ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Benedetto Caetani

di Ornella Mariani
Statua di Bonifacio VIII, Arnolfo di Cambio,
Museo dell'Opera del Duomo (Firenze)

Nato ad Anagni verso il 1230 e spentosi a Roma l’11 ottobre del 1303; discendente di un ramo della famiglia longobardo/pisana dei Caetani; formato agli studi di Diritto Canonico a Todi e a Bologna; chiamato a cinquantasette anni a far parte del Sacro Collegio, Bonifacio VIII fu l’espressione di una rapida, prestigiosa e spregiudicata carriera ecclesiastica che lo impegnò in delicate missioni diplomatiche presso le Corti di Francia ed Inghilterra finché, a margine della abdicazione di Celestino V, a Napoli il 24 dicembre del 1294 un Conclave lo designò al soglio pontificio.

L’elezione fu realizzata nel rispetto della Ubi Periculum: la costituzione voluta da Gregorio X durante il Concilio Ecumenico II celebrato a Lione dal 7 maggio al 17 luglio del 1274.

In essa, al fine di sottrarla ad interferenze laiche, era fatto obbligo di procedere alla indicazione del nuovo Primate entro dieci giorni dalla data di vacanza del trono e nella stessa città ove era dededuto il Papa. Trascorso senza risultato il tempo fissato, i Porporati sarebbero stati segregati da un Podestà e, ove neppure nei tre giorni successivi avessero risolto la questione, sarebbero stati sottoposti a gravi restrizioni alimentari e reddituali al fine di scongiurare il pericolo che la scelta fosse condizionata da trattative fondate su traffici o scambi illeciti.

Incoronato a san Pietro il 23 gennaio del 1295, come primo atto del suo mandato Bonifacio riportò la sede papale a Roma per affrancarla dal controllo di Carlo II d’Angiò ed annullò ogni provvedimento assunto da Celestino V. Poi, consapevole della palese ostilità dell’Episcopato francese e timoroso che costui, pur tornato semplice frate, potesse essere cooptato come antiPapa, lo fece arrestare e rinchiudere a vita nella tetra rocca di Fumone.

Eliminato il potenziale rivale, si incuneò nel vecchio conflitto tra Angioini ed Aragonesi per il possesso della Sicilia guidandone la soluzione verso la Pace di Anagni che, siglata il 20 giugno del 1295, sanciva la rinuncia in suo favore di ogni diritto sull’isola, ceduta a Carlo d'Angiò. Tuttavia, una violenta insurrezione popolare lo costrinse ad incoronare Federico d’Aragona a Palermo il 25 marzo del 1296. Lo scacco politico subìto ed in seguito confermato dalla Pace di Caltabellotta del 1303 non fu il primo: l’anacronistica convinzione teocratica manifestata col tentativo di imporre un’egemonia attraverso la Bolla Clericis laicos del 25 febbraio del 1296, pur incontrando il tiepido assenzo di Edoardo I d’Inghilterra e, per ragioni di opportunità, del Sovrano di Germania Adolfo di Nassau - Vilburgo, candidato alla nomina imperiale, fu fermamente contrastato da Filippo IV il Bello. Al veto imposto ai Laici di tassare il Clero e a questo di versare le decime pena l’interdizione, egli oppose una serie di Editti con i quali bloccò l’esportazione di danaro e preziosi e negò agli stranieri la residenza sul suolo francese impedendo di fatto ai Legati papali di riscuotere i tributi per la Chiesa di Roma.

L’intransigente azione del Capetingio, in definitiva, ottenne di indurre Bonifacio ad autorizzare l’incasso delle imposte dal Clero senza il suo previo consenso; di ridimensionarne fortemente l’autorità; di porre argine ad un’arroganza che aveva già aggregato ampie fasce di ostilità  interne alla Curia ed alla Aristocrazia Romana. Se ne resero portavoci i Cardinali Giacomo e Pietro Colonna, sollevando eccezioni di legittimità sulla elezione del Primate e ritenendo irrituale l’abdicazione di Celestino V. La denuncia, che spianava la via al rischio di scisma, era condivisa da tutti gli Spirituali Francescani il cui paladino Jacopone da Todi si spinse a definire il Caetani novello antiCristo.

La lotta all'interno delle istituzioni religiose toccò il suo culmine il 10 maggio del 1297, quando la contestazione fu espressa dal manifesto di Lunghezza ove, comunicando la decadenza di Bonifacio, si sollevava la Comunità religiosa dall’obbligo di obbedienza.

Il Papa replicò spogliando della Porpora i due Colonna e defraudandoli dei beni: essi ripararono alla Corte francese, inseguiti dalla scomunica irrogata anche ad Jacopone assieme all’ordine di arresto.

Le cronache coeve riferiscono che, solo dopo estenuanti trattative condotte dal Cardinale Boccamazza, alla fine dell'estate del 1298 i transfughi si presentarono a Rieti nelle vesti di penitenti: Caetani gli accordò il perdono, ma pretese la restituzione dei loro sigilli; inviò i membri di tutta la famiglia al soggiorno coatto a Tivoli; ordinò la confisca del palazzo di Giacomo e, ottenuta la consegna della città di Palestrina, colpevole di fedeltà ai Colonna, nella primavera del 1299 la fece devastare e radere al suolo disponendo che tutto il territorio fosse cosparso di sale.

Quel clima di espropri e vessazioni impaurirono i ribelli che ricorsero ad una nuova fuga in Francia mentre, accettato per un semestre l’incarico di Podestà del libero Comune di Velletri e mirando a consolidare il suo primato e le ricchezze della Chiesa, il 22 febbraio del 1300 il disinvolto Pastore emanava la Bolla Antiquorum Habet Fidem. Con essa, ispirandosi alla tradizione della Perdonanza iniziata da Celestino V e garantendo proficui traffici alla Chiesa, istituiva l'Anno Santo: ogni cento anni, sarebbe stata concessa indulgenza plenaria a quanti avessero visitato le Basiliche di san Pietro e san Paolo...

I Sovrani europei accolsero con freddezza l’iniziativa mirante a riunire nelle sue mani potere spirituale e temporale: la medesima aspirazione animava anche Filippo IV che, per realizzarla, nel 1299 si era alleato col nuovo Re di Germania Alberto I d’Asburgo.

Il sodalizio indispose Bonifacio: volendo sottrarre la Chiesa francese al controllo del Capetingio, intimò al Sovrano tedesco di presentarsi a Roma per provare la sua estraneità alle accuse che lo indicavano mandante dell’assassinio del predecessore Adolfo di Nassau.

L’invito non fu accolto; anzi: interpretando quell'intimazione all’Asburgo come un provocatorio affronto personale, Filippo IV esaltò la sua posizione anticlericale confiscando tutti i beni ecclesiali ed arroventando il già latente conflitto con la Curia romana.

Le ostilità si aprirono ufficialmente il 4 dicembre del 1301, quando Bonifacio VIII emanò la Bolla Salvator Mundi con essa abolendo tutti i privilegi che egli stesso aveva concesso al Re francese quando l’aveva autorizzato a riscuotere le imposte senza il suo previo consenso. Di più: il giorno successivo, con la Bolla Ausculta fili, convocò l'Episcopato franco e lo stesso Filippo ad un Concilio da celebrarsi a Roma l'anno seguente, allo scopo di definire i rapporti tra Stato e Chiesa e di fissare la sua suprema ed universale autorità.

La pretesa infuriò la Corona: il Sovrano divulgò in tutta la Nazione una sintesi delle due Bolle e chiese la solidarietà del Popolo contro quel Papa dispotico ed arrogante: nell’aprile del 1302, a Parigi, gli Stati Generali sostennero unanimemente le ragioni della Monarchia ed approvarono la lettera con la quale, respingendo ogni rivendicazione papale, si vietava all’Episcopato locale di partecipare all’indetta assise conciliare.

La guerra fra le Cancellerie era ormai aperta e, imperterrito, il 18 novembre dello stesso anno, Bonifacio emanò un’altra Bolla: la Unam Sanctam, riaffermandovi la sua intransigenza dogmatica…nella potestà della Chiesa sono distinte due spade, quella spirituale e quella temporale; la prima viene condotta dalla Chiesa, la seconda per la Chiesa, quella per mano del sacerdote, questa per mano del re ma dietro indicazione del sacerdote…

Ancora una volta, Filippo IV reagì con durezza: propostosi l’obiettivo di mettere sotto accusa il Papa; di invalidarne l’elezione; di accusarlo di eresia e simonia e di deporlo, utilizzò le testimonianze dei Colonna ed adottò la decisione di processarlo durante una seduta del Consiglio di Stato convocato al Louvre per il 12 marzo del 1303. Occorrendo, tuttavia, la presenza fisica dell’imputato, incaricò il Consigliere Guillaume de Nogaret di arrestare Bonifacio e condurlo a Parigi.

Informato del disegno, il Caetani tentò di correre ai ripari inutilmente scomunicando il Capetingio e cercando di avvicinare Alberto I d'Asburgo attraverso il Concistoro del 30 aprile del 1303: in esso, riconosciutolo ufficialmente Re di Germania e Sovrano di tutti i Sovrani, gli promise l’ incoronazione imperiale in cambio di una concreta solidarietà antifrancese. Ma il Capetingio intensificò le attività processuali riconvocando gli Stati Generali per il successivo giugno ed investì del ruolo di Pubblico Accusatore il Consigliere di Stato Guillaume de Plaisance. Poi, formulati i capi d’accusa: aver fatto assassinare il predecessore Pietro da Morrone; aver negato l'immortalità dell'anima; aver autorizzato molti sacerdoti alla violazione del segreto confessionale; aver praticato magìa e simonia; essersi macchiato dell’infamante reato di sodomia, col pieno sostegno del Clero francese, convocò un Concilio che lo destituisse.

Caetani preparò una nuova Bolla di scomunica: la Super Petri solio; ma non ebbe il tempo di pubblicarla poiché, all’inizio di settembre del 1303, Guillaume de Nogaret ed i Colonna capeggiati da Sciarra, assieme a tutta la Borghesia anagnina e a gran parte del Sacro Collegio cardinalizio irruppero nel suo palazzo e per tre giorni lo tennero ostaggio, in un clima di ingiuriose insolenze e nel dubbio fra il tradurlo a Parigi o il liquidarlo sul posto.

La popolazione, allora, lo liberò ed egli, sotto scorta degli Orsini, il 25 settembre rientrò in Roma ove, minato nel fisico e nello spirito dalle umiliazioni subìte, morì l'11 ottobre successivo.

Sepolte a san Pietro, nella Cappella costruita da Arnolfo di Cambio, le sue spoglie furono poi ricomposte nelle grotte vaticane.

Corrotto, cinico, dispotico, lussurioso, avido di ricchezze e di potere e dedito ad ogni sorta di superstizione, uscì così di scena quel Papa campione di immoralità e nepotismo che per primo impose il culto della personalità facendosi ritrarre in immagini e statue di marmo e bronzo: anche Giotto lo immortalò nel celebre affresco ove fu ritratto nell'atto di leggere la Bolla di proclamazione del primo Giubileo, dalla loggia di san Giovanni in Laterano.

Bibliografia:
P. Giudici: Storia d'Italia
C. Grimberg: Storia Universale

Creative Commons License


Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

© 2003-2007 Associazione Culturale Italia Medievale