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Santa Giustina di Sezzadio
Testo di Davide Ferraris
 
 

Particolare del mosaico della cripta

 

 

La chiesa abbaziale di Santa Giustina di Sezzadio sorge nella campagna del Monferrato, tra Alessandria e Acqui Terme.
Edificata, secondo la tradizione, nel 722 per volontà del re longobardo Liutprando, fu completamente rinnovata nel 1030 dal marchese di Sezzadio Otberto a cui si deve anche la decisione di affiancarle un monastero affidato poi ai monaci benedettini.
Il prestigio del complesso crebbe costantemente nel tempo, raggiungendo l’apice tra l’XI e il XII secolo quando ebbe inizio la fase di declino.
Assegnato successivamente agli abati di Sant’Ambrogio di Milano, vide, in epoca napoleonica, i suoi possedimenti assegnati ai veterani dell’esercito.
Nel 1863 ciò che rimaneva del complesso fu acquistato e restaurato dalla famiglia Frascara che ne fece la propria residenza.
La chiesa, a impianto romanico con elementi gotici, rimane la parte più interessante dell’intera struttura.
L’interno è suddiviso in tre navate ed è coperto con volte a crociera del XV secolo.
In due delle tre absidi sono tuttora visibili le interessanti decorazioni ad affresco
Nella piccola abside di sinistra è conservata buona parte di una ciclo dedicato alle Storie della Vergine comprendente, partendo dalla fascia inferiore, l’annuncio della morte alla Vergine, il raduno miracoloso degli apostoli, la morte della Vergine e i suoi funerali e, nella parte più alta, la scena dell’Assunzione.
Molto più complesso risulta il ciclo che orna l’abside maggiore.
Nel catino è raffigurato il Giudizio Universale con, al centro, Cristo giudice in mandorla circondato dai simboli degli evangelisti e affiancato da alcuni santi tra cui Santa Giustina.
Cristo tiene sulle ginocchia un libro aperto su cui, in base alle tracce di scrittura ancora visibili, sono riconoscibili alcuni passi del Vangelo di Matteo allusivi appunto al Giudizio Universale.
Sotto la mandorla è raffigurata la resurrezione della carne sormontata da due angeli con le trombe.
Ai lati della resurrezione, ma separate ed indipendenti da essa, si trovano la Gerusalemme Celeste (a destra di Cristo) e l’Inferno (a sinistra) che, in accordo con le parole di Matteo, rappresentano gli opposti esiti di differenti scelte di vita.
Il Paradiso è rappresentato come una città cinta di mura a cui si accede da una porta custodita da San Pietro.
La rappresentazione della città è strutturata in modo tale da rendere ben visibile ciò che accade all’interno degli edifici, in cui i beati vengono ricompensati direttamente da Cristo per le loro azioni caritatevoli che si ricollegano alle opere di misericordia.
L’Inferno, ubicato come si è già detto alla sinistra di Cristo, è costituito invece da un insieme di grotte e di spazi non meglio definibili.
Gli affreschi in questa parte sono piuttosto danneggiati, tuttavia sono comunque distinguibili i dannati afflitti dai vari tormenti e, tra la finestra e il bordo dell’abside, il Diavolo munito di ali.
Nel registro inferiore, separate dal giudizio universale da una cornice, sono raffigurate le sei scene della Passione che si leggono, a partire dall’alto, da sinistra verso destra.
La prima scena, piuttosto rara nei cicli ad affresco e più diffusa nelle miniature dei libri d’ore, rappresenta l’Inchiodamento alla croce.
Della seconda scena, a causa dell’apertura di una finestra nel XVI secolo, è rimasto solo un frammento raffigurante un drappo bianco sorretto da due angeli: nonostante le difficoltà interpretative gli studiosi ritengono tuttavia che probabilmente l’episodio qui raffigurato fosse quello della Crocifissione e che sul drappo fosse rappresentata una Veronica.
Seguono la Deposizione dalla croce, la Deposizione nel sepolcro, la Resurrezione, l’Apparizione a Maria Maddalena e, infine, l’Ascensione che spicca per un particolare iconografico insolito poiché Cristo, sollevatosi a mezz’aria, è rappresentato con il capo nascosto da una nube.
L’unità delle parti dedicate al giudizio universale e alle storie della passione è garantita dalla presenza, lungo il bordo dell’abside, di una duplice sequenza di baldacchini cuspidati che ospitano i dodici apostoli, altrettanti profeti e alcuni Dottori della Chiesa e santi (tra cui santo Stefano e forse San Maurizio).
Nella fascia più esterna, culminante con l’immagine dell’agnello apocalittico adorato da due angeli, sono raffigurati a sinistra le sette Opere di Misericordia seguite da sei episodi evangelici (ricollegabili ai “gaudia” o “Sette Gioie di Maria”), e a destra i vizi e sei episodi dolorosi della vita di Cristo (ricollegabili forse ai “Sette Dolori della Vergine”).
Il rigore e la coerenza con cui le scene e i vari elementi vanno a comporre questo ciclo hanno indotto gli studiosi a pensare che l’intento originario fosse quello di mettere in evidenza, agli occhi dei monaci e dei fedeli, il ruolo centrale di Cristo e della sua Passione sia in relazione al giudizio universale, sia nel processo di redenzione dell’umanità.
Per quanto riguarda l’attribuzione bisogna ricordare che non sono stati proposti nomi, anche se la critica è concorde nell’affermare che si possono riconoscere gli interventi di due o tre maestri differenti attivi in area lombarda, o quantomeno di educazione lombarda, conoscitori della miniatura e anche dell’arte transalpina.
In particolare un artista avrebbe realizzato il Giudizio Universale, il Paradiso, l’Inferno e forse l’Annunciazione, mentre un altro le fasce con apostoli e profeti e le scene della passione che sembrano poter essere messe in relazione con alcuni dettagli dei volti degli episodi della vita della Vergine.
Maggiore incertezza si ha invece sull’impatto che questi affreschi avrebbero avuto sul territorio. Mentre alcuni ritengono infatti che Sezzadio rappresenti un momento fondamentale per lo sviluppo della pittura successiva in Piemonte, per altri si è trattato invece solamente di un caso isolato.
Numerosi dubbi vi sono anche sulla datazione: taluni studiosi sostengono di dover datare gli affreschi alla seconda metà del XIV secolo (gli affreschi dell’abside maggiore risalirebbero all’ultimo trentennio del secolo, quelli dell’abside di sinistra sarebbero forse precedenti), altri al secondo decennio del XV secolo.
Questa seconda ipotesi sarebbe supportata non solo da considerazioni stilistiche, ma anche da una iscrizione, andata persa, che identificava in Antonio Lanzavecchia, abate nella prima metà del XV secolo, il committente della decorazione
Ancora insoluto rimane il problema posto dalla costruzione, voluta dal Lanzavecchia tra il 1434 e il 1447, delle volte a crociera che andarono ad occultare almeno in parte la scena dell’Annunciazione strappata dal sottotetto durante i restauri del 1955.
Se si accetta infatti l’ipotesi che la decorazione delle absidi risalga al secondo decennio del XV secolo, è necessario interrogarsi sul motivo per il quale l’abate Lanzavecchia, soltanto dieci anni dopo aver commissionato gli affreschi, avrebbe deciso di danneggiarli almeno parzialmente.
L’unica spiegazione plausibile è che, all’improvviso, si fosse resa necessaria una ristrutturazione della chiesa a causa di un qualche evento catastrofico come, ad esempio, il terremoto che colpì la provincia di Alessandria nel 1397.
Sulla base di questi elementi potrebbe dunque essere plausibile l’ipotesi di datare gli affreschi agli anni immediatamente precedenti il sisma.
Rimangono da segnalare infine alcuni frammenti della decorazione originaria della chiesa, risalente all’XI secolo, e, soprattutto, la pregevole cripta a tra navate.
Ascrivibile probabilmente alla prima fase della costruzione dell’edificio, essa conserva infatti al suo interno, in perfette condizioni, un pavimento a mosaico di grandi dimensioni che un’iscrizione ricollega espressamente alla committenza del marchese Otberto.

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Davide Ferraris

Mi chiamo Davide Ferraris, vivo a Gavi (in provincia di Alessandria) e dopo la maturità classica mi sono iscritto all’Università di Genova conseguendo la laurea triennale in Conservazione dei Beni Culturali e la laurea magistrale in Storia dell’arte e Valorizzazione del Patrimonio Artistico.
Nel marzo del 2013 ho conseguito anche il diploma della Scuola di Specializzazione in Beni storico artistici, sempre presso l’ateneo genovese.
La mia formazione universitaria è stata incentrata quindi sulla storia dell’arte e, in particolar modo, sulla ricerca nel campo dell’iconografia religiosa.
A questo specifico settore di studi si ricollegano, infatti, sia la tesi triennale sull’iconografia di San Giovanni della Croce, sia quella magistrale sull’iconografia del profeta fino a giungere alla tesi di specializzazione incentrata sull’attività e sulla presenza della Compagnia di Gesù a Genova.
Oltre alla ricerca mi sono appassionato però anche all’ambito museologico e museografico: al fine di coltivare questo interesse ho effettuato tirocini presso il Museo Diocesano di Torino, la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola a Genova e il Forte di Gavi.
Recentemente, nell’ambito di una collaborazione con l’associazione ItaliaVotiva, ho avuto modo di studiare gli ex voto dipinti e ciò mi ha condotto ad approfondire la conoscenza sia del fenomeno votivo in tutte le sue forme sia della complessità del folclore popolare, degli usi e dei costumi tradizionali.
Gli studi e le esperienze effettuate mi hanno indotto ad apprezzare e sostenere un concetto molto ampio di bene culturale comprendente non solo le opere di pittura, scultura ed architettura, ma anche le cosiddette arti minori (ingiustamente sminuite in un certo periodo storico) e la cultura immateriale (fatta di leggende, miti e tradizioni tramandate oralmente).
Sono interessato a collaborazioni nel settore della didattica (cura di allestimenti per esposizioni temporanee e permanenti, realizzazione di materiali esplicativo, realizzazione di prodotti per le varie fasce di pubblico, cura della promozione di mostre), della ricerca (soprattutto in ambito iconografico), e dell’ editoria in campo artistico e turistico.

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