Associazione Culturale Italia Medievale

Promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico del medioevo italiano
index
eventi
novità
contributi
personaggi
cariche
statuto
progetti
convenzioni
segnalazioni
adesioni
mailing list
link
forum
medioevo weblog
area riservata
Partner
www.eubia.it
Castelli Toscani

Personaggi del Medioevo in pillole


Carlo V

di Ornella Mariani

Ya es tiempo.

Queste, le ultime parole pronunciate dall’uomo/ponte fra il Medio Evo ed il Rinascimento; l’Imperatore al centro dello scisma protestantico; il Cristianissimo propugnatore dell’avventura colonialista spagnola, realizzata fra genocidi e varia brutalità.

Eppure, benché il suo Sacro Romano Impero non fosse mai avviluppato dalle ombre, egli non fu mai un Grande: pur privilegiato da una favorevole congiuntura, infatti, finì con l’asservire le proprie le proprie risorse politiche, intellettuali ed economiche in guerre che trasformarono il suo enorme potere in una condizione di rilevante debolezza, dovuta alla incapacità di omogeneizzare Genti diverse per lingua, cultura, tradizioni, religione.

In quel suo tempo, al vincolo matrimoniale fra rappresentanti delle grandi monarchie e delle famiglie a solida tradizione aristocratica, si conferiva il solo pragmatico significato di sodalizio fra potenze.

Così era accaduto nel 1479, con i cugini, rispettivamente di discendenza mora ed ebraica, Ferdinando d’Aragona e la castigliana Isabella di Trastàmara i quali, peraltro, ottennero la necessaria dispensa papale per mano del Cardinale Rodrigo de Borja solo tre anni dopo la celebrazione di quelle nozze necessarie a dotare di smalto la Corona; a restituire vigore al Cattolicesimo nazionale; a conferire slancio al piano di Reconquista contro i Moriscos stanziali a Sud della penisola iberica; a recuperare credito etnico, attraverso la liquidazione della cultura araba; ad assegnare prestigio a quella travolgente ascesa, cui aveva concorso Cristoforo Colombo.

Consegnata alla storia come Re Santi, la coppia legò il suo nome ed il suo successo alle nefande imprese del domenicano Tomàs de Torquemada; agli orrori dell’Inquisizione; alla istituzione delle Juderìas per gli Ebrei sopravvissuti all’espulsione e scippati anche dei beni, a vantaggio della Corona; al massacro degli Arabi; ad una burocratizzazione nazionale fondata sul nepotismo; alle nefandezze di Alessandro VI.

Una delle loro figlie, Giovanna detta la Pazza sposata Filippo d’Asburgo il Bello, a sua volta figlio di Maria Bianca di Borgogna e dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I, in assenza di altri eredi, era stata proclamata señora natural proprietaria de estos reinos e nel 1506, restata vedova, trasmise al figlio seienne Carlo di Gand la complessa successione dei beni ispano/asburgici, ovvero quattro distinte eredità maturate nel tempo: dai nonni paterni, i territori della Germania Sud/Orientale, l’area borgognona dei Paesi Bassi, vari Principati e città libere; dal nonni materni, l’Aragona, la Castiglia, le colonie dell’Africa settentrionale, dell’America centrale e della fascia caraibica, Napoli, Sicilia e Sardegna

Nato il ventiquattro febbraio del 1500 a Gand; allevato nelle Fiandre; influenzato dalle tradizioni fiamminghe inculcategli dalla zia Margherita d'Austria e dal precettore Adriano di Utrecht, in seguito Papa col nome di Adriano VI, per effetto della formazione religiosa e meditativa, Carlo visse una giovinezza segnata da derive eremitiche che concorsero a formare un carattere introverso e bigotto, appesantito da un aspetto tutt’affatto avvenente e da afflizioni epilettiche.

Il ventotto giugno del 1519 fu eletto Re di Spagna ed il ventitre ottobre del 1520 fu proclamato Imperatore del Sacro Romano Impero, fra le molte opposizioni superate col denaro del banchiere tedesco Jacob Fugger, che sensibilizzò i Principi Elettori esborsando un milione di fiorini d’oro, ma ottenendo dalla Corona feudi, privilegi e potere.

Il suo insediamento in Spagna non fu salutato con favore: egli ignorava il castigliano; era all’oscuro delle vicende politiche nazionali; si circondava di soli Fiamminghi; era fazioso e proclive a favoritismi, malgrado presto teorizzasse un enunciato singolare per l’epoca: la ragione di Stato non deve opporsi allo stato della ragione.

L’irritazione della Aristocrazia spagnola non tardò ad esplodere come un contagio nella rivolta dei Comuneros, spinti da una profonda avversione al governo d’uno straniero, sprezzante delle tradizioni e reo di prosciugamento delle ricchezze nazionali.

In sostanza: fu considerato un oppressore.

Giudizio che egli confermò facendo giustiziare Giovanni di Padilla, leader della rivolta.

La storia

Parlava francese con gli ambasciatori stranieri; tedesco con le truppe; spagnolo con Dio; italiano con le sue donne, ma  contrasse un solo matrimonio, avendo dalla moglie/cugina Isabella del Portogallo sei figli: Filippo, Re di Spagna; Maria, sposa dell’Imperatore Massimiliano II d'Austria; Ferdinando; Giovanni; Giovanna, sposa di Giovanni Emanuele del Portogallo e generando almeno sette illegittimi, fra cui Margherita con la fiamminga Jeanne van der Gheyst, e don Giovanni d’Austria, Comandante della flotta vincitrice sui Turchi a Lepanto nel 1571, con la tedesca Barbara Blomberg .

Indotto dal suo Cancelliere Mercurino Arborio da Gattinara, a consolidare la visione messianica del proprio mandato e ad elaborare un progetto di unificazione politico/religiosa del suo immenso territorio, Carlo si vocò a garante anche della morale e della storia, fino a ritenersi titolare della Signoria sulla intera Cristianità.

Era il 1521 quando quella insurrezione nazionalista degli strati sociali più deboli di Valencia, Toledo e Salamanca, da furiosa ventata antifiamminga, si ribaltò in movimento antiaristocratico. Tuttavia, private del supporto dei Nobili, le ambizioni dei ribelli furono stroncate, malgrado nei ceti alti permanesse un atteggiamento di guardinga ostilità verso il Sovrano straniero.

Cominciò col fondare un Impero Coloniale Spagnolo a carattere moderno, tentando di promuovere in ciascuno dei suoi Stati una vocazione nazionale: abbandonata la iniziale amministrazione unitaria adottata anche nel sistema monetario, decentralizzò il potere concendendo autonomie; lasciando alle singole realtà i loro ordinamenti ed adottando il governo delle Cortes, facenti capo ai due segreterie di Stato: l’una per gli affari spagnoli e comprensiva di Italia e America; l’altra per gli affari borgognoni e comprensiva della Germania. Epperò, ben presto, incontrò invalicabili ostacoli: se la Francia ambiva al primato europeo, per le sue solide risorse economiche e per la compattezza istituzionale che le consentiva di opporsi all’espansionismo dei Paesi concorrenti, la Germania era lacerata da un conflitto religioso in contrasto con il progetto di restaurazione di un Impero cristiano.

In sostanza, l’unità religiosa europea era in frantumi poiché già nel 1517, proprio quando egli aveva assunto la titolarità  spagnola, nella giornata del trentuno ottobre il monaco agostiniano Martino Lutero aveva affisso alle porte della cattedrale di Wittenberg le novantacinque tesi  di denuncia dei traffici delle indulgenze.

Il duplice fronte di minacce esterne ed interne, pertanto, gravò sull’intero mandato imperiale, in particolare a causa dei  Francesi con i quali le prime relazioni politiche, basate su un uti possidetis, erano state condizionate dalla pretesa di Francesco I di mantenere il proprio dominio sul Ducato di Milano; di restituire a Venezia il controllo di Verona e di alcune zone lombarde e di rinunciare ai diritti su Napoli, a condizione di nozze fra una sua figlia e l’Imperatore cui sarebbe stata confermata la signoria della Spagna sull’Italia meridionale.

La complessa richiesta risiedeva in una clausola sancita nel Trattato di Noyon del 1516, ma superata dalla morte dal contraente Imperatore Massimiliano. Era, così, maturata la ragione della prima tensione, formalizzata da scaramucce e da frenetiche relazioni diplomatiche che Carlo avviò con Enrico VIII d’Inghilterra e con Papa Leone X aspirante, in cambio dell’appoggio, alla Signoria di Parma e Piacenza per i Medici ed alla eliminazione della dilagante ribellione luterana. Dal canto suo il Re di Francia, consapevole della inevitabilità del conflitto, strinse rapporti con Venezia e una serie di Principati minori, ostili all’espansionismo imperiale.

I domini di Carlo V, in sostanza, circondavano quasi da ogni parte il Regno di Francia, agitando Francesco I di Valois che, mirando al controllo della Lombardia e di Genova, da cui gli Ispano/papalini avevano espulso le istituzioni francesi, pur perseguitando gli Ugonotti nel suo Paese, prese ad aizzare i Riformisti tedeschi; ad amministrare il risentimento della Nobiltà italiana contro il tentativo spagnolo di occupare Napoli; a far fronte comune addirittura con i Turchi.

Mentre in quei mesi il progetto imperiale sul capoluogo ligure falliva, per la condotta di Andrea Doria postosi al servizio della monarchia franca proprio quando Prospero Colonna sollevava le Romagne ed espelleva da Milano l’odiato governatore Odet de Foix, Visconte di Lautrec, in Germania Carlo tentò mantenere gli equilibri col Papa e con le idee confessionili dei sudditi ispano/fiamminghi: aveva incontrato Lutero nel 1521, durante la dieta imperiale di Worms. In quella sede, invitato invano a ritrattare sue tesi, il monaco fu colpito dal bando imperiale e dall’anatema ecclesiale, benché sfuggisse alla condanna grazie alla protezione dell’Elettore di Sassonia Federico il Savio.

In definitiva, il mancato rispetto degli accordi del 1516 ed i conflitti religiosi interni incorniciarono la prima delle guerre che, fra il 1521 ed il 1525, per il possesso dell’enclave milanese, contrappose Germania e Francia, in un clima di enorme pressione internazionale: il Papa si era spento ed alla successione era stato eletto, col nome di Adriano VI, il fiammingo Adriano di Utrecht. Per l’Impero, una favorevole occasione per risolvere il problema interno del Riformismo luterano ed problema esterno della pretestuosità delle rivendicazioni accampate da  Francesco I sulle Fiandre e sulla stessa Milano, in nome delle relazioni con Carlo il Temerario.

Teatro di guerra furono la Borgogna; la Navarra, ove il Sovrano francese si atteggiò a paladino dei diritti della Casa di Albret ; l’Italia, ove le truppe di Lautrec ritentarono la conquista di Milano e furono battute dal pugnace comandante supremo delle forze imperiali Prospero Colonna, nel 1522 alla Bicocca ove, restituita la città al controllo degli Sforza, le truppe franche furono incapaci di far fronte alla potente onda d’urto della fanteria spagnola armata di archibugio. Due anni dopo, capeggiati dall’ammiraglio Guillaume de Bonnivet, esse tentarono una nuova invasione della Lombardia, ma furono ancora sconfitte sulla Sesia dal Viceré di Napoli Carlo di Lannoy.

Rispuntava, intanto, in Francia, l’opposizione feudale: il Connestabile Carlo di Borbone si era schierato con Carlo V. La sua defezione era stata tamponata con la confermata solidarietà di Solimano II: un temibile nemico incombente sui territori ungheresi dell’Impero, nella stessa fase in cui l’Alta Pirateria musulmana si dava a selvagge scorrerie anticristiane nel Mediterraneo.

Tempi duri per la Corona asburgica, luttata anche dal decesso di Adriano VI, al quale  successe il Clemente VII la cui condotta apertamente filofrancese, nel 1524, consentì ai Francesi di respingere l’invasione spagnola della Provenza e di occupare finalmente Milano. Si trattò, tuttavia, di un risultato effimero: nella successiva battaglia di Pavia, il generale Antonio de Leyva trasse prigioniero Francesco; lo deportò nella fortezza di Pizzighettone sull’Adda; lo fece poi tradurre in Spagna, ove fu costretto a sottoscrivere il Trattato di Madrid del quattordici gennaio 1526: una umiliazione all’orgoglio nazionale, poiché egli accettò di rinunciare ad ogni pretesa sull'Italia; restituì la Borgogna; cedette i diritti su Fiandra e l'Artois e, pur di riottenere la libertà, dette in ostaggio i propri figli.

Quanto sarebbe durata quella risicata pace?

Di fatto, dopo un anno di prigionia, appena libero, il Valois rinnegò i patti assumendo di averli subìti e poi preparò una imponente offensiva: sfruttandone l’ostilità alla potenza asburgica, riunì nella Lega di Cognac e sotto il comando del Duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere, Inghilterra; Firenze; Venezia; Papato di Clemente VII, il cui nipote Lorenzo sposò Maddalena de la Tour d’Auvergne; Ducato di Milano, il cui Duca Francesco Sforza era stato dichiarato decaduto da Carlo V per aver congiurato contro di lui con Girolamo Morone. Infine, aizzò Solimano il Magnifico il quale, a Mohacs, inflisse una pesante sconfitta alle legioni cristiane del Re di Boemia e Ungheria Luigi II Jagellone, morto in battaglia il dodici settembre 1526; saccheggiò Buda e, dopo averlo promosso vassallo dell’Impero ottomano, affidò il controllo dell’ intero Stato al capo della fazione nazionale antiasburgica Giovanni Szapolyai .

Invano, Ferdinando d'Asburgo, fratello minore dell’Imperatore, avrebbe tentato di arginare l’avanzata turca che nel 1529 si sarebbe abbattuta su una sgomenta Vienna.

Mentre i due cattolicissimi Sovrani riprendevano le armi, oltre che dal Riformismo, la Germania era stata squassata da due pesanti rivolte: la prima, Dei cavalieri, fra il 1522 ed il 1523;  la seconda Dei contadini, fra il 1524 e il 1525.  Se l’una s’era risolta nella ribellione della piccola Nobità, alle soverchierie dei Grandi Feudatari laici ed ecclesiastici; l’altra aveva contato sul pieno appoggio di Lutero ed era consistita della elaborazione in dodici articoli di richieste contro gli arbitri della feudalità, con ampi richiami biblici: un documento di dura protesta presentato a Memmingen, ove i ceti popolari e rurali si erano battuti contro i privilegi dell’Aristocrazia. Malgrado tali lacerazioni sociali, l’Imperatore non si sottrasse allo spirare di nuovi venti di guerra, fra il 1526 ed il 1529: Roma si sollevò su sollecitazione dei Colonna, proprio mentre l’Italia centrale era atterrita dai Lanzichenecchi guidati dal tirolese Giorgio Frundsberg, cui si oppose Giovanni dalle Bande nere, ferito a morte a Governolo il trenta dicembre del 1526; favoriti dal Duca di Ferrara, i Tedeschi si unirono alle truppe spagnole ed italiane del Duca Francesco di Borbone e di Filiberto di Châlons e piombarono sulla novella Babilonia, mettendola orrendamente a sacco nel maggio del 1527; richiudendo Clemente VII in Castel Sant’Angelo; obbligandolo ad uscire dalla Lega; esigendo un elevato pedaggio per la sua libertà; cacciando i Medici da Firenze.

A fronte di tali eventi, vana fu la discesa di Lautrec in Italia: a margine della battaglia di Landriano, peraltro, egli fu defraudato dell’appoggio navale di Doria che, dopo avere sconfitto a Salerno gli Spagnoli, a sorpresa, era passato nella fazione imperialista.

L’aggrovigliato conflitto fu risolto con la Pace di Cambrai, o Delle due Dame, poiché a negoziarla, per porre fine ai tremendi spargimenti di sangue, furono Luisa di Savoia, madre di Francesco I, e Margherita di Borgogna, zia di Carlo V.  Si convenne che, previo altissimo riscatto, il Sovrano francese ottenesse il possesso della Borgogna e la libertà dei suoi figli, ancora ostaggio, a condizione di rinuncia dell’Artois, delle Fiandre e dei territori italiani. Separatamente, poi, l’Imperatore ripristinò i rapporti col Papa impegnandosi, col Trattato di Barcellona, a restaurare la Signoria medicea a Firenze; a concedere la Contea di Asti al neutrale Carlo III di Savoia; a confermare gli Sforza a Milano, con la clausola che in assenza di discendenza diretta il patrimonio tornasse alla dinastia asburgica. Tutte le altre questioni aperte, furono rinviate al congresso di Bologna ove, fra il 1529 ed il 1530, un egemone Carlo assegnò Malta ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che i Turchi avevano espulso da Rodi nel 1522. Quell’assise si concluse con la doppia incoronazione: Re d’Italia il ventidue febbraio; Imperatore del Sacro Romano Impero il ventiquattro febbraio del 1530: egli aveva dimostrato di essere il degno l’erede della politica imperiale di suo nonno Massimiliano e, ligio agli accordi, come primo atto politico restaurò a Firenze i Medici, nella persona di Alessandro, Duca e Capo dello Stato.

Risolte le ingarbugliate vicende internazionali, gli restava da sciogliere i nodi di politica interna: il vacillante andamento del Consiglio di Reggenza, amministrato dal Conte del Palatinato Federico; l’assegnazione della proprietà e dei titoli al fratello Ferdinando; la restaurazione religiosa a proposito della quale, alla vigilia della seconda guerra con i Francesi, aveva convocato già nel 1526 la Dieta di Spira e, nell’intento di dare una soluzione pacifica al conflitto, conformemente all’editto di Worms dell’otto maggio 1521, aveva consentito ai Luterani di comportarsi secondo coscienza, in attesa della convocazione di un Concilio Ecumenico. Tuttavia, nel 1529, alla seconda Dieta di Spira, aveva revocato le concessioni e nella Dieta di Augusta del 1530 aveva decretato il bando: per la reazione ad esso manifestata e per distinguersi dall’ arrendevole atteggiamento dell’estensore della dichiarazione di fede detta Confessioni di Augusta, ovvero Philipp Schwarzerd, noto come Filippo Melantone, i Luterani si definirono  Protestanti.

La profonda crisi sociale e politica scaturita da tali eventi provocò la costituzione della Lega di Smalcalda, composta in Turingia nel dicembre di quell’anno da Giovanni Federico di Sassonia, da Filippo d’Assia, dal Duca Ulrich di Württemberg  e dai Nobili di Augusta, Strasburgo, Ulma e Costanza, i quali aprirono relazioni con la Corte francese, mentre i Turchi progettavano un secondo assalto di Vienna.

Consapevole di non poter far fronte a tante e tali insidie e intenzionato a condizionare l’avanzata musulmana, Carlo dovette  scendere a patti con i Riformisti e concedere l’Interim di Norimberga, in attesa che la Chiesa si pronunciasse in sede conciliare: era il luglio del 1532.

Sul fronte bellico navale, i Turchi arretrarono senza combattere ed a Tunisi Andrea Doria respinse la flottiglia di Khair-ad-din detto il Barbarossa: con enfasi, la Cristianità salutò Carlo campione di fede e, malgrado egli soffocasse nel sangue le rivolte anabattiste esplose in Germania, Ludovico Ariosto, nel XV canto del suo Orlando Furioso, lo cantò come il più saggio imperatore che sia stato o sarà mai dopo Augusto e sostenne che finalmente la Giustizia sarebbe stata riposta in seggio, consentendo alla monarchia cristiana di proteggere la Chiesa dall’aggressione ereticale; di restaurare l’antico Imperium Romanum; di evangelizzare i Pagani e di unificare Oriente e Occidente.

Frattanto, Francesco I aveva fatto sposare il figlio Enrico con Caterina de’ Medici, sorella del Duca Alessandro, nella prospettiva di una più stretta amicizia con Clemente VII. Tuttavia, la morte del Papa; l’elezione del neutrale Paolo III Farnese e, nel novembre del 1535, il decesso di Francesco II Sforza vanificarono i suoi progetti e agitarono nuove tensioni: Carlo, infatti, aveva occupato Milano e, per reazione, i Francesi avevano invaso la Savoia in nome degli inalienabili diritti di Luisa, madre del Sovrano.

Presto, però, nelle parti infiacchite da una belligeranza ormai annosa subentrò stanchezza e disinteresse, tali da risolversi in una infelice spedizione degli Imperiali in Provenza e in una malinconica campagna franca in Fiandra: per superare l’impasse, Paolo III si propose mediatore. Contemporaneamente, conclusa la conquista delle Indie Occidentali, il governo spagnolo, definita un’intesa con Solimano con la spartizione dell’Ungheria, tentò di arginare gli eccessi dei suoi più celebri Conquistadores, inebriati dal successo delle imprese d’oltreoceano: Francisco Pizarro ed Hérnan Cortez.

Tuttavia, la vittoriosa spedizione contro Celcel, ad Ovest di Algeri, non arginò le scorrerie del  Barbarossa le cui orde continuarono a saccheggiare le coste di Andalusia, Puglia, Calabria e Sicilia: solo nel 1535 se ne ebbe ragione, grazie all’efficace impiego di una imponente armata composta da venti caravelle, truppe scelte e cannoni portoghesi; da venti galee papali e numerosi vascelli genovesi; da un gruppo di agguerriti Cavalieri di Malta, per un totale complessivo di sessantaquattro imbarcazioni d’assalto, trecento navigli da trasporto e trentamila uomini. Si trattò di un’autentica crociata che, pur tenendo Tunisi per tre settimane sotto assedio, tre anni più tardi fu sepolta dall’impeto della flotta ottomana e che, ancora nel 1541, avrebbe visto fallito un ulteriore tentativo di conquista di Algeri.

I Conquistadores

Affascinato dalle notizie riferite alle ricchezze del Nuovo Mondo, Francisco Pizarro si imbarcò a Siviglia per le Americhe abitando, dal 1502 al 1509, sull'isola di Hispaniola. Fra il 1510 ed il 1513, dopo aver partecipato ad una spedizione verso la colombiana Urabà ed essersi aggregato a Vasco Nũňnez de Balboa giunto sul Pacifico attraverso l’istmo di Panama, fu nominato sindaco di Panama dal Governatore Pedro Arias de Avila.

Nel 1524, informato delle imprese messicane di Hernàn Cortés, assieme a Diego de Almagro ed al sacerdote Hernando de Luque, allestì due campagne nel regno inca, tornandone con incommensurabili ricchezze. Tuttavia, esigendo finanziamenti dalla Corona, tornò in Spagna e, nel 1529, Carlo gli riconobbe il diritto di conquista e amministrazione del Perù, nominandolo Viceré di tutte le terre a seicento km da Panama: incarico subordinato alla clausola che egli attrezzasse a sue spese una spedizione in America Latina. Pertanto, nel 1530, alla testa di meno di duecento uomini, egli mosse verso il Perù ove approdò due anni più tardi, dopo avere attraversato le giungle tropicali e la Cordigliera: il cinque novembre del 1532 entrò a Cajamarca, a mille km da Cuzco, e vi incontrò l'Imperatore inca Atahualpa.

A margine di una trattativa condotta da Hernando de Soto, col fratello Hernando e col domenicano Vicente deValverde, l’avventuriero persuase il Sovrano a presentarsi disarmato e, il successivo sedici novembre, tendendogli un’imboscata, lo prese prigioniero senza che i circa ottantamila Inca, timorosi delle armi da fuoco, reagissero. Per essere liberato, Atahualpa pagò il corrispettivo di circa quaranta milioni di euro in metalli preziosi; ma venne comunque massacrato il ventinove agosto del 1533. Il successivo quindici novembre, Cuzco venne saccheggiata e agli Inca sopravvissuti allo sterminio fu imposto il Sovrano Manco Càpac II.

Nel gennaio del 1535, Pizarro spostò la capitale dell’Impero da Cuzco a Ciudad de los Reyes; l’anno successivo soffocò nel sangue la ribellione di Manco Cápac II, malgrado i contrasti etnici permanessero e nel 1537 si disputò le zone d’influenza con de Balboa, de Almagro e altri mercenari finché le contrapposizioni degenerarono nel violento conflitto di Salinas, dell’otto luglio del 1538, ove de Almagro fu assassinato. Nel 1541 la sua morte fu  vendicata con un agguato mortale in danno del brutale conquistatore di Cile e Perù. La Corona spagnola, pertanto, istituì il viceregno e nominò vicerè Cristòbal Vaca de Castro, cui seguì nel 1543 Blasco de Núñez de Vela  a sua volta deposto da Gonzalo, fratello di Francisco, ucciso il dieci aprile del 1548 a Cuzco su ordine di Pedro de la Gasca, inviato dalla Spagna a dirimere le controversie.

Non più nobili furono le imprese di Hérnan Cortez: cugino di Pizarro, aveva studiato all’università di Salamanca prima di imbarcarsi per le Americhe, attrattovi dai suoi leggendari tesori. Conquistata Cuba, nel 1511 fu scelto dal Governatore Vélasquez per l’assalto sul Messico. Ed infatti, sbarcato a Cozumel, assoggettò gli Indios di Tabasco; fondò la fortezza di Vera Cruz; puntò alla conquista dell’Impero di Anahua; vinse i Tlascaltechi e li usò contro gli Aztechi messicani.

Accolto ospitalmente dall’Imperatore Montezuma, lo rapì subordinando il suo rilascio ad un ingente riscatto e lo costrinse a dichiararsi vassallo della Corona spagnola. Il risentimento degli indigeni degenerò in una sanguinosa reazione, nella quale perse la vita anche il Sovrano: fu la noche triste del trenta giugno 1520, nella quale l’eccidio di molti Spagnoli alla fine indusse Cortez a suonare la diana della ritirata. Presto, tuttavia, ritornò e fece scempio del nuovo Re Guatimozino e della sua gente; aggiogò il Messico con brutale violenza; puntò sullo Yucatàn, che aggiogò fra il 1522 ed il 1525, ricevendosi la nomina a Capitano Generale della Nuova Spagna, pur avendo disatteso le Ordenanzas trasmesse da Carlo nel novembre del 1526, circa l’umano trattamento degli Indios.

Non a caso, nel successivo biennio i contrasti con la Corona lo riportarono in patria ove, pur accolto con grandi onori, fu defraudato degli incarichi civili. Tornato in Messico, si dedicò a nuove esplorazioni e nel 1536 visitò la California ma, privato di ogni potere dal Viceré Mendoza, nel 1540 tornò definitivamente in Spagna e, inviso alla Corte, fu costretto al confino a Siviglia, ove morì pressocché dimenticato da tutti.  

Il conflitto europeo

Dopo il Trattato di Nizza del diciotto giugno del 1538, i cui contenuti erano sostanzialmente quelli già sanciti negli accordi passati, la diffidenza dei Valois si intensificò: a fronte della ventilata disponibilità di Carlo, manifestata il quattordici luglio del 1538 ad Aigues-mortes, a cedere la contesa area milanese, egli varò una nuova coalizione: Impero, Veneto e Papato, nell’intento di contenere l’egemonia di Solimano nell’Egeo, causata dal disimpegno del Doria, sottrattosi alla battaglia alla Prevesa con grave pregiudizio degli interessi commerciali di Venezia. Tali circostanze, peraltro, si legarono alle aspirazioni nepotiste di Paolo III che sollecitava un dominio per il proprio figlio, Pier Luigi Farnese, cui fu ceduto il Ducato di Parma e Piacenza, mentre Ottavio Farnese sposava Margherita, figlia naturale dello stesso Carlo e vedova di Alessandro de’ Medici, assassinato nel 1537 dal nipote Lorenzino.

La saldatura parentale e politica fra Impero e Papato allertò i Francesi che, sempre intenzionati ad ottenere Milano, galvanizzarono i Turchi dando avvio alla quarta guerra continentale.

A ridosso di questi eventi, nel 1541 Carlo era rientrato in Spagna ove, nel quadro della definizione della politica coloniale, in un’assise tenuta a Valladolid, aveva elaborato il corpus giuridico delle Leyes Nuevas promulgate nel novembre 1542 allo scopo di assegnare un carattere missionario alle conquiste. A fronte della rottura della tregua nizzarda, formalizzò l’apertura delle ostilità ammassando truppe e combattendo su più fronti: Paesi Bassi, Italia, confini spagnoli e mare.

Un primo successo, pur conseguito dai Francesi a Ceresole d’Alba nel 1544, fu insufficiente a garantire l’entrata in Milano. E se alcunché di militarmente rilevante accadde nei Paesi Bassi, l’ansia esplose nella Champagne quando si diffuse notizia che l’esercito imperiale puntava su Parigi, mentre l’alleato inglese Enrico VIII assediava Boulogne e l’armata turca del Barbarossa assaliva Nizza, ove rifulse d’eroismo la figura della popolana Caterina Segurana.

Il panico sconvolse le fila franche: il solo rischio della invasione della capitale fu risolto col Trattato di Crépy del diciotto settembre del 1544, col quale Francesco sgombrò il Piemonte mentre Carlo prometteva di cedere i Paesi Bassi o Milano, come dote di una Principessa asburgica da destinarsi a nozze col terzo figlio del rivale.

Nessuno onorò quelle clausole.

I belligeranti erano stanchi di combattersi ad oltranza, anche per l’insostenibile costo delle guerre e l’Imperatore era ormai un uomo solo: nel maggio del 1539, la moglie era deceduta di parto ed il lutto lo aveva portato a lunghe ore di meditazione, debordate nel ritiro nel monastero di San Gerolamo a La Sisla, ove trascorse sette settimane, preda di crisi mistiche alterne a smodati attacchi di fame aggravanti una gotta già cronica. Peraltro, egli era pressato dalla lacerazione sociale interna alla Germania, ove alla Lega Smalcaldica si era contrapposta una Lega Cattolica. Nel tentativo di superare lo scisma, fra il 1541 ed il 1542, tenne i Colloqui di Ratisbona ma Melantone e il cardinale Gaspare Contarini non riuscirono a ripianare le divergenze. Così, dopo vari tentativi di pacificazione delle fazioni, Paolo III indisse il Concilio Ecumenico, riunitosi una prima volta a Mantova; una seconda a Vicenza e finalmente a Trento nel 1545.

I Protestanti lo disertarono, malgrado col Trattato di Crépy si fosse raggiunta una favorevole svolta: rinuciando ancora ad utilizzare i Musulmani contro l’Impero e a sostenere la causa riformista, Francesco I si impegnava a partecipare alle attività conciliari e ad appoggiare le esigenze antiriformiste.

I Protestanti, tuttavia, esigevano un concilio nazionale tedesco: un affronto per l’Imperatore che, riconciliatosi con Maurizio di Sassonia e con molti Principi dissidenti, ricondusse gli altri all’obbedienza col potere delle armi e col sostegno papale, a Mühlberg nel 1547. Epperò, percepito il ribaltamento delle motivazioni religiose in politiche, il Pontefice ritirò la sua solidarietà alla causa e ruppe i rapporti con l’Imperatore, anche nella convinzione di un suo avallo fornito all’assassinio del proprio figlio Pier Luigi Farnese

Nel frattempo, nel marzo di quello stesso anno erano morti anche Francesco di Valois, cui era succeduto il figlio Enrico II; il Papa medesimo, cui era subentrato Giulio III e Lutero.

Il trasferimento del Concilio da Trento a Bologna, per eludere interferenze imperiali, disimpegnò Carlo che si dette alla pacificazione tedesca proclamando, nel 1548, l’interim di Augusta: in attesa delle risoluzioni conciliari, egli faceva ai Protestanti alcune concessioni provvisorie. Tuttavia, esse non solo non portarono agli auspicati risultati di pace, ma dettero la stura alla formazione di nuove coalizioni antiasburgiche cui aderì il nuovo Sovrano francese, sottoscrivendo gli accordi di Chambord e Friedewald, con i quali rilanciava la vecchia alleanza col Duca di Parma e Piacenza Ottavio Farnese ed appoggiava finanziariamente e militarmente i Riformisti, in cambio della concessione dei Vescovadi di Metz e Verdun occupati assieme alla Lorena, su suggerimento di Francesco di Guisa. Parallelamente: riprese le armi, Maurizio di Sassonia invadeva la Germania meridionale per impedire il tentativo di restaurazione dell’unità religiosa ed affrontava in battaglia Carlo ed il fratello Ferdinando ad Innsbruck; un esercito francese invadeva il Piemonte; un’armata turca aggrediva le coste còrse, di appartenenza genovese; Solimano entrava di nuovo in Ungheria; Siena insorgeva contro gli Spagnoli su istigazione di Pietro Strozzi, prima di capitolare dopo un duro assedio cui la sottoposero Giangiacomo e Cosimo de’ Medici, e prima di essere ceduta proprio a quest’ultimo da Filippo II, figlio dell’Imperatore.

A Carlo non restò che subire le clausole del Trattato di Passau, con le quali furono revocati i risultati ottenuti a Mülberg cinque anni prima. Al pari delle sue finanze, egli era allo stremo: la pace era indifferibile e necessaria. La stipulò ad Augusta, il venticinque settembre del 1555, conferendo alla Germania finalmente stabilità religiosa attraverso il principio del cuius regio eius et religio, in conseguenza del quale ciascun Principe poté scegliere la confessione desiderata, mentre i sudditi che non l’avessero condivisa avrebbero avuto libertà di emigrare.

Il ventidue ottobre del 1555, prostrato dai rimorsi suscitati dal decesso della madre, infine, abdicò: prima a Bruxelles, come Maestro dell'ordine del Toson d'oro e come Sovrano di Borgogna in favore del figlio Filippo II; poi, cedendo, nel successivo sedici gennaio del 1556, le corone di Spagna di Castiglia, Aragona, Sicilia e Nuove Indie; infine rinunciando, il dodici settembre successivo, anche al titolo imperiale in favore del fratello Ferdinando.

Ritiratosi nel convento di Yuste nell'Estremadura, mitigò la sua solitudine con la confortante presenza di san Francesco Borgia, terzo generale della Compagnia di Gesù: fino alla morte, ordinò la celebrazione quotidiana di quattro messe, oltre a quelle di prassi: tre di requiem per sua moglie, per sua madre e per suo padre; una per lui.

Morì all’alba del ventuno ventuno settembre del 1558, legando il suo nome ad un sostanziale fallimento politico: non aveva saputo mantenere l’assolutismo monarchico in Germania; non aveva stroncato il Protestantesimo; non aveva realizzato il vagheggiato Impero universale; non aveva compreso le istanze dei suoi eterogenei sudditi.

La stagione del Medio Evo si era conclusa senza vincitori, a margine di quattro lustri di guerra fra Francia e Impero.

Bibliografia:

F. Chabod, Carlo V e il suo impero
G. Gerosa, Carlo V
J. Elliott, La Spagna imperiale

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


Link Utili


Carlo V
Carlo V d'Asburgo
L'Impero di Carlo V d'Asburgo
Biografia di Carlo V
L' Italia di Carlo V
Carlo d'Asburgo
Carlo V d' Asburgo (Wikipedia)

© 2002 - 2005 ACIM