ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Belisario: un Generale scomodo

di Ornella Mariani
Belisarius, di Jacques-Louis David (1781)

Belisario fu forse l’uomo che più da vicino sperimentò l’incontenibile invidia dell’Imperatore Giustiniano, dal quale fu vessato ed insultato malgrado avesse prestato leale servizio per la durata di tutta una carriera costellata di successi e condotta con quell’esperienza e senso dello Stato esaltato dall’amore del Popolo; testimoniata dal timoroso rispetto dei nemici; confortata, a parer di dante, dalla protezione di Dio: senz’altra colpa che la competenza, il coraggio, l’abilità strategica e l’attaccamento alle Istituzioni, gli furono inflitti l’onta del carcere e la condanna all’isolamento sociale e civile.

Nato da una famiglia di contadini verso il 500 a Germane, ai confini fra l’Illiria, la Tracia e la Macedonia, e morto a Costantinopoli nel 565, egli entrò giovanissimo nell'esercito e fece parte della scorta personale prima di Giustino I e poi di Giustiniano che, nel 527, lo nominò Comandante delle truppe orientali con l’incarico di stroncare le incursioni dei Persiani: li sconfisse, infatti, a più riprese con l’efficacia della valenza tattica contro la loro superiorità numerica benché, dopo la travolgente vittoria conseguita nel giugno del 530 nella Battaglia di Dara, nel 532 fosse battuto a Callinicum sull’Eufrate.

L’incidente di percorso non appannò la sua reputazione: l’11 gennaio di quello stesso anno, egli ebbe modo di dominare la scena della turbolenta Rivolta di Nika, accesa da tifoserie rivali nel contesto delle corse dei carri all’inaugurazione dei giochi di Costantinopoli.

La contrapposizione sportiva fu sostanzialmente un pretesto antidinastico che tenne la città in scacco per sei giorni, nel tentativo di rovesciare l’Imperatore: infatti, al grido di Nika, col quale si incitavano i campioni, il Popolo insorse accanto alle opposte fazioni dei Verdi e degli Azzurri che, tradizionalmente antagoniste, si coalizzarono contro l’assolutismo e l’oppressione fiscale della Corona trasformando una celebrazione sportiva in guerra civile. Il dissenso degenerò in forme di tremenda violenza, enfatizzata dall’incendio della città e dalla ignominiosa fuga del Sovrano che, pronto ad abdicare, si barricò nel palazzo.

Fu il Generale a salvargli il trono e la testa.

Postosi a capo dell’esercito con il Magister Militum dell’Illiria Mundus, soffocò la ribellione con un terrificante bagno di sangue nel quale caddero fra i trenta ed i cinquantamila insorti, come fu testimoniato da Procopio; dalla Chronographia (XVIII) di Giovanni Malala e dal De Magistribus (III) di Giovanni Lido. Con consolidata esperienza di piazza; indiscusso valore; spietato decisionismo e inflessibile rigore nei confronti degli agitatori: un composto di ingredienti all’epoca necessari alla reputazione di un buon ufficiale, Belisario riprese il controllo dell’ordine pubblico riscuotendo non solo la gratitudine della discussa Imperatrice Teodora, ma anche il premio del comando di una imponente spedizione contro i Vandali, condotta fra il 533 ed il 534 e motivata da impellenti opportunità politiche.

Nei territori dell’Africa del Nord occupati dai Vandali, Gelimero aveva deposto ed assassinato il Sovrano Ilderico, amico dei Bizantini: l’evento fornì a Giustiniano un legittimo appiglio per intervenire.

Di fatto egli non aveva alcun interesse a vendicare il delitto né a punire il sopraffattore ma, liquidandolo, contava di procurarsi il controllo di quel territorio per garantirsi uno sbocco sul Mediterraneo occidentale.

Alla fine dell’estate del 533, Belisario sciolse gli ormeggi; fece rotta su Leptis Magna e a marce forzate raggiunse Cartagine ove venne a scontro campale con il regicida: il 13 settembre combatté la battaglia di Ad Decimum, che segnò l’inizio del declino vandalo ed il primo atto di riappropriazione imperiale delle regioni occidentali.

Ad Decimum: letteralmente A dieci miglia, indicava quella località priva di toponimo ed ubicata a dieci kilometri a Sud dell’antica città, ove le agguerrite legioni bizantine soverchiarono i reparti vandali.

Gelimero aveva affidato duemila uomini al nipote Gibamondo, con l’ordine di attaccare l’ala sinistra avversaria; aveva posto il fratello Ammata a capo di ulteriori duemila unità, con il compito di contrastare il passaggio delle truppe nemiche proprio nello stretto corridioio di Ad Decimum ; aveva assunto il diretto comando dei rimanenti settemila soldati, mirando a sfilacciare la consistenza dei reggimenti i Belisario e a massacrarli nel corso di una ritirata a suo avviso inevitabile. La sorte, infatti, nelle prime fasi gli arrise; ma i suoi piani fallirono quando, nel pieno del conflitto, egli fu raggiunto dalla notizia della morte dei due Luogotenenti.

Vera o falsa che essa fosse, Gelimero perse il controllo della situazione ed il suo disorientamento permise a Belisario di ricompattarsi.

L’usurpatore, alla fine di un giorno di sangue, subì una disonorevole rotta aggravata dalla controffensiva unna che sfondò ogni residua resistenza e lo mise in fuga.

I Bizantini si acquartieraro sul campo di battaglia e, solo al mattino successivo, si recarono a Cartagine: era domenica 15 ottobre quando, accanto alla moglie Antonina, il Generale vi fece solenne ingresso fra urla di giubilo di una popolazione provata dal duro giogo barbaro e stupefatta dalla generosità con la quale era stata ordinata alle soldatesche l’astensione da ogni razzia. Disposto il piano di ricostruzione delle difese, il 15 dicembre successivo egli sconfisse i Vandali per la seconda ed ultima volta nella battaglia di Ticameron: nel gennaio del 534, Gelimero si arrese al Monte Papua e, da quel momento, le Province del Nord Africa tornarono sotto il dominio imperiale.

Belisario rientrò a Costantinopoli con la reputazione di Salvatore della Patria.

Fra il 535 ed il 553, Giustiniano decise di riguadagnare all’Impero d’Oriente anche le Province italiane, perdute a favore di Odoacre prima e di Teodorico dopo. Il casus belli, similmente a quello sollevato da Gelimero, questa volta risiedette nell’assassinio della figlia del potente Re goto, e creò le  premesse di quella Guerra gotica in conseguenza della quale gli Ostrogoti scomparvero definitivamente: il governo bizantino gli aveva concesso il diritto di occupare i territori italiani ed essi vi avevano istituito il più grande dei Regni romano/barbarici. Dopo Teodorico, la corona era stata cinta dal cugino Teodato che, a fronte dell’aperta tendenza filobizantina di Amalasunta, reggente per il figlio Atalarico, alla morte di costui l’aveva fatta arrestare; deportare sull’isola Martana nel lago di Bolsena ed assassinare.

Il Generale sbarcò in Sicilia alla testa di soli quindicimila uomini; prese Siracusa e Palermo; puntò su Messina e Reggio e proseguì verso Nord attaccando Napoli e Roma, ove spazzò le insistenti incursioni di Vitige subentrato al detronizzato Teodato e sposato a Matassunta, figlia della Sovrana uccisa. Com’era prevdedibile, dopo alterne vicende, nel 538 anche i Capitolini lo salutarono come liberatore ed egli si dispose, per la prosecuzione della campagna, all’attesa di guarnigioni di rinforzo: nell’attesa, ligio alle prescrizioni imperiali, spogliò delle insegne e della dignità pontificia Silverio.

L’elezione di costui, figlio legittimo di Papa Ormisda ed amico di Teodato, era stato contestata dall’ Episcopato orientale su pressione di Teodora. Egli, infatti, pur di non sconfessare il predecessore e pur di tener fede alle risoluzioni del Concilio di Calcedonia, si era rifiutato di reinsediare al Patriarcato di Costantinopoli Antimo, già scomunicato per eresia e cacciato da Agapito I. La sua posizione era stata, inoltre, aggravata da una lettera con la quale garantiva a Vitige il possesso di Roma.

Per quanto, recatosi in Oriente, ottenesse da Giustiniano un generico impegno alla revisione del caso, la tiara cinse il capo di Vigilio che, intercettata la nave su cui egli viaggiava, lo fece deportare sull’isola di Palmarola ove si spense forse assassinato. Nel frattempo, nel 539, i rinforzi sollecitati da Belisario giunsero con i Generali Mundila e Narsete ma la poderosa offensiva allestita per il centro/Nord, nell’intento di sottrarre Milano agli Ostrogoti, fu condizionata da contrapposizioni riferite alle strategie da adottarsi e si risolse in una immane catastrofe: i Milanesi, non opportunamente difesi dai circa ottocento uomini di Mundila, cedettero alla pressione di trentamila Goti comandati da Uraia e, capitolati per fame, furono passati a fil di spada.

Narsete fu richiamato a Costantinopoli; Mundila fu spedito a Rimini; a Belisario non restò che ripiegare su Ravenna ove catturò Vitige. Fu in quel contesto che l’ammirato rispetto degli Ostrogoti si spinse ad offrirgli la corona dell’Impero d’Occidente che, in un periodo in cui l’autoproclamazione o l’elezione in campo veniva facilmente ratificata, fu lealmente respinta: il Generale mandò il Re barbaro e la sua famiglia come trofeo di guerra alla Corte bizantina.

Lungi dall’apprezzare il gesto l’Imperatore, nel quale albergavano mediocri sentimenti di irriconoscenza e diffidenza, allarmato ed ingelosito dal successo del suo referente, lo richiamò in Oriente; lo impegnò contro i Persiani; rifiutò di riconoscergli gli onori dovuti e non consentì l’esposizione dell’ingente tesoro ostrogoto recuperato alla sua Corona.

Naturalmente, l'assenza di Belisario dallo scenario italiano produsse i suoi effetti e, fra il 541 e il 542, mentre le rivalità interne all’esercito bizantino consentivano ai Goti di riorganizzarsi e di acclamare Badùila, detto Totila, la sua campagna siriana si concludeva con un nuovo successo: a margine delle operazioni militari, egli stesso stipulò una tregua e, previo versamento di cinquemila libbre d’oro, persuase i nemici a non attaccare il territorio d’Oriente per i cinque anni successivi.

Spadroneggiando sul territorio senza alcun timore degli avversari, Totila comprese che non avrebbe vinto la guerra senza l'appoggio delle popolazioni locali: in mancanza del consenso dei Latifondisti e dell’ Aristocrazia, puntò sui ceti rurali dotandoli di una riforma agraria egalitaria che gli valse la possibilità di inoltrarsi fino a Napoli, prudentemente eludendo Roma ove la Chiesa vigiliana parteggiava apertamente per l’Impero.

L’evidente precarietà politica e la consapevolezza di avere affidato le sorti del suo espansionismo a personaggi inadeguati indussero Giustiniano a ricorrere nuovamente al vecchio Generale. Ligio al dovere, egli tornò in Italia nel 544 con l’incarico di sciogliere Roma dal nuovo assedio e di liberare Assisi e Spoleto, mentre la proposta di pace avanzata da Totila attraverso il cardinale Pelagio veniva respinta: nel 547, ancora vittorioso inviò a Costantinopoli le chiavi della città e si accinse ad istituire l’Esarcato per contenere le incursioni di Totila che, ormai, disponeva del controllo di tutto il Nord.

L’ulteriore trionfo, però, fu ancora una volta corroso dai sospetti e dall’invidia: Giustiniano ignorò anche le sue pressanti richieste di rinforzi, fino a compromettere l’esito della guerra e a consentire a Totila di riprendere Roma.

L’evento, tutt’altro che imputabile alla condotta di Belisario, fu pretestuosamente impugnato: nel 548, l’ Imperatore lo destituì; lo sostituì con l’ambiguo eunuco armeno Narsete; lo umiliò con l’infamante e artificiosa accusa di tradimento e lo fece arrestare.

L’incriminazione fondava su una sostanziale divergenza di opinioni: il Generale mirava a rendere l’Italia territorio dell’Impero, mentre Giustiniano voleva trasformarla in un semplice dominio. L’incomprensione avrebbe potuto essere ripianata se non avesse su essa pesato la condotta subdola e istigatrice di Narsete.

Il prosieguo dell’attività bellica fu affidato a Germano, nipote di Giustiniano e sposo di Matassunta. Tuttavia, nel 551, egli morì e fu Narsete a marciare su Roma alla testa di un imponente ed eterogeneo esercito; ad ottenere la resa dei Goti; a sconfiggere e a ferire a morte Totila, a Gualdo Tadino.

Ma questa volta, non ci furono esultazioni: l’eunuco agì da cinico vincitore, consentendo alle sue legioni di cedere ad azioni di ripugnante e brutale violenza sulla già sofferente popolazione.

Belisario, invece, perdonato e mandato a combattere i Bulgari, si consegnò alla sua più drammatica stagione:  avvelenato da un incontenibile astio, nel 562 dopo avergli affidato il comando delle guardie Imperiali per difendere Costantinopoli anche dagli Unni, il Sovrano lo rimise sotto processo per il disonorevole reato di corruzione.

L’imputazione, del tutto infondata,  fu probabilmente avvalorata  da Procopio di Cesarea che, incaricato dell’inchiesta, la concluse con un verdetto di colpevolezza e con una condanna al carcere.

Ma era davvero troppo: il Senato insorse indignato e Giustiniano fu costretto a liberarlo; a riabilitarlo ed a riammetterlo nelle sue funzioni.

L’ultimo scorcio della sua vita, cessata nel 565, fu trascorso in quel dorato isolamento dal quale lo trasse successivamente la letteratura. Quel rigore professionale coniugato ad ingiustizie subìte in un mondo sanguinario e corrotto ne fece, infatti, l’emblema dell’Uomo d’Onore la cui complessa vicenda ispirò molte opere: dal poema bizantino Racconto del mirabile uomo chiamato Belisario, pervenuto in tre redazioni la più importante delle quali è quella di Rodi Emanuele Georgilla Limenite, alla tragedia El ejemplo major de la desdicha di Antonio Mira de Améscua; dal dramma Bélisaire di Sthéphanie Félicité Ducrest de saint-Aubin de Genlis, all’opera omonima di Gaetano Donizetti.

Bibliografia

G. Ostrogorsky: Storia dell'Impero bizantino

G. Ravegnani: I Bizantini in Italia

J. J. Norwich: Bisanzio

G. Herm : I bizantini


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

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