Claudio al Chienti

di Furio Cappelli

San Claudio al Chienti (foto di Mauro Piergigli)


Nella media val di Chienti, in territorio di Corridonia (Macerata), sorge la singolare chiesa romanica di San Claudio al Chienti. Isolata nel mezzo della campagna, corredata da un edificio oggi adibito ad albergo, suscita molteplici interrogativi sulla sua funzione e sulle sue origini, per effetto di una veste architettonica piuttosto singolare. È infatti una chiesa a pianta centrale, costituita da due aule sovrapposte identiche, di forma quadrata, suddivise in tre navate di uguale ampiezza da quattro pilastri centrali. La massa cubica della struttura, su cui in origine svettava forse una cupola su tiburio ottagonale, è poi arricchita da due torri gemelle frontali di forma cilindrica, che alloggiano al loro interno le scale a chiocciola di collegamento tra i due piani dell’edificio.
Grazie all’approfondita analisi svolta da Hildegard Sahler, è ormai comprovato che San Claudio fu realizzata nel sec. XI, ponendosi come capofila di un gruppo di edifici marchigiani che adottano lo stesso schema della pianta: oltre a San Claudio, il gruppo comprende San Vittore alle Chiuse a Genga di Frasassi, Santa Croce di Sassoferrato, Santa Maria delle Moje in territorio jesino. Sono state definite chiese “a croce greca iscritta”, e per effetto di ciò è stato più volte invocato un marcato influsso dell’Oriente bizantino. Ma la Sahler ha dimostrato che le chiese di pianta analoga nelle aree soggette al dominio o all’influsso diretto di Costantinopoli, hanno una concezione diversa a partire dalla pianta stessa, dove si cerca sempre una maggiore evidenza nei bracci che compongono la croce centrale. Differenti, poi, di conseguenza, sono gli sviluppi dell’alzato.
Le tangenze più significative della tipologia di San Claudio vanno piuttosto cercate proprio in Occidente, dove molteplici sono i riscontri di doppie torri frontali, di cappelle o di chiese a due piani, e dove la tipica pianta “quadrata a quattro sostegni centrali” è già ben nota nell’edilizia di rappresentanza del Sacro romano impero. Basti ricordare l’oratorio celeberrimo del Salvatore voluto dal vescovo Teodulfo d’Orléans a Germigny-des-Prés per la sua residenza di campagna (803-806), la cappella imperiale di Nostra Signora a Goslar (1034-38), in Germania, ricostruibile grazie agli scavi, o la cappella a due piani di Sant’Emmerano e Santa Caterina (1080-1100) annessa alla meravigliosa cattedrale tedesca di Spira.
San Claudio sembrerebbe distante sia in senso geografico che storico-culturale da questa casistica, ma la ricostruzione del suo specifico contesto toglie ogni perplessità al riguardo. Essa ricadeva nel territorio della diocesi di Fermo, e il vescovo di questa città cercava spesso e volentieri di manifestare la sua fedeltà al Sacro romano impero. Per effetto della riforma “imperiale” della Chiesa, Fermo ebbe peraltro un presule di probabili origini germaniche, Udalrico (1057-1074). Egli legò il suo nome a numerose imprese edilizie, ed è il probabile committente di San Claudio, come ha di recente proposto Paolo Piva.
La stessa Sahler ha dimostrato che la struttura a due piani era proprio in ossequio alla duplice funzione di San Claudio. La chiesa inferiore era aperta al pubblico dei fedeli della zona, vista la qualifica di “pieve” che l’istituzione allora rivestiva. La chiesa superiore era una vera e propria cappella privata al servizio del vescovo, che soggiornava periodicamente nel palazzo adiacente. Il palazzo in questione, poi, era direttamente collegato alla chiesa superiore. San Claudio era dunque, al tempo stesso, pieve e cappella palatina al servizio del vescovo di Fermo.

Furio Cappelli

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Furio Cappelli

è Dottore di ricerca in Storia dell'arte e collabora attualmente alla rivista mensile "Medioevo".
Per contattare l'autore scrivi a:
furiocap@tiscali.it.