ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

Cola di Rienzo

di Ornella Mariani
Monumento ottocentesco a Cola di Rienzo ai piedi del Campidoglio

Dopo il brevissimo pontificato di Benedetto XI, succeduto a Bonifacio VIII, il Conclave elesse Clemente V, al secolo l'Arcivescovo di Bordeaux Bertrand de Got che nel 1305 trasferì la Curia pontificia ad Avignone.  Durante il periodo della cattività conclusasi nel 1377 con Gregorio XI, Roma decadde; subì un notevole decremento demografico; fu agitata da sanguinose lotte fra famiglie patrizie locali.

In quel vacillante contesto politico, fra luci ed ombre si fece strada Nicola Di Rienzo, detto Cola, nato all’inizio del 1313  nel Rione Regola, sulla sponda sinistra del Tevere, dalla lavandaia Maddalena e dall’oste Lorenzo Gabrini. Morta la madre, a sette anni egli era stato trasferito ad Anagni ed alloggiato presso parenti contadini che gli avevano consentito di applicarsi da autodidatta negli studi di Lettere e Latino finché, verso i vent’anni, deceduto anche il padre, era tornato a Roma ove aveva acquisito una solida conoscenza anche di Diritto Canonico e Storia della Roma antica, formandosi ai classici di Virgilio, Tito Livio, Seneca, Cicerone, Severino Boezio e Agostino d’Ippona.

Stipulando la vendita dell’osteria paterna, Cola conobbe il Notaio Francesco Mancini che, impressionato dalla sua raffinata eloquenza, lo incoraggiò a completare l’istruzione giuridica; lo sollecitò ad intraprendere la professione notarile; gli consentì di svolgere presso di lui il tirocinio e, verosimilmente, gli diede sposa una figlia. Ma l’attenzione dell’ ambizioso giovane era già tesa all’impegno politico motivato dall’aspirazione a sottrarre la sua città dalla rovina.

In quel periodo Roma, dominata da un banditismo sanguinario ed impunito; angustiata dalla voragine del disavanzo economico; defraudata dei proventi dei traffici religiosi; strozzata dalle rivalità egemoni dei Nobili Orsini, Colonna, Caetani, Frangipane, Annibaldi e Savelli che l’avevano resa teatro di impossibili soverchierie in danno d’una plebe vessata da una sempre più onerosa ed emarginante oppressione fiscale; guidata da Senatori politicamente impotenti e dotata di una popolazione oscillante solo fra le ventimila e le trentamila unità, era divisa in tredici Rioni: Monti, Trevi, Colonna, Campo Marzio, Ponte, Parione, Regola, sant’Eustachio, Pigna, Campitelli, sant’Angelo, Ripa, Trastevere.

Cola saldò la sofferenza della sede natìa a quelle sue aspirazioni prodromiche dell’Umanesimo, alimentate dall’ avversione contro l’Aristocrazia avida e brutale quanto l’antico Patriziato feudale e dalla suggestiva convinzione di poterle restituire il primato sull’Italia e sugli Italiani.

Nel maggio del 1342 era asceso al soglio pietrino Clemente VI, al secolo Pierre de Beaufort. Il vacillante Comune aveva mandato ad Avignone un’ambasceria capeggiata dal Senatore Stefano Colonna, in rappresentanza del Popolo: al Concistoro del 27 gennaio dell’anno successivo, essa chiese al Papa di rientrare a Roma; di indire il Giubileo per il 1350; di assumere la potestà vitalizia sulla città.

Il Primate accolse le richieste, ma rinviò sine die il suo ritorno.

A fronte del sostanziale insuccesso di quella missione, i tredici Boni Vires del Governo Popolare incaricarono una seconda delegazione, questa volta condotta dal carismatico notaio Cola di Rienzo: nel gennaio del 1343 egli riformulò le precedenti istanze e rappresentò crudamente al Pontefice il disagio di una Roma insanguinata dalle scorrerie dei Nobili e ne scosse la sensibilità proprio mentre i Senatori Matteo Orsini e Paolo Conti gli intentavano un processo  il cui esito fu condizionato dalla nomina a Notaio della Camara Capitolina, conferitogli da Clemente VI e ratificato il 13 aprile del 1344.

Cola tornò a Roma con la qualifica di Familiare della Corte pontificia e il 15 luglio fece il suo ingresso solenne nell' Assectamentum, ove arringò il Popolo aizzandolo contro gli Aristocratici e ricevendosi percosse ed ingiurie da Andreozzo de’ Normanni e da Tommaso Fortifiocca. Tutt’altro che intimidito, egli varò il suo programma politico e diffuse quei suoi convincimenti miranti a risvegliare la memoria della sovranità anticamente esercitata dal Popolo. Non a caso, nel 1345, infiammò le masse con un vibrante comizio sull’esigenza di riportare Roma ai suoi fasti, dopo aver esposto nella piazza del Mercato il suo primo manifesto: in forma pittorica, accusava della drammatica situazione locale ed italiana una Nobiltà prevaricatrice; Funzionari malversatori ed Amministratori corrotti.

Il successo riscosso lo indusse ad un secondo manifesto pubblicato nel 1346 sulla facciata di Sant'Angelo in Pescheria: vi si rappresentava Roma salvata da un Angelo! Il 14 febbraio del 1347, infine, fece affiggere il terzo manifesto avanti alla chiesa di S. Giorgio in Velabro: ancora più esplicitamente, vi annunciava la liberazione della città.

Confortato da un imponente consenso, nel maggio di quell’anno riunì segretamente presso Sant'Alessio, sull'Aventino, membri della Borghesia mercantile ed artigiana e gli presentò il suo piano di bonifica economica. A parte i quattromila fiorini inviatigli dal Papa, egli prevedeva di incamerarne circa quattrocentomila attraverso il monopolio del sale, il transito dai porti e dalle rocche, il passaggio delle bestie, le sanzioni pecuniarie. Il 19 di quello stesso mese, profittando dell’ assenza del Colonna, infine, con un colpo di mano tenne una riunione del Popolo in sant'Angelo in Pescheria e il 20, a conferma dell’approvazione dell’Autorità Ecclesiale all’iniziativa di assumere il potere su Roma, si recò in Campidoglio con un gruppo di fedelissimi sostenitori e col Vicario papale Raymond de Chameyrac Vescovo d'Orvieto: assunto l’enfatico titolo di Nicolaus severus et Clemens, libertatis, pacis, iustitiaquae tribunus et Sacrae Romanae Reipublicae liberator, istituì un governo repubblicano; abbattè l’Aristocrazia; aizzò la plebe alla ribellione; prese col titolo di Tribuno la Signoria locale condivisa col Prelato; ottenne dalla Corte avignonese anche il titolo di Rettore. Col favore del Papa e dei Comuni del Lazio, dell’Umbria e della Toscana, Cola intraprese la sua attività di governo manifestando tendenze democratiche; diminuendo le tasse; rafforzando l’ordine pubblico; consolidando la macchina giudiziaria attraverso una Giustizia immune a distinzioni di casta: non a caso ordinò l’esemplare decapitazione di un cistercense e di un membro della famiglia Annibaldi ed irrogò l’impiccagione a Martino Stefaneschi, Signore di Porto e nipote di due Cardinali.

Un fremito di fiducioso entusiasmo pervase i Romani: finalmente una legge uguale per tutti, a premessa di un’era foriera di pace e benessere in grado di riconsegnare l’Urbe alla sua dignità grazie all’alfiere della rinascita culturale ed economica al quale giunsero le lodi anche di Francesco Petrarca.

Dopo aver spiegato in Campidoglio d’aver preso il potere per solo amore del Papa e del Popolo, emanò i primi provvedimenti stabilendo la pena di morte per il reato di omicidio; fissando a quindici giorni la durata dei processi; proibendo l'abbattimento di case; istituendo la milizia cittadina; erogando fondi per vedove ed orfani; introducendo un servizio di guardia costiera; revocando ai Baroni il monopolio del sale; avocando alla sua autorità il controllo delle fortezze, delle strade e dei porti; revocando ai privati il diritto a disporre di fortezze; finanziando i monasteri; creando riserve di grano contro la carestia; concedendo indennità per i familiari dei militari caduti in guerra; esigendo la restituzione allo Stato delle terre usurpate e la pena del taglione per i falsi accusatori. A margine di quella incruenta rivoluzione, convocò l’Aristocrazia e la costrinse a giurare fedeltà al Popolo di Roma.

Il passo successivo stette nella comunicazione del nuovo corso politico al Pontefice, all'Imperatore e ai rappresentanti degli Stati italiani: Cola, simbolo di rinnovata moralità sociale, nell’intento di assoggettare tutta la penisola, li invitò ad un Sinodo fissato a 29 giugno. Tre giorni prima, Clemente VI ratificò la svolta consentendogli di adottare ulteriori provvedimenti: allestimento organico della Milizia; riorganizzazione amministrativa; aggiornamento degli Statuti corporativi; estensione dell’obbligo fiscale a tutti i cittadini, senza distinzione di censo; risanamento dell’assetto finanziario attraverso la riscossione diretta di pedaggi, diritti di pascolo e altre imposte; obbligo ai Rioni di fornire cento fanti e trenta Cavalieri ciascuno.

Com’era prevedibile, defraudata delle sue prerogative l’Aristocrazia organizzò una compatta opposizione e, mentre le Repubbliche appoggiarono le nuove proposte inviando deputazioni ufficiali a Roma: la Milano viscontea, Firenze, Siena, Lucca, Arezzo, Todi, Terni, Spoleto, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri, Pistoia, Foligno, Assisi, i regimi assoluti presero le distanze: Taddeo dei Pepoli di Bologna; Obizio di Ferrara; il veronese Mastino della Scala; il mantovano Filippo Gonzaga; il padovano Jacopo II da Carrara; Francesco degli Ordelaffi di Forlì; i riminesi Malatesta.

La programmata assemblea slittò al 1° agosto del 1347 e si tene alla presenza di molte ambascerie: Cola vi fu investito Cavaliere e dette lettura di un proclama col quale sanciva la rivendicazione della potestà del Popolo; la dichiarazione di cittadinanza romana di tutte le Genti italiane; il diritto alla elezione imperiale. Alla fine, convocò una seduta generale per il giorno di Pentecoste del 1348 invitandovi i due candidati al trono dell’Impero Ludovico il Bavaro e Carlo IV di Boemia.

Il panorama politico internazionale di quella stagione, era assai confuso: il 17 gennaio del 1328 Ludovico era stato incoronato contro la volontà di Giovanni XXII che lo aveva scomunicato. Da allora le relazioni fra Curia imperiale e Curia Pontificia erano state assai tese. Nel 1346 il Papa aveva favorito l’ascesa di Carlo IV detto  Rex clericorum per la sua subordinazione alla Chiesa. Lo scisma politico dominava la scena e nel 1343 la morte di Roberto d'Angiò il Saggio, Sovrano di Napoli già referente della Chiesa per le vicende romane, aveva aggrovigliato il panorama internazionale aprendo una delicata crisi dinastica conclusa con l’intronizzazione di Giovanna I. Costei, sposa di Andrea d'Ungheria assassinato il 18 settembre del 1345, era stata ritenuta coinvolta nella congiura e, nella primavera del 1347 il fratello della vittima, Luigi I il Grande Re d'Ungheria, era venuto in Italia per vendicare quel delitto e per recuperare il Regno partenopeo. Entrambi i cognati avevano chiesto appoggio a Cola  ma poi, a fronte dell’avanzata magiara, la Sovrana era fuggita ad Avignone ov’era stata processata per uxoricidio. Il 12 giugno, a fronte della cessione al Papa del territorio avignonese, feudo di sua proprietà, per l’irrisoria cifra di ottantamila fiorini, il Collegio Giudicante aveva emesso un verdetto assolutorio restituendola nella legittimità dignità del trono. Restava il nodo del trono dell’Impero: il Papa si era risentito per l’enfatico invito rivolto ai due competitori da Cola che, imperterrito, convocò per il 2 agosto successivo le Delegazioni delle città italiane: se Firenze e Todi si riservarono prudentemente di riconoscere la sua potestà, dopo aver accettato anelli in segno di pace Perugia ricevette il vessillo di Costantino in segno di amore e di fraternità; Firenze il vessillo con la figura di Roma, a rappresentazione della fede cristiana e dell'Italia; Todi il vessillo con l'arma tribunizia, la lupa, Romolo e Remo; Siena il vessillo della libertà.

Cola di Rienzo sembrava deciso a procedere in totale autonomia: il 15 agosto del 1347 il Priore di santa Maria Maggiore; il Priore della chiesa lateranense; il Priore di santo Spirito in Sassia; il Decano di san Paolo; l'Abate di san Lorenzo fuori le mura, alla presenza del Vicario di Ostia e dell'Arcivescovo di Napoli lo incoronarono Tribuno del Popolo.

La situazione romana era sfuggita di mano al Pontefice: sempre più allarmata dal pericoloso e montante consenso di cui Cola godeva, il 17 successivo la Curia avignonese annunciò l'arrivo del Vescovo di Verona Matteo: il plenipotenziario avrebbe dovuto rassicurare l’infuriato Clemente IV che, il 21 agosto, inoltrò un pressante e concitato messaggio anche al Nunzio a Napoli Bertrand de Deaulx perché adottasse tempestivi ed efficaci provvedimenti. L’ulteriore sollecito del 19 settembre non scompose Cola che, ignaro o sprezzante dello stato d’animo del Primate romano, convocò i Nobili per il 15 settembre in Campidoglio. Stefano Colonna il vecchio; i Senatori Pietro Agabito, signore di Gennazzano e Lubertiello, figlio del Conte Bertoldo; Giovanni Colonna; Giordano degli Orsini del Monte; Rinaldo degli Orsini di Marino; Orso di Vicovaro degli Orsini; Cola Orsino, signore del Castello di Sant'Angelo si presentarono; si negarono, invece, Luca Savelli e Stefano Colonna il giovane.

Furono tutti arrestati ma, appena dopo l’allestimento di quanto necessario alla loro esecuzione, il Tribuno cambiò idea e ne dispose il rilascio con profondo sconcerto del Petrarca: quell’occasione, per qualche ragione perduta, di affrancare Roma dalle soverchierie aristocratiche fu premessa al declino di Cola. Appena liberi, i Notabili si dettero a cospirare contro la Repubblica.

Il 7 ottobre del 1347, posto il Patrimonio di san Pietro in Tuscia al diretto controllo del nipote Guiscardo de Comborsi, congruamente finanziato per reclutare milizie, Clemente VI protestò per quegli arresti con una missiva indirizzata ai Boni Vires e a Bertrand de Deaulx, invitandolo a privare del potere l’Apostolo del Popolo; il successivo 10, parallelamente alla morte di Ludovico il Bavaro, lo fece oggetto di un duro ultimatum: se avesse accettato di revocare tutti gli atti contrari alla volontà della Chiesa, avrebbe conservato la carica di Rettore; diversamente sarebbe stato rimosso, scomunicato ed incriminato per eresia.

Bertrand de Deaulx indugiò: fra il 15 ed il 17 dello stesso ottobre, sempre più agitato il Papa scrisse ancora due volte. Finalmente il Cardinale si recò a Roma: benchè impegnato nell’assedio di Marino, Cola lo raggiunse immediatamente presentandosi armato fino ai denti. L’incontro manifestò toni duri ed aspri da entrambe le parti; pertanto, il 12 novembre Clemente VI dispose l’impegno armato di Guiscardo e sospese le attese celebrazioni del Giubileo.

La sicurezza di Cola vacillò: privo dei mezzi necessari per pagare i mercenari reclutati, rischiava di perdere il consenso popolare per la sospensione giubileare con grave pregiudizio della già traballante situazione economica cittadina. Di quella che sembrò una fase di debolezza, profittarono i Colonna, radunando la Nobiltà a Palestrina in un singolare sodalizio con gli Orsini di Marino. I loro eserciti si posero minacciosamente fuori porta san Lorenzo già il 20 novembre ma, varcate le mura, Giovanni Colonna ed il padre Stefano furono assassinati: l’ingloriosa ritirata rivelò la tenuta del Tribuno. E tuttavia, benché vincitore, egli fu travolto poiché, carente di risorse ed esigente un esercito personale, imponendo tasse straordinarie aggravate dall’aumento del costo del grano, fu causa della rivolta del Popolo.

Partito da Avignone per sostenerlo ed informato degli ultimi eventi, Francesco Petrarca rinunciò; l’Imperatore era deceduto; Luigi d'Ungheria era impegnato in Abruzzo; la gente era in fermento.

Cola era solo.

Il 1°dicembre Clemente VI sollecitò gli Orsini a continuare la lotta; invitò il Popolo romano e le città di Firenze, Perugia, Siena, Narni, Pisa, Viterbo, Gubbio, Arezzo, Spoleto, Rieti, Foligno, Orvieto e Pistoia ad abbandonare la causa del Di Rienzo; infine, alleatosi con Luca Savelli, Sciarra Colonna ed il Conte di Fondi, chiese a Carlo IV di diffidare Luigi d'Ungheria dal prestargli ogni eventuale sostegno.

Nel tentativo di salvare il regime, il 7 Cola rinnovò il Consiglio del Popolo ma in una manciata di ore fu costretto a scioglierlo: era giunto a Roma il Patrizio napoletano Giovanni II che, per conto del Sovrano ungherese, voleva reclutare milizie utili all’invasione del Regno delle Due Sicilie. I Colonna e i Savelli, con i fondi resi disponibili dal Legato papale, lo assoldarono per una insurrezione e furono alzate barricate fino alle porte del Campidoglio.

Preoccupatissimo il Tribuno fece suonare le campane di sant’Angelo in Pescheria.

Nessuno accorse in suo aiuto. Così, dopo giorni di incertezze, il 15 dicembre si rifugiò in Castel sant’Angelo mentre Bertoldo Orsini e Luca Savelli riprendevano il potere ed il Cardinale Bertrand de Deaulx rientrava in città. Condannato all’esilio, dopo aver invano affisso il suo ultimo allegorico manifesto avanti a santa Maria Maddalena di Castello, Cola di Rienzo scelse l’ignominiosa via della fuga. Dichiarando Roma rimessa in possesso della sua giurisdizione su tutto il mondo; convocando i Principi al suo cospetto, fra fasti e mondanità che avevano indebolito la sua credibilità; assumendo atteggiamenti stravaganti ed esaltati, era scivolato nella deriva del dispotismo ed aveva tradito quelle istanze sociali che pure s’era impegnato a tutelare: alterigia ed inasprimento fiscale avevano radicato quel diffuso malessere del quale profittò la Nobiltà aizzando le masse alla ribellione.

Nel gennaio del 1348, a supporto della scomunica fu formulata l’accusa di eresia malgrado la qualifica di Candidatus Spiritus Sancti! e il 7 maggio il notaio Francesco Orsini giunse a Roma con un ordine di arresto firmato dal Papa. Parallelamente, a fronte del contagio di peste, Luigi d’Ungheria lasciava Napoli.

Privo di ogni protezione, il Tribuno riparò fra le montagne dell'Abruzzo presso una Comunità di Francescani eretici della Maiella subendovi le suggestioni delle visioni gioachimite dell’asceta Angelo di Lupara. Il 17 novembre dello stesso anno, Clemente VI sostituì  Bertrand de Deaulx col Cardinale Annibaldo di Ceccano, Vescovo di Tuscolo al quale rivolse l’invito a catturare il figlio della nequizia e i suoi complici, reiterando la disposizione il 6 giugno del 1349.

Ma fra marzo ed aprile del 1350, egli si mise in marcia verso la Boemia per incontrare l'imperatore Carlo IV, figlio di Giovanni Re di Boemia e nipote di Enrico VII del quale millantava di essere figlio naturale: quando gli chiese l’appoggio per tornare a Roma come suo Vicario, fu ritenuto esaltato ed apostata e, come tale, arrestato. Nel febbraio 1352 Clemente VI chiese ai Vescovi di Germania e di Boemia di giudicarlo, malgrado le condanne già comminate dai Cardinali Bertrand ed Annibaldo: in luglio, il nuovo processo.

A quattro mesi dalla data in cui il Collegio Giudicante aveva aperto il processo, Clemente VI si spense.  

Il nuovo Papa, Étienne Aubert, ovvero Innocenzo VI, intervenne sui Giurati: Cola fu liberato il 13 settembre del 1352. Due giorni più tardi, il Primate scriveva ai Magistrati del Patrimonio di san Pietro che il diletto figlio nobile uomo Nicola di Lorenzo cavaliere romano era stato assolto ed era in procinto di rientrare a Roma; sollecitava la città di Perugia ad assisterlo; incaricava il Cardinale Egidio Alvaro Carrillo di Albornoz di sostenerlo nel ripristino dell'autorità pontificia; lo dotava di duecento fiorini d’oro, come appannaggio personale.

Una volta nell’Urbe, all’inizio del 1353 il Di Rienzo fu nominato Senatore dall’alto Prelato; guidò un contingente contro il Prefetto Giovanni di Vico; nell’aprile assaltò Tuscania; nel maggio assediò Viterbo; poi si recò a Perugia ove, incontrati Arimbaldo e Brettone, fratelli del Cavaliere degli Ospitalieri e Capitano di Ventura Moriale d'Albarno, ne ottenne un prestito di settemila fiorini in cambio di incarichi di prestigio nel governo di Roma. 

Alla fine di luglio, dopo lunghi anni di peregrinazioni, si presentò al Popolo che lo accolse festosamente.

Il 7 settembre il Papa gli ratificò il titolo senatorio e il 9 successivo ordinò all’Albornoz di confermargli a tempo indeterminato l’incarico: ma la sorte aveva già diversamente deciso. Quel suo ritrovare una Roma di nuovo sconvolta dall’anarchia dovette alterare il suo equilibrio poiché, lungi dal governare con saggezza, egli instaurò una dura tirannide; impose onerose gabelle sulle derrate, sul sale e sul vino; attaccò Palestrina, sostenitrice dei Colonna così prestando il fianco all’inasprimento dell’Aristocrazia che eccitò di nuovo la ribellione delle masse.

Il sogno era durato una manciata di settimane: all’alba dell'8 settembre, infatti, una rivolta esplose incontrollata e gente armata dei Rioni di sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi si radunò in Campidoglio urlando contro il Tribuno la cui guardia di scorta si dileguò. Forse, sottostimando l’evento, egli uscì sul balcone impugnando il gonfalone cittadino; ma non gli fu consentito di parlare e, quando travestito da popolano, provò ad uscire dal palazzo fu catturato ed impietosamente linciato.

Era l'ora terza di quel giorno, ovvero le nove del mattino. Il suo corpo, trascinato avanti alla chiesa di san Marcello, fu appeso per i piedi e il terzo giorno fu bruciato.

Tempestivamente il Papa ordinò all’Albornoz di concedere l'amnistia a quanti ad un qualche titolo fossero convolti nel delitto.

Per Cola di Rienzo, il percorso dalla gloria alla polvere s’era concluso: l’avventura del coltissimo, ambizioso e sfuggente Tribuno era terminata nel sangue ma, a distanza di circa sette secoli, la sua fisionomia è ancora vaga e controversa ed il ruolo che egli svolse nel contesto politico nazionale è ancora poco chiaro: un ingenuo populista; uno spregiudicato avventuriero o davvero il precursore dell'Unità d'Italia?

Bibliografia:

L. Gatto - Il Medioevo
G. D’Annunzio - La vita di Cola di Rienzo


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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)

© 2003-2007 Associazione Culturale Italia Medievale