ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

La Basilica di San Simpliciano a Milano

di Enrico De Capitani e Stefano Torelli
La facciata

In corso Garibaldi, nell’omonima piazzetta, sorge la basilica di San Simpliciano, antica “Basilica Virginum” fondata fuori dalle mura di Milano nel IV secolo, forse in epoca costantiniana, forse eretta da S. Ambrogio insieme alle basiliche Virginum, Martyrum, l’Apostolorum, Confessorum & Prophetarum, a formare un quartetto di chiese dislocate nei quattro punti cardinali, quasi a costituire un baluardo religioso a protezione della città.

Dopo la morte d’Ambrogio, il suo successore S. Simpliciano vi accolse le reliquie dei tre martiri di Anàunia – Sisinio, Martirio e Alessandro – donategli da S. Vigilio di Trento. Probabilmente nel IX secolo, dopo che S. Simpliciano fu sepolto in basilica, questa gli fu intitolata.

Al 1176 risale il miracolo delle tre colombe narrato da Galvano Fiamma: Il 29 maggio, festa dei santi anauniensi, tre colombe si levarono dalla tomba dei martiri e si posarono sull’asta del Carroccio, guidando la Lega nella vittoria della battaglia di Legnano.

Il rovinoso restauro del 1841 aveva ostacolato il riconoscimento della reale antichità della chiesa. Il restauratore Aluisetti scalpellò i capitelli antichi per ricoprirli con stucchi falso-romanici, abbattette quattro pilastri del transetto, fece dipingere le pareti a fasce bicolori di gusto toscano, fece realizzare un tromp-l'oeil marmoreo sotto le volte... Fu Arslan ad intuire il carattere paleocristiano della basilica: alle sue scoperte seguirono le ricerche e i restauri.

Il risultato del restauro precedente è rimasto visibile in un angolo del transetto destro.

La basilica paleocristiana

La chiesa paleocristiana era a navata unica con ampio transetto ed un’abside più grande di quella romanica. All’esterno un doppio ordine d’arcate su paraste animava le pareti con ritmo chiaroscurale e sosteneva le capriate del tetto. Ampie finestre, non tutte concentriche alle altissime arcate dell’ordine superiore, si aprivano lungo l’intero perimetro, più ampie sui lati E ed O del transetto, a doppio ordine sulle testate e inondavano di luce la basilica. Un nartece abbracciava facciata e fianchi ad arrestandosi contro il muro del transetto con cui comunicava con una porta. Le maniche di questo atrio non si aprivano sul corpo longitudinale ma si affacciavano ad esso con finestre.

Sono tuttora visibili le arcate e le finestre, queste tamponate in epoca romanica e sostituite con piccole monofore in funzione delle necessità statiche dopo la costruzione della volta. La muratura si elevava 16 m sopra l’attuale pavimento - sopraelevato di quasi 2 m rispetto all’antico - ed è integra nel braccio N del transetto. Il paramento è perlopiù in opus vittatum, con alternanza di corsi di mattoni disposti orizzontalmente e di corsi a spina di pesce, con spessi giunti di malta: malta signina, rosata con cocciopesto e più tenace, malta grigiastra e grossolana, malta fine nei paramenti interni.

La basilica era uno spazio maestoso circondato da alte ed esili pareti, senza riscontro nell’architettura paleocristiana di Milano e Roma ma con riferimenti all’architettura costantiniana, per esempio agli horrea di Massimiano o alla basilica di Treviri. Se fosse veramente costantiniana, allora potrebbe essere questa la basilica Porziana contesa tra Ambrogio e Giustina.

Connesso alla basilica, e di questa più recente (forse ben posteriore al V secolo), è un sacello, un edificio paleocristiano minore, in origine indipendente, solo successivamente collegato al braccio N del transetto ed inglobato ed utilizzato come sacrestia. Restaurato nel 2004, è pianta cruciforme, i bracci voltati a botte, pavimento in cocciopesto (originale quello dell’abside il rimanente è frutto del recente restauro come pure la pavimentazione lignea del collegamento), in legno. La muratura è meno curata di quella della basilica, vi sono inseriti anche ciottoli, masselli in pietra, frammenti di marmo e di cotto. Nell’estradosso della copertura vi sono strati di anfore, secondo una tecnica romana in uso nel V s. ed oltre.

In origine il sacello aveva funzione cimiteriale, forse il martyrion dei tre anauniensi, forse, dal IX secolo, sepoltura di Simpliciano, oggi costituisce la cappella del Santissimo, con il tabernacolo da Benedetto Pietrogrande (2004: la corsa dei martiri di Anàunia dall’Eucarestia alla Croce).

La basilica preromanica

La suddivisione della basilica in navate precede la copertura a volte del XII s. Vi fu una fase – documentata da tratti di muratura preromanica nel sottotetto e collocabile nell’XI s. per analogia a Lomello o valutabile come un rimaneggiamento longobarda del VII s., come farebbe pensare  il ritrovamento di tegoli fittili con il bollo di Agilulfo e Adaloaldo – in cui una duplice serie di pilastri (in numero doppio rispetto a quelli romanici), quadrati con lesene addossate sosteneva le capriate. Vi è anche l’ipotesi che in epoca longobarda la basilica fosse divenuta cattedrale.

La basilica romanica

Tra l’XI s. e la seconda metà del XII si sfoltirono i pilastri della navata, risalenti al VII-VIII s., e si irrobustirono quelli superstiti, si aggiunsero contrafforti interni, si divise il transetto in due navate con nuovi pilastri, più tardi si tamponarono le finestre. Infine, non prima della metà del XII s. si gettarono le volte, a campate rettangolari sulla navata centrale, oblunghe sulle laterali. Inoltre, dall’XI s., la parte absidale fu rielaborata, l’abside ricostruita, il campanile, prima isolato, fu inglobato, come pure gli edifici che s’addossavano alla chiesa. Nel 1170 c. si costruì il tiburio, circondato da una loggetta, e contraffortato da due volte a botte. La luminosa basilica paleocristiana era così trasformata in una chiesa a sala, avvolta nella penombra.

Contemporaneamente all’abside fu rifatta la facciata, restaurata nell’800 dal Maciachini (suoi i portali laterali ed il rifacimento, forse su traccia antica, delle bifore e della trifora cuspidale). Al centro si apre il bel portale scolpito, d’inizio XII s., con capitelli le cui figure a rilievo formano due processioni, probabilmente le vergini sagge e le vergini folli. Al XII s. risalgono pure i capitelli dei due cubiculi paleocristiani ai lati dell’abside.

Le vicende posteriori

A partire dal  XV secolo si edificarono le cappelle laterali, il chiostro quattrocentesco, si decorò l’abside, si rinnovò il complesso in chiave “spirituale”, dopo il passaggio del monastero alla congregazione Cassinese nel 1517, con la realizzazione, del chiostro del Capitolo e del chiostro delle Due Colonne.

Il catino absidale è decorato con l’ Incoronazione della Vergine, splendido affresco del Bergognone (1507), realizzato per legato testamentario dell’abate commendatario Gian Alimento Negri, forse allo scopo di dare destinazione sepolcrale alla cappella maggiore. Il Padre eterno accoglie tra le braccia Cristo e la Vergine, corona di angeli e santi aggruppati tre a tre. Tra i personaggi in basso si riconoscono Adamo, Eva e, secondo la tradizione, Dante Alighieri. Purtroppo nella navata centrale l'affresco absidale è in parte coperto dall'ingombrante ciborio coevo ai restauri ottocenteschi.

N,d,R.: gli appunti di questa breve scheda, sono stati alla base della visita guidata di sabato 13 dicembre 2008, in programma nell'ambito della settima edizione di Medioevo in Libreria.

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