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Jan Žižka - Il Condottiero Ceco, cieco e pelle per tamburi

di Gianluca Smiriglia

Statua di Jan Žižka a Tábor


JAN Žižka – IL CONDOTTIERO CECO, CIECO E PELLE PER TAMBURI

Dalla piccola e travagliata Boemia un eroe nazionale alla testa dei suoi soldati senza sosta in vita, nel buio dei suoi occhi e dopo la morte. Una micidiale scossa al potere e alle armi del Papato in nome dell’indipendenza e delle autonomie religiose prima del terremoto luterano

IL RISVEGLIO DEI POPOLI CONTRO L’OPPRESSIONE


Siamo agli albori del Quattrocento e il Papato si trova ad affrontare gravi divisioni interne e la pressione della cristianità sull’andazzo mai risolto del malcostume e della corruzione clericale. Con il lento sviluppo delle comunità urbane e la presa di coscienza degli Stati quali entità in concorrenza con il paradossale potere temporale della Chiesa, la fede e la superstizione cominciano a far meno presa sulle effettive esigenze di progresso e di autonomia dei popoli. Un esempio su tutti, sullo sfondo del Concilio di Costanza in Germania (1414-1417 d.C.) convocato per superare le terribili conseguenze dello Scisma cristiano d’Occidente (1378-1417), a seguito del prolungato scontro per il potere tra Papi e antipapi e tra Avignone e Roma, si erge la figura del boemo Jan Žižka (1360-1424): la classica storia del più debole che travolge il più forte. In questo caso, con le rinnovate malversazioni delle gerarchie ecclesiastiche e le mire espansionistiche tedesche sul suo territorio, egli incarna il ruolo vittorioso di leader nazionalista e difensore dell’autonomia religiosa.

La combinazione tra le sue attitudini militari e una certa dose di fanatismo ne faranno un geniale innovatore bellico e uno dei simboli della coscienza nazionale ceca. Due gli obiettivi della sua vita: l’indipendenza della Boemia (antico regno dell’Europa centrale e attuale regione occidentale della Repubblica Ceca), e la sopravvivenza del credo hussita. Armando la sua spada di questo doppio ideale, il condottiero avvierà un’epopea rivoluzionaria nota come le Guerre hussite che assesteranno un duro colpo al Sacro Romano Impero e alla Chiesa proprio alla vigilia della valanga luterana: “Soldato altamente sperimentato, forgiato dall’esperienza di anni di combattimenti, raid, marce e mercenariato, Jan Žižka assunse la statura di leader quando la sua forte personalità e le sue attitudini militari si combinarono con il credo ussita, che sposò con una convinzione che sconfinava nel fanatismo. Le armate ussite che combatterono per l’autonomia religiosa e per almeno un quindicennio in Boemia, dovettero la loro efficacia in battaglia, pressoché per intero, alle notevoli capacità organizzative di Žižka, che seppe ricavare dei validi guerrieri da semplici contadini e fece armi di attrezzi agricoli. I suoi uomini combattevano infatti con forconi, falci, correggiati per la trebbiatura rinforzati, e con questi arnesi riuscirono ripetutamente a sconfiggere le sperimentate bande di mercenari di cui si componevano gli eserciti imperiali”. A. Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, p.592.

DI FANATISMO IN FANATISMO, NÈ PIÙ SANTI NÉ PURGATORIO
Ricalcando gli errori passati e non raddrizzando quelli futuri, su iniziativa dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, Sigismondo di Lussemburgo, la Chiesa pensa bene di superare lo Scisma convocando quindi a Costanza un concilio che di conciliante non ha nulla: il Papa torna ad essere uno solo e di autorità esclusiva insieme al clero, e di sprazzi di riforma nemmeno l’ombra. Di più, tanto per chiarire la visione sulla tolleranza, il teologo Jan Hus sarà condannato al rogo per eresia.


Sì, proprio il riformatore religioso boemo e padre del movimento hussita, che nel corso del concilio rifiuta di ritrattare le sue posizioni: “Se il predominio pontificio andava respinto, altrettanto doveva esserlo quello degli ecclesiastici di origine quasi interamente feudale, chiuso e privo di aperture verso la società e le sue esigenze pubbliche e nazionali. Così alla sottovalutazione del Papato egli aggiungeva quella dei religiosi regolari e secolari. Nella protesta hussita si accoppiarono poi princìpi e finalità di carattere squisitamente politico ed economico. Egli infatti esaltò il predominio ceco e la difesa dei deboli, degli oppressi, segnatamente dei contadini sistematicamente soffocati da un clero amico dei mercati, avido di benefici e denaro, quindi corrotto”. L. Gatto, La grande storia del Medioevo – tra la spada e la fede, p.204.
La morte di Hus, venerato come un martire, genera un moto di protesta religiosa che sfocia in un vero e proprio movimento insurrezionalista e nazionalista con Žižka guida e massimo interprete.

Il clima successivo alla morte del teologo e le esigenze di protezione della Boemia, costantemente alle prese con le mire espansionistiche tedesche o slave, non colgono impreparato Žižka che ha già un’ottima reputazione da combattente: “Dimostrò fin dall’infanzia un carattere forte e aggressivo, che lo portò a perdere un occhio in una lotta giovanile; a vent’anni si liberò del suo modesto pezzo di terra e tentò la fortuna alla volta di Praga, sede della corte di Venceslao IV… Nel 1395, però, una parte dell’aristocrazia boema si ribellò al re, e il paese si lacerò in due per almeno un decennio, durante il quale il territorio si riempì di bande mercenarie assoldate dai due partiti contendenti. Žižka rimase fedele al sovrano… Le sue azioni proseguirono ben oltre la conclusione del conflitto, dopo la quale entrò a far parte, di fatto, in quella terribile piaga sociale di fine Medioevo che erano i mercenari smobilitati. Nel 1409 Venceslao, esasperato dai loro eccessi, pensò bene di inviarli al suo omonimo, monarca del regno unito di Polonia e Lituania, in conflitto con l’Ordine Teutonico”. A. Frediani, Cit., p.589.
Dopo Hus, però, cambiano le priorità della Boemia e quindi di Žižka che si unisce alla folla nei primi episodi di ribellione. Dal punto di vista spirituale, le ragioni della rivolta si impregnano dei precetti dei Taboriti, ala radicale del movimento hussita, i quali “rifiutarono qualsiasi gerarchia e si limitarono soprattutto a far proseliti fra i contadini dei quali vollero preservare le terre, anche quelle da loro requisite con la violenza al clero di campagna, e proclamarono la rivoluzione nelle città in nome della natio dei Cechi, da sottrarre ad ogni tendenza e presenza germanica. Sul piano liturgico essi proclamarono l’abolizione dei sacramenti, meno quelli del Battesimo e dell’Eucarestia nella quale rifiutarono la presenza reale del Cristo, considerata solo un fatto di natura spirituale e simbolica. Vennero respinte le pratiche ascetiche, i digiuni, le penitenze, i voti, i pellegrinaggi, le preghiere per i defunti e la più moderna concezione del Purgatorio di cui, non trovandosi menzione alcuna nei testi sacri, fu richiesto il completo e radicale allontanamento, mentre l’aldilà venne ridotto alla più tradizionale dottrina legata ai novissima, ossia all’Inferno e al Paradiso. Unico mediatore tra Dio e l’uomo fu ritenuto Gesù, mentre ogni altro elemento soprannaturale o naturale – compreso il culto della Vergine e dei santi – venne svalutato e accantonato”. L. Gatto, Cit., p.205.

LA SEMINA DI MORTE DEI CONTADINI GUERRIERI

In termini politici e religiosi è quanto basta ai rivoltosi per scagliarsi contro l’immobilismo del loro re, assaltare il palazzo reale e massacrare i consiglieri della corona. Un primo fuoco che nel 1419 costa la vita proprio a Venceslao IV, per colpo apoplettico, lasciando il trono al già citato suo fratello Sigismondo che presto occupa Praga con i mercenari tedeschi. A questo punto, in modo irrimediabile, entra e occupa la scena Jan Žižka che risolverà la crociata antihussita in ripetute disfatte per il nuovo sovrano.
Il suo capolavoro consiste nello sviluppo di una nuova strategia militare che rende imprevedibile ed invincibile il suo esercito di contadini. In mancanza di fondi per armature ed attrezzature varie, Žižka mette a frutto le competenze di agricoltori per trasformarli in autentici guerrieri. Da qui la modifica degli strumenti agricoli in strumenti di guerra.


La classica frusta per il grano diventerà il mazzafrusto, ma è soprattutto con il Wagenburg che si innesca una tattica geniale: “Un ruolo fondamentale veniva svolto dai carri, che i boemi usavano tradizionalmente per difendersi dalle cariche dei cavalieri tatari, mettendoli in circolo, legandoli l’uno all’altro con catene e creando una sorta di fortezza, denominata wagenburg e dotata anche di cannoni leggeri e bombarde a mano. Žižka andò oltre, utilizzandoli anche in modo offensivo, non solo come base per le sortite, ma anche come carri da guerra alla vecchia maniera, per approcciare e investire il nemico, e perfino come proiettili da scagliare contro avversari in sfavore di pendio, opportunamente riempiti per aumentarne l’impatto”. A. Frediani, Cit., p.592.
In questo modo, si susseguono le sue vittorie del boemo contro i partigiani di Sigismondo nelle città di Praga, Vìtkov, Kutnà Hora e Bor in cui nel 1421 perde anche l’altro occhio colpito da una freccia. Ma la cecità non ne ferma il ruolo di capo della rivoluzione, riuscendo a sconfiggere Sigismondo nuovamente a Kutnà Hora ed impedendogli di governare nel pieno dei poteri.
Sfortunatamente, lì dove le armi non riescono a piegare i rivoltosi ci pensano le divisioni religiose interne tra le varie fazioni hussite. Lo stesso Žižka, nel frattempo passato sul fronte dei meno estremisti Orebiti, schiaccia nel 1424 la resistenza dei più oltranzisti all’altezza di Malesov, lasciandosi dietro 14.000 morti sotto la furia del Wagenburg. Ottenuto un armistizio e una nuova unità tra gli hussiti, rivolge le sue mire vero la Moravia cattolica non ancora sotto il controllo del regno boemo. Tuttavia, nell’ottobre dello stesso anno la peste pone fine alla sua avventura, ma non al suo comando sulle truppe giacché “i suoi uomini che si proclamarono orfani, continuarono a combattere con la stessa determinazione e sotto insegne con la sua immagine dipinta, e si disse anche che i loro tamburi fossero fatti con la pelle del suo corpo, scomparso dopo la sepoltura”. A. Frediani, Cit., p.592.

Sotto la guida del suo successore, Procopio il Grande, i crociati di Sigismondo continuano a subire sconfitte su sconfitte ad Aussig, Mies, e addirittura patiscono l’invasione della Lusazia, della Slesia, della Sassonia e della Baviera fino a Norimberga.

Ancor peggio andrà all’ennesima spedizione, voluta questa volta da Papa Martino V, con la disfatta a Taus nel 1431.
L’impotenza di Sigismondo è sempre più evidente e comprende che potrà ufficialmente insediarsi sul trono solo attraverso concessioni religiose. Si arriva così alla stesura delle Compactata, una serie di deroghe dottrinali in linea con i Quattro articoli di Praga già stilati dagli hussiti nel 1420:

  • Libertà per i preti e per i laici di predicare le Sacre Scritture in lingua locale;
  • Comunione eucaristica sotto ambedue le forme, il calice contenente il vino e il pane, data sia agli adulti che ai bambini (in particolare, il calice divenne il simbolo degli hussiti);
  • Espropriazione dei beni ecclesiastici, povertà del clero e rinuncia ai beni materiali;
  • Pene esemplari per i peccati mortali commessi da membri del clero. Wikipedia

Ancora una volta però le divisioni interne riemergono, i Taboriti non accettano il compromesso e riprendono la guerra fratricida che si chiude con la loro sconfitta e la morte dello stesso Procopio nel 1434. La premessa è che “poi si divisero in sètte e cominciarono a combattersi tra loro gareggiando in radicalismo puritano. Il regime che lo incarnò fu una specie di comunismo che, per quanto si chiamasse ‘evangelico’, era già viziato di tutti i peggiori attributi totalitari… L’intolleranza e gli eccessi polizieschi finirono per provocare il malcontento della popolazione, che accolse con sollievo la proposta del Concilio di Basilea per l’appianamento del conflitto. I fanatici, che avevano la loro roccaforte nella città di Tabor, la respinsero. Ma furono sopraffatti dalla maggioranza che alla fine accettò un compromesso, sia pure basato su un testo piuttosto equivoco che autorizzava qualsiasi interpretazione, e riconobbe come re Sigismondo… La Chiesa aveva ancora a disposizione un secolo per evitare che gli Stati, il cui avvento era chiaramente inevitabile, trovassero nella Riforma il proprio puntello e a loro volta glielo fornissero. Ma sprecò quella specie di condizionale che la Storia le aveva concesso. E ora, ai primi del Cinquecento i nodi venivano al pettine”. I. Montanelli, Storia d’Italia 1250-1600, pp.381-382.

… Ovvero sta per arrivare Lutero.

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Gianluca Smiriglia


Nato a Uster (Zurigo) il 26 dicembre 1975, residente a Roma, sposato con due figli.
Giornalista pubblicista e Addetto stampa dal 2003 presso l’Associazione Bancaria Italiana.
Laureato nel 2000 in Lettere e Filosofia (indirizzo in Storia Moderna e Contemporanea), tesi di laurea svolta in Storia del Diritto Italiano: “Le riforme giudiziarie di Carlo Felice: l’Editto 27 settembre 1822”.
Gestisce il blog Teste di Storia.
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