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Personaggi del Medioevo in pillole


Adelasia di Sicilia

di Ornella Mariani

Ruggero II d'Altavilla (1095-1154) re di Sicilia (1130-54), figlio di Ruggero I e Adelasia del Vasto, incoronato da Cristo. Mosaico eseguito da artisti greci. © Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi

E' un groviglio di parentele prestigiose a fare da sfondo al casato di Adelaide o Adelasia, Gran Contessa di Sicilia, terza sposa di Ruggero I e madre di Ruggero II: gli Aleramidi, i Del Carretto, i Monferrato, i Lancia.

La storia di questo complesso e ramificato nucleo familiare, di solida fede ghibellina, sembra muovere dal leggendario Aleramo, cantato da Giosuè Carducci nella Nuova antologia del 1883.

Nato da due ignoti nobili tedeschi, deceduti nel corso d’un viaggio verso Roma, egli era cresciuto orfano e, nel corso di una tormentata giovinezza, si era invaghito di Adelasia o Adelaide, figlia dell’ Imperatore Ottone. Presto l’aveva indotta ad una fuga romantica e ad un’esistenza di rinunce sui monti dell’Appennino ligure ove, per sopravvivere, egli aveva fatto il carbonaio. Qualche anno più tardi, appreso che il Sovrano puntava su Brescia, in totale anonimato gli si era presentato per offrirgli i suoi servigi. La valorosa condotta di cavaliere gli era valsa tale considerazione a Corte, da consentirgli di  confessare le sue origini e di rivelare il suo legame sentimentale.

Il Sovrano aveva apprezzato la sua lealtà e, assieme al perdono, gli aveva concesso l’investitura della Marca compresa fra l’Orba, il Po e la Provenza. 

Era il ventitre marzo del 967.

Al di là della leggenda, è documentalmente provato che Aleramo discendesse dai Marchesi d’Ivrea; che fosse stato infeudato da Lotario; che sposasse in seconde nozze a Gerberga, figlia di Berengario II; che, avuta riconferma dell’incarico, ristrutturasse la Marca subalpina suddividendola in tre zone: Ivrea, Liguria e Monferrato, da destinarsi ai tre figli di primo letto, Guglielmo, Anselmo e Oddone.

Guglielmo gli premorì. Anselmo fu capostipite dei Marchesi di Saluzzo. Oddone fondò la dinastia dei Monferrato e, postosi al seguito dell’imperatore Enrico II, per la sua dedizione fu investito della  Contea abruzzese del Vasto. 

Dopo il Mille, fondato uno Stato solido e potente e saldate le proprie sorti anche alla dinastia orientale degli Angeli, attraverso una proficua quanto aggrovigliata rete di matrimoni diplomatici, la dinastia aleramica acquistò una tale rilevanza economica, militare e culturale da proporsi come uno dei più affidabili capisaldi della politica imperiale in Italia: non a caso, fu ancora il Carducci a definire la Corte monferrina il Parnaso d’Italia

A parte i fitti rapporti con i ghibellini tedeschi e, in particolare con la casa staufica, essa assunse ruolo e peso nelle vicende italiane, soprattutto in virtù delle nozze di Adelasia col Gran Conte Ruggero I di Sicilia. La stretta parentela con gli Hauteville si incrinò solo tre generazioni dopo la morte di Enrico, Conte di Paternò, quando grandi responsabilità nella congiura ordita contro Guglielmo I furono ascritte proprio all’aleramico Ruggiero Sclavus, esiliato per fellonìa e punito con la confisca dei beni.

Il personaggio centrale alla grande famiglia fu, comunque, Adelasia: figlia del Marchese Manfredo Incisa del Vasto il quale, a margine di un’azione militare nel 1079, in punto di morte aveva affidato al fratello Anselmo figli e beni. Tuttavia, anche il tutore era presto deceduto e la cospicua eredità affettiva e patrimoniale era finita nelle mani del terzogenito della casata: l’avido Bonifazio, Signore di Gravina. Per porre un’ipoteca su quei congrui beni, egli contrasse matrimonio con la vedova del germano, in dispregio delle interdizioni sancite dal diritto canonico e delle vivaci proteste espresse da Papa Gregorio VII e dai Vescovi di Asti, Torino ed Acqui. 

Defraudati, indifesi e minorenni, gli eredi legittimi furono costretti ad emigrare in Sicilia, ove si avvalsero di contratti incrociati a carattere politico/matrimoniale con gli Hauteville.

Infatti: Enrico, figlio unico del Marchese Manfredo, investito della Contea di Paternò ed avuto in feudo il contado di Butera, prese in moglie Flandina, figlia di Ruggero I. Suo erede fu Simone Aleramico che, parallelamente alla prima crociata, fondò ad Est di Plutzia o Platea - l’attuale Piazza Armerina - il primo Priorato Patriarcale siciliano del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il centro, nel quale insiste il normanno Castello delle Armi, subì numerose immigrazioni lombarde e vi si parla ancora il gallo/italico: un idioma lombardo/siculo, in uso anche a Randazzo e a Nicosia;

Goffredo e Giordano, figli del Gran Conte, avevano già sposato due sorelle di Enrico;

infine, pur sessantenne, lo stesso Ruggero I che, riuniti in sé i destini delle genti normanne e sicule e riorganizzata la Chiesa locale, fu considerato dal Papa un campione di cristianità ed un affidabile alleato, aveva impalmato la giovanissima Adelasia.

A quel tempo, egli era già due volte vedovo ed aveva avuto dieci figli dalle precedenti consorti. Ella lo rese padre ancora due volte e, col suo grande ascendente, ne influenzò anche le scelte politiche.

Il ventidue giugno del 1101, il Gran Conte morì, lasciando erede il figlio Simone sotto reggenza della moglie, a fortiori per minorità.

Fu un governo di brevissima durata: di precaria salute, il giovanetto presto si spense.

Il fatello Goffredo aveva perduto il diritto alla successione, in quanto aggredito dalla lebbra e costretto al ritiro in un convento.

Fra il 1102 e l’1105 mancarono anche Giordano ed un altro adolescente Simone d’Hauteville, mentre un secondo Goffredo, forse illegittimo, nominato Conte di Ragusa fu escluso da ogni rivendicazione ereditaria.

Era il turno di Ruggero II: l’autore del rilancio della dinastia.

Adelasia attese alla sua educazione ed al governo dell’isola con straordinario rigore: scaltra, ambiziosa, capace, lucida e di temperamento generoso ed ardito per l’epoca, a fronte della rivolta di Patti, ove un gruppo di Baroni ribelli si era asserragliato nel castello di Focerò, ella dette prova di inaspettata intransigenza reagendo con una spietata repressione. 

Nel Consiglio di Corona, chiamò suo fratello Enrico e gli ratificò l’investitura delle due importanti Contee di Butera e Paternò, già in dote a Flandina fin dall’epoca delle nozze; ma molti altri uomini le furono consiglieri: fra essi, per dieci anni forse diviso fra il gabinetto politico e l’alcova, il Duca Roberto di Borgogna. Quando, però, egli sposò un’altra figlia di Ruggero I, esplosero intrighi e rivalità degenerate nella morte per avvelenamento, con una pozione propinatagli alla vigilia della maggiore età del giovane Ruggero.

La sua assenza fu rimpiazzata da altri due favoriti: prima Roberto d’Avenel, erede di una ricca famiglia di terrieri; poi Cristodulo o Cristoforo, uomo di mare che nel 1094 aveva avuto da Ruggero il titolo di protonobilissimo. Si vuole che egli fosse l’arabo Abd-er- Rahmân-en- Nasrâni: un nome che, da convertito, si traduce in schiavo del misericordioso. Egli era forte di un rispettabile passato e di larga autorità riconosciutagli dal Gran Conte, quando era stato designato uomo/ponte fra gli interessi normanni e le popolazioni greche della Calabria e Sicilia orientale. Accanto alla Sovrana, ora, benché esperto in materia finanziaria, Cristodulo aveva promosso la costruzione di chiese e monasteri e concorso agli equilibri fra le varie forze etniche e religiose presenti nello Stato.

In quegli anni, Adelasia rafforzò l’edificio istituzionale ponendo evidente attenzione alla giustizia, all’ordine ed alla pace sociale: seguendo le orme del marito, che nella strategica Messina aveva fondato nel 1081 una sede vescovile cui nel 1096 aveva aggregato la diocesi di Troina, ella elesse la città sede permanente di Corte e fissò la capitale a Palermo, ove favorì un’intensa immigrazione lombarda. Morto, intanto, il figlio di Roberto il Guiscardo, il minorenne Ruggero II ereditò anche la Puglia, consolidando quella tradizione dinastica che trasformò in Regno di Siciliae et Italiae, con una estensione dal Tronto sull’Adriatico, al Garigliano sul Tirreno: confini restati immutati per sette secoli.

Energica, autorevole ed illuminata, come Goffredo Malaterra la descrisse, Adelasia rappresentò il più sostanziale elemento d’unione fra Ruggero I e Ruggero II: tollerante in materia religiosa, privilegiò i Musulmani rendendoli fortemente lealisti verso la Corona e manifestò attenzione politico/garantista anche nei confronti della Chiesa Greca, in particolare del monachesimo basiliano. Protesse, anzi, con forte impegno due prestigiose figure del Clero calabrese, delle quali apprezzò la vivacità intellettuale: Luca da Melicuccà, Vescovo di Isola Capo Rizzuto, legatissimo al Patriarca di Costantinopoli, e Bartolomeo da Simeri: il vero riformatore del monachesimo nella Sicilia normanna. Perseguendo la linea tracciata dal coniuge, che nel 1092 aveva elargito donazioni a Luca, anch’ella fornì sostegno economico alla sua causa aiutandolo, nel 1111, nella fondazione del monastero di Monte Vioterito. A Bartolomeo, invece, fece larghe concessioni sicché, nel 1105, egli ottenne da Papa Pasquale II la conferma della protezione della Chiesa del Patirion di Rossano: un atto dalle rilevanti implicazioni politiche, poiché il monachesimo italo/greco veniva a porsi come trait-d’union fra gli Hauteville ed il cenobitismo basiliano che, in linea di continuità, Ruggero II sottopose al patronato giuridico e politico della Corona, ordinando la costruzione del convento del SS. Salvatore di Messina: iniziato nel 1122 e terminato nel 1132.

Meno solido fu il legame con il Clero latino, malgrado ella non rinunciasse al progetto di stringerlo attorno alla Corte, onde condizionare le inquietudini delle Baronie proclivi ad atti di sistematica insubordinazione. Ed infatti, quando il piccolo Ruggero soffrì di una infezione alle orecchie, lo portò per la guarigione al patrocinio di San Filippo, presso il cenobio di Demenna col quale fu vistosamente munifica.  

In definitiva, amministrando i chiostri basiliani come veicolo culturale e versando in essi quell’ anelito italo/bizantino, in seguito elemento centrale anche alla politica di Ruggero II, la Contessa si fece portatrice di un’azione riformatrice e vivificatrice tale da rimuovere lo spartiacque che ancora separava le genti greche del Sud dai potenti Normanni.

Saldi vincoli personali più che istituzionali, ella mantenne anche con il Papato: un mese dopo la vedovanza, Pasquale II era venuto personalmente ad esprimerle la sua costernazione, forse in memoria dell’aiuto anche economico fornitogli da Ruggero contro l’antiPapa Guiberto e, in ogni caso, per rafforzare un rapporto che gli consentisse di incunearsi meglio nell’isola.

Sul finire del 1112, quando il figlio ebbe assunto le responsabilità ereditarie, la vanità femminile della quarantenne Adelasia fu gratificata dalla proposta matrimoniale del Re di Gerusalemme Baldovino I di Fiandra, fratello di Goffredo di Bouillon: attratto più dalla consistenza patrimoniale che dalla avvenenza della vedova, egli si impegnava alla clausola di cedere il proprio trono al Conte di Sicilia e Calabria, ove nessuna nascita avesse allietato quelle nozze.

Lo spregiudicato Sovrano aveva già sposato Arda, figlia del Conte di Edessa, per garantirsi il sostegno politico/militare degli Armeni nel caso di un’aggressione turca ai suoi territori. Diventato Re di Gerusalemme, ella non gli era più utile e, dopo averla confinata nel locale convento di Sant’Anna con la surrettizia accusa di immoralità, sollecitava l’annullamento del vincolo. Di fatto, il collasso finanziario ed il rischio che gli Egiziani riconquistassero la Città Santa, lo avevano orientato verso la madre del già potente Ruggero II di Sicilia.

Il progetto, pur condiviso dalla sua âme damnée: il Patriarca Arnoldo Malecorno, era ostacolato dalla circostanza che Arda, nel frattempo fuggita a Costantinopoli, fosse ancora viva; che nessuna disposizione pontificia si prestasse a quelle mire e che il mai giuridicamente cessato connubio  esponesse Baldovino ad una condizione di conclamata bigamia. Pertanto, l’ambasceria inviata nell’isola sollecitò Adelasia a sfruttare le sue strette relazioni di amicizia con la Chiesa, onde ottenerne il consenso alla seconda unione, previo lo scioglimento della prima.

Ignara dell’avidità dell’aspirante marito, ella si prestò e nell’estate del 1113 si imbarcò per l’Oriente: il figlio aveva allestito una flotta imponente per dare un segnale della sua potenza e per degnamente scortarla col suo tesoro di gioielli, oro, pietre, argenti, stoffe, tessuti preziosi, armi ed un corpo scelto di arcieri siculo/arabi.

Il Sovrano l’attendeva a San Giovanni d’Acri, assieme ad una folla traboccante d’entusiasmo e testimone della sfarzosa cerimonia officiata da Arnoldo.

Il farsesco legame, che l’Episcopato gerosolimitano continuava a ritenerlo nullo, entrò presto in crisi: dopo aver concorso ad incamerare i beni della sposa, Arnoldo aveva preso ad insinuare nel Re la situazione canonica di una presunta parentela coniugale, in contrasto con le norme vigenti. 

Il Papa aprì un’inchiesta e, approfondita la vicenda, depose il Patriarca che, recatosi tuttavia a Roma nel luglio del 1116, riottenne la reintegra nell’incarico, previo impegno a stroncare la scandalosa relazione.

Gli eventi precipitarono quando, al ritorno da una spedizione militare a Wâdî ‘Araba nel marzo del 1117, gravemente ammalato ed assalito dai rimorsi, nel presunto punto di morte proprio Baldovino chiese al confessore di richiamare Arda e cacciare Adelasia.

Se l’una ignorò la supplica, l’altra, il venticinque aprile, a fronte della nullità nuziale pronunciata a Tolemaide da un sinodo presieduto da Arnoldo, umiliata tornò in  Sicilia mentre il suo ripudio fomentava in Ruggero II, ferito nell’amore filiale e nell’orgoglio di Principe, avversione e risentimento.

Adelasia non sopravvise a lungo all’affronto: ritiratasi a Patti, vi fu deturpata dalla lebbra e si salvò per la saldezza della fede e per le abluzioni al fonte ove sant’Agatone aveva battezzato Febronia, patrona della città. L’ultimo segmento della sua infelice esistenza fu rivolto all’assistenza degli indigenti e ad azioni di solidarietà sociale. Poi, cinquantenne si spense. Nel 1122, l’abate Giovanni ordinò la costruzione del sarcofago reale.

Nella cattedrale, laterali al transetto insistono due cappelle: una, dedicata al SS. Sacramento; l’altra a Febronia. In questa, in una tomba ricostruita in stile rinascimentale nel 1557, riposano le spoglie dell’Aleramica, in omaggio alla quale nel 1131 il figlio elevò Patti a sede vescovile. 

Bibliografia:

P. Hamel, Adelaide del Vasto regina di Gerusalemme

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


Link Utili


Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme
Adelasia del Vasto e le altre mogli di Ruggero I
Adelasia e Aleramo
Adelaide del Vasto
Cattedrale di San Bartolomeo a Patti. All'interno della cappella di Santa Febronia si trova la tomba della regina Adelasia, madre del Gran Conte Ruggero, primo Re di Sicilia, morta a Patti nel 1118, ma la tomba è stata costruita nel 1557 in stile rinascimentale.

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