ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Castruccio Castracani

di Ornella Mariani
Supposto ritratto di Castruccio Castracani, dal camposanto di Pisa

Uomo d’arme della prestigiosa famiglia ghibellina degli Antelminelli; oggetto dell’attenzione degli storici Giovanni Villani, Scipione Ammirato e Niccolò Machiavelli; figlio di Gerio Castracani e di Puccia degli Streghi, entrambi membri di famiglie lucchesi solidamente dedite ad attività mercantili e creditizie, Castruccio Castracani fu una delle più interessanti figure del periodo delle Signorie italiane fra i secoli XIII e XIV e personaggio di estremo rilievo nella contrapposizione fra Guelfi e Ghibellini di Toscana.

Nato a Lucca il 29 marzo del 1281 ed espulso dalla città nel 1300 dalla fazione dei Neri guidata da Bonturo Dati, per un periodo visse esule ad Ancona; poi in Inghilterra, dove ottenne i favori di Edoardo II per l’abilità nell'uso delle armi; indi in Francia ove, riparato per un omicidio commesso per motivi d'onore, combatté al servizio di Filippo il Bello come Comandante della Cavalleria nella battaglia di Arras e nella difesa di Thérouanne, nel contesto della Guerra di Fiandra; infine a Verona e a Venezia dal 1304.

Rientrato in Italia, nel 1313 fu a Pisa e nel 1314 con altri esuli, grazie alla discesa di Arrigo VII di Lussemburgo cui aveva giurato fedeltà fin dal 1310, fiancheggiò il Podestà di Arezzo Uguccione della Faggiuola nel rilancio delle sorti della fazione laica: mirando a liberare la Repubblica dalla pressione dei Guelfi, costui aggredì Lucca suscitando l’ansia di Pisa ed in particolare di Banduccio Buonconti, timoroso delle reazioni del Senatore romano Roberto d’Angiò, Vicario imperiale per nomina papale e Signore di Alessandria, della Romagna, di Firenze Lucca, Ferrara, Pavia, Bergamo.

Per eliminare dalla scena Uguccione, l’Angioino propose la pace ai Pisani: la Repubblica, così, concluse un trattato di alleanza impegnandosi a fornire cinque galee per la guerra contro gli Aragonesi di Sicilia; cinquemila fiorini al mese; la concessione di franchigie; la restituzione a Lucca dei castelli occupati; il richiamo dei fuorusciti guelfi. 

Naturalmente Uguccione insorse e, alla testa dell sue bande mercenarie, catturò Banduccio; lo fece decapitare col figlio per alto tradimento; fece approvare dal Consiglio cittadino la norma dell’elezione a Magistrato solo a chi provatamente ghibellino.

Così, riconfermato il suo potere in Pisa, il cui governo cedette al figlio Neri, riprese la guerra contro Lucca fino ad obbligarla a riammettere tutti i Ghibellini ed i Bianchi esuli, a partire da Castruccio Castracani.

I Guelfi lucchesi chiesero aiuto ai Fiorentini: allarmati dalla crescente potenza pisana, costoro si riconciliarono con gli Aretini e, a loro volta, sollecitarono l’intervento angioino: Roberto mandò trecento soldati alla testa di suo fratello Pietro giunto a Firenze il 18 agosto del 1314, ma del tutto incapace a contrastare la competenza di Uguccione in procinto di assediare Montecatini.

Le città guelfe di Toscana e Romagna, allora, si raccolsero sotto la guida di Filippo di Taranto, anch’egli fratello del Sovrano di Napoli: costui fu a Firenze l' 11 luglio del 1315 col figlio Carlo ed un folto contingente.

La guerra era aperta: a sostegno di Uguccione marciarono truppe di Matteo Visconti e Cangrande della Scala.

Il 29 agosto del 1315 a Montecatini persero la vita Pietro e Carlo d’Angiò: i Ghibellini massacrarono oltre duemila Guelfi e presero mille e cinquecento prigionieri.

L’esito della battaglia fu accreditato al talento militare di Castruccio, già Vicario di Federico d’Austria dal 5 agosto precedente. Tuttavia il sodalizio coll’alleato s’infranse: l’invidia di Uguccione, che in lui vedeva una minaccia per l’egemonia sul territorio, esplose in tutta la sua dirompenza spingendosi ad un ordine d’arresto e alla condanna a morte. Tuttavia, una rivolta popolare armata estesa anche a Pisa, a vantaggio di Gaddo della Gherardesca Conte di Donoratico, nell’aprile del 1316, rovesciò il dispotico governo di Uguccione e di Neri: Castracani fu liberato e proclamato Capitano Generale, Console a vita e paladino delle libertà lucchesi.

Così, in quei roventi anni, egli restò capo assoluto della irriducibile fazione laica: con quel ruolo e con l’assenso imperiale, consolidati il potere ghibellino, nel 1320 avviò una politica espansionistica ai danni dei centri contigui avvalendosi della nomina di Vicario per Lucca, la Lunigiana e Val di Nievole: l’incarico, assegnatogli da Federico III d’Austria, gli sarebbe stato confermato nel 1324 dall’Imperatore Ludovico il Bavaro.

Avvantaggiato dalla guerra riesplosa nel 1321 contro Firenze, alleata del Marchese Spinetta Malaspina, il Capitano indirizzò i suoi interessi verso Pistoia, governata dall'Abate Ormanno dei Tedici, minacciando anche Prato nel 1323; ma, quando i Fiorentini mossero in aiuto dei corregionali, egli era già arretrato verso Pisa. La città era in conflitto con Alfonso d'Aragona che, accampando diritti sulla Sardegna per l'investitura concessa nel 1295 da Bonifacio VIII a Giacomo, nella primavera di quell’anno assieme al Giudice d'Arborea, aveva conquistato gran parte dell'isola sconfiggendo il 25 febbraio del 1324 la flotta pisana e tenendo per otto mesi Cagliari sotto assedio. Approfittando della complessa situazione, Castruccio prese Pistoia, traendo dalla sua parte Filippo de' Tedici succeduto all'abate Ormanno. Il 13 maggio del 1325 ne valicò le mura, suscitando lo sdegno dei Fiorentini che ingaggiarono battaglia per anticipare i rinforzi lucchesi guidati da Azzo Visconti.

I combattimenti cominciarono al mattino del 23 settembre e si protrassero incerti fino al 27 quando, sotto Altopascio, l’offensiva di Castruccio sfondò le resistenze di Raimondo da Cardona e ricompattò le fortune laiche tenendo in scacco costante Firenze, i cui Guelfi invano si appellarono a Roberto d’Angiò offrendo la Signoria locale al figlio Carlo.

Il ritorno a Lucca fu un trionfo: in quella fase, i Pisani stipularono un trattato di pace con gli Aragonesi titolari ormai di quasi tutta la Sardegna; ma ancora violentissima infuriava la guerra intorno a Bologna contro la quale i figli dell’esule Taddeo Popoli avevano chiesto aiuto a Passerino Bonaccolsi, Cangrande della Scala ed allo stesso Visconti.

Impazienti di vendicare la disfatta subìta ad Altopascio, il 15 novembre i Bolognesi attaccarono i Ghibellini a Monteveglio subendo una pesante disfatta: l’astro del Capitano rifulse di nuiova luce.

Intanto, da quando nell'ottobre del 1323 Giovanni XXII aveva intimato a Ludovico il Bavaro di deporre il titolo e la corona, i rapporti tra Papa ed Impero si erano interrotti.

A Norimberga il Sovrano aveva respinto con fermezza tutte le accuse accusando, anzi, il Papa di eresia; si era appellato al giudizio di un Concilio; aveva diffuso in tutta la Germania un manifesto in cui dichiarava che, pur rispettando la Chiesa, non avrebbe mai tollerato affronti ai diritti ed all’onore dell'Impero.

Infuriato, il Primate romano nel marzo del 1324 lo aveva scomunicato ed aveva sciolto i sudditi dal giuramento di fedeltà e obbedienza; poi, in luglio, scaduto il termine di tre mesi concessogli per discolparsi, lo aveva dichiarato decaduto dal trono.

Il conflitto Chiesa/Impero si era esasperato, ma Ludovico godeva dell'appoggio dei Principi tedeschi e dell’Ordine dei Minoriti, già dichiarato eretico dalla Curia romana.

Campo di lotta fu l'Italia, ove gli interessi papali ed imperiali erano rispettivamente difesi dai Guelfi e dai  Ghibellini: nel febbraio del 1327, Ludovico venne in Italia per essere incoronato Imperatore a Roma.

Tenne Dieta a Trento, alla presenza dei referenti dell’ala filoimperiale italiana: in quella sede, Marco ed Azzo Visconti, Cangrande della Scala, Passerino Bonaccolsi, Obizzo d'Este, il Vescovo scomunicato di Arezzo Guido Tarlati e Delegati di Federico di Sicilia e dei Pisani s’impegnarono a finanziargli la spedizione con centocinquantamila fiorini. 

Il 16 maggio l’Imperatore entrò in Milano; nominò Vicario l’ambiguo Galeazzo Visconti e, il 31 successivo a Sant'Ambrogio, dalle mani dei Vescovi Guido Tarlati di Arezzo, Federico dei Maggi di Brescia ed Arrigo di Trento, tutti scomunicati, ricevette la corona ferrea. Il 6 luglio, però, adducendo a pretesto la mancata corresponsione della cifra pattuita, fece arrestare Galeazzo, Azzo, Luchino e Giovanni Visconti e ne sostituì la Signoria con un Consiglio di ventiquattro membri presieduti dal tedesco Guglielmo di Monforte. Il disorientamento dei Ghibellini, però, lo costrinse a convocare una Dieta di chiarimento nel bresciano ove, prima di muovere verso Sud, documentò la  complicità di Galeazzo con la Curia avignonese.

Il 23 agosto del 1327 oltrepassò il Po e il 1° settembre a Pontremoli incontrò Castruccio Castracani,  col quale si recò in una Pisa ostile ed in fermento:  una delegazione popolare, per gratitudine al Papa che l’aveva sostenuta nelle trattative di pace con i Fiorentini e con l’aragonese Alfonso, invitò l’Imperatore a restar fuori dalla città.

I messi furono arrestati ed il Vescovo Tarlati, che pure aveva garantito per la loro sicurezza, indignato abbandonò il campo. Occorse un mese perché forte del contributo di Castracani, la città capitolasse: il 10 ottobre il Sovrano confermò all’uno la Signoria di Duca di Lucca, Pistoia, Volterra e Lunigiana e impose all’altra l’oneroso tributo di centocinquantamila fiorini.

In quello stesso anno, Ludovico fu colpito assieme a Castruccio da ulteriore anatema per la comune e manifesta avversione al potere temporale amministrato dalla Chiesa; tuttavia, il provvedimento non appannò il prestigio dell’irriducibile Ghibellino toscano che, nel 1328, scortò il suo Imperatore in una Roma dilaniata dagli scontri fra le fazioni dei Savelli e degli Orsini e dalle discutibili imprese di Stefano e Sciarra Colonna, l’uno schierato col Papa e Roberto d'Angiò; l’altro con l’Impero.

Il 2 gennaio il convoglio imperiale fu ricevuto a Viterbo da una delegazione capitolina guidata da Silvestro de' Gatti.

Il 7 successivo, scortato dai Capitani del Popolo e dall’Aristocrazia, il Sovrano tedesco entrò nell’ Urbe interdetta e, il 17, a san Pietro fu consacrato Imperatore dai Vescovi scomunicati di Venezia e di Aleria Giacomo Alberti e Gerardo Orlandini, alla presenza dei Capitani del Popolo, del Governo e delle Baronie: Sciarra gli pose sul capo la corona; Castruccio gli fissò la spada sul fianco. I festeggiamenti, però, furono interrotti il 28 gennaio: a margine della nomina a Vicario per I'Italia, dell’ottenimento della dignità senatoria e del riconoscimento dei diritti ereditari ai figli e mentre si spegneva Galeazzo Visconti, che era stato rimesso in libertà con i parenti proprio per le pressioni esercitate dal Castracani, Pistoia cadeva nelle mani di Filippo da Sanguineto, Luogotenente di Carlo di Calabria.

Il ritorno a marce forzate in Toscana; l’assedio e la capitolazione della città il 3 agosto e l’assunzione della Signoria di Pisa fecero da cornice all’ultimo trionfo del celebre Capitano: nella fortezza di Augusta, ove stava elaborando la strategia di scontro con Firenze, egli si spense forse aggredito da febbri malariche; più verosimilmente, avvelenato.

Era il 3 settembre del 1328.

Con lui scompariva il più autorevole e popolare personaggio della storia italiana del XIV secolo. Le sue leggendarie gesta ispirarono l’ideale del Principe forte e virtuoso di Niccolò Machiavelli, autore di una biografia romanzata, pubblicata nel 1520: La vita di Castruccio Castracani.

Ma le sue imprese furono trattate anche nella Nuova Cronica di Giovanni Villani e in un profilo elaborato da Castruccio di Tegrimi.

Nel giro di tre soli lustri, egli era stato incontrastato Signore della Repubblica di Lucca e referente della Toscana ghibellina, dotandosi di enorme potere; unificando la Lunigiana; lasciando ricche testimonianze della sua attività politica ed urbanistica; elevando fortificazioni e castelli che sfidano ancora il tempo: la torre di Pedona, costruita nel 1324 ed utilizzata fino al XVII secolo come punto di avvistamento; il palazzo residenziale di Monteggiori; la fortezza lucchese di Augusta, eretta nel 1322 e difesa da ventinove torri e quattro porte d’accesso, con un lato saldato alle mura urbane; la ristrutturazione del borgo di Pietrasanta effettuata tra il 1316 e 1328 e le possenti mura collegate alla Rocca di Sala intorno alla città, con l’edificio detto Arrighina in omaggio al figlio Arrigo; il Ponte delle Catene e il Ponte a Serraglio del 1317; il fortilizio di Castelnuovo Garfagnana; la roccaforte di Carmignano a Prato; il fortino di Serravalle Pistoiese; le opere di difesa approntate nel 1325, durante l'assedio di Pistoia; il lavoro di consolidamento della costruzione Sarzanello e, nel 1324, il rafforzamento di Firmafede.

La memoria dell’irriducibile Capitano resta ancora ben viva sul territorio e vigila sull’amaro segreto di un probabile assassinio risultato fatale alle sorti politiche anche di Ludovico il Bavaro.

Bibliografia:

P. Giudici: Storia d'Italia
C. Grimberg: Storia Universale

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

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