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Stimoli e spunti sul Medioevo

Presi in rete da Patrizio Rossi

VITA DELLE DONNE NEL MEDIOEVO

Se l’età medievale concepiva la società divisa in tre ordini, quelli che pregano, quelli che combattono e quelli che lavorano, le donne di certo costituivano una categoria a sé. Indipendentemente dalla condizione sociale, esse dovevano obbedire a regole comportamentali basate sul pregiudizio che la donna fosse inferiore e dovesse sottomettersi all’uomo: prima al padre, poi al marito e persino ai figli. Le donne venivano date in sposa giovanissime, poco più che bambine, spesso contro la loro volontà; Il loro principale compito era generare figli, possibilmente maschi. Non era quindi importante che sapessero leggere e scrivere; invece, fin da bambine, imparavano a filare, tessere, tagliare, cucire, ricamare, cucinare, accudire i fratelli minori. L’influenza della famiglia era predominante; la giovane figlia non osava rifiutare di sposare colui al quale suo padre o la sua famiglia la destinavano. La sposa portava una dote che le era donata dai genitori; si poteva verificare il caso in cui il marito accusasse ingiustamente la moglie di adulterio per disfarsene e per cambiare sposa. All’età di 30 anni le donne erano considerate anziane e il periodo di mortalità, date le ripetute gravidanze e le scarse condizioni igienico-sanitarie, era compreso tra i 30 e i 39 anni. Le mogli dei contadini si occupavano della casa, dei bambini, della cucina, raccoglievano la legna, badavano alle bestie e spesso tiravano l’aratro come gli uomini. Le mogli degli artigiani facevano le operaie, filavano e tessevano. Lavoravano anche quando erano incinte e si fermavano solo per partorire. Le donne nobili e ricche dovevano saper dirigere la servitù, curare la conversazione e il loro aspetto, sempre mantenendo un comportamento riservato e serio. Molti uomini del Medioevo scrivevano libri per insegnare alle donne come dovevano comportarsi. Ecco come un anziano marito istruisce la giovanissima moglie sul comportamento da tenere per strada:
Quando vai in città o in chiesa, vai convenientemente accompagnata da donne onorate secondo la tua condizione, e fuggi qualsiasi compagnia sospetta, senza mai permettere che una donna malfamata sia vista vicino a te. E mentre cammini porta la testa alta, le palpebre abbassate, senza sbatterle e guarda dritto davanti a te, senza guardare intorno a te né uomini né donne, né a destra né a sinistra, e senza guardare in su, e sbirciare qua e là, e senza fermarti a parlare con nessuno per la strada....”

APPROFONDIMENTO: MATRIMONIO CATTOLICO NEL MEDIOEVO

Tra il 1300 e il 1400 i matrimoni non erano svolti in un solo giorno, sposarsi implicava una sequenza di fatti dilatati nel tempo che poteva durare anni e coinvolgeva un numero sempre elevato di attori questo per permettere di trovare accordi economici e garantire una pubblicizzazione della formazione della nuova coppia. I primi attori erano i sensali che rappresentava un vero e proprio mestiere con il compito di sondare le offerte del mercato matrimoniale e far circolare informazioni tra chi era interessato a combinare una unione. Non esisteva più un prezzo per la donna ma c’era la dote che la famiglia doveva sborsare al futuro marito e che spesso era di importo gravoso. Dal XII secolo la dote divenne mezzo per costruire alleanze efficaci in una società all’epoca estremamente competitiva. La dote restava di proprietà della sposa e consentiva alla sua famiglia di essere costantemente presente nella vita di coppia. All’opera dei sensali seguiva la fase più delicata della trattativa in cui ci si provava a mettere in contatto con la famiglia prescelta senza scoprire troppo le carte. Ci si affidava agli amici comuni o a persone autorevoli che potevano creare un clima di fiducia reciproca con funzione di mediatori chiamati mezzani. Raggiunto l’accordo i parenti più stretti degli sposi si incontravano e lo confermavano con una stretta di mano (impalmamento) oppure un bacio come succedeva a Roma (abboccamento). Spesso lo sposo era presente e riceveva la stretta di mano o il bacio della donna. Questo era un accordo che era considerato vincolante. Fermare il parentado termine usato per sancire l’alleanza e che dà l’idea di accordo matrimoniale ormai stabilito e che non si sarebbe potuto interrompere senza provocare problemi. Il matrimonio non era concluso, la cerimonia successiva lo trasformava in un atto solette (il giuramento) in cui lo sposo e il padre della sposa davano assenso alle nozze e un notaio redigeva un atto che fissava l’entità e le modalità di pagamento della dote incaricando arbitri a sorvegliare che le condizioni fossero rispettate. La sposa non partecipava e aspettava che il partner l’andasse a visitare. Il rito solenne avveniva in chiesa, territorio neutro, che metteva le famiglie in assoluta parità. Al giuramento seguiva un banchetto pubblico. Impalmamento e giuramento erano simili alla promessa di diritto canonica in cui l’uomo e la donna (e non il padre di lei) si promettevano di prendersi per marito e moglie. Molto tempo passava dal giuramento all’anello quando finalmente appariva lo sposo: l’incontro avveniva in casa della sposa o dell’intermediario alla presenza di un notaio che avrebbe redatto il contratto davanti allo sposo che infilava l’anello alla sposa. Il rito dell’inanellamento era diventato il rito che dal XIII secolo divenne l’anello nuziale  vero e proprio (prima l’anello era simbolo della promessa). Il giorno dell’anello era una cerimonia privata celebrata in casa e senza l’intervento di un sacerdote. Era con la traductio (corteo nuziale) che veniva conferita una dimensione pubblica al matrimonio coinvolgendo l’intera comunità; successivamente la sposa trasferiva a casa del marito. La donna andava a cavallo, vestita sontuosamente con servitori che portavano il corredo e i doni ricevuti dallo sposo. Dopo il giuramento l’uomo inviava uno scrigno (il forzierino) pieno di gioielli. Il marito forniva successivamente il guardaroba intero. Con questi gesti inizia la vestizione della sposa che sanciva l’ingresso della donna nel nuovo gruppo familiare mostrando la propria appartenenza al marito. Il rito era costosissimo ma tutto apparteneva sempre all’uomo il quale successivamente poteva rivendere tutto o riconsegnare ai legittimi proprietari oggetti presi solo in prestito. Entrando nella casa del marito, la sposa offriva regali ai parenti e riceveva dalle donne anelli della famiglia atto che rafforzava i legami familiari e la continuità dei ruoli femminili. Entro una settimana la sposa doveva rientrare a casa (la ritornata): la famiglia della sposa era pronta a riprendersi la figlia vedova e la dote da rigirare per un altro eventuale matrimonio. La dote era della sposa ma era gestita dal marito e doveva servire al suo mantenimento in caso di vedovanza. Ma, se rimaneva vedova, difficilmente poteva restare in casa coi figli, spesso restava o con i parenti del marito o tornava a casa ma in questo caso perdeva i figli che dovevano rimanere nella casa della famiglia di origine per assicurarsi il proseguimento del lignaggio familiare. Il ritorno a casa era accompagnato da festeggiamenti, banchetti organizzati nelle case delle famiglie. Le spese erano considerevoli e le autorità promulgavano leggi (suntuarie) che ponevano un limite al numero degli invitati in riferimento alla quantità e qualità del cibo. Terminati i festeggiamenti il matrimonio era concluso e iniziava la vita coniugale. Nei ceti popolari la situazione era complessa data la variabilità dei riti nuziali. Ci si poteva sposare ovunque, in casa della sposa, sui campi, in bottega o addirittura al letto se colti in flagrante o anche da soli o in presenza di amici e parenti suggellando l’accordo con un anello, con un bacio o con la rottura del bicchiere.  Ci si poteva sposare in pochi giorni o in anni per avere il tempo di sistemare tutte le questioni economiche o perché si doveva dare la precedenza al matrimonio di fratelli o sorelle oppure si doveva aspettare la morte del genitore non consenziente. Anche in questo caso il matrimonio poteva essere un processo lungo che iniziava con trattative affidate ad amici e parenti veri e propri intermediari di professione. Anche i ceti popolari dovevano accordarsi sulla dote e sul corredo della sposa da portare al marito e tutto poteva essere messo per iscritto non necessariamente da un notaio ma spesso gestivano loro lo scambio dei beni gli interessati stessi alla presenza di due testimoni. Talvolta a redigere la scritta di parentado era il prete che era anche notaio in quanto vi si affidavano, spesso, persone analfabete. Il gesto del tocco della mano poteva essere ripetuto più volte ed era il rito più caratteristico della promessa in molti stati italiani del tardo Medioevo. Gli sposi potevano toccarsi la mano in segreto prima di coinvolgere le famiglie e rifarlo in pubblico con parenti ed amici. Il tocco era seguito dal bacio e dalla bevuta nello stesso bicchiere. Il bacio più che un gesto affettuoso altro non era che un segno che sanciva un accordo libero e volontario ed anticipava anche i rapporti sessuali che avrebbero reso irrevocabile il patto. Il bacio violento (fatto davanti a tutti senza il consenso della sposa) era equivalente ad un ratto e metteva la famiglia della donna dinanzi al fatto compiuto perdendo anche il controllo parentale e spesso portava a liti. Anche gli uomini del ceto medio basso facevano doni, non era oro o prodotti pregiati ma scarponi (simbolo del lavoro e che non tutti potevano permettersi) e cibo. Raramente erano regalati gioielli. Senza dubbio questi doni avevano un valore simbolico molto più importante; la donna regalava un fazzoletto di pregiato lino bianco simbolo della disponibilità per una donna di unirsi in matrimonio. A offrire il dono era lo sposo e la donna poteva unirsi in matrimonio anche solo accettando un regalo oppure rifiutarlo se non voleva accettare l’uomo proposto. La celebrazione del matrimonio era accompagnata dal tocco della mano e dal bacio (in Veneto e Friuli) e in Toscana, Emilia, Bologna e Italia Meridionale era l’anello e l’anello permetteva di testimoniare l’esistenza di un vincolo matrimoniale contratto e la presenza o meno di un anello era ciò su cui si basavano i giudici ecclesiastici fiorentini per stabilire al validità o meno di un legame. L’anello però era associato sia al matrimonio ma anche al fidanzamento e su questo si distinguono due terminologie:
- per verba de futuro (io ti prenderò in sposa)
- per verba de presenti (ti prendo in sposa)
Se per la chiesa il consenso del presente attribuiva validità al matrimonio, per i fedeli importava che il rito sancisse lo scambio del consenso rendendolo visibile ad altri. Anche il consenso segreto era vincolante ma non lo era dinanzi al mondo e quindi era necessario ripetere in pubblico il rito affinché la nuova unione fosse riconosciuta dalla comunità e fossero conosciuti anche gli effetti del vincolo. Il corteo aveva il compito di informare tutta la comunità della nascita di una coppia. Le relazioni tra uomini e donne erano asimmetriche infatti ruoli maschili e ruoli femminili erano segnati da profonde differenze e ciò è visibile anche a livello linguistico: era l’uomo che conduceva in matrimonio una donna che veniva “data” dallo sposo. La donna cambia la sua condizione, il matrimonio diventava un vero e proprio di passaggio che contraddistingueva lo status di moglie e madre. Per l’uomo invece era l’inizio di una serie di rituali che accompagnavano le varie fasi della sua maturazioni. Il destino di una donna era diventare sposa o sposa di un marito o sposa di Cristo entrando in convento. Il mestiere per la donna non rappresentava un principio di identificazione. Anche entrare in convento voleva dire sottoporsi alla vestizione in cui si dava importanza all’abbandono delle vesti più che del cambio di abito in quanto tale. Anche qui troviamo l’uso simbolico della cerimonia nuziale anello e corona. Per molte ragazze la monacazione era un ripiego che spesso era vissuta drammaticamente. Dal momento che le doti per entrare in convento erano inferiori a quelle necessarie per sposarsi, spesso si tendevano a limitare i matrimoni e mandare le figlie in convento. Per molte la monacazione era una scelta consapevole vissuta talvolta contro la volontà dei genitori. Non era necessario sposarsi in chiesa, la coppia poteva assistere alla messa nuziale, la messa era una funzione religiosa che non coincideva con il momento del matrimonio. Dal XI secolo il matrimonio venne considerato il simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa e da allora fu sottoposto alla giurisdizione della chiesa cui spettava di dettare le regole. La chiesa mirò a togliere alla giurisdizione delle famiglie, clan e signori feudali (come era dal V secolo) per puntare sulla liberà volontà degli individui. Il matrimonio era valido solo se presente il libero consenso degli sposi. Ma era difficile capire qualche fosse il momento preciso in cui si formava il vincolo matrimoniale: si trovano due posizioni bastava il consenso, serviva il consenso e la consumazione.
Prevale la teoria del consenso anche grazie all’opera di Pietro Lombardo il quale affermò che se il consenso per “futuro” esso creava una promessa, in caso di “presente” esso rendeva il matrimonio indissolubile. Non era richiesta forma solenne o presenza di sacerdoti o testimoni, un uomo e una donna maggiorenni potevano unirsi in qualsiasi momento da soli e in qualsiasi luogo a patto che il consenso (e non era prevista l’obbligatorietà della consumazione) era “presente”. Ciò rimase immutato fino al Concilio di Trento momento in cui si decise per la forma pubblica e solenne del vincolo con l’eccezione dell’Inghilterra dove il libero consenso rimase in vigore fino al settecento. Da ciò si capisce come il matrimonio fino al Concilio di Trento non destava l’interesse degli ambienti ecclesiastici, era evidente che i matrimoni contratti senza alcuna formalità potevano turbare la pace sociale provocando inimicizie. Il Concilio Lateranense IV nel 1215 stabilì che le coppie dovessero annunciare pubblicamente in chiesa la loro intenzione di sposarsi in modo che il prete potesse essere informato dai fedeli di eventuali impedimenti. La pubblicazione dei bandi aveva proprio lo scopo di evitare le unioni tra consanguinei non di rendere pubblica la cerimonia anche se era un modo per far partecipare tutta la comunità. In FRANCIA, INGHILTERRA, GERMANIA, per assicurarsi maggiore pubblicità la celebrazione avveniva dinanzi la chiesa alla presenza del prete; in Italia del nord era il notaio che presidiava la cerimonia; tra i ceti popolari che non ricorrevano al notaio era il prete che interveniva con le medesime funzioni del notaio con la redazione di atti pubblici o privati, comprese le scritture matrimoniali in cui si stabiliva la dote. Nel XII secolo in Sicilia Ruggiero II inserì l’obbligo della celebrazione solenne di fronte alla chiesa e alla presenza di un sacerdote nelle sue Costituzioni del Regno di Sicilia promulgate nel 1231. A Gaeta, ad esempio, era previsto che dopo la cerimonia in casa della sposa in cui lo sposo le metteva l’anello al dito, la sposa si recava in chiesa e lì sulla soglia si ripeteva il rito dell’anello alla presenza di un sacerdote che benediceva l’anello e interrogava gli sposi sulla loro volontà effettiva di unirsi. Subito dopo entravano in chiesa per ascoltare la messa. La Chiesa era riuscita ancora prima del Concilio di Trento a diffondere una forma religiosa e pubblica di celebrazione. La funzione del prete era assistere allo svolgimento di una cerimonia che era sacramentale anche senza la sua presenza, e anche il ricorso al prete per benedire l’anello, il letto, la camera prima della consumazione del matrimonio serviva per scongiurare interventi “diabolici” che impedivano alla coppia di procreare. In ogni caso il matrimonio era un evento religioso, se gli sposi erano da soli al momento di scambiarsi il consenso invocavano Dio, la Vergine o i santi come testimoni in questo modo il vincolo era illegale agli occhi del mondo ma perfettamente valido dinanzi a Dio. Ma l’assenza di una codificata cerimonia religiosa non deve indurre a ritenere che il matrimonio fosse laico dato che nonostante l’enorme confusione era certa una cosa, ossia che il consenso era l’essenza del matrimonio ed erano proprio gli sposi ad essere ministri del loro sacramento. La copula carnale mantenne un ruolo importante nella dottrina della chiesa e costituiva la prova incontrovertibile del consenso al presente e quindi trasformava la promessa in matrimonio. Anche la promessa ebbe un ruolo molto importante. Nonostante il diritto canonico se ne distaccava in quanto obbligava direttamente al matrimonio, e quindi il rapporto tra promessa e matrimonio diventava vincolante anche a causa degli influssi germanici che li consideravano due tappe dello stesso processo. In caso di rottura della promessa il partner abbandonato poteva ricorrere al tribunale per ottenere l’adempimento della promessa ma spesso il giudice non obbligava il matrimonio perché veniva meno il principio di libera scelta. Questa complessità favoriva i matrimoni clandestini. Dal momento che il consenso era sufficiente, i matrimoni privati senza alcuna forma di pubblicità erano validi a tutti gli effetti: in assenza di testimoni e di altre forme pubbliche era difficile anche in sede giudiziaria giudicare la validità o la nullità in caso di contestazione da parte di uno degli sposi. Se uno dei partner cambiava idea ed abbandonava il tetto coniugale l’altro poteva ricorrere al giudice ecclesiastico pur correndo il rischio di non dimostrare l’esistenza del vincolo. La testimonianza di amici, parenti e vicini era necessaria se si voleva dimostrare di aver intrattenuto un rapporto matrimoniale col proprio partner. Se era positivo il giudice ordinava la coppia di rendere il vincolo solenne con pubblica cerimonia e ripresa della convivenza, altrimenti dichiarava il vincolo nullo. I matrimoni clandestini quindi mettevano in dubbio i principi d’indissolubilità della chiesa e rendeva semplice la bigamia. L’abbandono era il modo più semplice per interrompere una unione senza bisogno di tribunali; ma anche chi non aveva contratto vincoli poteva rivolgersi al giudice per ottenere il riconoscimento sfruttando il fatto che non fosse obbligatoria alcuna forma di pubblicità. Rendeva la cosa ancora più complicata la difficoltà di distinguere promessa e matrimonio, differenza basata sui verbi al presente e al futuro. In caso di matrimonio riparatore (Cittadella 1560) si poteva celebrare anche durante la flagranza… addirittura un fabbro ad interrogare gli sposi alla presenza di testimoni i quali fornirono agli sposi in prestito un anello per rendere la cerimonia perfetta. Potevano gli sposi anche usare altre parole, difatti non vi era ancora una codifica ufficiale questo perché bastava anche un semplice senso di accenno del capo, gesto che in caso di processo poteva non essere sufficiente per arrivare alla sentenza. In assenza di atti scritti si parla di presunzioni. Conseguentemente è facile intuire come i matrimoni clandestini non rappresentavano che elementi di grave incertezza dato che c’era di mezzo anche l’asse ereditario e la legittimità della prole. I matrimoni clandestini creavano ostilità dei laici soprattutto dei ceti sociali elevati che volevano vedere il proprio patrimonio al sicuro. La legge della carità imponeva ai cristiani di stringere alleanze matrimoniali con chi non era legato a loro da vincoli di parentela per poter entrare allargare rapporti con altre famiglie. La chiesa instaurò, quindi, degli impedimenti che riguardava il divieto di matrimonio con consanguinei ed affini, limiti contro cui si scaglierà Lutero. Anche i poteri secolari intervennero per bloccare il fenomeno dei matrimoni clandestini. Nel settentrione furono create altre forme di pubblicità: la presenza di testimoni e di un notaio (che redigeva l’atto pubblico), e la consegna dell’anello da parte dello sposo in pubblico. Ma al centro dell’attenzione era sempre il tema del consenso paterno. Molti statuti comminarono pene dure a chi si sposava senza l’approvazione del padre, la madre aveva voce in capitolo solo in assenza del padre e in assenza di una lunga linea maschile consanguinea. Erano i matrimoni delle figlie ad essere sottoposte ad un rigido controllo familiare e chi le sposava clandestinamente erano puniti con pene pecuniarie e le ragazze perdevano il diritto alla dote. A Bologna nel 1454 si puniva con la morte lo sposo clandestino a meno che la sposa non avesse acconsentito in quel caso la pena era pecuniaria => reato di ratto – lo sposo clandestino era un rapitore che sottraeva la fanciulla alla casa paterna la quale accettando offendeva il padre e rimaneva senza dote. Esso era un reato contro l’ordine perché suscitava scandali ed inimicizie. Ma è anche vero che in alcuni stati il consenso era richiesto solo in caso di minore età (15-25 anni in media). Pene più severe in Spagna e Francia: in Spagna la regina Giovanna promulgò nel 1505 una legge sui matrimoni clandestini che prevedevano la diseredazione; in Francia Enrico II nel 1556 proibì agli uomini minori di 30 anni e alle femmine sotto i 25 di sposarsi senza l’approvazione paterna pena diseredazione. Ma queste pene NON dichiaravano NULLO il vincolo la quale rimase competenza della chiesa. Le questioni patrimoniali era appannaggio del potere secolare, per regolare le spese nuziali, la dote e stabilire alimenti per moglie e figli in caso di separazioni. Sul controllo dei comportamenti matrimoniali i tribunali secolari entravano in conflitto con quelli ecclesiastici che esercitavano una giurisdizione criminale => reati di “misto foro”. In Francia dal XVI secolo le competenza ecclesiastiche si erodono in virtù del principio che solo al Capo dello Stato e ai suoi ministri spettava punire il colpevole con sanzioni affettive, lasciato alla chiesa solo le pene di natura spirituale. La promessa non era un semplice progetto per il futuro ma rappresentava l’atto costitutivo del vincolo e da quel momento la donna non poteva frequentare altri uomini (e non viceversa). Tutte le tappe successive altro non erano che delle conferme alla promessa di conseguenza è difficile stabilire una differenza tra promessa e matrimonio vero e proprio. Anche Graziano se ne occupò scindendo il matrimonium initiatum (scambio del consenso) e matrimonium ratum (con la consumazione) concezione che rimase valida anche dopo il Concilio di Trento in cui si stabilì il matrimonio dinanzi ad un parroco e celebrato solennemente. La sessualità quindi era ampiamente tollerata in quanto la promessa legittimava la frequenza della donna, poteva bere, mangiare e conversare insieme e poteva anche dormirci insieme SENZA necessariamente finire con un rapporto sessuale anche perché era spesso difficile avere intimità a meno che non si pagava per servirsi di un letto (che magari era di uno o piu fratelli della donna) per rapporti più intimi. In alcune zone della Francia, Germania, Svizzera, Olanda i rapporti sessuali altro non erano che valvole di sfogo per ragazzi che si sposavano anche a trent’anni. Ma perché tutto questo tempo? Perché spesso gli uomini si spostavano per lavoro o per guerre ad esempio oppure condannati al bando o per sfuggire dai creditori, anche le donne si spostavano ma per tratti molto brevi; il fatto era che la promessa anche se vincolante non bastava, serviva anche l’anello e la coabitazione. Erano i pretendenti che potevano avviare le trattative col padre della ragazza: per prendere tempo, vincere le resistenze familiari o addirittura attendere che si concludesse il matrimonio della sorella perché in assenza del padre il fratello non poteva sposarsi se prima non dava la dote alla sorella.
Ovviamente le lunghe attese non favorivano in contenimento dei desideri sessuali; fino al Concilio di Trento l’istituto del matrimonio trasformava la promessa seguita dalla copula carnalis in matrimonio. Il partner abbandonato ricorreva ad un tribunale per var riconoscere la validità del vincolo costringendo l’altro ad una coabitazione, pertanto era meglio che l’intimità non travalicasse certi limiti. Ma i limiti venivano oltrepassati spesso. Spesso si finiva in tribunale perché l’uomo aveva interrotto l’iter matrimoniale senza arrivare alla traductio (trasferimento in casa del marito) e spesso il responsabile era il maschio in quanto si presumeva che la donna si fosse concessa solo se aveva la certezza di arrivare al matrimonio e nel momento in cui donava il suo corpo stipulava un contratto con  cui si garantiva il matrimonio e l’atto poteva avvenire nei luoghi e nei momenti più disparati. La scritta di parentado era determinante nel favorire il passaggio all’atto sessuale completo. Se la promessa era l’atto costitutivo del vincolo è evidente che il rapporto sessuale era un evento che poteva capitare tra i due innamorati e davanti ai giudici ecclesiastici spesso si scendeva neo particolari più intimi; una certa libertà sessuale era consentita anche alle ragazze a patto di arrivare alle nozze.
Cosa succedeva se uno dei due non formalizzava il legame e convivere insieme?
Parenti amici e vicini esercitavano un controllo affinché si arrivasse in tempi ragionevoli ad una conclusione. Il vicinato stesso controllava il percorso matrimoniale tanto più se si sospettavano rapporti sessuali. I mediatori erano i parroci, frati, notai, procuratori o signorotti e se i tentativi erano vani la ragazza poteva denunciare il seduttore. La seduzione di  una vergine o vedova casta era uno STUPRO (non come lo intendiamo oggi), in quanto la violenza era solo una aggravante che comportava la pena di morte dopo il giudizio del foro secolare che aveva il compito di comminare pene di sangue.
Cosa otteneva una donna che ricorreva al foro ecclesiastico?
Se c’era stata una promessa, il seduttore doveva mantenerla altrimenti o la sposava o la dotava. L’obiettivo era comunque quello di favorire il matrimonio o col seduttore o con un altro grazie alla dote ricevuta dal primo. Nei tribunali secolari del tardo Medioevo le pene per lo stupratore erano pecuniarie e spesso era cancellata se poi l’uomo decideva di sposare la donna. Lo STUPRO preceduto da promessa di matrimonio fu definito “stupro qualificato”. Perché le nozze si potessero celebrare si richiedeva la parità di condizione sociale tra i partner. Il processo serviva a togliere gli ostacoli che impedivano la conclusione del matrimonio. Il giudice ecclesiastico doveva mediare i conflitti, offrire una soluzione senza giungere ad una punizione anche se si trattava di casi di stupro e aveva anche il compito di mediare i conflitti, trovare una soluzione arrivando ad usare anche metodi coercitivi, quale la minaccia del carcere la cui sola parola convinceva il seduttore a convolare a nozze che potevano essere celebrate anche all’istante. I processi per stupro fanno capire come ai giovani era consentito sperimentare rapporti sessuali durante l’iter matrimoniale perché la promessa stessa era considerata come atto vincolante.
La sessualità era consentita al di fuori del percorso matrimoniale, ciò che era definito dalla chiesa concubinato non era un legame fondato sul rifiuto del sacramento del matrimonio ma un vincolo di solidarietà tra uomo e donna spesso provvisorio (per salute o per bisogno), altre volte invece stabile che non era possibile legalizzare per mancanza di dote, per eventuali differenze di status sociale o perché uno dei due era già sposato e spesso erano le donne che ad un certo punto non avevano più il sostegno del marito e quindi erano “giustificate” in quanto era costretta a cercare un altro partner. Raro era giustificare il concubinato senza ricorrere a pratiche lesive dell’onore maschile.
Metter su una famiglia voleva dire romperne due. Il matrimonio rappresentava un rischio d’impoverimento per le famiglie di origine. Chi e quando sposarsi non era una scelta individuale ma doveva dipendere dagli ingenti patrimoni che andavano trasmessi. Per tutti il matrimonio era possibile solo quando sia l’uomo che la donna erano in grado di apportare risorse economiche senza impoverire le famiglie di origine. In Europa vi erano due modelli di matrimonio:
- Europa Nord Occidentale -> ci si sposava tardi perché prima del matrimonio i giovani di entrambi i sessi andavano a lavorare in altre famiglie in modo da poter mettere su casa per proprio conto.
- Europa Orientale e Sud (Italia) -> in Italia i giovani si potevano sposare presto evitando di andare a servizio perché le nuove coppie si stabilivano in casa dei genitori degli sposi.
Nella formazione della famiglia non vi erano esempi unici: l’età del matrimonio, il tipo di residenza, la dimensione della famiglia variavano a seconda del ceto sociale di appartenenza, del contesto geografico ecc… Tra i salariati ci si sposava presto e si andava a vivere per conto proprio perché non si era legati ad aziende a conduzione familiare, in questo caso era tutto molto più complicato e si doveva aspettare il momento giusto per non incrinare l’equilibrio tra braccia e bocche da sfamare, in questi casi la coppia veniva accolta nella famiglia del marito creando una serie di famiglie multiple tipicamente contadine. Anche gli artigiani si sposavano tardi solo dopo l’apprendistato. Metter su bottega e famiglia erano eventi collegati anche perché il lavoro e la dote della moglie potevano essere decisivi per dare avvio ad una attività autonoma.
Nelle élite a determinare l’accesso al matrimonio era la forma di trasmissione della proprietà: se il patrimonio veniva diviso tra tutti i figli maschi era più facile che tutti mettessero su famiglia per conto proprio. Se doveva restare indiviso per privilegiare un unico figlio solo allora l’erede convolava a nozze restando nella casa paterna insieme ai fratelli e alle sorelle destinati al celibato. Il modello successorio fu applicato raramente sia perché nonostante i principi ugualitari del diritto romano fin dal XII secolo le figlie dovettero rinunciare all’eredità in cambio di una dote, ma anche perché la necessità di mantenere unito il patrimonio spingeva i fratelli a non dividere l’eredità e a convivere sotto lo stesso tetto. Questo si accentuò dal XVI secolo dove per evitare la dispersione dei patrimoni le famiglie dovettero drasticamente limitare i matrimoni dei figli. Celibato e nubilato erano fenomeni, dunque, diffusi non sempre per scelta individuale ma per garantire la conservazione del casato, evitare la polverizzazione della proprietà terriere o per mancanza di risorse considerando che per una donna la dote era essenziale. Se il numero delle figlie era elevato anche le famiglie aristocratiche dovevano fare una scelta che portava a conflitti. Era un miracolo avere una figlia che avesse la dote minima per entrare in convento, spesso erano costrette ad invecchiare nella casa paterna rendendosi utili nei servizi domestici una volta passata al fratello. Anche i cadetti erano in difficoltà, dovevano rinunciare al matrimonio entrando in convento o dandosi all’avventura delle armi. La Chiesa medievale aveva imposto limiti pesanti alla libera scelta creando una serie di impedimenti di parentela non limitandosi ai consanguinei ma anche agli affini e i parenti spirituali. Il Lateranense IV nel 1215 ridusse i gradi di consanguineità da 7 a 4 con la motivazione che gli ultimi tre non venivano rispettati ma non si otteneva il rispetto neanche del quarto grado e nei piccoli villaggi si chiedeva la dispensa a causa della scarsità del mercato matrimoniale. I matrimoni tra parenti permettevano ai beni di non essere sperperati rafforzando i legami di parentela. Regola dell’“omogamia” -> ci si sposava con chi apparteneva allo stesso ceto sociale. Era obbligatorio evitare mescolanze, matrimoni male assortiti che valevano per tutte le classi sociali. Per tutti sposarsi onorevolmente significava conservare il proprio status e impedire la caduta verso un gradino più basso della scala sociale. In questa strategia la dote era uno strumento importante, solo se era adeguata al ceto sociale della giovane consentiva di trovare un marito di pari rango. I giuristi e teologi stessi tuonavano contro i matrimoni misti.
E’ possibile parlare di libertà di scelta?
Abbiamo detto che a decidere il matrimonio era l’accordo amorevole tra le famiglie non l’amore tra gli sposi che era visto come elemento di scandalo contrapponendo la passione giovanile alla ragione degli adulti. Libertà di scelta significava libertà dalla passione e perciò era necessario che i giovani si sottomettessero al giudizio saggio dei genitori che non esercitavano il loro ruolo con tirannia ma, come scrisse Leon Battista Alberti, talune volte era facile che i genitori consigliassero i figli (come fu per lui) secondo le proprie attitudini e passioni, pur rimanendo il fatto che se le esigenze personali cozzavano con quelle familiari, queste erano le uniche a prevalere. Così con la morte del primogenito che doveva sposarsi poteva costringere il figlio cadetto ad abbandonare la carriera intrapresa per perpetuare il casato, oppure se le figlie erano numerose potevano essere loro a decidere di prendere il velo lasciando la più bella libera di sposarsi con un uomo. Genitori e figli condividevano la concezione del matrimonio come alleanza: la scelta del partner era un affare che coinvolgeva l’intera famiglia, amici, parenti e vicini che si davano da fare per mettere insieme giovani e ragazze in età da matrimonio. Le donne svolgevano un ruolo importante nell’individuazione di possibili pretendenti grazie alla loro capacità di diffondere la voce. Nelle élite le madri venivano incaricate di accertare le caratteristiche della futura sposa. Il luogo privilegiato per gli incontri era la chiesa e qui ad esempio due figure eminenti come Alessandra Macinghi Strozzi e Tornabuoni dei Medici che in chiesa sottoposero le future nuore ad un esame molto accurato soffermandosi sul collo e sulle mani.
Alla distinzione di genere dobbiamo aggiungere quelle di ceto: le figlie delle élite erano segregate in casa e avevano pochissime opportunità di incontrare coetanei. Le ragazze di ceto medio basso invece erano abituate a rimanere fuori dalle mura domestiche essenzialmente per lavoro ma anche per veglie e feste. A loro era permesso “amoreggiare” nel senso avere i primi approcci, conversare, prima che le famiglie vengano coinvolte per lo scambio della promessa e la definizione di accordi; non in luoghi segreti senza dimenticare che questa frequentazione non doveva superare i limiti consentiti. E più che i rapporti, erano temute le promesse segrete che i giovani potevano volgere a loro favore in tribunale.
Avviati i primi approcci cosa accadeva?
Gli uomini potevano prendere l’iniziativa di andare a parlare col padre della donna o con lo zio o fratello se orfano e proporre una trattativa. Normalmente si preoccupavano di avere prima il consenso dei propri parenti. Se i giovani sapevano che il consenso non ci sarebbe stato avrebbero mantenuto segreto il consenso e talvolta era necessario aspettare la morte del genitore non consenziente. Anche se i figli maschi avevano un certo margine di iniziativa, erano soggetti all’autorità parentale al pari delle sorelle e spesso i genitori facevano valere la minaccia della diseredazione per piegare ribellioni in famiglia. Il matrimonio implicava un accordo sereno tra padri e figli vera e propria base su cui improntare il matrimonio; la condizione della ragazze era diversa da quella dei fratelli. La promessa e tutta la trattativa era condotta esclusivamente dagli uomini (fratelli, zii, padre) che avevano il compito di “interrogare” il pretendente. Alle ragazze rimaneva la possibilità di ribellione, quindi non accettazione del partner imposto che si esprimeva secondo un rituale: il pianto, tristezza e malinconia, ritrarsi dal tocco della mano o volgere il capo per non essere baciata. Era anche possibile non accettare i doni. Molti parroci e confessori condividevano gli stili di vita dei loro fedeli e che spesso non osavano mettere in discussione l’autorità paterna pertanto le donne che volevano un appoggio dovevano recarsi dai giudici vicari dei tribunali che avevano una preparazione teologica migliore. La chiesa aveva tutto l’interesse a limitare i poteri del padre e dei signori nei confronti delle figlie offrendo protezione alle stesse mettendo in mezzo anche altre questioni senza dimenticare che l’accento del diritto canonico sulla libertà di scelta mirava a salvaguardare le vocazioni religiose date che queste non erano particolarmente gradite dalle famiglie in quanto la dote concessa doveva servire per stringere alleanze vantaggiose. Il diritto canonico specificava che se si sospettava la coercizione della famiglia, la donna poteva essere condotta in un luogo sicuro ed essere interrogata sulle sue effettive volontà: su iniziative del giudice le ragazze venivano allontanate dalla famiglia e ospitate in un monastero in cui dopo alcuni giorni di riflessione e interrogatori prendevano la decisione. In questo modo la chiesa offriva la possibilità di decidere autonomamente. Alcune ragazze non avevano il coraggio di ribellarsi alle richieste della famiglia. Anche la comunità aveva un controllo fondamentale sulle decisioni matrimoniali, intervenendo per ripristinare l’ordine, riaggiustare equilibri rotti e denunciare comportamenti trasgressivi. E spesso erano bande giovanili create secondo strutture gerarchiche a mantenere l’ordine con rituali di disapprovazione collettivi spesso anche violenti che alla fine sancivano la reintegrazione nella comunità. Meno aggressivi erano i serragli, barriere e barricate al corteo della sposa.

ISTRUZIONE al FEMMINILE

Nell’’Alto Medioevo sono pochissime le donne laiche con un alto grado di istruzione e di cultura. Ci restano alcune lettere di Amalasunta (498–535d.C.) figlia del re Ostrogoto Teodorico, mentre di Lutgarda, moglie di Carlo Magno, sappiamo che frequentò la scuola palatina. E’ nei monasteri, nelle abbazie e nei chiostri che le donne occidentali iniziano il lento cammino della emancipazione intellettuale. In campo religioso infatti ci sono numerose testimonianze di monache colte e dedite a lavori intellettuali: bibliotecarie, scrivane e amanuensi, insegnanti. Alcune di esse scrissero opere di carattere agiografico, cronache, biografie. Abbiamo testimonianza di monache amanuensi nel convento di Chelles, nell’Ile de France e ad Arles. A Chelles, sede di una importante biblioteca, si ritirarono Gisla e Rotrude, sorella e figlia di Carlo Magno. Nel X secolo Rosvita di Gandersheim (935 – 973 d.C.) monaca benedettina sassone, il cui nome significa “suono vigoroso”, divenne celebre per la sua produzione letteraria, sia devozionale che profana.
Rosvita aveva una cultura classica, lesse Virgilio e Terenzio; compose due poemi epici e scrisse in prosa rimata opere edificanti (“La conversione di Taide”, “Caduta e conversione di Maria, nipote di Abramo”) con l’intento di dare vita ad una letteratura piacevole, ma di sicura moralità cristiana. Nell’ambito della scuola medica salernitana ricordiamo l’attività di una donna medico, Trotula (XI sec. d.C.) alla quale viene attribuito un trattato di medicina intitolato “Passionibus mulierum curandorum” (Sulla malattie delle donne),che riguardava le problematiche mediche femminili e non solo le classiche questioni di ostetricia.
I particolari della vita di Trotula sono sconosciuti. Nacque a Salerno intorno al1050 da una famiglia nobile salernitana, i de Ruggiero. Ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e di specializzarsi in medicina. Sposò il medico Giovanni Plateorio ed ebbero due figli che seguirono le attività dei genitori.
All’epoca la scuola era aperta anche alle donne che partecipavano sia come studentesse sia come insegnanti. Trotula frequentò la scuola medica di Salerno come insegnante e le sue lezioni furono raccolte in volumi. Ebbe nuovissime idee sotto molti aspetti: riteneva che la prevenzione fosse molto importante per la medicina ed utilizzava insoliti metodi per quell’ epoca. In caso di malattie consigliava metodi dolci che includevano bagni e massaggi. I suoi consigli erano facili da applicare e accessibili anche alle persone più povere. Divenne molto famosa per le scoperte nel campo della ginecologia e dell’ostetricia e cercò nuovi metodi per rendere meno doloroso il parto. Nel XIII secolo le idee e i trattamenti di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa.

LE FILOSOFE

Con il termine filosofe intendiamo riferirci a quelle donne che, in un’epoca non certo favorevole allo sviluppo del libero pensiero al femminile, elaborarono una loro personale visione del mondo e contribuirono al risveglio culturale e spirituale che contraddistingue i secoli del Basso Medioevo (1000 – 1492 d.C). Le più importanti filosofe medievali sono Eloisa del Paracleto e Ildegarda di Bingen.

ELOISA DEL PARACLETO:


Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmenocancellarne il ricordo. Da qualunqueparte mi volga mi sono sempre davantiagli occhi con tutta la forza della loroattrazione” (Abelardo e Eloisa, Lettere d'amore).
Eloisa (1101 – 1164), nata in Francia e nipote di Fulberto, canonico di Notre-Dame, nel 1131 divenne Badessa del convento del Paracleto, comunità monastica di campagna fondata dal filosofo Pietro Abelardo (1079– 1142). Ella si ritirò a vita monastica in seguito alla drammatica conclusione del legame amoroso con lo stesso Abelardo, suo maestro, celebre filosofo e teologo, professore dell’Università di Parigi. Eloisa, all’epoca dei fatti sedicenne, ricambiò le attenzioni di Abelardo che era ospite in casa di suo zio; ben presto Fulberto scoprì la relazione e Abelardo si offrì di sposare la giovane purché ciò avvenisse in segreto. Il matrimonio fu celebrato nel 1119; Abelardo aveva circa quarant’anni e Eloisa diciotto. In pubblico entrambi negavano di essere uniti in matrimonio, in quanto lo stato coniugale era all’epoca incompatibile con la professione di filosofo che richiedeva la totale dedizione al pensiero e alla spiritualità. Eloisa, pur amando Abelardo, era disposta a rinunciare a lui e infatti si chiuse nel convento di Argenteuil. Lo zio, furioso, decise di vendicarsi: armò degli uomini che si recarono da Abelardo e lo evirarono. Egli lasciò Parigi e finì i suoi giorni girovagando per la Francia, mentre Eloisa si trasferì al convento del Paracleto e ne divenne la Badessa. Documento di questa vicenda è il carteggio di Eloisa con Abelardo.

ILDEGARDA DI BINGEN

Ildegarda (1098–1179), fanciulla di famiglia nobile e numerosa, visse fin da giovanissima in un monastero dedicato a San Disibodo, nella diocesi di Magonza, obbediente alla regola benedettina fu nominata badessa nel 1136. Fu allora che ebbe il coraggio di rivelare il suo dono profetico e le visioni che riceveva fin dall’ infanzia: “Per volontà divina il mio spirito nella visione sale in alto fino alle stelle in un’ aria diversa, si dilata e si allarga sopra le terre, in alto sopra differenti regioni, in luoghi lontani dove resta il mio corpo”. Dal suo primo monastero diresse la fondazione di altri due nell’Assia- Palatinato; quello di Bingen (dove lei si trasferisce nel 1147) e quello vicino di Eibingen, fondato nel 1165.E’ di straordinaria importanza oltre ai suoi libri profetici, il corpus di testi di scienze naturali che Ildegarda ci ha lasciato: sulla biologia, sulla botanica e sulla medicina; questi testi sono fondati essenzialmente sull'osservazione diretta e sull’ esperienza di vita monacale a contatto con molti casi umani. Ildegarda morì a più di 80 anni, il 1 settembre del 1179. Dopo la morte si era avviato un processo di canonizzazione, che però è stato interrotto. Ma il culto è continuato. Nel 1921 è nata in Germania la congregazione delle Suore di Santa Ildegarda.

LE MISTICHE

Negli ultimi tre secoli del Medioevo le donne assunsero ruoli importanti in campo religioso; si tratta di un periodo in cui accanto ai segni di rinascita delle città, sorgono anche inquietudini sociali e spirituali e si assiste alla diffusione degli ordini mendicanti (Francescani, Domenicani, Agostiniani, Carmelitani). Le donne, estromesse dalle gerarchie ecclesiastiche, si misero in evidenza come fautrici di un intenso misticismo. Ecco quindi figure come quelle di Chiara d’Assisi, Margherita da Città di Castello, Chiara da Montefalco, Angela da Foligno e soprattutto Caterina da Siena (1347 – 1380).

CHIARA D’ASSISI

Santa Chiara nacque in una famiglia nobile nel 1194, da Favarone di Offreduccio di Bernardino e da Ortolana. La mamma, recatasi a pregare alla vigilia del parto nella Cattedrale di S. Rufino, sentì una voce che le predisse: “Oh donna, non temere perché felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo”. Nata la bambina, fu chiamata Chiara e battezzata in quella chiesa. La personalità di Chiara fu in completa sintonia con il desiderio di fuggire dal mondo comune e di dedicarsi alla vita contemplativa di Francesco. La notte del 18 Marzo 1212, dopo la Domenica delle Palme, accompagnata da Pacifica di Guelfuccio, Chiara si recò di nascosto alla Porziuncola, dove S. Francesco l’aspettava insieme ai frati. Qui egli la vestì con un saio francescano, le tagliò i capelli ,consacrandola alla penitenza e la portò presso le suore benedettine di S. Paolo a Bastia in Umbria, dove il padre la raggiunse, tentando di convincerla a tornare a casa. Consigliata da S. Francesco, si rifugiò nella Chiesa di S. Damiano, seguita dalla sorella e da alcune amiche, che così divenne la Casa Madre di tutte le suore chiamate, dopo la morte della Santa, Clarisse. Visse qui per 42 anni, quasi sempre malata; formulò una prima regola dell’ ordine e le venne concesso il privilegio della povertà. Nel 1243, durante un’incursione di milizie saracene nel Monastero di S. Domenico, Chiara, con molto coraggio, le scacciò.
Le sue caratteristiche, dolcezza d’animo, fermezza di carattere ed il modo di governare la sua comunità, le procurarono la stima dei Papi che si recarono a visitarla. La morte di S. Francesco e la notizia di molti monasteri che accettavano rendite, amareggiarono la Santa. Alla vigilia della sua morte ebbe la visita del Papa Innocenzo IV che le portò la benedizione e le consegnò la bolla papale con la sua nuova regola. Il giorno dopo, l’11 Agosto 1253 Chiara morì; fu canonizzata nell’autunno del 1255 per mezzo di Alessandro IV.

CATERINA DA SIENA

Caterina nacque a Siena nel 1347 in una famiglia di 25 figli; di temperamento forte e deciso, a soli sette anni decise di dedicare la sua vita a Dio. Fra i 15 e i 16 anni, dopo aver rifiutato il matrimonio combinato dai suoi genitori, entrò a far parte del gruppo senese delle Mantellate, donne che, pur restando in casa, seguivano un regime di vita rigorosamente religioso e caritatevole. Nel 1370 Caterina sentì trasformarsi il suo cuore in quello di Gesù e iniziò a non temere più nulla. Ella scrisse anche una lettera al papa per farlo ritornare a Roma, per sollecitare una riforma nella Chiesa e convertire i musulmani alla fede cristiana. La santa morì a trentatré anni, vinta dalle fatiche e dalle visioni. Lasciò anche delle opere come: le Lettere , le Preghiere e il Dialogo. Oggi, insieme a San Francesco è patrona d’ Italia.

JEANNE D’ ARC

Giovanna D’Arco nacque nel 1412 a Domrémy in un villaggio della Francia orientale. Figlia analfabeta di u contadino, divenne protagonista della riscossa francese contro l’ Inghilterra nella “Guerra dei Cento anni”, durata più di un secolo, dal 1337 al 1453. A 13 anni Giovanna iniziò a sentire “le sue voci”. Le apparvero infatti l’ Arcangelo Gabriele, Santa Caterina e Santa Margherita che le affidarono una missione: liberare Orleans, assediata dagli Inglesi, cacciare gli stranieri e fare incoronare re Carlo VII di Valois. La missione che Giovanna ritenne voluta da Dio era in contrasto con il modo di vivere di una donna contadina. Tuttavia l’entusiasmo di Giovanna vinse ogni difficoltà; infatti ottenne il permesso di marciare armata a capo delle truppe. Fu tanto il coraggio che diede ai soldati che ogni impresa riuscì, Orleans fu liberata, tutte le fortezze sulla via di Reims furono conquistate e così il delfino Carlo fu incoronato nella Cattedrale di Reims. Giovanna divenne famosa in tutta l’Europa e molti volontari si unirono a lei per combattere. Ma a Compiegne, in uno scontro con il duca di Borgogna, alleato degli Inglesi, Giovanna fu catturata forse a causa di un traditore e venne venduta agli Inglesi. Imprigionata, fu sottoposta ad un processo ecclesiastico e fu accusata di superstizione perché aveva detto di aver sentito delle voci, di condotta scandalosa perché vestiva come gli uomini ed aveva i capelli corti, d’eresia perché non accettava le regole della Chiesa. I giudici erano esperti conoscitori di diritto e teologia, le loro domande erano difficili e confusero Giovanna. Ella non era che una semplice contadina ignorante, non sapeva né leggere né scrivere, ma rispose con coraggio, intelligenza e umorismo. Il Tribunale la ritenne colpevole e come eretica, la condannò a morire sul rogo. Il 30 Maggio 1431 Giovanna, a soli 19 anni, fu condotta sulla piazza del mercato vecchio di Rouen e fu bruciata viva. Venticinque anni dopo, con un nuovo processo fu riconosciuta innocente e la Chiesa la proclamò Santa nel
1920.

DONNE DI POTERE

MATILDE di CANOSSA, la grande contessa. Nonostante in età feudale le donne vivessero generalmente in una condizione di sottomissione, esistono casi in cui esse, in mancanza di fratelli o mariti, ereditarono feudi, prestarono giuramenti di vassallaggio, seppero difendere con le armi i propri possedimenti assediati dai nemici e parteciparono attivamente alla vita politica. Tra queste donne di potere un esempio significativo è rappresentato dalla contessa Matilde di Canossa. Matilde, la futura contessa di Canossa, nacque a Mantova, forse nel 1046.A otto anni fu promessa in sposa a Goffredo di Lorena che era poco più grande di lei. Matilde sposò Goffredo, ma i due si separarono presto e qualche anno dopo Goffredo venne ucciso a tradimento. Siamo nel periodo della lotta per le investiture che vede contrapposti papi e imperatori. Matilde si schierò dalla parte del papa Gregorio VII, il quale era suo ospite quando l’ imperatore Enrico IV, scomunicato, si presentò a Canossa, nel gennaio 1077,a piedi nudi e vestito con un semplice saio per chiedere misericordia al Papa. Quest’ultimo si rifiutò di riceverlo e lo lasciò in attesa per tre giorni e tre notti, finché anche per intercessione della contessa e dell’abate di Cluny, concesse all’imperatore l’ assoluzione. Per la sua personalità, Matilde fu una protagonista della storia d’Europa nell’XI secolo. Al quel tempo era naturale che le donne dipendessero sempre da un parente maschio. Per questa ragione Matilde, come tutte le donne di potere, venne guardata con sospetto ed i suoi nemici la accusarono di essere responsabile della morte del marito. Per i sostenitori del papa invece ella era paragonata ad una santa. Il monaco Donizone, biografo di Matilde, compose per lei un poema in latino.
La contessa però non fece in tempo a leggerlo; morì nel 1115 quando il poema era appena terminato. Il suo corpo fu portato a Roma per volere del Papa, dove riposa tutt’ora nella Basilica di San Pietro.

ELEONORA D’ AQUITANIA

Eleonora D'Aquitania, regina di Francia e poi di Inghilterra, era la primogenita di Guglielmo X, duca di Aquitania e di Guascogna. Sposò Luigi VII, re di Francia e l'accompagnò alla seconda crociata, ma le nozze non furono felici. Nel 1152 il re fece annullare il matrimonio sotto pretesto di parentela; tre settimane più tardi Eleonora andò sposa a Enrico Plantageneto, duca di Normandia e conte d'Angiò, che divenne re d'Inghilterra nel 1154, col nome di Enrico II, riunendo ai suoi domini inglesi i vasti territori del sud-ovest della Francia, dote di Eleonora, che Luigi VII aveva dovuto restituirle. In disaccordo anche con il secondo marito, sostenne i figli in rivolta contro il padre (1173).Questi la fece imprigionare e la tenne segregata per più di quindici anni. Riconquistata la libertà, alla morte di Enrico II, difese i diritti del figlio Riccardo Cuor di Leone contro il fratello minore Giovanni Senza Terra e, durante la prigionia del primo, galvanizzò gli Inglesi nella resistenza opposta a Filippo Augusto. Alla morte di Riccardo (1199) , sostenne la candidatura di Giovanni al trono d'Inghilterra. I vasti domini francesi che ella recò in dote ai sovrani inglesi furono la causa delle lunghe guerre poi scatenatesi fra le due nazioni. L'influenza di Eleonora, donna di elevata cultura, non fu solamente politica: diffuse la poesia dei trovatori in Francia e in Inghilterra ed è ricordata come la regina dei Cantastorie in lingua d’oil (nord della Francia) e dei Trovatori (poeti musicisti) occitani. E’ proprio a lei che si deve il fiorire in tutta Europa dell’immenso movimento della letteratura cortese, costruita intorno al mito celtico del Santo Graal. A lei probabilmente fu dedicato nel XII secolo il poema di Tristano, una tragica storia di amore e di morte, dominata dal destino. Morì nel 1204 e fu sepolta nel monastero di Fontevrault, dove si era ritirata.

LA CUCINA AI TEMPI DEL MEDIOEVO

Prima di iniziare a parlare della cucina ai tempi del Medioevo, si devono fare alcune premesse molto importanti, che ci permetteranno di capire meglio l’intero argomento. Alcuni degli alimenti noti ai nostri giorni e parte integrante della nostra cucina, nel Medioevo non esistevano. Stiamo parlando principalmente della patata, del caffè, del pomodoro, del mais, del peperoncino. Tutti questi alimenti sono di origine Americana e di conseguenza sono arrivati nelle tavole Europee solo dopo la scoperta dell’America (12 Ottobre del 1492, anno che molti usano per indicare la fine del Medioevo).I cuochi dell’epoca non avevano la possibilità di conservare gli alimenti con la stessa facilità che hanno i cuochi moderni. Sebbene esistano alcune tecniche di conservazione dei cibi, i cuochi potevano quasi esclusivamente utilizzare quei soli alimenti offerti dalla natura. È curioso notare come la cucina stagionale, che per i cuochi Medievali era perlopiù un’imposizione, ai giorni nostri rappresenta una buona consuetudine alimentare. La vita quotidiana nel Medioevo era scandita dalle rigide imposizioni della Chiesa e questo vale anche per le abitudini alimentari. È la Chiesa, infatti, che impone il mangiare di magro per ben tre giorni la settimana (solitamente il mercoledì, il venerdì e il sabato),durante l’intero periodo di Quaresima e i giorni prefestivi. Concretamente questa imposizione significa mangiare pesce al posto della carne, utilizzare i grassi vegetali al posto di grassi animali e sostituire il latte animale con il latte di mandorle. I periodi di digiuno erano molto comuni (ad esempio prima di ricevere l’eucarestia) e potevano durare anche molti giorni, con conseguente astensione completa dal cibo. I primi ricettari di cui si ha notizia sono datati XIV secolo. È bene precisare che le informazioni contenute in questi documenti si riferiscono a ceti sociali elevati, ai banchetti allestiti da persone benestanti, a consuetudini in vigore presso la “borghesia” dell’epoca. I ceti poveri, infatti, non affidavano nulla alla scrittura, ancor meno cose “futili” quali le proprie ricette segrete e gli ingredienti di cui facevano uso in cucina. In generale gli uomini e le donne amavano preparare banchetti e mangiare senza limiti. Si parla di enormi quantità di cibo presenti in questi banchetti e anche le quantità medie giornaliere che le persone assumevano durante il giorno erano parecchio elevate (soprattutto per chi svolgeva lavori di fatica).La preparazione di un convivio medievale richiede senza dubbio alcune conoscenze sugli usi dell’epoca, specialmente per quel che riguarda la preparazione della tavola e le “buone” maniere che un commensale deve rigorosamente rispettare. Nelle famiglie più agiate era consuetudine coprire la tavola (un asse di legno su due cavalletti) con una tovaglia. A volte le tovaglie erano due, la seconda serviva per pulirsi le mani e la bocca (non era noto a quei tempi l’uso del tovagliolo). Nelle famiglie più povere (o meno agiate) la tovaglia, invece, era completamente assente. Ogni commensale aveva una ciotola (per il brodo o la zuppa), un cucchiaio rudimentale e una fetta di pane. Questa fetta era impastata di un pane speciale (chiamato Mense, da cui deriva il termine “mensa”) e fungeva anche da secondo piatto per le portate successive. La forchetta non esisteva nel medioevo, mentre era noto l’uso del coltello, ma era consuetudine portarselo da casa (difficilmente era fornito da chi serviva il pranzo).
Le bevande si consumavano in un boccale che solitamente era condiviso da più persone. Proprio per questo motivo una delle regole da seguire era quella di pulirsi la bocca prima di bere, per evitare imbarazzi da parte delle persone con cui si condivideva il boccale. Non c’è dato sapere se questa regola fosse effettivamente seguita da tutti oppure no. Probabilmente lo era tra persone di ceto più elevato, molto meno tra le persone più rozze.
Una volta preparata la tavola, i cibi erano adagiati sulla stessa, in modo da facilitare il commensale, il quale si serviva con un cucchiaio (nel migliore dei casi), con la punta del proprio coltello o (più facilmente) direttamente con le mani. Ai commensali erano richieste poche regole da seguire: si doveva evitare di parlare con la bocca piena, masticare in modo silenzioso, evitare di sporcare gli altri o di pulirsi le mani e la bocca nei propri vestiti, infine evitare di pulirsi i denti con la punta del coltello. Nell’alto medioevo solitamente il pasto era condiviso con tutti, servi inclusi. La dipendenza dalle altre persone era, infatti, una parte imprescindibile del mondo medievale e mangiare in solitudine poteva essere visto come un comportamento superbo e per questo motivo era condannato dalla chiesa. Solo i re potevano esimersi da questo rituale profano, ma spesso neanche loro se ne sottraevano. Quali erano, allora, i cibi a disposizione dei cuochi medievali? Sicuramente si faceva largo uso di cereali (utilizzati per il pane, la polenta e le farinate), verdure, carne  (principalmente pollame e maiale) e pesce (sia d’acqua dolce che d’acqua salata).Mentre cereali e verdure erano a disposizione di molti (se non di tutti), la carne era presente nelle tavole dei ricchi e dei nobili, meno frequentemente nelle tavole delle persone comuni.
Era quasi impossibile avere sulla propria tavola cibi provenienti da altre parti del mondo. I trasporti, infatti, erano lenti e molto costosi, mentre le tecniche di conservazione dei cibi non erano avanzate come quelle note ai giorni nostri. Tutti questi fattori limitavano il commercio di cibi su lunghe distanze ad appannaggio di pochi ricchi. Quella di conservare i cibi era una necessità anche nel medioevo, non lo è solo oggi. Come facevano dunque i nostri avi a mantenere il cibo in uno stato dignitoso per periodi relativamente lunghi e senza l’utilizzo degli strumenti moderni che noi oggi conosciamo? Ebbene, i metodi di conservazione dei cibi che utilizziamo oggi sono gli stessi di allora ma molto più avanzati da un punto di vista tecnico (e questo fa la differenza). Nel medioevo, dunque i cibi si conservavano con i seguenti procedimenti:
Essiccazione: questa era una tecnica utilizzata per la maggior parte degli alimenti, come i cereali (elemento fondamentale per tutte le classi sociali), le carni, la frutta (raramente le tavole medievali erano prive di frutta secca). I cereali erano conservati in chicchi interi(ma sovente la loro germinazione rappresentava un problema) o come farina, diversamente erano fatti essiccare al sole (nei paesi con climi caldi) e all’aria (nei paesi più freddi), eliminando la parte umida e allungando la durevolezza del bene. Quello della essiccazione era il metodo più comunemente utilizzato nel medioevo.
Salatura o Affumicatura: questi metodi erano utilizzati principalmente per la conservazione della carne. La strategia più comune era quella di abbattere le bestie in autunno, in modo da evitare di nutrire animali durante le stagioni invernali, e poi affumicarle o salarle per conservarle il più a lungo possibile.
Raffreddamento: durante le stagioni più rigide i cibi erano conservati in locali isolati dalle escursioni termiche (ghiacciaie, note fin dai tempi dei Romani) dove si accumulavano la neve e il ghiaccio.
Oltre a questi metodi, vi erano altri accorgimenti largamente utilizzati e molto ingegnosi (magari non ai nostri occhi moderni), quali conservare le verdure in sale o aceto, preparare formaggi con il latte in eccedenza, creare marmellate di frutta, oppure trasformare i cereali o la frutta in bevande alcoliche.
Ora che abbiamo imparato come conservare i cibi, possiamo iniziare a cucinare.
Metodi di cottura e preparazione dei cibi:
In generale, tutti i metodi di cottura prevedevano l’utilizzo del fuoco vivo (i fornelli furono inventati solo nel XVIII secolo). Esisteva anche un forno rudimentale, simile a una caverna riscaldata da un fuoco posto all'interno, dove si cuoceva il pane o le torte (principalmente crostate di frutta). Solitamente il forno non era di proprietà privata, ma di utilizzo comune.
Iniziamo dalle zuppe, che erano cotte a fuoco vivo in grandi pentoloni, dove si mischiavano tutti gli ingredienti (principalmente verdure). Negli stessi pentoloni potevano anche essere bollite le carni (manzo), anche se più raramente. Il metodo di cottura più comune per i cibi di origine medievale (carne e pesce) era la griglia o lo spiedo. La griglia, posta sopra il fuoco vivo, poteva avere dimensioni diverse, secondo la quantità di carne da cuocere. La cenere in eccesso poteva essere utilizzata per metodi alternativi di cottura (alcuni scritti riportano ricette di uova cotte nella cenere, ad esempio).Per condire le carni si utilizzava il sale, il pepe o lo strutto (grasso di suino). Proprio durante il medioevo si diffuse il consumo di spezie, che servivano a dare un sapore deciso ai cibi o, secondo altre interpretazioni, a coprire i cattivi sapori.
Spesso si mischiavano tra loro cibi di natura differente, creando delle associazioni gustose e originali, come l’agrodolce, la carne con la frutta, il pesce con il miele o il dolce-salto. In generale i piatti nel medioevo erano ricchi di grassi (quando disponibili) e questo non rappresentava un problema, poiché il concetto di bellezza era molto differente rispetto a quello attuale e i chili in eccesso erano visti come un bene. Il medioevo era anche un’epoca in cui il lavoro fisico era particolarmente diffuso e frequente, e il consumo di grassi elevato. Al contrario la magrezza era qualcosa riservata agli asceti o ai malati. Insomma, non esisteva l’assillo della prova-costume! Spesso non ci rendiamo conto di quanto potesse essere difficile e complicata la vita nel Medioevo. Molti gesti, che noi oggi diamo per scontati, allora non erano possibili, o perlomeno non erano scontati. Prendiamo come esempio il bere un bicchiere d’acqua. Per noi non c’è nulla di strano o di difficile, ma nel Medioevo l’acqua non era completamente pura e di conseguenza era poco diffuso il suo utilizzo tra le famiglie dell’epoca. Le bevande più note ai quei tempi erano il latte, la birra, il vino e i distillati. Il latte era di difficile conservazione e quindi presente in quantità limitata, di conseguenza era consumato solo da bambini e anziani. Il vino era la bevanda più importante e salutare, ed era diffusa soprattutto nell’Europa meridionale (ovvero in quei paesi, come l’Italia, dove si coltivava regolarmente la vite). Nei paesi nordeuropei era più diffusa la birra, mentre il vino era presente, ma come bevanda della borghesia e dei nobili dato l’elevato costo. La birra era particolarmente diffusa in Inghilterra, nei Paesi Bassi e in Germania; pensate che in questi paesi la birra era bevuta a tutte le età, bambini e adolescenti compresi. In Francia e in Italia la birra era presente, ma a diffusione meno capillari rispetto ai paesi del Nord. Alcuni trattati medici dell’epoca descrivono alcune proprietà negative proprie della birra (note anche ai nostri giorni): facilita la minzione e, se bevuta insieme al vino, fa ubriacare in fretta! Questi stessi trattati riportano invece caratteristiche positive del vino: un moderato consumo aiuta la digestione (oggigiorno sappiamo essere falso), produce buon sangue e migliora l’umore (generalmente questo è vero). Esistevano anche dei vini speziati, ottenuti mischiando comune vino rosso con zenzero, noce moscata, chiodi di garofano e altre spezie. Questi vini erano poi scaldati (vin brulè) e usati come aperitivi. Durante il Medioevo si faceva largo uso anche di distillati, ottenuti da frutti e bacche diversi dall’uva. È così che si otteneva il sidro di mele o pere, il vino di melograno o il famoso idromele (distillato particolarmente diffuso nelle culture slave e polacche, meno nel sud dell’Europa).

IL MERCATO NELL'ITALIA MEDIEVALE

II Medioevo si apre, in Italia, con la crisi del sistema economico imperiale. Alia decadenza delle città e alia rovina dei ceti medi si accompagna, com'è noto, una crescente ruralizzazione della vita economica, demografica, sociale, e un complessivo sposamento di equilibri a favore delle campagne e della grande proprietà e un concomitante declino progressivo della vita mercantile e del mercato. Questi processi non furono accelerati, soprattutto con l'arrivo, poco dopo la meta del VI secolo, dei Longobardi che, insediandosi in Italia, non riuscirono tuttavia a conquistarla completamente, ne determinarono per la prima volta dopo molti secoli dall'unificazioni realizzata da Roma una divisione destinata a durare ancora più a lungo. II declino della vita urbana e di tutto ciò che essa significava dal punto di vista economico ebbe anzi in Italia, rispetto al resto dell'Occidente, una propria specificità nella morte di molte vecchie e gloriose città, come Sibari, come Metaponto, come Roselle, come Populonia, come Vetulonia, come Luni, come Spina, come tantissime altre, nel corso di una lunga agonia durata sin nel pieno Medioevo e col passaggio delle loro funzioni, in più di un caso e prima fra tutte quella episcopale, ad altre e nuove città. Con la decadenza del mondo urbano e la ruralizzazione della vita economica si accompagnò il declino progressivo di quello che era uno degli strumenti centrali degli scambi, vale a dire il magnifico sistema viario romano. Per quanto nato soprattutto con funzioni militari e di unificazione amministrativa, esso costituiva naturalmente una delle condizioni essenziali degli scambi. D'altra parte, la frantumazione dell'imperio nei regni romano-barbarici si ripercosse negativamente sul fitto e tradizionale reticolo di comunicazioni marittime che avevano al loro centro l’ltalia. La stessa vicenda dell'espansione musulmana, senza voler qui riprendere l'annosa questione "Maometto-Carlo Magno", determinò senza alcun dubbio, almeno temporalmente, una qualche difficoltà per la tranquillità, la continuità e la regolarità degli scambi. Ciò che si sa delle incursioni, delle distruzioni e poi degli insediamenti musulmani in Campania o Calabria rivela un arretramento di popolazioni verso l'interno e una chiusura verso il contatti esterni. Ma ciò che anche sappiamo di quel che avvenne un po' più tardi, almeno per qualche località come Amalfi o Gaeta, mostra che ai conflitti e agli scontri potevano alternarsi o succedere i contatti e gli scambi. E' tuttavia su altre specificità della penisola italiana che mi piace richiamare l'attenzione. Intanto, non ostante quella più o meno lenta morte di molti centri abitati sopra richiamata, la vita urbana pur nella contrazione fisica e demografica di tutte le città, mantenne una vivacità e un ruolo sconosciuti altrove in Occidente, esclusa soltanto la Spagna musulmana. Ma al mondo musulmano, del resto, una parte d'ltalia, cioè la Sicilia, e qualche altra piccola porzione cominciò ad appartenere all'inizio del IX secolo. Ma la specificità italiana storicamente più rilevante è piuttosto un'altra, vale a dire la presenza di alcuni territori non sottomessi dai Longobardi e formalmente dipendenti da Bisanzio, poi lentamente diventati sostanzialmente indipendenti. In alcuni di questi territori nacquero e si svilupparono nuovi centri urbani, come Venezia e Amalfi, che costituirono nuovi precoci poli di sviluppo mercantile. La varia situazione della penisola conosce anche vicende come quella di Gaeta, che appare come collocata a mezza strada tra Roma e Bisanzio. Ma più che i contatti mercantili tra tutte queste città e Bisanzio, mi pare indispensabile ricordare i contatti col mondo musulmano. Essi dimostrano, in pieno Medioevo, come alia stagione degli scontri e dell'incomunicabilità - se realmente questa incomunicabilità ci fu - fosse seguita l'età dei contatti. Si conosce, in particolare, la presenza, decisamente cospicua, di mercanti amalfitani in Egitto, nel corso del X secolo; si osserva che, a dispetto di tutte le ingiunzioni papali, questi mercanti dovevano esportare dalle montagne campane fra i musulmani anche prodotti di valore strategico come il legname.
"Forse già nel secolo VIII, e certamente nel secolo IX, i Veneziani, scrive Gino Luzzatto, hanno rapporti commerciali con la Sicilia, con la Grecia e con l'Egitto e si spingono talvolta essi stessi in quei paesi. Al principio dell'800 li vediamo in possesso di una flotta da guerra con cui vanno in aiuto dei Greci: nello stesso tempo li incontriamo a Cremona e a Pavia, come concorrenti dei mercanti di Comacchio, a vendervi, assieme al sale, penne e pelli pregiate, velluti, sete, stoffe purpuree di Tiro: tutti prodotti orientali ch'essi scambiavano con legname, con ferro e soprattutto con schiavi". Più che questi ben noti movimenti di Veneziani e di Amalfitani, più tardi seguiti da Pisani e da Genovesi, aperti verso l'esterno, un cenno merita il commercio nel regno longobardo. Almeno per la meta dell'VIII secolo si parla di un ceto di negotiatores tenuto in notevole considerazione e spartito in maiores o potentes e in sequentes e mibores. I maiores erano collocati al livello dei proprietari di almeno sette poderi (case massaricie). Abbastanza numerosi compaiono nei documenti, accanto ai mercanti, gli artigiani residenti in città. E' da ricordare anche il ruolo dell'economia di scambio delle curtes del regno italico tra la fine dell'VIII e l'inizio dell'XI secolo, proprio perché si ritenne alia fine del secolo scorso che esistesse un "sistema curtense" indicatore di una fase economica specifica, quella dell'economia "naturale" o "domestica" o "del consumo interno", da contrapporre all'economia "monetaria". II predominio della grande proprietà, laica o ecclesiastica, la tendenza autarchica conseguente alia diffusione del sistema organizzatore di questa proprietà, la rarefazione della moneta e la riduzione delle attività di scambio all'esterno delle entità patrimoniali sarebbero stati i caratteri salienti di quella fase storica. Nessuno può negare che in queste opinioni ci sia molto di vero, ma già molto presto ne venne respinta, almeno per l'ltalia, la schematicità. Di recente, tornando sull'argomento, Pierre Toubert ha cercato di chiarire quale "fu il ruolo della moneta all'interno del sistema curtense" e di "valutare l'importanza della grande proprietà all'interno della economia globale; cioè, più precisamente, di accertare la sua funzione organizzativa non solo nei confronti della produzione agricola, ma anche degli spazi e delle reti dello scambio interno di cui peraltro la documentazioni attesta la vitalità". Le curtes, indipendentemente dalla loro costante bipartizione in pars dominica e terre concesse differivano profondamente l'una dell'altra per la differente destinazione delle terre (incolti, pascoli, cereali, colture specializzate). "Al primo livello di osservazione, quello dell'unità curtense, il sistema funziona già come sistema di trasferimento di servizi, di beni e di prodotti delle aziende contadine verso il centro di gestione della curtís". Giornate di lavoro sulla pars dominica, censi in natura e/o danaro, fornitura di prodotti artigianali dell'artigianato domestico da parte dei contadini costituivano il complesso di questo trasferimento. A partire dal secolo IX si parla anche di laboratori curtense, cioè di luoghi dove il titolare della curtís faceva direttamente lavorare da dipendenti stoffe, tegole, oggetti di ceramica. Questi prodotti rimasero tuttavia, almeno in alcuno grandi complessi curtensi padani, meno importanti delle rimesse dell'artigianato domestico contadino. In questi grandi complessi, la curtís centrale giocava da polo di raccolta e di redistribuzione dei prodotti di tutte le curtes, che erano di regola molto differenziati. Valga per tutti il caso, del resto ben conosciuto, della olivocultura della regione dei laghi, oppure quello del miele e dei formaggi provenienti dalle curtes con orientamento silvo-pastorale. Questi prodotti vengono trasferiti a distanza, spesso per via d'acqua, utilizzando una parte della manodopera in corvées di trasporto. Mercati curtensi e mercati urbani, strettamente legati fra loro, sono i destinatari di queste produzioni tutti i grandi proprietari fondiari -conosciamo per la verità, dato lo stato della documentazione, soltanto quelli monastici- hanno, alio scopo, delle succursali nelle città. "Sarebbe certamente esagerato trarre da tutto ciò la conclusione che i grandi proprietari ecclesiastici siano riusciti allora a costruire intorno alle città un’economia di mercato differenziata. E' vero che i padroni delle grandi proprietà fondiarie sono presenti sui mercati urbani; ¡n questi mercati hanno maggiori probabilità di trovare i prodotti rari ed esotici o gli oggetti curiosi che lusingano il gusto e soddisfano il bisogno di distinzione sociale. Ma per ¡I resto, cioè per l'essenziale, niente distingue ancora realmente le città dai mercati curtensi; né la natura dei prodotti di base, né il ritmo delle attività, né la qualità degli agenti economici".
Nemmeno i prodotti rari "vengono tutti da Oriente". "La caratteristica più importante di questo commercio rimane, nel secolo X, la struttura d'impronta ancora marcatamente patrimoniale delle reti organizzate dai grandi proprietari intorno ai mercati gerarchizzati in funzione delle necessità della gestione curtense". Nei trasferimenti delle merci é presente lo strumento monetario, e del resto in moneta sono anche molti censi che i contadini devono versare al padrone della curtís. La riforma carolingia, susseguente alle svalutazioni del tremisse d'oro longobardo, avrebbe offerto i mezzi adatti di pagamento anche per i più bassi livelli economici. Tuttavia almeno tre considerazioni finali s’impongono. Non sappiamo quale fosse la quota di produzione agraria e il valore dei prodotti manifatturati immessi sul mercato, ma non se ne deve esagerare l’importanza. Non sappiamo quale fosse in particolare lo spazio che come venditori o come compratori vi occupavano i contadini, ma tutto fa pensare che questo fosse modesto. Non possiamo tacere che i surplus venduti dai proprietari di curtes derivavano dai lavoro di una manodopera non libera. II periodo chiamato, per tutta l'Europa e tanto più per l'Italia, dell'espansione, inizia grosso modo a cavallo tra il X e l'XI secolo. Su di questo desidero richiamare più particolarmente l'attenzione. come data finale scelgo i primi deceni del XIV secolo. Tengo quindi fuori, per non complicare ulteriormente un quadro già abbastanza complesso, la crisi demografica e i suoi effetti sull'economia. L'esame di questi secoli di espansione é particolarmente interessante proprio perché, anche in relazione al mercato, appaiono evidenti e profonde novità, ma anche elementi di continuità e strozzature. Che a partire dall'inizio dell'XI secolo o anche un po' prima gli scambi si siano in Italia o anche dall’Italia verso l'esterno infittiti, intensificati e irrobustiti, nessuno dubita. Le prove sono, per la verità, di tipo qualitativo o addirittura induttivo, piuttosto che quantitative. Esse risultano pero cosi convergenti, molteplici, vaghe che il fenomeno appare del tutto certo. Lo sviluppo degli scambi ha lasciato tracce persino nella toponomastica delle campagne con la nascita di molti luoghi abitati battezzati mercatale o con espressioni simili. II motore centrale di questa espansione degli scambi pare essere stato costituito dalle città. Nel periodo considerate esse crebbero molto vigorosamente sino a dar vita, nella parte centro-settentrionale della penisola, ad un reticolo urbano che non aveva uguali in Europa, per dimensione di alcuni centri maggiori, fittezza delle città, livello di urbanizzazione. Non ostante il fitto reticolo dei centri antichi, che ora riprendevano vita, non manco neppure - certo in misura infinitamente meno cospicua che in altre regioni europee - la nascita di nuovi abitati, con connotati o anche poi con posizione formale di città. Alle origini il molo maggiore di questa ripresa dei commerci pare essere stata rappresentata soprattutto dalle città marittime di Venezia, Genova, Pisa (Amalfi patisce già nel XII secolo l'inizio di una crisi decisiva, forse anche come conseguenza della conquista normanna). Le crociate dettero, com'è noto, un forte impulso alio sviluppo commerciale di queste città, per la concessioni che esse ottennero in conseguenza della loro partecipazione a quelle imprese. La loro affermazione, militare oltre che commerciale, era cominciata tuttavia un po' prima, da parte di Venezia sulle coste dalmate, da parte di Pisa e Genova nelle imprese contra vari caposaldi musulmani nelle acque tirreniche. Dopo le città marittime l'intensificazione degli scambi toccò anche le città dell'interno. Di alcune si può sottolineare il ruolo avuto in questo sviluppo dalla presenza di qualche importante via di comunicazione: così per Ferrara fu importante il controllo - poi contestato da Venezia - dei vari bracci fluviali del delta del Po; cossi per Piacenza il trovarsi essa all'incrocio tra la via rappresentata dal grande fiume e la via terrestre della Francigena che dalla Manica conduceva verso Roma; così per Firenze, forse, la contemporanea possibilità di utilizzare l'Arno e una serie di vie terrestri; così per Siena il trovarsi sulla Francigena (dalla quale trassero, come sembra, origine, e se non proprio origine, almeno fortuna e sviluppo anche centri più modesti come San Gimignano o Colle Valdelsa). In certi casi, come quello di Milano, il discorso sembra più complesso, potendosi tirare in campo più motivi, dal sistema vario alia ricchezza delle produzioni locali. Non è mia intenzione tracciare di nuovo in questa sede i caratteri e i confini di quella sorta di impero commerciale che i mercanti italiani avevano messo in piedi tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo. Esso andava da Bisanzio alia Spagna, dalle coste africane all'lrlanda e all'lnghilterra, con caposaldi anche in Germania e nell'Europa centrale, ma generalmente con un confine segnato dalla presenza degli interessi anseatici. Basti qui precisare che quell'impero, cui partecipavano in misura diversa molte altre città, anche piccole, aveva i suoi punti di forza soprattutto in Venezia, Genova e Firenze (con una qualche minore importanza, almeno a quella data finale, di Milano e della declinante Pisa).
Mi pare opportuno soffermarmi invece sul livello e sui caratteri degli scambi all'interno della penisola italiana. In questa agivano prepotentemente, per qual che riguarda le produzioni e la loro circolazione, due tendenze opposte. Una era orientata verso la libera circolazione dei beni, o almeno di alcuni beni, anche al di là delle molte barriere politiche rappresentate dai piccolo stati cittadini; l'altra tendenza, al contrario, mirava, in ognuno di quegli stati, a dar vita ad un sistema economico autarchico, sia per quanto riguarda la produzione di beni agricole sia per quanto riguarda la produzione di beni artigianali. Le due tendenze coesistevano in ciascuna città, così che, mentre si aveva la tendenza ad esportare prodotti finiti, si cercava, con una serie di dazi o accorgimenti, di frenare l'afflusso di prodotti provenienti da altre città. E d'altra parte, al contrario, proprio le città di più forte struttura produttiva, che erano anche spesso le più popolose, si sforzavano di attirare dall'esteno le derrate alimentari per nutrire i loro abitanti. Le contrapposte tendenze non impedirono, attraverso accordi tra città, la differenziazione delle produzioni, la specificità di certe produzioni per certe città e lo sviluppo degli scambi anche all'interno del paese. Ma giova precisare che la barriere politiche di tanti stati cittadini, la compresenza di residui feudali indipendenti in certi aree marginali, l'esistenza di regni nel Mezzogiorno e nelle isole, non avevano dato vita, all'inizio del Trecento, non ostante tutte le novità, ad un vero e proprio mercato nazionale. I circuiti del commercio italiano conoscevano dunque, con i limiti ora detti, un ambito relativo alia penisola e un ámbito internazionale. Cera poi l'area di scambio rappresentata dalla città e dal territorio da essa dipendente, che comportava una netta gerarchia tra il mercato della città e quello dei centri maggiori o minori delle campagne. Cera infine, spesso, un'area più vasta nella quale una città maggiore, anche senza prima di imporre la sua dominazione politica, era riuscita ad imporre la sua supremazia economica. II caso più cospicuo e più noto é quello di Venezia, che in larga parte riuscì a costruire una sorta di monopolio mercantile sulle terre romagnole, venete, marchigiane. Va anche precisato che nei luoghi in cui lo scambio era, si può dire, giornaliero, meno rilievo avevano le fiere e i mercati stagionali. Nelle grandi città queste manifestazioni costituivano talvolta soprattutto un indispensabile corollario delle feste patronali, quando affluiva in città anche gente della campagna. Significativamente, nel regno del sud, meno segnato dagli scambi, era invece in piedi un vero sistema di fiere. Questo non esclude, naturalmente, l'esistenza di mercati settimanali, anche nei centri del territorio, per i più consueti bisogni locali; e neppure significa la mancanza di un mercato stabile, giornaliero, nelle città, della frutta, della cacciagione, del pollame, delle verdure, delle uova, e anche di qualche prodotto manifatturato, che si affiancava al mercato stabile delle botteghe. Questa presenza del mercato é anzi visivamente ben documentata, in molte città italiane, dalla sopravvivenza di logge al coperto per le erbe, per il pesce, per la carne. Si sbaglierebbe tuttavia a pensare che la città fosse schematicamente differenziata delle sue campagne, per la presenza, in quella, di uno scambio giornaliero e continuato dei beni, e per la presenza, nei centri della campagna, di scambi soltanto settimanali. In realtà la documentazione prova abbondantemente, almeno per il secolo XIII e per il primi decenni del XIV secolo, che molti centri abitati del territorio avevano le loro botteghe, i loro artigiani che producevano per la clientela di un determinato e ristretto raggio all'intorno, e anche veri e propri rivenditori di beni. Si può forse ipotizzare, con qualche ragione e in base a qualche esempio conosciuto, che ¡I bottegaio di paese avesse una bottega fornita di articoli più vari, anzi curiosamente diversi l'uno dall'altro, rispetto al rivenditore e al commerciante della città. In questa Italia fortemente segnata dai commerci esistevano naturalmente alcune più forti o più deboli direttive di traffico. Esistevano anche città con più spiccate connotazioni mercantili e città con più spiccate connotazioni manifatturiere. Fra le prime possiamo inserire le maggiori città marittime, tra le seconde soprattutto Milano, che era insieme un centro di produzione di stoffe e un centro di produzione di oggetti di ferro, armi in particolare. Firenze mostra invece una struttura economica ben equilibrata tra produzione e commercio, compreso naturalmente il commercio del denaro. Tra le maggiori direttive di traffico sono da indicare quella della Valpadana che faceva capo a Venezia, quella che dalla regione dei laghi conduceva a Genova e a Pisa, quella che da Firenze attraverso Bologna, Ferrara e Padova raggiungeva Venezia, quella che da Firenze scendeva lungo l'Arno sino al porto di Pisa, quella che percorreva la Francigena da Piacenza a Parma a Lucca a San Gimignano, a Siena, quella che da Arezzo e in genere dalla Toscana sfociava ad Ancona, quella che dalla Sicilia, ingrossata dal traffico campano e sardo, giungeva a Pisa e a Genova, quella che dalle Puglie raggiungeva Firenze, ed infine quella che dalle Puglie risalendo l'Adriatico metteva capo a Venezia. Più discussi sono invece i volumi di quel commercio. La storiografia ha tuttavia ormai corretto l'idea troppo riduttiva che non aveva Werner Sombart. Pur riconoscendo che non si trattava di quantità paragonabili a quelle post-rivoluzione industriale, gli studiosi hanno ben dimostrato, come vedremo fra poco, che non viaggiavano soltanto beni di alto valore specifico, ma anche beni molto pesanti. Hanno anche dimostrato, ma sfortunatamente in caso troppo limitati e per gli anni finali del periodo qui considerato, che pesi fiscali, pedaggi e costi di trasporto costituivano percentuali modeste del costo finale della merce, dell'ordine rispettivamente dell'1-2% e del 4-5%.Un ruolo importante negli scambi avevano le derrate agricole, non soltanto in ambito locale, e tra campagna e città, ma anche a distanza o grande distanza almeno per quello che riguarda i cereali, che erano l'ingrediente fondamentale dell'alimentazione. Circolava in grande quantità anche il sale. Circolava, anche a distanza, il bestiame. Fra i beni non destinati alla alimentazione sono da mettere al primo posto le lane, le pelli, le materie coloranti o mordenti come il guado, lo zafferano, l'allume. Fra i prodotti finiti, nello scambio a distanza, erano in primo luogo le stoffe, ma si commerciavano anche le armi. E' in definitiva completamente da respingere, per l'ltalia di quei secoli di sviluppo, l'immagine di un traffico incentrato esclusivamente o quasi esclusivamente sulle spezie e i prodotti di valore. Tutto questo detto, si deve tuttavia precisare che lo scambio dei beni incontrava ostacoli molteplici, sia dal punto di vista tecnico, che giuridico, che politico, che stagionale. Le nevi sui monti e la stagione delle tempeste rallentavano o fermavano rispettivamente i trasporti per via di terra e quelli per via di mare. La primitività delle strade, in molti casi poco più che viottole e, data la conformazione geografica della penisola, percorribili soltanto a cavallo o a piedi, rendevano piü convenienti i trasporti per mare e per fiume. Si ebbero così, nei secoli considerati, ad opera o per impulso dei governi cittadini, sensibili miglioramenti tecnici nel fondo stradale, apertura di valichi montani, costruzione di ponti, sviluppo di una fitta rete di alberghi. Furono aperti, nella pianura padana, canali non soltanto al fine di regolamentare le acque e bonificare le terre, ma anche per scopi commerciali, talvolta in collaborazione tra l'una e l'altra città, e talvolta in acerrima concorrenza per strapparsi correnti di traffico e relativi redditi. Nell'affermazione del potere cittadino sulle campagne e nella lotta contro i signori del territorio un aspetto rilevante fu la richiesta abolizione o riduzione del pedaggi. Tra città e città venne elaborato tutto un sistema di regolazione o eliminazione del primitivo sistema della rappresaglia. Nei trasporti marittimi venne elaborato uno specifico diritto della navigazione. I grandi mercanti con interessi e attività internazionali dettero vita, già entro la fine del Duecento, ad un sistema di posta che faceva circolare le notizie con relativa velocità rispetto alle abitudini di quel tempo. Gli scambi venivano ostacolati, in mare da pirati e corsari, e soprattutto sulle vie di terra da un energico brigantaggio. Non ostante la fittezza delle città, questo era presente, nei passi obbligati, nei luoghi boscosi, nella montagna, ai confini tra l'uno e l'altro stato, anche nelle regioni dell'ltalia superiore, per quanto esso caratterizzasse, un po' come avvenne nel corso della età moderna, soprattutto il Lazio e le regioni meridionali. Contro questo pericolo, ma talvolta con scarso successo, i governi rafforzarono l'apparato repressivo, resero le strade più praticabili, riuscirono talvolta ad organizzare un'azione comune. Contro i pericoli cui andavano incontro le merci si sviluppo, com'é ben noto, anche un sistema di assicurazioni marittime, cui seguirà più tardi un sistema di assicurazioni su terra. Al miglioramento tecnico dei trasporti contribuì la nascita di vere e proprie organizzazioni di vetturali, mulattieri, carradori, portatori. Al miglioramento economico dette un contributo la coniazione, a partire dalla meta del Duecento, di forti e stabili monete auree, poi universalmente accettate, ad opera di Genova, Firenze, Venezia, che portarono un po'd'ordine, almeno in campo internazionale e negli scambi all'ingrosso, nella confusione delle monete che tutte le città erano venute coniando per gli accresciuti bisogni commerciali. Un più particolare sottolineatura meritano gli effetti dello sviluppo del mercato sulla condizione personale dei contadini, sulle strutture fondiarie, sul sistema colturale. Per quanto il fenomeno sia riconducibile anche ad altre cause, e comunque alia spinta interna alia società rurale e alla politica delle città, nell'ltalia del Centro-Nord la riduzione degli spazi della signoria e la crescita della liberta contadina andarono di pari passo. Ma con la crescita della liberta crebbe la circolazione della terra, si sviluppò la stratificazione sociale e una grandissima parte dei contadini fu anzi espropriata dei propri possessi dagli abitanti delle città. I contadini espropriati riebbero come coltivatori liberi e con contratti pazziari a breve termine terre più estese e meglio organizzate dagli abitanti delle città. Su quelle terre si fecero sentire le richieste del mercato urbano non soltanto per i prodotti alimentari, ma anche con la domanda di prodotti per l'industria, come le materie tintorie. Non vorremmo tuttavia che da quanto ora detto si concludesse che, per chi vi parla, l'ltalia dei secoli XI-XIII era il paradiso del mercato. Esistevano in effetti molti elementi contradittori con quanto ora detto, che fanno apparire il paese, per questo come per molti altri aspetti della sua civiltà che in questa sede non ci interessano, come straordinariamente anticipatore rispetto a quello che avvenne più tardi in Europa, ma anche come ancora segnato di elementi tradizionali. Si era formato un vero mercato del lavoro, che trascendeva spesso gli stessi confini delle piccole patrie cittadine. Tuttavia, mentre per l'edilizia, o per il lanificio, o per il bracciantato agricolo, era generalizzato il sistema del salario, nei nuovi rapporti agrari di cui abbiamo detto, il compenso della famiglia contadina che riceveva un'azienda da coltivare era costituito da una quota parte dell'annua produzione agricola. Ma persino nell'avanzato settore urbano del lanificio nella forma della "fabbrica disseminata" organizzata dal mercante e imprenditore, sappiamo che i salari degli operai fissati in moneta venivano di frequente, almeno in parte, pagati in prodotti. C’è da dire anche che non di tutti i beni c'era un libero scambio, o almeno uno scambio soltanto dal gioco della domanda e dell'offerta. II sistema corporativo, vigente in molte produzioni e sicuramente nelle più importanti, con il suo divieto della concorrenza fra soci e con il suo obbligo di iscrizione a parte per poter esercitare un mestiere, conduceva ad una sorta di monopolio collettivo da parte di una categoria di produttori e quindi ad un prezzo del prodotto nel quale influivano semmai teorie morali e religiose come quella del giusto prezzo, ma non certo il libero gioco della domande e dell'offerta. Passando al settore delle derrate alimentari va invece segnalato che la più importante, cioè i cereali, doveva sottostare agli orientamenti della politica annonaria dei governi -sulla quale ritomeremo - e a tutti ¡ lacciuoli, prezzo politico della merce compreso, che da quella derivavano.
La situazione era varia anche sul piano geografico. Gli scambi erano più intensi nella valle padana, nella Toscana, nel Veneto e nell'ltalia superiore in genere, ma meno intensi, anche in queste regioni, nelle aree montane e più marginali. Ce poi da osservare che in intere sub-regioni come la Sardegna interna o la montagna calabrese il baratto doveva avere ancora una qualche importanza. E c'è, più in generale, da aggiungere che gli scambi a distanza determinarono via via, a partire dall'XI secolo, una particolare gerarchia economica fra le diverse parti del paese. Quella centro-settentrionale, caratterizzata dalla presenza della città autonome, forniva prodotti finiti, servizi e capitali, e quella meridionale, o dei regni, forniva derrate alimentari e materie prime, come grani, olio, pesce salato, vini, bestiame, lana, pellami. Per un quadro più completo gli scambi devono essere esaminati anche sotto la prospettiva del rapporto tra il centro urbano e le sue campagne. II discorso vale, in primo luogo, per le città dell'ltalia centro-settentrionale, che sulle campagne avevano una supremazia politica oltre che economica. In generale si può osservare che mentre la città riversava sul contado le sue produzioni industriali, il contado faceva affluire in città le sue produzione agricole. Lo faceva tuttavia in tre modi diversi: attraverso gli affitti o le quote in natura sui raccolti corrisposti dai contadini ai proprietari delle terre, attraverso l'obbligo fatto al contado, con la politica annonaria, di far affluire entro le mura urbane tutti i cereali avanzati dal consumo locale, infine attraverso la libera vendita di altri prodotti dei campi, dei prati o dei boschi. Questo schema comportava, naturalmente, da un luogo all'altro, qualche eccezione o presentava almeno qualche sfumatura. In certi abitati più cospicui del territorio si continuava a produrre qualche manufatto, comprese le stoffe, magari meno pregiato o diverso da quelli prodotti in città. Le famiglie contadine continuavano a filare e a tessere qualche pezza di panno per il proprio autoconsumo. Su qualche distretto rurale la città non era riuscita ad imporre il proprio completo dominio, e quindi si manteneva, anche per questo aspetto, una qualche autonoma vitalità. Ma un punto di particolare importanza, nella prospettiva di queste pagine, riguarda la misura della partecipazione dei contadini al mercato. Non abbiamo per questo aspetto dati quantitativi, né sono state tenute, con questo intento, ricerche specifiche. Le mie considerazioni si basano, conseguentemente, soltanto su una certa personale conoscenza di quella società o comunque su dati puramente indicativi. Intanto, anche per questo aspetto, poco o nulla sappiamo per il Mezzogiorno, salvo le cose generalissime dette poco più sopra. Per le campagne dell'ltalia superiore possiamo osservare che raramente e soltanto, forse, in qualche area particolare e in certi anni i contadini vendevano sul mercato, con regolarità, la propria produzione cerealicola. Essa serviva infatti, in primo luogo, per l'alimentazione e l'autoriproduzione fisica della famiglia contadina, funzione parzialmente esplicata in qualche particolare distretto anche dalle castagne. Era semmai ad altri prodotti che il lavoratore dei campi chiedeva qualche ricavato monetario. Neppure il vino, che pur era il secondo prodotto per importanza, costituiva, di regola, un prodotto per la vendita, ma semmai un prodotto per mettere in pari i conti col padrone della terra, dal momento che quei conti erano sempre in déficit per il contadino. Intensa era invece la vendita sul mercato, sia direttamente in città, sia nei mercati del territorio, comunque entro una distanza percorribile nei due sensi in una sola giornata, del prodotti del pollaio -animali e uova-, della legna da ardere, della verdura e della frutta di stagione, del latte, di qualche modesto lavoro artigianale, come canestri o cappelli di paglia. SI creava dunque una specie di doppio circuito commerciale, nel quale ad immettere sul mercato i beni di base come cereali e vino erano soprattutto i proprietari, particolarmente i maggiori, ma non i lavoratori della terra. Ma c'è da aggiungere che il contadino era in parte sottratto allo scambio monetario anche perché certi lavori che lui, la moglie o le figlie fornivano ai cittadini, come l'attività di balia, di serva domestica, di filatrice a domicilio, venivano molto spesso ricompensati non in moneta, ma attraverso il pagamento, da parte dei cittadini, presso i fornitori, delle calze, degli abiti, delle medicine o di altro che essi vi avevano comprate Quando il cittadino, che con il contadino si trovava in contatto per i motivi sopra esposti, era un commerciante in stoffe, il regolamento di questi conteggi avveniva, per così dire, con un meccanismo del tutto interno al loro rapporto. Ma non si deve tuttavia esagerare, neppure per quelle aree del Mezzogiorno che abbiamo sopra rilevato come piü arretrate. Si può infatti ragionevolmente supporre che se non i cereali-e per le ragioni dette-, almeno quelle grandi quantità di nocciole, quel vino, quell'olio pugliese da destinare soprattutto alia produzione di sapone e al trattamento delle lane, quegli svariati prodotti che i grandi uomini d'affari del Centro-Nord raccoglievano nei porti del Sud, spesso attraverso l'intermediazione di minori commercianti e accaparratori locali, provenissero in parte, e forse in grande parte, da una miriade di piccole economie contadine. Questa Italia sviluppata, tutta percorsa da correnti intense di traffico e tutta punteggiata di luoghi di mercato, coinvolse, in definitiva, nelle attività di scambio, sia pure in misura molto diversa, tutti i ceti sociali.

VITA PRIVATA NEL MEDIO EVO

Uscendo dal medioevo, sappiamo qualcosa di più della vita privata: anche perché ogni persona ha ora un nome, e nell'ambito della comunità (città, paese, cantone, borgo) possiamo conoscere di ognuno la sua vita privata, tramite testimonianze che escono dagli archivi notarili, diari dei capifamiglia, memorie, scritti di poeti, riflessioni dei moralisti e quant'altro. Testimonianze fino allora secretate dagli ecclesiastici. Non bisognava far sapere cosa accadeva in altri luoghi, né tantomeno come vivevano le genti, e peggio ancora far sapere come si divertivano; per loro ogni cosa era "perniciosa", "diabolica", "peccaminosa", opera di satana. Ma come diceva un saggio frate, Fra Paolino (1314) “l'uomo è /fagli mestiere a vivere con molti/". E con "/molti/" Paolino intendeva dire il vivere in società e partecipare a tre ambienti incastrati: la grande comunità politica dove l'uomo vive, il suo vicinato, la sua casa. E con le diffuse nuove informazioni, queste ci raccontano qualcosa del nuovo protagonista della storia: la sua vita privata. Essa si svolge essenzialmente in seno alla famiglia. La cerchia delle singole famiglie nell'epoca medioevale più recente é messa in migliore evidenza di prima dall'introduzione dell'uso dei cognomi. Specialmente nelle città dove si concentrò una massa considerevole di popolazione divenne sempre più difficile distinguere i singoli individui col solo aiuto dei nomi di battesimo, il cui numero é necessariamente limitato. S'intende che la formazione dei cognomi non è un fenomeno verificatosi d'un tratto ma è il risultato di una lunga evoluzione. Il modo con cui si formarono questi nomi di famiglia è peraltro unico; al nome individuale venne ad aggiungersi un predicato che valesse e distinguere la persona dei suoi omonimi, e questo predicato fu poi ereditato dai suoi discendenti.
Quest'appendice al nome di battesimo venne tratta o dal nome del padre (per lo più al genitivo, talora preceduto della parola «figlio») o per i forestieri della loro origine; ovvero, come spesso accadde nelle città, il nome con cui veniva indicata una abitazione si trasferì al suo proprietario. Fonti ulteriori dei cognomi furono le caratteristiche personali dei singoli individui, dapprima le loro qualità fisiche, poi anche le qualità d'indole intellettuale e morale; più spesso ancora valsero alle formazione dei cognomi le professioni, gli uffici pubblici e le industrie da ciascuno esercitate, e finalmente un notevole contributo vi arrecarono i nomignoli attribuiti agli individui per celie o per dileggio (il gobbo, il mangione, lo smilzo, il basso, il biondo, il nero, e così via).* *La famiglia si costituisce mediante il matrimonio. Che l'uomo, giunto all'età adatta, dovesse contrarre matrimonio era considerato nel Medio-Evo una consuetudine ferrea; vediamo infatti che specialmente nelle città era precluso agli artigiani celibi l'accesso alla corporazione dei maestri della loro arte, e che per principio i celibi non venivano eletti a consiglieri del comune. La scelta delle moglie poi era fatta con criteri d'indole materiale; era raro che la scelta fosse esclusivamente dettata dal sentimento dell'amore e che si concludessero matrimoni estraniandosi da ogni considerazione d'interesse e senza che i parenti intervenissero a combinarli. Ad onta di ciò non mancano esempi di coppie coniugali legate da vincoli di tenerezze e affetto reciproco e di un attaccamento che rimane saldo anche di fronte alle avversità. Per la conclusione del matrimonio si seguivano forme tradizionali negli usi antichi, precedeva la domanda solenne della mano della sposa, e se accolta, si passava alle trattative ed alla conclusione di un contratto inteso a regolare gli interessi patrimoniali, quindi al fidanzamento formale, a questo punto i giovani promessi sposi si stringevano la mano e si scambiavano gli anelli in attesa del matrimonio. Lo sposalizio ordinariamente aveva luogo non molto tempo dopo. La prima notte di matrimonio di solito veniva trascorsa nella casa della sposa; il mattino seguente il marito porgeva alla sposa il così detto dono del mattino, poi la coppia, accompagnata da parenti ed amici, si recava in corteo alla chiesa per pregare e ringraziare Iddio, e finalmente faceva il suo ingresso nel domicilio coniugale. * *Le feste nuziali, per le quali esistevano appositi organizzatori, duravano (a secondo la disponibilità) talvolta parecchi giorni, e molto spesso si svolgevano solo qualche tempo dopo la celebrazione del matrimonio. La madre di famiglia borghese del tardo Medio-Evo ci si mostra per lo più sotto una luce favorevole solerte e laboriosa, esperta negli affari domestici, nel cucinare, nei lavori domestici, di frequente dotata di conoscenze musicali, sempre piena di buon senso, ma raramente colta ed intellettuale. I matrimoni nel tardo Medio Evo erano spesso assai fecondi; ma in compenso era molto alta la percentuale di mortalità dei bambini in tenera età. Le nascite ed i battesimi, occasione di continue feste accompagnate da cortei, scambi di visite, di donativi, espressero un lusso sempre crescente contro il quale i governi si videro perfino costretti ad intervenire, limitando lo sfarzo pacchiano, spesso fatto anche da chi non aveva denari, ma solo debiti.* *Ai bimbi non si facevano mancare i giocattoli; il giocattolo preferito per le bambine era già la bambola; i maschi avevano la palla, la tromba, il cavallo di legno, armi infantili, ecc. Come nella scuola così nella famiglia la disciplina educativa era rigorosa; si teneva moltissimo ad inculcare al fanciullo le buone maniere ed un contegno decoroso; verso la fine del Medio-Evo spuntarono poi anche i trattati di pedagogia. Un libro di questo genere, per l'educazione delle fanciulle, fu composto ad esempio dal cavaliere francese de la TourLandry e tradotto in altre lingue nel 1498.* *L'impiego della giornata nel tardo
Medio-Evo differiva dalle nostre abitudini attuali principalmente per il fatto che si era allora molto mattinieri. Si usava cioè lasciare il letto, sia d'estate che d'inverno, verso le 4 o le 5, e fin da quest'ora si iniziava il lavoro nelle officine, nelle botteghe e nelle campagne; gli uffici amministrativi, i tribunali, le sedute dei consigli cittadini, nonché le scuole dove c'erano, si aprivano verso le 6 in estate e d'inverno verso le 7. Verso le 10 o le 11 del mattino si faceva colazione ed alle 12 aveva luogo la ripresa degli affari e dei lavori. Tra le 4 e le 6 pomeridiane si cenava ed alle 7-9 normalmente si andava a letto.* *All'uomo medioevale mancavano molte delle distrazioni e dei conforti intellettuali che ci offre l'età nostra; basti pensare che non esistevano giornali e che in generale sino a quando l'uso della stampa non divenne diffuso il procurarsi libri da leggere era difficilissimo; molto rare sono le notizie che abbiamo di notevoli biblioteche private di codici manoscritti, e generalmente la quantità di libri posseduta da privati, se pur ne avevano, oltre la Bibbia non andava al di là di qualche libro di santi. Del resto non dobbiamo dimenticare che l'istruzione scolastica era del tutto assente, di conseguenza la maggior parte della popolazione era analfabeta. Perfino nelle stesse numerose attività commerciali, artigianali e industriali, era pochi quelli che sapevano leggere e scrivere, anche se poi non sbagliavano a fare i conti; e questo era l'insegnamento più importante che un certo tipo di cittadini dava a propri figli.* *Anche il viaggiare per divertimento per i ceti ricchi era reso quasi completamente impossibile dalla difficoltà delle comunicazioni, dalla viabilità pessima e malsicura, per quanto esistesse un certo numero di stazioni balneari e di cure termali che verso la fine del Medio-Evo vediamo con sempre crescente frequenza visitate da principi o persone benestanti a scopo di salute. In compenso l'ultima epoca medioevale fu straordinariamente festaiola, in una misura non inferiore alla nostra attuale. A Venezia ci divertiva più di cento giorni all'anno, fra manifestazioni religiose e civili, o ricorrenze di famose battaglie o conquiste territoriali (ne parliamo più avanti).**Nel ceto nobiliare il genere di passatempo preferito erano i tornei, dei quali abbiamo già parlato altrove. Il bel sesso accorreva numeroso ai tornei, cui alla sera si susseguivano danze. Sulla fine del Medio-Evo poi, nell'epoca cioè dello sviluppo delle monarchie, principati e signorie, le corti dei principi divennero teatro di feste e divertimenti continui che in virtù della incombente rinascenza assunsero forme estremamente sontuose; così prima di ogni altra la corte di Borgogna del XV secolo. I ricchi banchetti vi si alternarono con partite di caccia, tornei e rappresentazioni drammatiche.**Questi passatempi delle corti grandi e piccole offrirono pure alle mogli ed alle figlie dei nobili, costrette a vivere nella solitudine dei castelli sparsi nelle campagne, un certo diversivo alla monotonia della loro esistenza giornaliera. Nelle città e nel ceto borghese invece l'occasione principale e frequentissima delle feste era le ricorrenze religiose. Innumerevoli festeggiamenti accompagnavano il ritorno periodico delle feste comandate dal calendario ecclesiastico e dei giorni dei vari santi. Il Natale, l'Epifania, l'ultimo giorno di carnevale, la Domenica delle Palme e la Pasqua, poi l'Ascensione, la Pentecoste, il Corpus Domini, poi ancora la festa di S. Giovanni, le feste della Madonna e dei popolarissimi S. Martino e S. Nicola, senza contare quelle dei santi protettori di ciascuna località; tutte queste ricorrenze erano buoni pretesti per darsi a passatempi profani di svariatissimo genere.* *Ovunque queste feste prendevano nel popolo un'impronta grossolana e non andavano esenti da eccessi e da offese al decoro. In forma più temperata vi partecipavano le classi superiori, sebbene anche qui non mancassero i divertimenti scapigliati con la presenza del bel sesso, e non di rado gli stessi palazzi municipali aprivano le loro sale alle danze dei patrizi. Ad altri divertimenti offrivano occasione le gare di tiro con la balestra cui accorreva anche tutta la gente del contado; né mancavano le sale di gioco dei dadi, coi birilli, ecc. A Venezia oggi chi va nel Rione San Barnaba, troverà il Ponte dei Pugni; lo strano nome ricorda l'usanza non meno strana, di fare del ponte il teatro di battaglia del "Gioco dei pugni", una vera e propria gara fra cittadini di diversi quartieri. Divennero in seguito così violente che nell'ultimo secolo i Dogi le proibirono. Ma oltre questo sport della "boxe", non mancava quello del "calcio" e del "tennis". Il calcio come sappiamo era conosciuto fin dai tempi greci come l'episciro, (episkyros) giocato con i piedi, e il /pheninda/ giocato utilizzando anche le mani. Nel mondo romano prese il nome di /harpastum/, o anche detto in volgare il piede-palla. Per oltre mille anni - anche questo lo sappiamo - tutti i giochi furono banditi perché erano pagani, eccitavano le folle, e queste diventavano troppo spensierate, mentre l'obbligo era la meditazione, la preghiera, aspettando la provvidenza che per molti non arrivò mai. Per quaranta generazioni i bambini, i ragazzi, i giovani e anche gli adulti non sapevano cos'era un gioco, nè sapevano che in un lontano tempo vi erano stati. E se non sapevano cos'erano le Olimpiadi, non sapevano neppure gli ingenui giochi popolari. Vita grigia insomma, dalla nascita alla morte. Un po' meno grigia la vita a Venezia, piuttosto libera dai
condizionamenti e dai rigori ecclesiastici. Pur riservando al clero una certa attenzione, e osservando rigorosamente la quaresima, dopo questa, proprio le feste religiose di Venezia nel corso del resto dell'anno erano occasione per fare grandi feste, giochi e divertimenti di ogni genere.* *E fra questi divertimenti e giochi non erano assenti i giochi del calcio e quelli della racchetta (una specie di tennis). Il calcio nel periodo fine medioevo era tornato ad essere molto praticato e giocato nelle piazze di Firenze, con alcune regole, lo si chiamò calcio fiorentino (/florentinum harpastum/). Abbiamo però molte testimonianze che si giocava in molte altre città come Bologna, Mantova, Padova e quindi Venezia, dove lo giocavano i nobili usando i campi di San Giacomo dell'Orio e dei Gesuiti; mentre il popolo usava i campi in Rialto Nuovo, nelle Chiovere di Cannaregio, in campo dei Nicoli a Castello e nelle Corti grandi della Giudecca. Al bersaglio di Sant'Alvise e di San Bonaventura, giovani nobili, vestiti leggeri, con berretti e piume bianche e nere, formavano una squadretta, si impegnavano a lanciare la palla poi correvano per impedire a forza di calci la riconquista della palla agli avversari. Quanto al "tennis" presto in voga, i contendenti si dividevano in due parti il campo detto del Monte e del Piano, si lanciava in alto la palla e a colpi di racchetta (una arnese fatto di corde formanti una rete).... si tentava di respingerla all'avversario. Se questi lasciava cadere a terra la palla senza poterla pigliare nell'aria, faceva fallo; lui perdeva punti, l'altro li guadagnava. Ancora oggi esiste una Calle a Santa Caterina, dove si faceva questo gioco, ed infatti si chiama ancora Calle della Racchetta. Il Bandello parla di un gioco molto simile chiamato "forfetta". (P. Molmenti, op. cit.).* *Ne' giorni di festa (lo abbiamo già detto salvo, il periodo della quaresima le feste erano tante, e per tante occasioni religiose, politiche, dopo una vittoria, oppure negli anni successivi celebrando quella vittoria) la città era animata da una vita leggera, facile, giovanile. La Repubblica, che cercò sempre di vietare i lavori sproporzionati alle forze degli operai, o non confacenti coll'età o col sesso, ordinò anche l'osservanza del riposo festivo, ma non in modo che ne venisse danno ai cittadini. Si permetteva infatti per comodo della povertà, che restassero aperti gli usci delle botteghe degli speziali di medicinali, dei pizzicagnoli, pollaiuoli (galineri), venditori di olio, fornai, fruttaiuoli, venditori di vino (bastioneri), caffettieri, biadaiuoli (biavaroli) (*/SAGREDO, Sulle consorterie delle Arti edificat. cit., pag. 186)./* Fin dal mattino, uomini e donne della plebe minuta e del popolo grasso, in abito festivo, passavano solleciti e premurosi diretti alla chiesa; poi stavano a gruppi sui campi, si scambiavano saluti, ridendo, scherzando, tutti ugualmente chiassoni. La musoneria e la noia erano sconosciute, e all'aria libera si apprestavano i più svariati trattenimenti in tutte le stagioni e si può dire quasi in tutti i giorni dell'anno. Neppure quando si facevano più sentire le rovinose conseguenze della guerra di Candia, Venezia aveva perduta la consueta gaiezza. Un poeta satirico sulla fine del Seicento scriveva /" Anco in questi anni balordi - Non v'è giorno, ora, nè punti - Che non sianvi dei bagordi"/ (DOTTI, Satire cit., P. 1, pag. 157.). Lo sfarzo maggiore e la maggiore giocondità apparivano nell'inverno e particolarmente nei carnevali, che nei due ultimi secoli della Repubblica raggiunsero un ardore inebriante, di cui dura ancora il ricordo. Il carnevale cominciava il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, e il permesso di mascherarsi era annunciato dal Governo, per mezzo d'uno dei suoi bassi ufficiali, che compariva sulla Piazza grottescamente travestito, fra le grida e le urla del popolo. La maschera, specialmente quella chiamata /bauta/, era una moda universale, permessa anche dal 5 ottobre al 16 dicembre, nei giorni di San Marco e dell'Ascensione, nelle elezioni dei Dogi e dei Procuratori ed in altre feste, purché non cadessero in quaresima. Vecchi e giovani, patrizi e plebei, ricchi e poveri, tutti mettevano la maschera, che favoriva i convegni furtivi ed era quasi un simulacro dell'antica eguaglianza perduta, potendo, sotto le strane vesti, affratellarsi il nobile e il popolano. Non soltanto le patrizie, ma anche le mogli de' bottegai e le cortigiane apparivano /"mascherate con abiti, merli, bordi che valevano centinaia di doppie, e tutte sembravano dame di primo rango?/. Molte madri in maschera portavano i loro bimbi in collo, molte fantesche, uscendo per la spesa, mettevano sul volto la larva (*SAINT-DIDIER, La Ville el la Rép. de Veuise cit., pag. 342. - Il DOTTI (Sal., P. 1, pag. 118*) scrive: /"Di velluto una visiera / Han le donne quasi tutte / Sagacissima ingegnera / Di far belle anco le brutte"/), molti accattoni con la maschera sul viso e con un vestito a brandelli, chiamato del bernardone, fingevano infermità, sorretti dalle grucce, chiedendo la carità. Ogni sera v'era liston in Piazza, gremita di maschere, di cui godevano i frizzi e l'allegria le dame e i cavalieri seduti sotto i portici delle Procuratie, mentre presso ai pili degli stendardi e negli angoli più oscuri si dava convegno una folla di meretrici, di lenoni, di sodomiti.  Molti scritti del tempo descrivono con osceni particolari gli scandalosi ritrovi notturni in piazza San Marco. Ma a quei tempi il vizio trascorreva senza vergogna anche in molti altri paesi d'Europa, e certe descrizioni sulla corruzione del costume veneziano sono esagerate e maligne. Così acre oltre misura si mostra Pietro Giannone che scrive: " /Nel tempo delle maschere, che abbraccia più della metà dell'anno, specialmente nel carnevale, nelle piazze e nelle pubbliche contrade le donne di qualunque stato e condizione, maritate, donzelle e vedove, si mescolano insieme colle meretrici, perché la maschera ogni disuguaglianza agguaglia, e non vi è sporcizia che non si commetta ad occhi veggenti con i loro drudi giovani o vecchi che essi siano/". E seguita con altri particolari che la penna si rifiuta di trascrivere. Bisogna però ricordare che il Giannone era stato sfrattato da Venezia, e che, come bene osserva un suo diligente biografo, il suo ragguaglio fu scritto in un momento di disperazione. Aveva insomma qualche problema. *(NICOLINI, Vita di Pietro Giannone scritta da lui medesimo, n. a pag. 287. Napoli, 1905.)* I carnevali erano resi più pittoreschi dalle mascherate, che si fecero con mirabile pompa. Patrizi e cittadini, uniti in numerose compagnie, abbigliati delle più ricche e svariate logge, percorrevano, fra danze e suoni, la città, accompagnando carri, sui quali s'alzavano rappresentazioni simboliche.** Insomma i giorni del carnevale sono giorni di - allegria vertiginosa. - Tout est yvresse et folie – scriveva un viaggiatore dell'epoca - les Venitiens prennent un nouvel esprit en changeant d'habit, et ne conservent rien de leur gravité, de leur réserve ou de leur facon d'agir originaire ? *([MALHOWS], Voy. En France, en Italie etc., vol. 11, pag. 215. Paris, 176).* Nel Giovedì grasso, il popolo, alla presenza del Doge, della Signoria e degli ambasciatori, si dà alle più pazze baldorie; si accendono nella Piazzetta fuochi artificiali di pieno giorno, le compagnie dei fabbri e dei beccai abbigliati bizzarramente, tagliano la testa a buoi, i Castellani e i Nicolotti fanno i giuochi delle Forze d'Ercole e della Moresca, e dall'alto del Campanile sopra una fune tesa un uomo compie il così detto /volo/, scendendo, o libero o assicurato ad una fune, fino al palco ove siede il Doge, a cui presenta un mazzolino di fiori. Passano poi le maschere schiamazzando e gettando confetti. (ultimamente tale discesa dal campanile è tornata ad essere il clou della festa).* *Questo in Piazza San Marco, mentre in Piazzetta, sul Molo, sulla Riva degli Schiavoni altri cento passatempi: le lotterie di gingilli donneschi, il castello dei burattini, i casotti dei funambuli e degli acrobati, il mondo novo (cosmorama), le astrologhe che predicevano il futuro e vendevano i libri della cabala, i cantastorie e gl'improvvisatori accompagnati da chitarre, mandolini e violini, i dispensatori di acque nanfe e belletti, i cerretani, tra i quali notissimo il Masgumieri, che guariva ogni male e /"dispensava a macco / Sopra il balsamo greco / il taccomacco"./* *Nelle ultime sere di carnevale, mentre fasci di fuochi artificiali si alzavano dal Molo crepitando e cadevano a spegnersi stridendo nell'acqua, la gaiezza diveniva una ridda clamorosa e sfrenata. Al lume rossastro dei razzi e delle fiaccole, la folla ebbra di clamori e di gioia brulicava sotto le Procuratie e sulla Piazza: s'agitava come un mare di teste e di cappelli: tutti si chiamavano e si salutavano, e al gridio assordante si mescolavano gli strilli dei rivenditori di frutta, di dolci, di rinfreschi. Il selciato era coperto di nastri, cenci, piume, confetti, bucce d'arancio, semi di zucca. L'allegria carnevalesca non si restringeva a San Marco, ma di feste e movimento risuonavano anche i vari campi di Venezia. L'ultimo giorno di carnevale, a mezzanotte, i gravi rintocchi delle campane di San Marco e di San Francesco della Vigna, che' rimbombavano per tutti gli angoli della città, annunziavano la fine della baldoria, e ai primi crepuscoli dell'alba, la gente stanca si sparpagliava qua e là attraverso i vicoli oscuri.* *In quaresima altri spassi. I giovani patrizi, quasi per rifarsi della sregolata vita carnevale si davano a sollazzi più salutari (es. il già ricordato "tennis" o "calcio"). Una curiosa festa popolare burlesca era anche la regata delle cariole. Dei buontemponi incitarono, con la promessa di una buona bevuta di vino, due spazzini a gareggiare nel corso conducendo le loro carriuole. Lo spettacolo si ripeté con maggior numero di contendenti a Rialto e a Santa Maria Formosa. Più bizzarra la festa chiamata della Vecchia, che avveniva a mezza quaresima in alcuni campi, ma di preferenza in campo San Luca, dove era appunto la farmacia all'insegna della Vecchia. Nel mezzo del campo parato a damaschi e bandiere, s'alzava un palco sul quale si collocava un fantoccio, rappresentante una vecchia con la cuffia in testa e la maschera sul volto, alla quale due guardie rendevano ridicoli onori. Al suono di strumenti scordati, mentre il popolo si abbandonava alle più matte baldorie, come quella di far volare per una corda un cane, legato a un fuoco d'artificio, di dare un premio a chi ghermiva colla bocca un'anguilla posta in una mastella di acqua tinta di nero, si segava a metà il fantoccio della Vecchia e ne uscivano fiori e confetti, che i monelli si contrastavano fra loro. Più tardi il fantoccio veniva bruciato. Quasi contrapposto a questa stravagante baldoria seguivano dopo venti giorni le seriose solenni cerimonie pasquali. Ma già il giorno dopo Pasqua, incominciava per i Veneziani il "fresco", cioè le passeggiate in gondola scoperta, che continuava regolarmente nelle domeniche e nelle feste fino alla fine di settembre. /"Per il Gran Canale, stupore della natura e superbia dell'arte, spaziano le gondole, che a migliaia vi si vedono con dentro il fiore della Nobiltà e delle Dame La stagione di primavera si chiudeva in maggio con la festa della Ascensione, e per tutta l'estate dal bacino di San Marco, dal Canal grande, dal Canale della Giudecca salivano i canti e i suoni delle serenate, seguite da un fitto stuolo di gondole. Serenate più intime e più dolci solcavano talvolta le acque di qualche canale solitario, sostavano dinanzi a qualche palazzo silenzioso, e dalla barca si alzava un canto amoroso verso i veroni illuminati, sui quali si disegnavano eleganti figure
femminili.* *A tenere allegra la gente nel Medio-Evo contribuivano poi notevolmente i saltimbanchi e giocolieri girovaghi, una razza che si è perpetuata, sebbene in misura più limitata, fino agli ultimi anni del XX secolo; erano singole persone che davano spettacoli di scherma e di lotta, gare di nuoto o di corse, prestigiatori che si facevano vedere a ingoiare spade o a mangiare il fuoco, od anche compagnie che organizzavano rappresentazioni equilibristiche, acrobatiche e simili o mettevano in mostra creature fenomenali e mostruose oppure animali rari, come elefanti, cammelli, scimmie. Piccole, medie o grandi queste compagnie davano spettacoli anche nel più piccolo paese.* *Diffusissima in tutte le classi sociali era la passione del gioco, cui secondo la testimonianza di Tacito si applicavano già gli antichi Germani. La civiltà romana generalizzò in occidente altri giochi, come la tavola reale, il tric trac, dall'oriente venne il gioco della dama e quello degli scacchi. Anche il gioco delle carte è di origine orientale; esso trasmigrò in Europa abbastanza tardi, forse non prima della seconda metà dei XIV secolo, ma la conquistò rapidamente nel XV. A Norimberga esistevano già verso il 1380 dei fabbricanti di carte da gioco, i così detti «pittori di carte», che poi nel 1402 vediamo ad Ulm perfino già organizzati corporativamente. E le più antiche carte erano realmente dipinte a mano; ben presto però venne l'uso di inciderne l'impronta in legno, che veniva poi riprodotta per impressione sulla carta; un processo questo già conosciuto in Cina mille anni prima e che ha molto in comune con la storia della xilografia e della stampa in Europa. Quanto fosse diffusa l'abitudine del gioco delle carte specialmente verso la fine del Medio-Evo lo dimostrano i tanti divieti fatti dalle leggi canoniche agli ecclesiastici di dedicarvisi e le censure dei predicatori dai pulpiti. Nemmeno questo banalissimo gioco era gradito ai preti. In ogni carta c'era il diavolo!!* *Nel Medio-Evo si attribuiva grande importanza ad una buona nutrizione e non lievi erano le esigenze che gli uomini di quel tempo accampavano nei riguardi della varietà, quantità e qualità dei cibi, per quanto naturalmente ciascuno dovesse contenersi nei limiti delle proprie risorse finanziarie e sino ad un certo punto adattarsi alle abitudini del proprio ceto.* *Il pane si confezionava con varie specie di cereali. La qualità più andante di pane era quella fatta di farina d'avena o di orzo, e serviva all'alimentazione dei contadini e dei servi. Più pregiato era il pane di segale, almeno nel popolo; invece nel ceto signorile si consumava pane di frumento, anzi dai fornai si volle pane di lusso, fragrante, morbido, condito con l'olio, e ben presto se ne diffuse l'abitudine; né tardò a generalizzarsi nelle classi superiori il consumo di biscotti e pasticcerie d'ogni genere in gran quantità. * *Assai elevato era pure nel Medio-Evo il consumo della carne, specialmente presso i popoli di nazionalità germanica, quasi il doppio rispetto ai paesi latini.
Primeggia a tal riguardo nel nord il consumo della carne di maiale che si mangiava arrostita, oppure confezionata in salsicce, che in ogni land erano del tutto particolari; si usava inoltre salarla, affumicarla, insieme alla carne di montone. La carne oltre quella arrostita, veniva preparata a pezzettini in umido, sempre con forti dosi di aromi e con salse piccanti, ed in generale spezie varie, soprattutto il pepe e lo zafferano, poi la cannella, lo zenzero, il garofano e la noce moscata entravano nella confezione non solo della carne ma anche del pane, dei legumi, ecc. in misura tale che difficilmente il nostro gusto attuale vi si adatterebbe. Alle tavole più raffinate non mancava – anzi abbondava - la selvaggina ed il pollame, e oltre alla cacciagione da noi tuttora usata nel Medio-Evo si mangiavano degli animali che oggi noi escludiamo dai nostri cibi, come lo scoiattolo e l'orso fra i quadrupedi e fra gli uccelli l'airone, la gru, il cigno, la cicogna, ecc. * *Un arrosto molto apprezzato specialmente nelle tavole principesche dell'epoca della cavalleria era quello di pavone, che nei secoli successivi venne spodestato dal fagiano e dal tacchino introdotto in
Europa dalle Americhe nel tardo XV secolo. Esteso era pure l'uso della pesca; assai pregiati erano i gamberi, nonché moltissime specie di pesci d'acqua dolce e di mare, che non si imbandivano esclusivamente nei giorni di magro; il pesce peraltro di più largo consumo e quindi più commerciato nel Medio-Evo soprattutto nei paesi nordici, era l'aringa, essa costituiva il cibo più comune nei giorni di magro. Nei paesi mediterranei, indi l'Italia, abbondava l'uso delle sarde o delle alici, che era poi il pesce più comune perché molto abbondante nelle acque adriatiche. Si consumavano in tanti modi, fresche o in "saor" , cioè nell'aceto, permettendo così una conservazione per molti giorni.**Mentre in Francia, il paese del gusto raffinato, vennero istituiti sin dal XII secolo servizi postali tra la costa e Parigi per fornire alla capitale le ostriche ed altri scelti prodotti del mare. Il forte consumo di carne non significa naturalmente che il latte, le uova e i vegetali non fossero anch'essi largamente usati. Nel basso popolo specialmente era abbondante il consumo del miglio e del grano saraceno, dei legumi in genere, delle rape e di varie specie di cavoli; l'Italia che ne era ricca forniva di verdure tutto il resto dell'occidente. Anche la frutta, ordinariamente quella di produzione indigena, costituiva, non diversamente da quanto avviene oggi giorno, uno degli elementi più importanti della alimentazione comune.* *L'uso di compilare e raccogliere ricette per la preparazione delle vivande spuntò all'inizio nei conventi (ma non dimentichiamo che già nell'antica Roma i libri di cucina erano molto diffusi, uno fra i tanti i testi di Apicio); uno di questi ricettari abbastanza numeroso, compilato nel XIV secolo, é pervenuto sino a noi sotto il titolo di /libro della buona cucina/; all'inizio poi del XVI secolo con la diffusione della stampa appaiono numerosi anche libri di cucina stampati e quindi economici.* *Al copioso consumo di cibi che caratterizza le abitudini medioevali fa riscontro un forse più copioso consumo di bevande, soprattutto di bevande alcooliche. Fino a tempi molto avanzati la bevanda generalmente usata nei Paesi latini, è il vino, mentre in Germania e nell'Europa settentrionale è l'idromele. Esso era composto di miele ed acqua mescolati in certe proporzioni; questa miscela si faceva bollire e poi si metteva a fermentare in recipienti aperti. In seguito, con l'andazzo dei tempi, anche all'idromele vennero aggiunti gli aromi, e sebbene dal XII secolo all'incirca esso sparisce dalla tavola delle classi superiori del popolo, pure lo troviamo ancora usato nelle città e nei villaggi fino alla fine del Medio-Evo accanto al vino ed alla birra, alle due bevande cioè cui dovette poi cedere il posto.* *Anche la birra è una bevanda antichissima, che in tempi molto remoti si incontra presso popoli del mezzogiorno d'Europa e presso popolazioni asiatiche. Per birra si intendeva in genere una bevanda preparata mediante una specie di cereale sottoposto ad un determinato processo. Con lo sviluppo delle città e dei villaggi la tecnica della fabbricazione della birra si perfezionò e questa bevanda, per lo meno nei luoghi dove faceva difetto il vino, divenne di consumo generale; parecchie qualità di birra poi furono anche esportate. Ma neppure la birra si sottrasse al gusto di quei tempi di condire ogni cosa con aromi. La bevanda preferita nelle classi elevate dei paesi europei (quindi anche tedeschi) è fin dall'inizio il vino. Il principale centro di produzione del vino era la Francia, la quale già allora esercitava in questo campo un attivo commercio di esportazione. Lo storiografo Froissart vide nel 1372 entrare nel porto di Bordeaux una flotta di 200 navi che proveniva da Londra e doveva servire al trasporto di vini. * *Anche in Germania la coltivazione della vite era nel Medio-Evo assai estesa; c'erano fitti vigneti in tutta la Germania centrale, nella Slesia, nonché nelle pianure del settentrione, nel Brandeburgo, nella Pomerania, in Curlandia e nella Danimarca; è soltanto verso la fine del Medio-Evo che la viticoltura viene abbandonata nelle regioni germaniche del nord. La produzione vinaria tedesca serviva per la più gran parte al consumo interno; ma i vini del Reno, della Mosella, della Franconia e del Neckar si esportavano in quantità considerevoli; specialmente la Scandinavia era approvvigionata di vino dalla Germania. A sua volta era pure notevole l'importazione in Germania di qualità prelibate di vini stranieri, specialmente di vini ungheresi e, tramite Venezia, vini italiani e greci; invece i vini spagnoli avevano il loro principale mercato di importazione in Francia. Da quanto si è detto emerge come il Medio-Evo apprezzasse discretamente la buona tavola ed il buon vino, ed in armonia a tale tendenza esso conosceva anche molto bene l'arte di approntare succulenti banchetti, notevoli per la quantità e varietà dei cibi, forniti di tutto il confort che l'epoca poteva offrire. Ma nel tempo stesso la società medioevale manifesta in questo campo una certa intemperanza e sopra tutto una inclinazione al bere smodatamente che spicca particolarmente sulla fine del periodo. Invalse allora lo "sport" dell'ubriacatura, l'abitudine di bere col proposito deliberato di inebriarsi, e per lo meno in Germania il cattivo esempio in questa materia venne dall'alto; più d'una dinastia regnante (anche se non viene mai raccontato) fu rovinata fisicamente e intellettualmente dal vizio del bere e finì da ultimo per soccombere. L'ubriacatura il giorno dopo passava, ma il fegato giorno dopo giorno andava a pezzi, e una cirrosi epatica non perdonava ne re ne principi, li portava dritti dritti alla tomba. In tema di abbigliamento e di fogge del vestire la Francia già nel Medio-Evo dettò la moda agli altri popoli europei; il predominio della moda francese è per lo meno sicuro a datare dal XII secolo, per quanto il senso del buon gusto abbia all'inizio stentato a formarsi e si sia mostrato restio alle frequenti variazioni che avvenivano in altri paesi. E uno di questi, per quanto riguardava la moda femminile era la opulenta Venezia. I prima quadri ad olio dei grandi pittori ci testimoniano la sontuosità e lo splendore. Un po' meno la moda maschile, quasi uniforme nell'intera Europa, salvo qualche città in particolare. L'uomo normalmente portava ad immediato contatto col corpo una camicia e su di essa una cintura stretta alla vita; a questa cintura erano assicurate con stringhe le brache ovvero la maglia intera che rivestiva le cosce e le gambe. Sulla camicia nella stagione fredda si metteva sopra un giubboncino senza maniche; completava l'abbigliamento una soave veste panneggiata che nel ceto signorile scendeva fin oltre il ginocchio ed era spesso anche fornita di larghe maniche. Nell'inverno essa era orlata di pelliccia. Una cintura stringeva la sopraveste alla vita. L'abito da passeggio dei ricchi annoverava ancora il lungo mantello internamente foderato di pelliccia ed assicurato sul petto da una fibbia, nonché i guanti. I cappelli e i copricapo in genere erano di forme svariatissime, con vari tessuti, oppure di feltro o anche di paglia.* *La calzatura del popolano, quando egli non si accontentava degli zoccoli, era di cuoio di vacchetta assicurata con stringhe; la scarpa più fine, nella parte superiore era di stoffa o di pelle, ed al di sotto una suola di cuoio e un tacco appena accennato, veniva accuratamente allacciata con lacci di lusso in modo da dare al piede una forma elegante; si usava bianca, nera, grigia ed anche rossa. Si incontrano anche stivali, nati dalla combinazione della scarpa con il gambale alto fino al ginocchio che si portavano in viaggio o quando si doveva lavorare all'aperto. A differenza della moda dei successivi secoli, l'uomo del Medio-Evo aveva una predilezione per gli abiti di vivaci colori; le brache rosse, grigie, e la sopraveste spesso mezza azzurra e mezza rossa davano alla foggia di vestire maschile una intonazione molto gaia. L'abbigliamento femminile arieggia a quello dell'uomo, salvo che la sopraveste stretta alla cintola è più lunga e scende fino ai piedi che nasconde completamente anche le caviglie. Caratteristiche le ampie maniche di questi abiti i cui lembi talora si allungano fin quasi a terra. Le fanciulle portavano i capelli sciolti del tutto, oppure in trecce; alle donne maritate l'uso imponeva di raccogliere la capigliatura sul capo e di coprirla con un velo o una cuffia. Le signore si ornavano di braccialetti, spille, orecchini ed anelli; non mancava già allora un massiccio impiego dei cosmetici e della profumerie e persino dei capelli finti (le parrucche di ogni colore, tinte anche in azzurro - Iniziarono le donne, poi la moda si estese anche agli uomini più vanitosi).* *A datare dal XIV secolo le fogge degli abiti, promotrice la Francia, subiscono con maggior frequenza mutamenti dettati dai capricci della moda; anche le mode di vestire gli uomini si susseguono rapidamente con forme svariate, spesso contrastanti l'una all'altra ed ancor più spesso addirittura fantasiose oltre che bizzarre. Principalmente ne risente il taglio della sopravveste che, per lo meno fra i giovani, viene in uso di portar così corta da coprire appena le natiche; essa si trasforma in giacca, perde la sua ampiezza e si adatta così strettamente al corpo che non è più possibile infilarsela passandovi dentro il capo. Perciò si comincia a praticarvi dapprima una apertura parziale sul davanti, poi la si costruisce aperta completamente sul petto, e si inventano i bottoni e le asole, innovazione questa molto importante perché essa soltanto permise il sorgere delle fogge più moderne di vestire. La giacca corta mise allo scoperto le brache, sinora tenute nascoste dalla sopravveste, e venne in moda di portarle intessute con vivacissimi colori, allacciandole superiormente con ogni artificio in modo da mettere bene in evidenza il contrasto dei colori. Alla maglia che copriva interamente gli arti inferiori si sostituì la calza annodata sopra il ginocchio mediante nastri all'estremità delle brache. Venne poi in uso di allungare la punta della calza oltre la misura del piede e quindi la scarpa assunse la forma a becco più o meno lungo e rigido che, poggiando su di un'alta suola, costringeva ad una andatura incomoda e poco naturale. Ma ciò era del resto in armonia con la tendenza generale e prevalente di dare a tutto il corpo una sagoma esageratamente slanciata e da bellimbusto. Ma non tardò, specialmente in Francia e in Inghilterra, a manifestarsi la tendenza opposta, rappresentata dalla moda lanciata per gli uomini di portare abiti straordinariamente larghi e lunghi e persino abiti a strascico, cioè fogge di vestire quasi femminei. Variazioni molteplici subirono contemporaneamente le forme di copricapo che passarono dal semplice cappello tondo, adorno talora sulla fronte di un pennacchio di piume d'airone, alle più svariate fogge di berrettoni semplici ed impellicciati; la più strana forma di copricapo è il cappuccio di forma alta ed appuntita che terminava in una lunga coda cadente all'indietro, quasi a far riscontro all'appendice analoga che emergeva alla punta delle scarpe. * *Gli uomini delle classi più elevate amarono poi verso la fine del Medio-Evo di adornare i loro cappelli e berrettoni con piume di struzzo fermate al copricapo mediante preziose fibbie d'oro lavorate artisticamente e guarnite di perle e di gemme.* *L'abbigliamento delle donne del tardo Medio-Evo (salvo come detto Venezia) era invece meno sontuoso di quello degli uomini. Il taglio della veste non subì variazioni sostanziali, salvo una più pronunziata scollatura sul petto; ma le signore a modo solevano portare sotto la veste un corpetto per attenuare gli effetti della eccessiva scollatura. Le maniche dell'abito si usano ora strette, ma conserva ancora il ricordo della precedente moda di maniche larghe pendenti talora fino a terra l'uso di una larga stola di pelliccia cadente dalla spalla. Del resto nel XV secolo si vedono tornare anche in voga tipi di maniche larghe e spioventi. A seconda dei capricci della moda la cintura che stringeva la veste alla vita si portava più in alto o più in basso; sul passaggio poi dal XV al XVI secolo l'abito femminile, fino allora tutto d'un pezzo, si scompone in due capi diversi, il corpetto e la gonna che comincia sui fianchi e si allunga in basso sensibilmente. Svariatissime e spesso grottesche sono le forme di acconciatura del capo per le donne nel XV secolo; attorno ad esse la moda si sbizzarrì abbondantemente. Alla corte di Borgogna venne in voga verso il 1450 una forma di cuffia a cono alto ed appuntito che si diffuse poi anche nelle regioni adiacenti della Germania; ed in generale venne imitata dalla corte borgognona tutta una nuova toilette di gala con lunghi strascichi. In complesso la moda muliebre della fine del Medio-Evo manifesta sempre più la tendenza alla varietà ed all'instabilità; ogni novità bizzarra fece presa; ogni trovata stravagante destò l'ammirazione e venne imitata; la semplicità fu messa al bando; la evoluzione delle fogge di abbigliamento è dominata dalla smania del nuovo e dall'amore per i contrasti. Tutte cose che si ripresentano di solito nelle epoche di decadenza. La cura dell'igiene non è molto praticata ma nemmeno ignota al Medio-Evo. Dal momento in cui sorsero e si imposero le scuole di medicina di Salerno e di Montpellier, delle quali dovremo occuparci in seguito, e dal momento in cui si formò in queste scuole una classe di medici laici, cominciarono a penetrare a poco a poco ed a diffondersi in tutti i ceti del popolo i principi di una minima profilassi ed igiene della persona secondo i dettami di autorità mediche antiche e recenti. Spuntò inoltre una letteratura scientifica, che ricollegandosi alle dottrine dell'antichità e continuandone le tradizioni, insegnò alle classi più colte le regole della dieta, i benefici del moto, dei bagni, dell'aria buona e soprattutto della pulizia. Alcuni nobili, principi e re sfoggiavano suntuosi vestiti, ma addosso avevano una miriade di pidocchi e cimici che in ogni istanti li pizzicava, e loro continuavano a grattarsi, e per fargli meno sforzi e contorsioni gli artigiani s'inventarono perfino un bastone con a una estremità una manina che così permetteva di grattarsi la schiena: in alcune di queste l'acqua l'avevano vista solo nel dopo parto. Qualcuno aveva così tanta fobia dell'acqua, che andava ripetendo che la stessa rovinava la pelle. Il popolo ovviamente era ancora più sporco dei ricchi, e si attenne sopra tutto alle regole astrologiche, che vediamo sorgere a datare dal XIV secolo e che si basavano sulla credenza che i quattro elementi, nonché i pianeti e le costellazioni esercitassero una influenza decisiva sulla salute e sull'igiene dell'uomo che costituiva il microcosmo. Larga parte di queste regole legate alle stagioni e ai momenti astrologici più favorevoli si osservavano per operare il salasso, vale a dire una espulsione del sangue (ritenuto marcio), ereditata come pratica dall'antichità classica, mediante l'incisione di una vena. Del resto quella dell'efficacia dei salassi non era affatto soltanto una superstizione popolare; la scuola salernitana ne fece un sistema scientificamente organizzato, determinando così le epoche migliori per farli e le parti del corpo ove occorreva compierli. Oltre al vero e proprio salasso si aveva usanza di praticare una più leggera espulsione di sangue per prevenire infiammazioni locali, infezioni, punture d’insetti. Ambedue le piccole operazioni erano accompagnate da bagni e nel tardo Medio-Evo venivano compiute da persona addetta allo stabilimento balneare, che sino ad un certo punto sostituiva il chirurgo. Ma spesso anche i barbieri la eseguivano. L'uso dei bagni era molto diffuso nella società medioevale. Più che una imitazione dei noti costumi dei Romani, esso é una perpetuazione delle abitudini germaniche, giacché fin dall' antichità le popolazioni germaniche usavano spesso prender bagni non solo nei fiumi ma anche in casa con i sistemi delle vasche con l'acqua sempre calda riscaldata da enormi stufe. Nel tardo Medio Evo la presenza di un apposito locale da bagno nella casa diviene una esigenza sempre più generalmente sentita; si osserva perfino il sorgere stabilimenti balneari a cura di istituzioni private, sopra tutto di fondazioni ecclesiastiche e di ricchi monasteri. In seguito si vedono poi spuntare anche bagni pubblici nelle città e nei borghi, il bagno caldo (come nell'antica Roma) ritorna ad essere una istituzione organizzata ovvero sorvegliata e sussidiata dalla pubblica amministrazione, od anche promossa mediante lasciti da cittadini benefici. I bagni pubblici, assumono perfino il carattere di un ambito passatempo; chi vuol concedersi un po' di svago si reca negli stabilimenti dei bagni, sia per bagnarsi, sia per assistere come spettatore al bagno altrui. Si fa strada anche l'uso che negli sposalizi lo sposo con i suoi amici e la sposa con le sue compagne visitino uno stabilimento balneare prima di recarsi in chiesa. Col tempo poi l'esercente dello stabilimento di bagni vi annette un servizio di trattoria, ed allora al divertimento del bagno fa spesso seguito l'altro divertimento, quello dei banchetti. Inizia anzi l'abitudine di portarsi da mangiare e da bere, sia da soli, sia quandi si è in compagnia con altri bagnanti. Non sempre del resto questi passatempi balneari rendevano il dovuto omaggio alle esigenze del buon costume. Vi accadeva di tutto.* *La maggior parte delle malattie ed epidemie che colpirono individui e popoli fino al XIX secolo, esistevano già nel Medio Evo; ma allora in generale mietevano un numero di vittime maggiore, perché la diagnosi, la terapeutica, la tecnica delle operazioni, ecc. erano se non del tutto assenti ovviamente molto meno progredite che ai nostri tempi. Una malattia che, sebbene non sia esclusiva del Medio-Evo perché risale alla più remota antichità, nell'età di mezzo infierì in modo particolarmente spaventoso è la lebbra. Essa è originaria dell'oriente, d'onde nei primi secoli dell'era nostra penetrò in Italia e di qui si propagò ben presto in tutto l'occidente. Era un’infermità inguaribile, e la sorte di coloro che ne rimanevano colpiti era la più triste che si possa immaginare, perché dato il gravissimo pericolo di contagio i lebbrosi venivano isolati dal resto della umanità e costretti a vivere in comune tra loro relegati in apposite dimore (i lebbrosari), isolate, lontane da ogni consorzio umano. Abbandonati anche dai più stretti parenti. Anche il vaiolo e le malattie affini del morbillo e della scarlattina l'occidente le deve ai suoi contatti con l'oriente. A datare dal XIV secolo spuntano delle epidemie di natura influenzale, caratterizzate da febbre altissima, da affezioni catarrali e da gonfiori del viso. Si aggiunga poi la più terribile di tutte le epidemie, la peste bubbonica o «morte nera». * *Le epidemie di peste cominciarono a funestare l'occidente per la prima volta già nel VI secolo (forse con le orde di Unni provenienti dall'Asia), o almeno così sembra dalla sintomatologia descritta dai contemporanei; ma la più famosa e la più drammatica e la più ben relazionata, è la peste che verso la metà del XIV secolo devastò in modo spaventoso tutto il mondo allora conosciuto.
La caratteristica di questa malattia erano i bubboni nerastri che spuntavano in varie parti del corpo; chi ne era colpito non sfuggiva quasi mai alla morte. Le salme dei defunti, rivestite di un apposito manto od anche di una tonaca monastica, venivano inumate al più presto possibile, di regola il giorno seguente al decesso, ma anche quasi vivi quando entravano in coma. Alla sepoltura dei morti provvedevano numerose confraternite che erano sorte appunto a questo scopo, ma anche per prendere l'obolo per far dire delle messe per le anime dei trapassati, o con un obolo più consistente, organizzare poi in seguito commemorazioni annuali. Le vere e proprie esequie solenni erano rappresentate dai /tricesimali/, una funzione religiosa in suffragio dell'anima del defunto che si celebrava nei trenta giorni successivi alla morte. Spesso i parenti del defunto - se avevano mezzi - facevano anche dire delle messe giornaliere che - così dicevano i religiosi - miravano ad abbreviare il periodo di penitenza che l'anima doveva passare in purgatorio per purificarsi dai suoi peccati. Ma a parte queste morti dovuti alla peste, che in occasione dei funerali e dei banchetti che li accompagnavano si facesse pompa frequentemente di un lusso smodato lo rileviamo dai divieti e dalle limitazioni stabilite dai governi. In alcuni casi la cerimonia diventava una "festa". Riproposta poi nelle annuali ricorrenze. Luogo di sepoltura per le classi elevate era non di rado la chiesa. Le dinastie regnanti avevano spesso delle chiese destinate appositamente a questo scopo; tale la chiesa di S. Dionigi per i re di Francia; i re ed imperatori tedeschi dall'XI al XIV secolo ebbero quale luogo di ultima dimora il duomo di Spira, dove di recente sono state rimesse in luce ed identificate le loro tombe. Gli Absburgo nella famosa cripta dei Cappuccini a Vienna. Di molti papi e vescovi l'ultima dimora fu o la cripta della basilica di San Pietro o le chiese nelle varie città da loro amministrate. Mentre per il popolo si utilizzavano i cimiteri annessi alle chiese, quindi ancora nel recinto cittadino. In seguito, una disposizione napoleonica, dispose che i cimiteri delle città sorgessero fuori dalla cinta muraria, o comunque nella immediata periferia.  Seguendo l'usanza romana, nel medioevo tornò l'uso di distinguere il sepolcro di personalità eminenti mediante una lapide recante il nome del defunto od anche la sua effigie; più tardi questa semplice lapide non fu più ritenuta sufficiente, almeno per i ricchi, ed allora si videro sorgere monumenti sepolcrali di proporzioni più o meno considerevoli, come la tomba degli Scaligeri a Verona o il sontuoso monumento che Massimiliano I si fece erigere nella chiesa di Innsbruck dai più rinomati artisti del tempo. La cosa più usuale è la tomba in forma di sarcofago sul cui, coperchio si adagia scolpita la figura del defunto; di questi monumenti risalenti al periodo che va dal XIII al XV secolo ne sono giunti a noi un numero considerevole. Ad eseguirli i principali artisti del Rinascimento. E spesso erano gli stessi sovrani o papi ancora in vita ad affidare i lavori ai famosi scultori e architetti del tempo.

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Patrizio Rossi



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