ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Farinata, gli Uberti e la battaglia di Monteaperti

di Ornella Mariani
Farinata degli Uberti
Andrea di Bartolo di Bargilla, detto del Castagno
(c. 1421/23 - 1457)
250 x 154 cm. Galleria degli Uffizi, Firenze

Dopo l'XI secolo, una intensa attività commerciale aveva reso potenti Pisa, Firenze e Siena: mentre, per effetto della tregua ventennale stipulata con Genova a Lerici, l’una dominava le rotte mediterranee assumendo una fisionomia istituzionale sempre più autonoma, banchieri e mercanti fiorentini e senesi controllavano l’economia europea rispettivamente agevolati dalla via fluviale dell'Arno e dalla posizione geografica lungo la via Francigena, itinerario dei pellegrini diretti a Roma e dei traffici snodati verso il Sacro Romano Impero così incamerando proventi delle strutture ricettive e dazi imposti alle merci ed ai soggetti in transito.

La forte espansione sociale e finanziaria sollevò velleità egemoniche in particolare in Firenze, stroncata nella sua asserita superiorità dall’esproprio dell’amministrazione del contado disposta da Federico I e confermata da Enrico VI. Pertanto, divisa in quartieri e sestieri, essa maturò un crescente spirito di ribellione; tentò più volte di affrancarsi dalla tutela imperiale ed in seguito espresse alternanza dei poteri fino al 1251 quando l’ennesimo cambio dell’ordinamento politico insediò il governo guelfo del Primo Popolo. Il mai sopito desiderio di rivalsa verso la fiorente Siena, che aveva esteso i confini a tutto il territorio rurale circostante, si trascinò a tutto il 1260. A quel tempo, pur lacerata da contrasti interni alle solidi e prestigiose consorterie familiari, i Fiorentini si avvantaggiarono della protezione degli Angioini e dalla solida alleanza con la Lombardia e con la Chiesa per scatenare una dura offensiva contro la città antagonista, insanguinando la regione con terribili lotte le cui radici affondavano in un banale e remoto incidente fra i Buondelmonti e gli Amidei, protagonisti di spicco della vita sociale locale. Mai più essi avrebbero immaginato che l’ostilità fra casate degenerasse in una virulenta frattura nella quale grande ruolo avrebbero esercitato Impero e Papato.

Cominciò nel gennaio del 1215 quando, per enfatizzare la sua investitura a Cavaliere, Mazzingo Tegrimi dè Mazzinghi offrì ai notabili locali un sontuoso banchetto nel castello di Campi la cui sala da pranzo fu teatro della furiosa zuffa accesa dalla ingenua burla di un giullare: vi furono implicati Buondelmonte de’ Buondelmonti, Uberto degli Infangati e Oddo Arrighi dè Fifanti. Nei giorni successivi, a tutela della rispettabilità dei contendenti, il Consiglio di Famiglia degli Arrighi, dei Gangalandi, degli Uberti, dei Lamberti e degli Amidei, decise la conciliazione fra le parti attraverso le nozze di Buondelmonte con la figlia di Lambertuccio Amidei, marito della sorella dell’Arrighi.

Fu tutt’altro che pace: Gualdrada, moglie di Forese Donati il Vecchio, rinfocolò gli animi recandosi dal promesso sposo e, dopo averlo dileggiato per aver accettato di impalmare una  giovane tutt’altro che avvenente per solo timore delle rappresaglie avversarie, gli offrì la mano della bellissima figlia Beatrice promettendo di pagare la penale prevista per la rottura del contratto già stipulato.

Il 10 febbraio del 1215, senza alcun preavviso, Buondelmonte disertò l’ufficio coniugale già fissato alla chiesa di santo Stefano e, ostentatamente passando per la contigua Porta santa Maria, si recò a casa della nuova fidanzata.

Per gli Amidei e i loro sodali si trattò di un intollerabile oltraggio. Accogliendo la proposta di Mosca dei Lamberti, decisero l’esecuzione del traditore alla data del matrimonio con la Donati: nella domenica di Pasqua, all’altezza della Torre degli Amidei, egli cadde sotto i colpi di pugnale di Schiatta degli Uberti e Oddo Arrighi.

Da quel momento, le rivalità familiari coincisero con i contrasti politici aderendo quarantadue famiglie alla causa dei guelfi Buondelmonti e ventiquattro alle ragioni dei ghibellini Amidei ed Uberti.

Di fatto, il pretestuoso assetto confermava un’anima clericale emersa prima con il sostegno fornito alla Marchesa Matilde di Canossa durante la lotta per le investiture e poi con la reazione antimperiale al Diploma conferito da Federico I alla Repubblica marinara di Pisa, il 16 giugno del 1162.

Di fatto, erano iniziate quelle contrapposizioni che afflissero la società civile fiorentina per la durata di circa un secolo.

In definitiva, se quella Pasqua di sangue avviò una catena di scontri pressoché quotidiani fra le parti, essa rivelò tutta la vocazione bigotta di una città incuneata in quel conflitto fra Papato e Curia Imperiale sempre più acceso, sullo sfondo delle rivalse campanilistiche.

Di quelle tensioni tra sostenitori dell’intesa con la Chiesa e Laici refrattari a qualsivoglia interferenza ecclesiale nella politica, fu protagonista Manente degli Uberti detto Farinata, in particolare dopo la battaglia di Cortenuova che nel 1237 sembrò liquidare il Guelfismo italiano.

«...  Ed el mi disse “volgiti, che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in su tutto ‘l vedrai”
L’avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno in gran dispitto ...»
(Dante: La Divina Commedia, Inf. X, 31-36)

Considerato uno degli uomini più prestigiosi dell’epoca, ancorché eretico, l’affascinante e carismatico Uberti inclinò al rispetto lo stesso Sommo Poeta che, nella sua Opera, gli si rivolse con quel deferente Voi riservato solo a Cavalcante Cavalcanti e a Brunetto Latini.

Egli era si era posto a capo della fazione ghibellina fin dal 1239 e nel 1248 era stato incaricato da Federico II di espellere gli avversari da Firenze: dopo quattro giorni di duri conflitti, i Guelfi furono soverchiati e costretti ad uscire dalle mura urbane nella notte della Candelora; nel marzo del 1249, le trentasei torri delle loro case furono demolite e, quando interessi economico/comunali si saldarono ulteriormente a causa dell’insediamento di Federico d’Antiochia nella Luogotenenza imperiale toscana, i Ghibellini con i loro alleati marciarono sulla fortezza di Capraia cingendola d’assedio fino a prendere per fame i resistenti; a deportarli in Puglia e a celebrare il trionfo dell’anticlericalismo.

Fu un successo di breve durata: il 20 ottobre del 1250 oberata dalla insostenibile pressione fiscale dovuta alla onerosità della lunga guerra di logoramento, la Borghesia insorse e cacciò il potente partito filoimperiale avviandone la decadenza. Poi, favoriti dalla morte di Federico II, all’inizio del 1251 gli esuli guelfi rientrarono in città; consolidarono le loro posizioni e nel luglio instaurarono quel regime detto dai cronisti coevi Primo Popolo, i cui immediati provvedimenti stettero nell’imposizione del limite d’altezza per tutte le torri e nell’apertura di ostilità contro i più solidi centri laici della regione: Pisa, Pistoia, Siena e Volterra.

Il vecchio sogno fiorentino di egemonia territoriale diventava realtà concreta: nel 1252, sconfitta nella battaglia di Pontedera, Pisa fu costretta ad un accordo che stravolse la sua tradizione anti/ecclesiale; piegata nel 1253, Pistoia fu obbligata a richiamare i fuoriusciti e ad inserirli nel governo; nel 1255 Siena fu umiliata da un trattato che le impediva di dare asilo a partigiani dell’Impero; Volterra accettò di esiliare tutti i partigiani di Manfredi di Sicilia.

Verso la fine del 1258, il Governo Popolare concluse i suoi brutali regolamenti di conti con l’arresto e la decapitazione di alcuni degli Uberti; con l’assassinio del Vescovo di Vallombrosa Tesauro Beccharia per sospetta attività antiguelfa; con il tentativo di cattura di Farinata, riparato a Siena e ritenuto il più autorevole referente italiano degli Staufen.

Fu in quella fase che la pur diffusa lotta fra Chiesa ed Impero raggiunse in Toscana picchi di odio mai registrati altrove: i Fiorentini interpretarono l’ospitalità fornita al transfuga eccellente come una aperta violazione degli accordi e, dopo averne invano reclamato l’estradizione, a fronte dell’appoggio fornito ai ribelli da Manfredi, avviarono quella lotta fratricida combattuta in Maremma fra alterne vicende che coinvolsero anche Grosseto, Montemassi e Monteano.

I toni del contrasto si concitarono sia per questioni di supremazia politica sul territorio che per la  conquista dei mercati finanziari inglesi e francesi: nei primi mesi del 1260, le truppe imperiali tedesche si armarono mentre la coalizione fiorentina, composta da  Bologna, Prato, Lucca, Orvieto, Volterra, san Gimignano, san Miniato, impegnava ben oltre trentamila uomini a riscatto dei Comuni conquistati dai Senesi. Nell’aprile costoro si mossero e si acquartierarono verso la porta senese Camolia: l’attacco inferto dai ghibellini li obbligò, il 20 maggio, a rinunciare all’assedio; a levare le tende e, prima di allestire l’accampamento a Pieve d’Asciata, a volgere la propria ostilità contro gli alleati della irriducibile città: Montepulciano, crollata nel luglio, e Montalcino, capitolata sul finire di agosto.

Il 2 settembre, col gran valore e col sottile ingegno Manente degli Uberti inviò a Firenze due Frati Minori perché riferissero che i fuorusciti erano proclivi alla conciliazione e che i Senesi medesimi erano decisi a consegnare la Porta di san Vito.

Gli Anziani abboccarono: convocato il Consiglio del Popolo, votarono la spedizione; puntarono sull’argine dell’Arbia al piccolo borgo di Montaperti ed inoltrarono un ultimatum al Consiglio dei Ventiquattro riunito nella chiesa di san Cristoforo a Siena.

Contando sull’alto numero di infiltrati ghibellini presenti nelle fila guelfe, i Senesi replicarono asciuttamente che si sarebbero misurati in campo e, per meglio motivarne l’ardente spirito combattente, assicurarono ai Tedeschi una paga doppia chiedendo a el savio e nobile uomo Salimbeno dè Salimbeni potentissimo di richeza un prestito di diciottomila fiorini. Infine, nella stessa giornata uscirono in processione per sollecitare la protezione della Madonna dagl’occhi grossi: dopo aver esortato la folla e dopo aver camminato in camicia e scalzo senza niente in capo, proprio ai suoi concittadini ed alla Vergine si rivolse Buonaguida Lucari: Signori miei Sanesi… noi ci siamo raccomandati a la santa corona di re Manfredi; ora a me pare che, noi siamo in verità, in avere e in persona, la città e 'l contado, a la Reina di vita eterna, cioè a la nostra Madre Vergine Maria… Vergine Maria, aiutateci al nostro grande bisogno, e liberateci da le mani di questi lioni e di questi superbissimi uomini, che ci vogliono divorare…

Il giorno successivo, le truppe locali guidate da Provenzano Salvani varcarono Porta Pispini puntando sul Poggio delle Repole. La mattina del 4 si divisero in quattro tronchi: il primo, composto da quattrocento fra fanti e cavalieri imperiali, era sotto la guida del Conte Ebbe d’Arras; il secondo, formato da mille e duecento unità d’avanguardia, era diretto dal Conte Giordano d’Agliano; il terzo, costituito da elementi senesi, era comandato da Aldobrandino Aldobrandeschi ed aveva il compito di impegnare frontalmente i nemici malgrado la pendenza del terreno di scontro; il quarto, con soli duecento cavalieri capeggiati da Niccolò da Bigozzi, era incaricato di presidiare il Carroccio.

Il piano prevedeva che la seconda e la terza divisione tenessero occupato tutto il fronte guelfo e al momento ritenuto opportuno, gridando come parola d’ordine il nome di san Giorgio, consentissero agli uomini del Conte d’Arras di aggirare il nemico e prenderlo alle spalle. Walther von Astimbergh ottenne dallo Stato Maggiore il privilegio di attaccare per primo ma, quando la sua Fanteria perse le posizioni guadagnate dalla Cavalleria, abbandonando la postazione assegnatagli intervenne in suo aiuto Niccolò da Bigozzi.

Fu in quella drammatica fase del combattimento che si consumò il tradimento di Bocca degli Abati e di un manipolo di Ghibellini imboscati fra i Guelfi: al segnale di contrattacco senese, egli avvicinò il portastendardo fiorentino Jacopo del Nacca dè Pazzi e gli mozzò la mano provocando disorientamento e panico tra le fila alleate. Parallelamente, si alzò il grido san Giorgio e il Conte d’Arras guidò l’affondo decisivo uccidendo il Comandante Generale guelfo Iacopino Rangoni di Modena.

Era l’inizio della rotta: il fronte si frantumò e scivolò verso il tracollo di Firenze i cui vessilli furono legati alla coda di un asino e trascinati nella polvere; il campo fu saccheggiato; furono catturati circa diecimila prigionieri; i Conti Guido Novello e Giordano d’Agliano entrarono nella città e ne assunsero il governo dopo aver posto in essere lo strazio e 'l grande scempio che fece l'Arbia colorata in rosso (Dante, Divina Commedia, Inf. X, 85).

Era il 27 settembre del 1260.

La nuova Podesteria impose a tutta la cittadinanza il giuramento di fedeltà a Re Manfredi che indisse ad horas una dieta ad Empoli per rafforzare l'autorità regia nella regione: l’ala radicale pisana e senese vi chiese la distruzione di Firenze e la dispersione degli abitanti, ma la strenua ed appassionata opposizione di Farinata impedì lo scempio. Tuttavia, i vantaggi ottenuti da Siena furono di breve durata per il concorso di alcune cause: la scomunica irrogatale il 18 novembre da Alessandro IV, che proibì agli altri centri di mantenere con essa relazioni commerciali; la morte di Manfredi, travolto assieme a Pietro degli Uberti dalle hoste angioine a Benevento; il decesso di Provenzano Salvani, ultimo referente del Ghibellinismo toscano.

Così, occupata Siena, Guido di Montfort, Vicario di Carlo d’Angiò ed alleato dei Fiorentini, vi instaurò un governo autore di selvagge rappresaglie in danno di quel partito ghibellino che aveva, pur fra alterne fortune, contrastato lo strapotere della Chiesa e fatto della città la roccaforte del filoimperialismo. Tuttavia, malgrado i palazzi fossero rasi al suolo e malgrado sulle loro macerie, al fine di impedirne la ricostruzione, fosse spianata Piazza della Signoria, non vi furono eventi in grado di appannare la memoria della gloriosa famiglia degli Uberti che per vari lustri aveva svolto nella città un ruolo di estremo rilievo politico.

A Farinata, spentosi nel 1264, due anni prima della drammatica fine di Manfredi, era stato risparmiato l’orrore della fine dei suoi congiunti. Figli, fratelli e discendenti: Lupo, Neracozzo, Azzolino, Conticino, Pietro furono variamente impiccati e decapitati; i sopravvissuti al massacro: Federico, Lapo e Maghinardo furono esiliati.

Ma odio e vendetta non arretrarono: nel 1283, a diciannove anni dalla scomparsa, i corpi dell’eroe immortalato da Dante e della moglie Adaleta, su ordine dell’Inquisitore fra Salomone da Lucca furono riesumati con l’accusa postuma di eresia e le loro spoglie furono disperse dopo ignobili oltraggi.

Bibliografia:

R. Merchionni: I Senesi a Montaperti
L. Fusai: La Storia di Siena dalle Origini al 1559


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

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