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La steppa eurasiatica in un'istantanea prima dell'Islam (VI - VIII sec.)
di Aldo C. Marturano

Una caratteristica secolare della steppa è stato il dominio culturale scitico-iranico sull'immenso territorio e costantemente a fianco dei turcofoni. Nello Šahname del poeta persiano Firdausi si racconta come nel Centro Asia si distinguesse Iran ossia il Paese dei nobili Arya da Turan il Paese dei nomadi considerati in certo qual modo inferiori e come perciò gli Arya cercassero di assimilarli.
E allora come funzionava Turan fra il VI e il IX sec. d.C., nel periodo dei grandi mutamenti?
Noi faremo il tentativo di ricostruire per sommi capi, da un canto, i processi evolutivi avvenuti nella steppa e, dall'altro canto, ricorderemo le tradizioni dei pastori che tali processi innestavano e perpetuavano con l'avvertenza che, pur se lo schema sembrerà abbastanza lineare nelle sequele, nella realtà i tratti descritti non sono riscontrabili nella stessa misura e nello stesso momento storico presso le diverse etnie coinvolte.
Ciò detto, i nomadi che abitavano nell'Alto Medioevo le steppe e che noi conosciamo attraverso le notizie giunteci dall'antichità cinese, persiana e romano-mediorientale sono divisibili in tre grandi gruppi etnico-linguistici: gli Iranici prima di altri, i Mongoli e finalmente i Turchi a lungo isolati nell'estremo Oriente e così, se gli Iranici sono i più antichi abitanti documentati nella steppa, i Turchi li seguono a ruota, mentre i Mongoli sono gli ultimi a comparire sulla scena storica.
Negli annali cinesi verso il II sec. d.C. si conosce meglio sotto il nome enigmatico di Xiongnu una lega di tribù che dagli specialisti a volte sono identificati con gli Unni e a volte persino con “caucasoidi” di provenienza occidentale. Quasi certamente può essere attribuita a questi popoli la cultura scavata dagli archeologi sovietici in Siberia orientale e in sud Mongolia databile già a partire dal I millennio a.C., ma noi però non ci addentreremo in tempi troppo remoti e abbracceremo qui un limitato periodo intorno al VI sec. d.C. più o meno quando nel 576 d.C. sappiamo dell'esistenza certa di due grandi kaghanati (stati con a capo un kaghan o sovrano massimo) turchi: Quello orientale (a nord della Cina dei Tang) detto dei Kök-Türk e quello occidentale intorno al Lago Baikal detto degli On Ok (in turco 10 frecce ossia 10 clan armati).
Per quest'ultimo kaghanato gli indizi a disposizione ci dicono che probabilmente per qualche ragione che vedremo di individuare era già iniziato da tempo uno spostamento dei suoi pastori verso Occidente, benché le prime notizie che abbiamo sulle migrazioni più precoci siano sfortunatamente confuse e fra esse è veramente un'impresa cogliere qualche peculiarità interessante.
Diciamo allora che grosso modo i nomadi erano organizzati in grandi famiglie patriarcali in cui l'autorità delle decisioni di qualsiasi tipo spettavano all'anziano, erede e depositario del progetto di vita di un antico e leggendario primo anziano o eponimo di solito assimilato a un totem animalesco. Era da costui che iniziava la storia del clan. L'eponimo inoltre aveva per primo e per sempre fissato come educare rigidamente i figli maschi perché essi sarebbero stati i continuatori delle tradizioni e quindi dovevano assimilare la tradizione interamente e senza deviazioni. Il legame fra il padre-padrone e il figlio era talmente forte che il genitore non esitava a battere duramente il figlio in caso di opposte opinioni e addirittura neppure ad ucciderlo! Siccome a capo della famiglia c'era sempre il maschio più vecchio, il posto del capo defunto lo prendeva il di lui fratello maggiore in vita (sistema della successione laterale) e i figli dovevano sottostare all'autorità degli zii più anziani a lungo a volte, prima di assurgere a loro volta alla posizione di capo-famiglia. 
Le famiglie naturalmente non erano di tipo individuale come le odierne d'Occidente, ma formavano grossi gruppi di individui (clan) in cui erano presenti tutte le scale d'età e i cui membri vantavano di esser nati dal seme del patriarca benché comprendessero pure persone cooptate nel sistema gerarchico di parenti molto rigido come ex prigionieri e trovatelli. Il clan era responsabile degli atti di ogni suo membro semplice o notabile e persino degli schiavi in solido e tutti risultavano così protetti, difesi o vendicati in ogni circostanza della vita.
Le donne raramente accedevano a capo-famiglia, ma non erano neppure sottoposte al maschio supinamente e avevano un peso decisionale e oppositivo molto importante. Il matrimonio era più o meno endogamico, salvo eccezioni come il cosiddetto rapimento della sposa oppure quello di alleanza. In quest'ultimo caso la giovane diventava il sigillo dell'alleanza che a volte seguiva al cambiamento di una relazione con i clan vicini trasformandola adesso in una grossa pedina nel gioco fra i diversi clan, ma ancheinostaggio con pericolo di vita in terra straniera. Per questa ragione la poligamia era consentita giacché la fertilità femminile era la maggiore garanzia di riuscita di un qualsiasi matrimonio, esattamente come lo era per le femmine degli animali che i nomadi allevavano e non macellavano volentieri.
Fra i clan turcofoni esisteva una gerarchia “d'onore” e uno era più carismatico (così felicemente l'iranista R. Frye) di altri e ad esso era dovuto una tradizionale riverenza. A questo (o a questi) clan si pensava che fosse stato affidato dal dio supremo Tenri/Täng-ri (la dizione Täng-ri porta una “g” per accentuarne la nasalizzazione) il compito di fornire nei momenti particolari di stress dei capi che tutti dovevano seguire e sostenere, volontariamente oppure costretti con la forza. Sotto il comando dell'uomo-condottiero del clan carismatico si intraprendevano le conquiste di territori e delle genti oppure si spostavano masse di persone da un punto all'altro della steppa. Tuttavia non era solo un compito militare che il clan carismatico espletava.
Come avremo capito, i clan vivevano d'allevamento e basavano l'economia propria sulla steppa, un paesaggio particolare, enorme ed estesissimo dal Pacifico all'Ungheria dove le pasture per le bestie non erano coltivate, ma crescevano spontanee e perciò considerate un dono di dio. Molto dipendeva dall'andamento del clima che su questa area grandissima a volte procurava epidemie e carestie. Chiaramente diventava indispensabile dividersi i terreni a secondo delle esigenze delle famiglie e delle mandrie e già ciò escludeva l'affermazione della proprietà privata della terra che ancor oggi è negata in principio fra i nomadi. Essendo non sempre eguali ed equivalenti fra di loro dal punto di vista della natura e delle erbe che vi crescevano, i territori di pascolo e la loro frequentazione era basata in primo luogo sulla tradizione che aveva gran peso nelle scelte. La prima ripartizione infatti si diceva fosse stata fatta dall'eponimo e di questo ne andava sempre tenuto conto e soltanto per accordi interclanici o con la migrazione poteva essere modificata. Le liti su queste spartizioni? Ce n'erano e i giudici che dovevano dirimerle erano proprio i membri del clan carismatico a cui accennavamo sopra. 
Obbligati i suoi membri ad una rigorosa terzietà non potevano appartenere a clan che fruissero di terreni spartiti e, con un certo parallelismo con i Leviti ebrei, dovevano essere sostentati da tutti gli altri clan per potersi dedicare completamente al loro superiore ruolo. Per di più, soltanto per il loro tramite riservato con le divinità si riusciva a sapere sul clima, sul futuro, etc. e sotto la loro guida si potevano invocare le forze divine affinché certe catastrofi naturali non accadessero o si riducessero nel danno minore possibile.
Un po' alla volta la presenza di clan carismatici e l'accrescersi del loro potere con la formazione di stati più o meno effimeri creerà una specie di divisione delle attività fra l'élite di destino divino e la gente semplice. I detti clan accumuleranno mandrie donate o ottenute sotto forma di bottino e ne scaturirà una specie di feudalismo patriarcale in cui la ricchezza come potere si mostrerà nel maggior numero di bestie e di mandrie del capo-clan e chi sa fare il pastore, ma non ha bestie, lavorerà per lui o farà da armigero ogni qual volta gli sarà comandato. Il sistema così concepito e organizzato lo vediamo in auge già nel VII sec. d.C. allorché si è assicurato comunque la stabilità e in cui i ribelli hanno vita dura e cioè banditi o sacrificati e uccisi (salvo eccezioni, naturalmente).
Detto ciò, una società basata semplicemente e esclusivamente sull'allevamento non può stare bene in vita dal punto di vista della dieta e del benessere biologico. Dai reperti archeologici sappiamo che i nomadi nel passato in realtà erano stati dei sedentari ed erano passati all'allevamento a causa di cambiate condizioni climatiche insieme con altre circostanze di natura culturale e economica. Insomma i due tipi di modi di vivere nella steppa erano restati complementari e con contatti frequenti in cui probabilmente la sopravvivenza dei nomadi era molto più dipendente dai fenomeni naturali che non quella degli agricoltori sedentari.
Noi sappiamo infatti che la vita della steppa è dominata dalle stagioni provocate dal cosiddetto Ciclone di Alta Pressione Siberiano che influisce sull'andamento delle temperature fin nelle steppe precarpatiche. L'effetto espletato da questo vortice di aria intorno al VII sec. d.C. aveva iniziato a produrre freddi invernali gradatamente più bassi culminando in un minimo intorno all'VIII-IX sec. d.C. Temperature medie più basse provocavano precipitazioni nevose precoci giacché i venti perdevano di forza soffiando lungo le alte montagne che delimitano il sud della steppa e così l'aria privata dell'umidità necessaria faceva patire le erbe della steppa che non ricrescevano alte. Anche le coltivazioni agricole del Centro Asia ne risentivano con la carestia che ne seguiva, ma, mentre i contadini potevano relativamente superare con le granaglie messe da parte, i problemi di diminuita sussistenza, ciò non era possibile per gli allevatori nomadi. Né i nomadi potevano rinunciare ex abrupto alla loro tradizionale economia.
 Ad esempio, mentre per l'agricoltore l'animale allevato non deve essere né troppo grosso né numeroso in individui altrimenti sottrarrebbe per il fieno o mangime terra da coltivare che invece serve per le granaglie e per gli orti lavorati per il consumo umano, per il nomade la terra non costituisce un bene altrettanto prezioso e di solito, come abbiamo già detto, nelle steppe  il numero di animali posseduti è un segno di ricchezza e quindi più sono grandi le mandrie e più è ricco e orgoglioso chi le possiede. Insomma i due mondi sono davvero differenti e nel periodo storico scelto da noi viene allevato il cavallo turco-mongolo, di taglia piuttosto ridotta, ma molto prolifico che, per il sedentario, può essere utile come aiuto nei lavori dei campi o per carne da mangiare. Tuttavia, una coppia di cavalli sono abbastanza per l'autarchico contadino e dunque  non è lui il cliente compratore conveniente.
A parte ciò gradualmente, ma inavvertitamente, durante la metà del I millennio d.C. gli ordini partitari fissati da secoli e finora rispettati con attenzione, sono sconvolti forse per sempre dai capricci climatici. Il sedentario, lo ripetiamo, si adegua facilmente ai mutamenti cambiando i cultivar delle sue granaglie della dieta vegetariana solita, ma il nomade? Molti erano stati gli espedienti, ma fondamentale era pure restata per l'economia nomade assicurarsi la possibilità degli scambi onde compensare le strettezze causate dal fenomeno di lento raffreddamento a causa delle crescenti difficoltà di trovare pascolo sufficiente e sano per le bestie. Così, ad esempio, notiamo che il pastore cambia le specie allevate passando dal cavallino di Przewalski al cavallo di mole maggiore per la guerra o dal cammello a due gobbe a quello a una gobba sola per i trasporti carovanieri o ancora, ma in misura molto più limitata, dalle capre alle pecore col vello più morbido per l'industria tessile. Alla fine però, mentre il sedentario può offrire tanti prodotti diversi nei suoi mercati, per il nomade lo scambio come si vede è forzato e concentrato su un piccolo numero di prodotti. Insomma non fa mercato direttamente col contadino, salvo il ricorrere alla razzia, e si deve invece rivolgere al mercante che sa quali signori hanno una domanda interessante di cavalli per le loro cavallerie o, nel caso del cammello a una e a due gobbe, per il trasporto nelle carovane e, soprattutto, sa procurare ciò che serve al nomade traendolo dai contadini. La situazione della domanda di prodotti animali della steppa e cioè carne secca, latticini, animali vivi, cuoio, lana e feltro si mantenne per secoli abbastanza tipica e invariata anche perché il nomade, non possedendo la tecnologia e gli strumenti adatti, non riusciva a diversificare la produzione e con l'elevarsi del livello di vita il commercio per lui diventava indispensabile. Addirittura, il mercante avrà presso i turchi nomadi il suo capo-clan col quale mantiene rapporti preferenziali e che può aprirgli i contatti con altri capi-clan, se non far da intermediario in affari comuni...
Sono molti punti delicati che allora provocavano l'invidia e la rivalità di fronte alla vita variegata delle città. Qualche nomade a volte riusciva a percepire l'aria diversa che si respirava nei mercati cittadini quando inaspettato si recava a comprare i tanto amati tessuti, gli strumenti di metallo, il legno e persino le armi, mentre qualche altro, con l'alterigia del bullismo armato, preferiva ricorrere alla razzia improvvisa addirittura per impadronirsene.
Quali sono gli agglomerati di città più vicini ai turchi?
I centri urbani tecnologicamente più avanzati nel I millennio a.C. sono sicuramente quelli cinesi e perciò sono logici e conseguenziali gli intensi rapporti di interscambio come pure le guerre secolari fra steppa e regni cinesi anche prima della dinastia Tang. Non solo! Un altro agglomerato urbano (seppur minore rispetto ai contemporanei cinesi) era pure il Centro Asia che manteneva i contatti con la Cina per esigenza di scambi scientifici e le cui vie di comunicazione passavano in territorio turco correndo il rischio di trovarsi coinvolte in scontri mai voluti.
La steppa eurasiatica all'inizio dell'era cristiana (da G. Chaliand, 2006)
Riflettiamo un momento. L'industrializzazione nelle regioni del Centro Asia aveva avuto a base la presenza di giacimenti metalliferi e, allo stesso tempo, di grandi foreste che fornissero il combustibile per la lavorazione di queste materie prime, antichissima occupazione sviluppata fra la Persia e l'India. L'acciaio qui prodotto un po' alla volta era diventato irrinunciabile per la produzione di tantissimi oggetti usati nella vita quotidiana delle città e della campagna e in campo militare così come il piombo, ad esempio, che serviva da legante fra i grossi massi delle mura di difesa (a Derbent era stata usata questa tecnica!). La ricerca scientifica è di per sé ancor oggi costosa in tempo e cervelli e richiede strumenti sempre più sofisticati per la sperimentazione con vari tentativi e molti insuccessi, prima della messa a punto di un qualsiasi prodotto finale che aiuti l'uomo nelle sue attività e per costruire il suo benessere. Figuriamoci allora in quei tempi lontani. Dalla storia della scienza e della tecnica le prerogative di tempo e di studio sappiamo essere appartenute nella stragrande maggioranza dei casi alle civiltà agricole sedentarie organizzate sin dall'inizio del X millennio a.C. giusto per provare nuove tecniche, a migliorare gli arnesi e a inventare pratiche speciali in primo luogo per la conservazione del cibo. La vita nella steppa invece storicamente risulta che non permettesse tutto questo e perciò resterà arretrata e quando intorno al VI sec. d.C. i nomadi si affacceranno dal loro balcone della steppa a ammirare e a invidiare il mondo agricolo più sofisticato a sud dei loro pascoli in parte si “cinesizzeranno” trasformandosi in signori cinesi (detti hu in cinese ossia barbari), ma in larga parte s'intensificherà la loro “iranizzazione” specialmente per i turchi occidentali tanto che le circostanze spingeranno Iran e Turan a abbracciarsi in una cultura unica e in molti clan l'unico tratto “turco” che si conserverà poco alterato sarà la lingua.
Semiti, Indoeuropei, Mongoli-Turchi e Cinesi vivono nella steppa praticamente insieme sparsi in aree estese difficilmente dominabili da una sola potenza dal punto di vista politico, e saranno toccati tutti dal Buddismo, dal Cristianesimo, dallo Zoroastrismo, dal Manicheismo, dall'Islam e dal Giudaismo giacché queste ideologie transiteranno da queste parti in un flusso ininterrotto. Ciò è importante sottolinearlo perché il sincretismo culturale e religioso a volte può procurare guerre e scontri, sebbene quasi sempre sia il seme di nuove culture più avanzate e più tolleranti dal punto di vista politico e sociale. Né possiamo ignorare che qui e là in queste società in eterno movimento i sentimenti umani di invidia sopita e assetata di emulazione e di ricerca di fama facciano sorgere uomini (e anche donne) che con il loro carisma raccolgono intorno a sé un consenso tale da portare alla formazione di grandi imperi come avverrà per il più famoso Cinghiz Khan. E' anche chiaro che con i mezzi del tempo e su territori come la steppa tali imperi non devono essere immaginati come regni che controllano bene sudditi e luoghi, ma soltanto come un generale consenso dei pastori liberi all'autorità del kaghan del momento quando costui è chiamato ad organizzare armate o per dirimere liti. Nei casi più favorevoli le persone che non contano (turco konsu), una volta sottomesse, saranno manipolate in modo tale da sentirsi cittadini differenti, separati e migliori degli altri – il turcologo L.N. Gumiliov li chiamerà insieme un superethnos – che sono pronti a difendere la loro nuova composita identità sotto l'egida del kaghan.
Un problema per la nostra ricerca è che i titoli di alte dignità (kaghan, šad, tarkhan, yabgu etc.) che vengono riportati dai cronachisti esterni (non turchi) sono più di una quarantina e non tutti ben definibili quanto al loro rango nel governo. Inoltre i titoli stessi evolvono col tempo e, nelle aree dove i dignitari appaiono, non sempre la stessa carica porta lo stesso nome d'ufficio e per giunta chi assume nuove cariche non cancella il titolo della vecchia perché tale è l'uso. In conclusione ogni nuovo blocco elitario solitamente rifacentesi a un clan contro gli altri è descrivibile e riconoscibile nel suo potere solo con una buona approssimazione, ma senza troppi dettagli. Di sicuro, da un lato in armi, il blocco dominerà la società secondo le regole dettate dalla tradizione, ma, dall'altro, si procurerà una legittimazione direttamente dal dio supremo e solo così avrà il “diritto” ad esistere un po' più a lungo nel ruolo supremo.
Sono concezioni normali di quei tempi e una ricerca di tanti anni fa ammetteva l'esistenza di due istanze indipendenti del potere nello stato turco ideale: una superiore civile/divina occupata dal kaghan/yabgu che coltivava il contatto col dio Tenri e una inferiore armata occupata dal beg.
Questi sono allora i turchi che danno inizio alla propria avventura storica nel Centro Asia e che continuerà nll'Europa Orientale. D'altronde la presenza turca in Europa è antichissima, tanto che si può dir di loro che siano quasi autoctoni in certi posti e l'inizio della loro “marcia” verso occidente è da mettere in relazione con le grandi correnti che, chiamate Invasioni Barbariche in ambito latino e Grandi Migrazioni di Popoli in ambito tedesco, sono documentate praticamente sin dal III sec. a.C.
La parola türk significa che ha forza eprobabilmente era attribuita ad un clan carismatico salito al potere di una lega che i cinesi trascrissero come Tü-kü e che le fonti bizantine erroneamente inglobarono nel nome Oghuz. Quest'ultimo etnonimo indicava al contrario una delle tribù turche arrivata per prima ai confini con l'Impero Romano.
Le genti turche non si presentavano sotto uno stesso nome collettivo, ma con etnonimi spesso diversi sollevando le lamentele delle poche “ordinate” fonti romane, e l'unica cosa che queste fonti riescono a individuare per certo è la loro lingua e neppure quella di tutti i clan componenti, ma la koiné non standardizzata e riconoscibile attraverso le varianti.
Vediamo allora gli inizi della penetrazione turca nelle steppe ucraine seguendo e riassumendo nelle righe seguenti gli scritti del turcologo J.-P. Roux.
Bumin, un capetto di una tribù del lontano Altai (regione montuosa a nord della Cina), si rivolta contro gli Avari che non lo hanno ricompensato a dovere nel 552 d.C. Il kaghan avaro è sconfitto e Bumin si proclama capo di tutti i Turchi e, con la collaborazione del fratello Ištemi che invece si è posto a capo degli Avari rimasti, vanno alla conquista della Zungaria. Questa regione del Centro Asia è da anni sotto la forte influenza sasanide ossia dal 226 d.C. quando Ardašir, figlio di Sasan, aveva ucciso l'ultimo sovrano dei Parti e aveva imposto la sua dinastia durata fino al 642 d.C.
Bumin alla fine riesce a governare su uno stato composto di clan politicamente sciolti che abitano la steppa dal nord della Mongolia fino alla Grande Muraglia Cinese e giunge fino al fiume Jenissei. Qui il suo potere finisce e sul resto dei turchi tocca a suo fratello che, come abbiamo visto, governa sul Turkestan o Paese dei Turchi in persiano. Quando Bumin muore al posto del figlio, Mugan, ancora minore Ištemi diventa l'unico kaghan dei turchi.
Bumin e Ištemi sono membri della famosa famiglia “carismatica” Ašina che si vantava di avere origini divine. Si narrava che gli Ašina discendessero da 10 giovani-lupo nati dall'accoppiamento di una lupa con un ragazzo di 10 anni sopravvissuto a uno scontro militare perché risparmiato dai vincitori. Abbandonato infatti in una palude dopo avergli tagliati i piedi, era stato trovato da una lupa che lo aveva nutrito fino alla giovinezza. Ingravidata da lui la lupa era poi fuggita nel Turfan dove aveva dato alla luce i 10 Ašina. I vari rami della famiglia conservavano il ricordo della loro storia riconoscendo come eponimi appunto figli della lupa (in turco kurt o anche lupo grigio o bozkurt). Questa è la famiglia Asen che ritroviamo fin nel XII sec. d.C. presso gli zar bulgari del Danubio, Pietro e Giovanni...
Con gli iranici collaborando e intrigando Ištemi (Mugan gli è premorto) riesce a conquistare e a legare a sé quasi tutte le tribù turche e si assicura allo stesso tempo una solida alleanza con i Sasanidi. In seguito a alcune campagne fortunatesi impadronisce della Transoxania (sempre in Centro Asia) e si affaccia sul Mar Caspio e sul Mar Nero, stavolta contro i Sasanidi e alleato in qualche modo coi Bizantini.

Aldo C. Marturano, © 2013

Bibliografia essenziale

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G. Chaliand -Les Empires nomades de la Mongolie au Danube, Ve siècle av. J.-C. - XVIe siècle apr. J.-C., Paris 2006
D. Christian – A History of Russia, Central Asia and Mongolia, Malden 1998
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J.-P. Roux – La religione dei Turchi e dei Mongoli, gli archetipi del naturale negli ultimi sciamani, Genova 1990
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Aldo C. Marturano

Nato a Taranto, ha studiato nelle Università di Bari, poi di Pavia, infine di Amburgo, dove ha chiuso i suoi corsi di laurea in chimica industriale. Non ha mai lavorato come chimico e ha invece sfruttato le sue conoscenze linguistiche. Conosce infatti (parla e scrive correntemente) russo, inglese, tedesco, francese, spagnolo, ungherese e ne ha studiate un'altra decina che spera di portare a maggiore perfezione nel prossimo futuro. Si è diplomato in Lingua Russa all'Istituto Pusckin di Mosca dove ha avuto inizio la sua avventura nel Medioevo Russo. Lavorando sui mercati internazionali si era infatti appassionato al Medioevo, ma quando scoprì che non riusciva mai a sapere gran che su quello russo, colse l'occasione della tesi all'Istituto Pusckin e scelse di studiare un personaggio del Medioevo bielorusso, Santa Eufrosina di Polozk: di lì via via è entrato in quel mondo magico e nuovo.

Ha pubblicato il saggio storico in chiave divulgativa Olga La Russa, 2001 (che non è la sorella di Ignazio La Russa, per carità!), e poi per i ragazzi L'ombra dei Tartari, 2002, ovvero la saga di Alessandro Nevskii.

Altre sue opere sul Medioevo russo sono visibili nel portale delle Edizioni Atena.

Collabora attivamente con il portale Mondi Medievali curando la rubrica Medioevo Russo.