home

entra nel sito
eventi
novità
chi siamo
statuto
progetti
personaggi
contributi
convenzioni
segnalazioni
adesioni
mailing list
forum
video
link
Blog

MedioEvo Weblog

Italia Medievale

Libreria Medievale

Arte Medievale

Milano Medievale
Musica Medievale

Espana Medieval

Europa Medievale

Platea Medievale

Polonia Medievale
Galleria Medievale
Poesia Medievale
Siti Medievali
Racconti Medievali
Blog Eventi
Medioevo in Libreria
Premio Italia Medievale
Pisa 1063 A.D.
Terre Viscontee
Partner
Eubia

Rievocare

Castelli Toscani
Premi

© Premio Italia Medievale

© Philobiblon, Premio Letterario Italia Medievale
Concorso ACIM
Canali Video Acim
YouTube
Vimeo
LiveStream
WorldTV
Dailymotion
VodPod
Weoh
ACIM

Medioevo in Tavola

La felpa, la t-shirt e la borsa dell'Acim
Sostienici
Viaggia con noi nell'Italia medievale
Come with us across medieval Italy

Storie di antipapi (2) - Clemete VIII

di Carmelo Currò
Tomba di Gil Sánchez de Muñoz nella cattedrale di Maiorca

Alla morte del longevo Benedetto XIII, l’antipapa che da Avignone sperava di conquistare la Cattolicità alla sua obbedienza, i superstiti seguaci non si ritrovano soli o disorientati nella rocca iberica di Penacola dove egli si era rifugiato. Prima di morire, il papa alternativo ha nominato quattro nuovi cardinali. E’ vero che non sono uomini della notorietà di quanti seguivano Clemente VII e poi Benedetto nei decenni migliori, quando regnavano sotto la protezione del re di Francia su una buona parte del mondo cattolico; ma è pur vero che essi assicurano una successione e quindi la continuità delle ragioni in cui ha creduto tanta parte d’Europa. Né mancano i fedeli, i sacerdoti, il personale, nel castello, persone che animano una vera corte, così come si addice a un pontefice.
E’ stato accertato che, nonostante le defezioni che si sono succedute dopo il Concilio di Costanza,  e prima o dopo la morte di Benedetto XIII, la fortezza di Penacola non era certo spopolata. Dalla lettura degli inventari che risalgono al giugno 1423 è possibile calcolarvi la presenza di un centinaio di religiosi di varie nazionalità: aragonesi, castigliani, francesi e italiani, oltre a un pari numero di soldati. Negli anni di successo del papato avignonese, il numero del personale nel palazzo pontificio superava raramente i cinquecento chierici e laici. Si può parlare di declino, certo, ma non di crollo, afferma Touze (1). E del resto, dietro tutti questi personaggi che rimangono spesso all’interno del silenzio secolare, si immaginano amici, parenti, corrispondenti, fedeli e simpatizzanti che pregano o scrivono nelle chiese e nelle case sparse in tutte le Nazioni che avevano abbracciato la causa dei papi avignonesi. Persone raggruppate in comunità che ancora conservano una devota fedeltà o credono nelle ragioni del loro capo spirituale e che nelle terre di origine si arroccano nella speranza di un pontefice lontano che un giorno riporti l’ordine nella Chiesa e distrugga le ingiustizie della società.
Al di sopra di tutti loro, rimane il re d’Aragona, il grande protettore che ancora consente agli abitanti di Penacola di dominare spiritualmente sui sudditi che vivono nel Regno e sugli altri che vivono in Europa. E’ un sovrano certo non animato da una convinzione sincera, Alfonso d’Aragona, colui che tende a regnare sull’Italia e sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, secondo le ambizioni imperiali che già si manifestavano ai tempi della guerra del Vespro. E’ un fervente cattolico, come dimostrerà la sua vita personale. Ma è anche un uomo dal carattere forte, deciso e impavido, che regge senza mai scoraggiarsi i fili del suo vasto piano politico, impegnandosi in primo luogo nelle trame che affliggono il Regno di Napoli, durante gli anni tormentati in cui la regina Giovanna II cerca di individuare il miglior successore alla Corona. E’ una lotta lunga e piena di alterne vicende che vede tra i principali protagonisti il pretendente angioino Luigi e lo stesso pontefice romano Martino V, preoccupato dall’accerchiamento di un sovrano potente come il re d’Aragona.
Benedetto XIII e la sua corte sono pedine interessanti nella strategia di Alfonso che può servirsi dell’alternativa pontificia per tenere sotto pressione Martino V e indebolirlo a sua volta, poiché il papa lavora nell’opposto tentativo di arginare le ambizioni del giovane sovrano. Ed è per questo che egli decide di mantenere la sua protezione sull’antipapa nonostante in famiglia la stessa moglie non creda nelle sue opinioni. La regina Maria di Castiglia, infatti, oltre che per propria intelligenza, doveva essere stata sinceramente convinta ad abbracciare la causa di Martino V dal Beato Matteo d’Agrigento, famoso predicatore e uomo di santa vita, devotissimo al pontefice romano. La sovrana, mentre ricopriva l’incarico di reggente durante l’assenza del marito, alla morte di Benedetto XIII aveva dato ordine al governatore di Castellon di occupare militarmente la rocca di Penacola e di trarne fuori i suoi abitanti scismatici. Il ritorno di Alfonso nel 1424 aveva vanificato questa soluzione, poiché egli si adoperò per revocare l’ordine della consorte e provvedere finanziariamente al mantenimento del successore di Benedetto (2). Il Beato, tuttavia, secondo la testimonianza di S.Bernardino da Siena riuscirà più tardi a convincere anche lo stesso re a ritornare all’obbedienza romana, in un periodo in cui alla strategia aragonese occorreva raggiungere un riavvicinamento con Martino V (3).
Quando dunque Benedetto muore, presso di lui si trovano due tra i cardinali che sono stati nominati da poco: Julian Lobera y Voltierra, amministratore della diocesi di Tarazona, e Ximeno Daha, uditore della camera pontificia. Gli altri erano Dominique de Bonnefoy, priore del monastero di Mont-Alégre, nella contea di Rodez, e Jean Carrier, cappellano di Giovanni d’Armagnac e arcidiacono di Rodez. Jean Carrier che avrà gran parte negli avvenimenti successivi,
Nella sessione del conclave i pochi elettori non sono concordi. Daha orienterà il suo voto su Dominique de Bonnefoy mentre i suoi colleghi sceglieranno Egidio (Gil) Munoz, canonico di Valencia e Barcellona e arciprete di Teruel: un personaggio che non apparteneva al ridotto collegio cardinalizio. Non uno sconosciuto, tuttavia. Gil Sanchez de Munoz discendeva da una illustre famiglia di feudatari ed ecclesiastici, il cui antenato Pasqual (1170-1245 c.) era già barone di Escriche. I Munoz erano stati cavalieri fra l’XI e il XII secolo, servendo i re di Aragona e di Castiglia lungo le zone di frontiera con i musulmani. Non si sa se il futuro Clemente VIII abbia pensato fin da giovanissimo alla carriera ecclesiastica. Ma come tutti i cavalieri e gli uomini della sua classe sociale, egli mantenne fino al pontificato quattro o cinque cavalcature. La sua famiglia aveva intanto perduto il feudo più importante, passato ad altro ramo; il futuro non era tuttavia insicuro per il giovane, ben predisposto anche agli studi giuridici che allora erano indispensabile gradino di ascesa sociale, tanto che potrà essere definito come baccelliere pochi anni dopo. Ma probabilmente a dare la svolta alla vita di Egidio fu l'influenza e l’eredità dello zio Gil Sanchez Muñoz e Linan, canonico di Valencia, il quale alla sua morte nel 1388 lasciò al nipote un considerevole patrimonio in beni mobili (tra cui arredi sacri e libri di teologia) e 3.000 fiorini aragonesi nel caso di destinazione al sacerdozio (4).
Gli incarichi ecclesiastici giungeranno molto presto, certo per premiare l’intelligenza e la cultura del giovane. Nel 1396 Egidio è canonico cantore della cattedrale di Gerona, una dignità che prevedeva il coordinamento delle attività del collegio e la direzione del canto liturgico. Nel 1400 è nominato canonico di Valencia, nel 1402 rettore di Onteniente, presso Valencia, nel 1408 vicario generale della diocesi di Valencia. A sua volta, nel 1405 Egidio istituisce una cappella di patronato nella cattedrale di Valencia, beneficio che egli dedica a S.Anna e che viene poi chiamato “de los Munoces”, dei Munoz.
Il vicario generale è dunque un personaggio di notevole importanza nella comunità aragonese; ed è per questo che due cardinali, su tre che si riuniscono, lo scelgono quale successore di Benedetto XIII. Julian Lobera y Valtierra, infatti, votò per il confratello Domenico di Bonnefoy. Ma i pochissimi elettori vengono contestati. Il cardinale assente, Jean Carrier, era stato trattenuto lontano dal conclave a causa dell’assedio subìto nel castello di Touréne dove si trovava come legato pontificio e cappellano presso il potente conte Jean d’Armagnac. Quando finalmente riesce a rientrare a Penacola, si trova dinanzi a un fatto compiuto quale considera l’elezione di Egidio: un gesto avventato e non rispettoso della sua persona. L’ecclesiastico di provincia non poteva probabilmente convincere di perseveranza un uomo come Carrier che in passato aveva sfidato i seguaci del papa romano e che viveva in una corte a contatto con gli ardimenti e le volenze degli Armagnacchi, pronti  sfidare ora i Francesi ora gli Inglesi con decisioni indomite e risolute. Non aveva forse ricordato un Autore francese che gli Armagnacchi “erano come i saraceni, poiché impiccavano, bruciavano, rapivano e violentavano senza alcun freno” (5)?
All’interno del rifugio di Clemente il clima divenne presto dominato da sospetti e incertezze. Da una parte c’era chi riteneva che la situazione fosse ormai insostenibile e che era necessario venire a compromessi con Martino V. Dall’altra, si pensava che ogni cedimento corrispondesse a debolezza nei confronti del pontefice romano. Certamente Clemente avvertiva inquietudine nei confronti dei suoi stessi elettori. Il cardinale di Bonnefoy, infatti, veniva presto accusato di intrattenere una corrispondenza compromettente con il ribelle confratello Jean Carrier. Lo si incolpava di connivenza? di voler essere riconosciuto egli stesso pontefice da un gruppo di ribelli? Di sicuro egli viene incarcerato per tre anni per ordine di Clemente VIII (6).
E poi, il re d’Aragona continuava a dimostrare con Clemente una prudenza che lascia dubbi sul suo effettivo sostegno. E’ vero che la decisione della regina di far occupare la rocca di Penacola dopo la morte di Benedetto XIII era stata sconfessata. E’ vero che il re si era impegnato a versare 16.000 fiorini l’anno per il mantenimento di Clemente VIII e della sua corte. Ma è anche vero che gli inviati di Martino V avevano libero accesso al Regno e che Alfonso non fu generoso con il papa “avignonese” come aveva promesso. Per tutto il tempo in cui Clemente fu antipapa, il sovrano gli concesse solo 7.000 fiorini, mettendolo in grave imbarazzo e causando un ulteriore danno alla sua potenziale attività. Egidio fu costretto a impegnare un diamante alla città di Valencia in cambio di 4.000 fiorini; e poi lui stesso ritirò la pietra ma per impegnarla nuovamente al prezzo di 6.000 fiorini a Bernard Jornet, in modo da consentire il mantenimento del castello di Penacola (7).
La prudenza del re era motivata sempre dalla necessità di non far sfumare definitivamente le possibili trattative con Martino V in vista della conquista del Regno di Napoli. Il papa, infatti, considerava pericoloso il fatto che Alfonso potesse impadronirsi del Regno che veniva considerato feudo della Santa Sede e il cui possesso lo avrebbe reso in grado di soffocare lo Stato pontificio. Il sovrano aragonese aveva riunito nelle sue mani le Corone di Aragona, Maiorca, Sicilia e Sardegna; ma era anche pretendente ai Troni di Napoli, Corsica, Atene, Ungheria. Corone titolari solo per avverse contingenze, poiché il re compì ogni sforzo per sottometterle al suo effettivo potere, come fece quando nel 1420 sbarcò in Corsica, occupò Calvi e Bonifacio ma fu costretto a rinunciare alla conquista a causa dell’offensiva condotta dai Genovesi. Né bisogna dimenticare le spedizioni a Gerba nel 1432 e a Tripoli nel 1434 e la concessione di truppe e danaro a Giorgio Castriota Scanderbeg nel 1451 che garantivano la sua influenza politica in Albania.
Martino V dunque rimase ostile per tutta la vita ad Alfonso e fu sempre solidale con i pretendenti angioini, riuscendo anche ad estendere il potere della sua famiglia sul Regno di Napoli. Dalla regina Giovanna II egli otteneva infatti per suo fratello Giordano Colonna il principato di Salerno, i ducati di Amalfi e Venosa e la contea di Celano; per l’altro fratello Lorenzo la contea dei Marsi (8). Eppure Alfonso attese e preparò a lungo il sostegno che gli avrebbe però concesso solo il papa Eugenio IV. Nel 1426, quando Clemente VIII celebrò una sorta di incoronazione pontificia a Penacola, egli accettò anche la missione del legato di Martino V cardinale Pietro di Foix, incaricato di dirimere una volta per tutte la questione dell’antipapa.
Ormai il re non doveva far altro che esercitare pressioni sempre più insistenti su Egidio, sottoposto a una specie di isolamento politico e all’ostilità del suo vecchio confratello Jean Carrier che agitava un nucleo di sostenitori francesi. Nel maggio 1429 Alfonso inviava a Clemente alcuni ambasciatori, fra cui Alfonso de Borja, il futuro Callisto III. Furono questi a ottenere dall’antipapa una rinuncia che venne sottoscritta il 26 giugno seguente. A Clemente furono concessi da Martino V 4.000 fiorini come risarcimento per i suoi beni che si trovavano nella sua antica residenza pontificia (9).
Il 29 giugno si celebrò una solenne cerimonia nella chiesa di S.Matteo a Penacola. Alla presenza dei suoi cardinali, sacerdoti, familiari e domestici, Egidio si spogliò degli abiti pontifici e indossò le vesti di canonico. Quindi prese posto all’ultimo banco e qui partecipò al canto del Te Deum. Al termine, processionalmente, rientrò nel castello. Infine, il 26 agosto 1429, il papa lo nominava vescovo di Maiorca dove fino alla morte si distinse nell’amministrazione diocesana (10).
I suoi cardinali non subirono sanzioni. L’aragonese Ximeno Dahe che aveva ricoperto gli incarichi di uditore generale di Benedetto XIII e uditore della camera pontificia, gli era rimasto fedele dopo il concilio di Costanza, ed era stato insignito dall’antipapa con le dignità di referendario e reggente della Penitenzieria apostolica. Anche lui si sottomise a Martino V, ricevette la carica di priore del Santo Sepolcro a Calatayud e morì intorno al 1431. Julian Lobera y Valtierra, già imprigionato dallo stesso Clemente VIII si sottomise a Foix, morì nel 1435 e fu sepolto nella cappella maggiore della chiesa di Munébrega. Domenico de Bonnefoy, anche imprigionato da Clemente, prestò la sua obbedienza a Martino V ma non se ne hanno più notizie (11).
Nella disponibilità del nuovo vescovo di Maiorca rimasero le numerose reliquie che erano appartenute a Benedetto XIII e che costituivano un autentico tesoro sacro. Si trattava di oggetti carissimi alla religiosità medievale, in grado di accrescere il prestigio di chi li possedeva e conservava: tra gli altri, un frammento della Croce, di un frammento della veste della Madonna, della verga di Mosè, della lancia di Longino, una tra le  mani dei Santi Innocenti, ossa di numerosi santi tra cui Lino Papa, Andrea, Bartolomeo, Tommaso, Giorgio, Cosma e Damiano, Biagio, Sebastiano, Lucia. Le reliquie furono poi lasciate in eredità al nipote Dionisio Munoz, sacerdote valenciano, il cui fratello maggiore si chiamava anche Gil e fu canonico di Valencia, arcidiacono di Sagunto e protonotario apostolico. A sua volta Dionisio avrebbe lasciato in eredità le reliquie alla chiesa parrocchiale di S.Pietro di Teruel (12).
Ma la storia ufficiale dello scisma non era finita con la sottomissione di Clemente VII. Quasi in clandestinità sopravvivevano pochi seguaci dell’obbedienza francese, riuniti intorno a un uomo tenace come Jean Carrier. Egli stesso divenuto antipapa.

Note

  1. Cf. G. TOUZEAU, Benoit XIII, le trésor du pape catalan, Perpigan 2010, e http://www.gerard- touzeau.com.
  2. Cf. G. NAVARRO ESPINACH- C. VILLANUEVA MORTE, Gil Sanchez Munoz (1370- 1447), el antipapa Clemente VIII. Documentacion inédita de los archivos de Teruel, in Revista de Historia medieval, 15, 2006-2008, p.248.
  3. Cf. F. ROTOLO, Il Beato Matteo d'Agrigento e la provincia francescana di Sicilia nella prima metà del sec. XV, Palermo 2006, pp.149 e ss.).
  4. Cf. NAVARRO ESPINACH-VILLANUEVA MORTE, cit.,
    pp.244-245.
  5. Cf. C. ALLMAND, La guerra dei Cent’Anni, Milano 1990, p.71.
  6. Cf. http://www2.fiu.edu/~mirandas/bios1423a.htm#Bonnefoi.
  7. Cf. NAVARRO ESPINACH-VILLANUEVA MORTE, cit., p.246.
  8. Cf. F. GREGOROVIUS, Storia di Roma nel Medioevo, V, Roma 1988, pp.13 e ss.
  9. Cf. NAVARRO ESPINACH-VILLANUEVA MORTE, cit., p. 249.
  10. Cf. J. M. OSMA BOSCH, El antipapa Clemente VIII, obispo de Mallorca, in Ciutad.es, (periodico digitale delle Baleari), 1 dicembre 2012.
  11. Cf. http://www2.fiu.edu/~mirandas/bios1423a.htm#Bonnefoi.
  12. Cf. NAVARRO ESPINACH-VILLANUEVA MORTE, cit., pp. 250-254.

Bookmark and Share


Creative Commons License



Carmelo Currò

È nato a Salerno dove vive. Laureato in Scienze Politiche e Lettere Moderne, si interessa di genealogia e Storia della Chiesa. È giornalista, storico e ispettore onorario Ministero Beni Culturali.