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La storia conservativa dei dipinti murali altomedievali. L’analisi di cinque casi di studio.

di Veronica D'Ortenzio
 
 

Santa Sofia a Benevento

 

 

La storia conservativa dei dipinti murali altomedievali. L’analisi di cinque casi di studio. (San Vincenzo al Volturno, S. Sofia a Benevento, Tempietto del Clitunno, San Salvatore a Brescia, Cividale del Friuli). Tesi di Laurea Magistrale in Storia dell'Arte Medievale. Università degli Studi della Tuscia. Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali. Corso di Laurea in Storia dell'Arte e Tutela dei Beni Storico-Artistici.

“Di tutti gl’altri modi che i pittori faccino, il dipignere in muro è più maestrevole e bello, perché consiste nel fare in un giorno solo quello che nelli altri modi si può in molti ritoccare sopra il lavorato. Era da gli antichi molto usato il fresco et i vecchi moderni ancora l’hanno poi seguitato. Questo si lavora sulla calce che sia fresca, né si lascia mai sino a che sia finito quanto per quel giorno vogliamo lavorare. Perché allungando punto il dipingerla, fa la calce una certa crosterella, pe’l caldo, pe’l freddo, pe’l vento e pe’ ghiacchi, che muffa e macchia tutto il lavoro. E per questo vuole essere continovamente bagnato il muro che si dipigne, et i colori che vi si adoperano tutti di terre e non di miniere et il bianco di travertino cotto. Vuole ancora una mano destra, resoluta e veloce, ma sopra tutto un giudizio saldo et intero, perché i colori, mentre che il muro è molle, mostrano una cosa in un modo, che poi secco non è più quello. E però bisogna che in questi lavori a fresco giuochi molto più al pittore il giudizio che il disegno, e che egli abbia per guida sua una pratica più che grandissima, essendo sommamente difficile il condurlo a perfezzione. Molti de’ nostri artefici vagliano assai negli altri lavori, ciò è a olio o a tempera, et in questo poi non riescono, per essere egli veramente il più virile, più securo, più resoluto e durabile di tutti gl’altri modi, e quello che nello stare fatto di continuo acquista di bellezza e di unione più degl’altri infinitamente. Questo a l’aria si purga e da l’acqua si difende e regge di continuo a ogni percossa. Ma bisogna guardarsi di non avere a ritoccarlo co’ colori che abbino colla di carnicci o rosso d’uovo o gomma o draganti, come fanno molti pittori; perché oltra che il muro non fa il suo corso di mostrare la chiarezza, vengono i colori apannati da quello ritoccar di sopra, e con poco spacio di tempo diventano neri. Però quegli che cercano lavorar in muro, lavorino virilmente a fresco e non ritocchino a secco, perché oltra l’esser cosa vilissima, rende più corta vita alle pitture.” Chi parla è Giorgio Vasari, nel suo libro “Le vite de’ più eccellenti archi tettori, pittori et scultori”, pubblicato a Firenze nel 1550. Così invece Cennino Cennini: “ Col nome della santissima Trinità ti voglio mettere al colorire. Principalmente comincio a lavorare in muro, del quale t’informo che modi dèi tenere passo a passo. Quando vuoi lavorare in muro (ch’è ‘l più dolce e il più vago lavorare che sia), prima abbi calcina e sabbione, tamigiata bene l’una e l’altra. E se la calcina è ben grassa e fresca, richiede le due parti sabbione, la terza parte calcina. E intridili bene insieme con acqua, e tanta ne intridi, che ti duri quindici dì o venti. E lasciala riposare qualche dì, tanto che n’esca il fuoco: ché quando è così focosa, scoppia poi lo ‘ntonaco che fai. Quando se’ per ismaltare, spazza bene prima il muro, e bagnalo bene, ché non può essere troppo bagnato; e togli la calcina tua ben rimenata a cazzuola a cazzuola; e smalta prima una volta o due, tanto che vegna piano lo ‘ntonaco sopra il muro. Poi quando vuoi bene lavorare, abbi prima a mente di fare questo smalto ben arricciato, e un poco rasposo”. Si vuole iniziare così questa introduzione e questo lavoro di tesi per iniziare subito ad identificare l’oggetto della mia ricerca: gli affreschi. “Conformemente all’etimologia, intendiamo per affresco ogni pittura eseguita su intonaco fresco, in modo che i pigmenti siano fissati dalla carbonatazione della calce (idrossido di calce) contenuta nell’intonaco. Il pigmento, mescolato all’acqua, viene depositato col pennello sulla superficie di un intonaco o di una mano di calce; quando comincia a seccare, l’idrossido di calcio contenuto allo stato disciolto migra verso la superficie dove reagisce con l’anidride carbonica dell’aria per formare del carbonato di calcio, mentre l’acqua evapora. Durante questa reazione, i pigmenti vengono inglobati dalla cristallizzazione del carbonato superficiale, che li fissa come se divenisse parte integrante di una lastra di calcare. La carbonatazione, che si produce dalla superficie verso la profondità, forma, dopo un certo tempo, una crosta superficiale che rallenta la reazione in profondità. Ne risulta che la pittura si indurisce prima in superficie, e che la pellicola superficialmente è generalmente più resistente degli strati sottostanti.”

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Veronica D'Ortenzio

Per contattare l'autrice invia una mail a: info@italiamedievale.org