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Costanza d'Altavilla
di Carmelo Currò
Enrico VI e Costanza, dal Liber ad honorem Augusti, Pietro da Eboli, 1196.

Costanza poteva sembrare destinata ad una vita quasi monacale di regina medievale: per secoli, dopo un'educazione religiosa e gli affanni della maternità, le sovrane rimaste vedove avevano preferito rinchiudersi in un monastero, seguendo dai loro sereni paradisi terrestri la grande politica che avevano già guardato in modo impalpabile nelle corti di cui erano state non poche volte pedine obbedienti e manovrate.
Per la madre di Federico II la vita politica non fu osservata da lontano. Pretendente al Trono di Sicilia, dovette guadagnarsi sul campo l'effettività della Corona dopo che l'ultimo sovrano normanno aveva deciso per lei il matrimonio imperiale, pur di assicurarsi la benevola neutralità dei sovrani tedeschi, in vista di un'espansione territoriale verso l'Impero d'Oriente e le coste dell'Africa. Un'espansione, più volte tentata nei secoli successivi, e che per i predecessori di Costanza non ebbe continuità, dal momento che sia il Saladino sia l'imperatore bizantino riuscirono a rioccupare i territori d'Oriente brevemente conquistati dai Normanni o a respingere le loro spedizioni.
Il Regno di Sicilia, tuttavia, rimase legato a doppio filo all'Impero degli Hohenstaufen. Costanza, infatti, non era solo una principessa destinata da un matrimonio politico ad un re straniero. Ma per una serie di morti all'interno della sua famiglia, la figlia di Ruggero II si trovava ad essere l'erede al Trono, essendosi spento anche suo nipote Guglielmo II senza eredi diretti della Dinastia. Ma non si deve pensare che la sua successione sia stata considerata nel Regno con unanime consenso. In primo luogo, si deve ricordare come per i Normanni il sovrano, prima che divetare re di diritto divino, era stato considerato come il primus inter pares: scelto dai suoi antichi commilitoni (e spesso parenti), in virtù delle sue capacità e del suo valore.
Costanza poteva essere dunque una donna di grande intelligenza ma il suo matrimonio, per una casta di nobili i cui avi si erano conquistato il Regno con la forza e la volontà, appariva come un fatto fuori del comune. Un atto politico che avrebbe definitivamente introdotto nello Stato gli interessi di una Potenza straniera, i cui sovrani nutrivano sicurezza e decisione, ed erano abituati a tenere a bada il Papa e i principi tedeschi. Tutto sarebbe stato ben diverso, allora, da quanto avveniva sotto il Regno di Guglielmo il Buono, quando il disinteresse del re per gli affari pratici del governo, gli faceva in pratica delegare ogni attività all'aristocrazia isolana che gli era grata e riconoscente per poter mantenere un potere quasi illimitato.
Le classi dirigenti normanne dunque non avrebbero più potuto governare la Nazione con una larga discrezionalità e facendo coincidere i propri interessi con quelli dello Stato. E' chiaro perciò, che di fronte al pericolo di veder arrivare non solo un re straniero ma anche funzionari e militari estranei al loro Regno, avrebbero messo in atto una opposizione che non sarebbe stata solo politica. In breve, a contendere il Trono a Costanza, vennero proposti due temibili avversari: Ruggero conte di Andria, già ciambellano del defunto sovrano, e Tancredi conte di Lecce, figlio illegittimo di altro Ruggero, defunto fratello della stessa Costanza.
La pretesa di contrastare la legittima successione alla Corona di Sicilia, mentre poteva risultare ancora conforme alla mentalità normanna, urtava invece duramente con la nuova visione dottrinale che si stava facendo strada presso la Corte imperiale. L'idea dell'imperatore quale sovrano assoluto, re non proclamato ma nato e imposto alle Nazioni dalla Volontà divina, si era fatta strada nella genesi dottrinale di quegli anni; il sovrano veniva ormai considerato come un'entità sacra la cui esistenza non poteva giustificare o consentire alcuna contestazione o usurpazione. Questi ultimi fattori, guardati come elementi abituali sulla grande scacchiera della politica medievale, erano ora da considerarsi non solo atti illeciti nella visione della generale fedeltà al sovrano ma elementi inapplicabili e peccaminosi, la cui applicazione costituiva trasgressione alla legge degli uomini e dispregio per quella divina. Il Poema di Pietro da Eboli Carmen ad honorem Augusti è esemplificativo di questa mentalità, poiché mette sulla carta non solo i fatti storici che si svolsero all'epoca di Enrico VI; ma organizza dottrinariamente i punti di vista in auge presso gli ambienti della Corte imperiale, trasformando un'Opera storico-didascalica in manifesto di propaganda politica che diffonde la concezione divina di cui si ammanta il sovrano (1).
Nel terzo libro del Poema, evidente aggiunta ad un primitivo e più semplice progetto artistico, Pietro da Eboli mostra la figura dell'imperatore, spiega i suoi atti e descrive persino la sua dimora adoperando gli stessi toni aulici che un poeta latino avrebbe usato per gli elogi delle divinità pagane. L'età dell'oro in cui tutti gli animali pacificati bevono alla stessa fonte; una reggia che sembra essere il centro del Paradiso terrestre e dove si manifesta una regalità riconosciuta in tutto il mondo; la Sapienza che discende sulla terra per ispirare il Poeta e renderlo degno di cantare un così grande signore, costituiscono per lui i luoghi comuni del potere imperiale. I nomi stessi delle divinità vengono menzionati e profusi per lasciar rifulgere l'imperatore, quasi un precedente del Re Sole, circonfuso da emblemi pagani come uniche similitudini degne di tanta potenza.
Non userà più tardi lo stesso Federico II toni ancora più magniloquenti di quelli adoperati da Pietro, ricordando Costanza sua madre e la propria missione sulla terra? Parlando della città in cui era nato, egli si riferirà a Jesi come al luogo “dove la nostra divina madre ci diede alla luce, la nostra Betlemme”, e dirà poi che egli stesso è “la legge incarnata”, che il mondo vive del suo soffio e che il suo splendore illumina la Cristianità entro e fuori i limiti del tempo (2).
Dunque, Costanza è legittima erede del Regno di Sicilia e sta per entrare in quel mondo politicamente così diverso dal suo che è la grande Corte imperiale. Se l'Impero ha come guida un essere sacro, a Palermo la dottrina dello Stato procede da postulati ben diversi. E quindi, se le circostanze lo richiedono, l' eredità al Trono siciliano può essere contestata dagli eredi stessi di coloro che affidarono la Corona agli avi della regina, e concedere ora il potere a chi sembra rispondere alle esigenze del momento. Gli esponenti di questa concezione sono dunque i capi dell'aristocrazia normanna, un partito che si identifica anche con gli interessi “nazionali” del Regno e che guadagna terreno e arruola nuovi partigiani.
Salerno si dimostra presto centro vitale e punto di forza della contestazione e dell'insurrezione. Della città è arcivescovo Nicola d'Aiello (1182-1221), figlio del Matteo che aveva ricoperto l'incarico di vice-cancelliere del Regno e che era stato nominato “familiare perpetuo” (una sorta di gentiluomo della Real Camera) del defunto re Guglielmo (3). Pare anzi che proprio Matteo -il quale doveva conservare una notevole influenza negli affari del Regno- abbia avuto una parte notevole nella decisione della S.Sede di riconoscere Tancredi come re e a consentire alla sua incoronazione a Palermo nel 1190 (4). Una rete di rapporti stringeva dunque gli Aiello al Pontefice e al sovrano; e lo stesso Tancredi avrebbe poco dopo manifestato all'arcivescovo la sua riconoscenza per a fedeltà sempre dimostratagli, concedendogli tutti i diritti statali sulla “tenta e sulla celendra”, ossia sulla tintura e la preparazione dei tessuti. Non si deve credere che si tratti di un affare da poco. Anzi, questa attività da alcuni anni si andava espandendo lungo la valle dell'Irno, favorita dalla buona situazione metereologica e dal rafforzamento del Regno normanno, e si immaginava avrebbe apportato (come infatti fu) una notevole rendita finanziaria ai fortunati concessionari. In cambio, l'arcivescovo lasciava al re alcune rendite in danaro e vettovaglie vantate in città e nella diocesi: altre esigenze improrogabili alla vigilia di una guerra, visto che l'immediata disponibilità di danaro e rifornimenti avrebbe garantito supporto e sollievo alle truppe reali eventualmente mandate sul posto a combattere l'esercito di Enrico. Nel suo diploma, Tancredi parlava esplicitamente di Nicola come del dilecte fidelis noster , e come di un uomo che dimostrava di manifestare con ogni mezzo la propria devozione (5).
Tuttavia, nonostante una così stretta alleanza, la situazione a Salerno non dovette sembrare irrecuperabile per il partito imperiale. Nel corso della sua avanzata verso Sud che appare in un primo momento inarrestabile, l'imperatore Enrico VI e sua moglie Costanza si fermano all'assedio di Napoli. Qui vengono raggiunti da un'ambasceria salernitana, e l'imperatrice è invitata a soggiornare nella città che fu capitale dei suoi avi. In realtà non dovette trattarsi di un invito di cortesia. Lo stesso Poema di Pietro da Eboli, pur alleggerendo la narrazione dei fatti con la soavità dei versi, non manca di tratteggiare la situazione della città e delle aree vicine. Costanza infatti è espressamente chiamata perché “ rafforzi la dubbia fede della città”, così prossima a zone pericolose come Giffoni o Campagna, nascondiglio di banditi e avversari, che affliggono la fedele Eboli e possono costituire un indebolimento della presa militare alle spalle dell'esercito tedesco (6).
All'imperatore e ai suoi fedeli la prospettiva di avere un retroterra sicuro sembra necessaria. Del resto, chi potrebbe immaginare gesti ostili nei confronti della sovrana? Anzi, probabilmente la sua stessa presenza fra le mura urbane avrebbe garantito la sicurezza cittadina, grazie al prestigio di cui era ammantata. E a Salerno infatti l'imperatrice-regina fa presto il suo ingresso, circonfusa da un'aura regale, “ancora nel fiore del volto e dell'età”. Il popolo accorre, si organizza un gruppo di fanciulle ornate d'oro e con in mano bende quale segno di pace; al suo passaggio sopra un carro per il litorale, si spargono profumi e si dà fuoco ad essenze di fiori; e fra gli applausi della gente si grida: “Ecco il giorno della luce” (7).
Costanza fissa la sua residenza a Castel Terracena, l'antica sede dei principi che dista dalla fortezza sul monte “quanto può coprire una freccia” (8). Ma alla sovrana la situazione appare ben presto quale in effetti è. Gli ambasciatori hanno sottovalutato i rischi e le capacità degli avversari. L'imperatrice si accorge subito che intorno a lei la gente parla bisbigliando, e che forse nella sua stessa corte si raccolgono notizie sulle difficoltà e la consistenza dell'armata imperiale; forse queste informazioni vengono trasmesse agli avversari, e costoro, invece di farsi intimidire dalla presenza regale, comprendono la gravità dei problemi che deve affrontare il marito, e che quello è il momento preciso per intervenire. I nemici passano ai fatti, alcuni fra i più decisi salgono allora sul monte che sovrasta la città. Qui “si appresta una macchina da guerra, si combatte /da ambo le parti, gli scontri si susseguono con alterna vicenda. /Volan di qui dardi funesti, di lì pietre di fiume/ scagliano le fionde, il lancio dei sassi stanca le mani; /ora gli assalitori combattono confusi tra loro presso le mura/ e combattendo mescolano le armi, le mani e le urla” (9).
Per niente avvilita, Costanza si appresta a resistere all'attacco dei Salernitani, un attacco che si rinvigorisce anche grazie all'entusiasmo che desta nel partito “normanno” la notizia che l'imperatore si è gravemente ammalato mentre assedia Napoli e che poco dopo è costretto a partire alla volta della Germania. In breve, i primi agitatori riescono a coinvolgere tutta la città e inducono i cittadini a fare atto di ossequio al re Tancredi. I cospiratori dopo i primi assalti isolati convergono in massa nel luogo dove la regina si è richiusa, in quel castello urbano che sovrasta di poco il litorale marino e che si trova in un'area immediatamente fuori il più antico centro cittadino; un'area fortificata dove sorge anche l'antico monastero benedettino, difesa da un terrazzamento naturale che rendeva abbastanza sicura una parte del grande complesso. Qui la sovrana trova rifugio; e qui viene raggiunta dalla folla dei suoi avversari i quali non solo si lanciano all'attacco militare ma, approfittando dell'angustia del luogo, riescono a far udire a Costanza la loro voce e le loro pesantissime ingiurie. Le frasi gridate vero le mura sono forse più pericolose delle frecce: la presenza dell'imperatrice è un pericolo per la città, dicono i Salernitani, il vero re Tancredi si vendicherà per gli onori che ella ha preteso, e persino l'imperatore da lei così amato l'ha abbandonata nelle mani dei nemici.
“Come un confuso strepito di api rumoreggia in un fumoso antro, / così nuove voci risuonano nella città destinata all'abbandono./ Qui tre, lì sette, in dodici in altro luogo, o in quattro/ a parlare convengono di molte cose a bassa voce. / La perfida gente di Salerno spinta da malvagio consiglio/ con un crimine redime il peccato, con la frode l'inganno./ Pensano che un atto di ossequio ripari il tradimento fatto al re, / cercano di conciliarsi Tancredi./ E quando circondano l'immenso palazzo reale, / che dicono chiamarsi Terracena, / Che fai, o Costanza, gridano, soppesi la tua sorte? Fili? Che fai? Passi in rassegna le mansioni assegnate? / Lontano è Cesare. Noi e te, o misera, certamente ha ingannato! /Cesare che tanto ardentemente amavi, dì dove è andato? / Quell'eroe potente che tante volte vantavi con fauste parole, / rispondi, dove combatte, egli che ormai giace senza chioma? / Felice Partenope, la sola a non averti ricevuta! / Per causa tua rovinerà questa città, poiché s'è presa cura di te. / Ti abbandonò il tuo uomo. Non lui, ma l'apostolo ti mandò qui: / vittima sarai per noi e dolce ostaggio. / Lanciano contro la signora strali di furibonda lingua / e pietre insieme con molte minacce. / Ciò che può una fionda o una balestra o un arco, / tutto viene scagliato contro la regina! / E come strepita uno stormo di garrule cornacchie/ nel vedere un'aquila che crede uccello notturno/ con le unghie e col becco infuria e con le ali scuote l'aria, / e soffia come fa il fabbro coi mantici, / ne colpisce una, ne assale un'altra, e chi assale segue chi cade, / alterna i colpi come il maglio sul ferro ora da un lato ora dall'altro, / così gente destinata a servire infuria contro la potente signora” (10).
La situazione appare disperata e lo sdegno per il tradimento muove allo sconforto gli animi dei difensori. Ma l'imperatrice non esita ad entrare in scena in prima persona. Ella stessa si affaccia da una finestra mentre gli attaccanti cercano di risalire le scale che portano all'ingresso del castello. L'antica miniatura nel Codice elvetico del poema di Pietro da Eboli, abbastanza fedele alla situazione topografica del territorio perché descritta su suggerimento dello stesso Autore, mostra la sovrana affacciata, incurante del pericolo che poteva colpirla. Da un lato, per due volte le miniature mettono in evidenza un pozzo-cisterna che si trovava al lato della fortificazione, una struttura che oggi potrebbe essere rintracciata all'interno del cortile di un palazzo edificato di fronte all'attuale chiesa di S.Michele. Da un altro lato sono visibili sia la cattedrale che il castello di Arechi; più in alto, il castello. Si può supporre quindi, che la regina si sia affacciata da una finestra posto lungo una parete del castello che guardava alla spiagga, e di cui non restano oggi tracce evidenti, se non la conformazione del grande edificio che si trova in posizione parallela alla gradinata che attualmente costituisce il vicolo Castel Terracena; edificio che, dalla parte prospiciente la piazzetta inferiore, assume l'impianto simile a quello di una torre di sostegno (11).
E' di qui che Costanza cerca di parlare con i rivoltosi, di mostrare loro quante possibilità ancora abbia di risollevare -come in effetti fu- le sorti del suo Regno: le notizie che giungono sulla vita del marito e sulla sua disfatta militare, potrebbero non essere veritiere, essere state ingigantite dalla propaganda dei nemici e dello stesso arcivescovo della città; e lei stessa, ricorda, dispone di oro, soldati, e di tanti fedeli che in zone molto vicine a Salerno mettono a rischio la sicurezza sul campo dei seguaci di Tancredi. E per primi, aggiunge (ma forse è Pietro stesso che “estende ed allarga” il discorso della sovrana), poco lontano sapranno muoversi gli Ebolitani che attendono in armi di porsi al suo servizio.
“Allora un Teutonico risponde con le parole e le armi:/ pur essendo ospite in una terra straniera combatte da uomo fedele!/ ed ella costante, come costante era di nome,/ e poiché era la moglie del glorioso Cesare, / audacemente parla ai nemici dal'apertura di una finestra; / Ascoltate, dice, ciò che le mie parole vogliono dire. / Almeno mentre parlo tenete a freno le armi e le mani. / Poche parole dirò, e tuttavia di molta importanza./ O gente di grande fede, o gente egregia di provata saggezza,/ chi io sia, chi sia stata, voi ben sapete e perciò mi lamento, / Cesare è partito o è morto, come vi si dice; e perciò, / se a voi piace, andrò esule vedova del mio Cesare. / Rievocate alla mente la fede, trattenete il furore, / e non vi ingannino le lettere, le parole, le dicerie. / Non ogni volta che rintronano i tuoni fra le nubi del cielo / il dio colpisce lanciando il fulmine. / Se il presule scrisse, certamente credo, scrisse cose false. / Questi svolge opera di inganno e di astuzia propria del padre, / questi volge in delitti ogni genere di mali; / ciò che il padre vomita, il figlio ingurgita. / Fidatevi del pastore fuggitivo, che nato dall'idra / come un serpente mai può cambiare natura; / perciò è virtù talvolta non dare credito a ciò che si dice / e andare incontro alla morte in nome della lealtà. / Se è necessario combattere, io dispongo di soldati e di oro; / vi consiglio tuttavia di tornare ciascuno alla propria casa. / A Capua ho Corrado, in Rocca d'Arce Diopoldo; / il primo sarà a capo delle truppe, l'altro dei duchi. / Dario, come mi annuncia un messo, incendia le campagne / di Eboli, mentre il Teatino fa razzia di pecore. / Un popolo di specchiata lealtà pur i n mezzo alle armi attende / miei ordini, pronto spontaneamente a morire per me; / e, seppure da tanti nemici oppresso, non vuole / contro il mio volere tornare alla scelleraggine tancredina. / Seguite, o cittadini, l'esempio di questa gente, / apprendete quanta fedeltà ha il popolo di Eboli” (12) .
Ma anche il coraggioso gesto di Costanza è inutile, ed anzi l'assedio diventa ancora più stringente perché i Salernitani hanno compreso quale titolo di merito potranno arrogarsi presso il re di Palermo, una volta che l'imperatrice sarà stata fatta prigioniera. Allora, visto perduto ogni rimedio terreno, la sovrana si rinchiude nella sua stanza, spranga le finestre e col volto coperto di lacrime chiede aiuto a Dio e domanda vendetta su coloro che stanno per vincere la battaglia. Nelle parole che Pietro da Eboli pone sulle labbra della regina si può certo scorgere l'eco della propaganda imperiale, una volta che l'opinione pubblica sarà scossa, qualche anno dopo, da quella che effettivamente fu la terribile vendetta di Enrico VI. I Salernitani, sembra preannunciare Pietro nel suo Poema,nell'ora della giustizia non venivano mortalmente afflitti per un'invasione straniera e selvaggia; subivano invece la giusta punizione per aver turbato l'ordine politico predisposto dalla Volontà divina; e quindi il terribile sacco della città, la morte di tanti suoi cittadini, di cui certo si parlava ancora negli anni in cui si andava componendo il Carmen, altro non sarebbero stati che la conseguenza stessa per il sacrilego attentato commesso nei confronti di Costanza. Contro queste “mani spergiure”, contro i “violenti”, i “superbi”, gli “arroganti”, queste “facce da cani”, la regina, infatti, come “supplice serva” di Dio, nella penombra della sua stanza di assediata, invoca giustizia, “un duro castigo”: nel pianto chiede al Signore che “la tua ira vendichi i miei travagli”, prega che “un fuoco impetuoso divori i miei nemici”, “cadano le armi, distruggi gli archi, siano bruciate le balestre”, e infine gli domanda: “osserva, medita, scrivi, prendi nota”, perché un giorno con “l'esilio bolli costoro, il bando ne porti il nome, molti / di loro siano segnati dal disonore” (13). Le parole di Costanza fanno da annuncio della futura sorte di Salerno e dei suoi abitanti: morte, desolazione, esilio.
Finalmente, Costanza è pronta ad arrendersi. Le trattative sono molto rapide, condotte con Elia di Gesualdo, lontano parente dello stesso re Tancredi. La regina, in primo luogo, non vuole che ci siano nuove vittime in città, e decide di partire spontaneamente, con onore, alla volta della Sicilia. Come unica condizione, pone quella che i suoi soldati di scorta tedeschi possano lasciare incolumi la città. Poco dopo è pronta per essere condotta su una nave “con cento coppie di rematori”, che fa rotta verso Messina.
Ma che prodigio. Non parte una prigioniera, non lascia la città una misera sconfitta. Piuttosto, il corteo della sovrana sembra quello di una sposa. Tutti ricordavano ancora il matrimonio dell'imperatrice: quando nel 1186, sotto un padiglione innalzato in piazza dinanzi alla chiesa di S.Ambrogio a Milano, la giovane erede al Trono di Sicilia era andata sposa a Enrico, dopo essere giunta con un seguito di dame e cavalieri, e 150 cavalli carichi d'oro, argento, seta e pellicce. Ora Costanza lascia la città con volto sereno, aperta sfida ai cittadini che fanno festa per la sua prigionia. La sua veste è trapunta d'oro, indossa un mantello di stoffa preziosa, gioielli luccicanti, persino i capelli sono cosparsi di gemme e l'abito ricoperto di rose. Costanza s'imbarca come una dea, ed è questo di lei l'ultima immagine che si ricorderà a Salerno (14).
Giunta a Messina, l'imperatrice affrontò con lo stesso animo impavido l'incontro con Tancredi, rimproverandogli quella che lei riteneva un'usurpazione. Gentile, corretto ma già preoccupato per le sorti del suo Regno, Tancredi mandava l'imperatrice presso sua moglie a Palermo, ordinandole di ospitare Costanza senza mai perderla di vista, di farla mangiare insieme a lei e persino di farla dormire nella sua camera da letto.
Costanza rimarrà in Sicilia fino al 1192. All'inizio di quest'anno, preoccupato per le notizie sulle vittorie di Enrico VI in Germania e per il suo imminente ritorno in Italia, ed evidentemente con lo scopo di guadagnarsi credito presso un sovrano che si immaginava sarebbe stato vittorioso, Il Papa Celestino III si rivolgeva a Tancredi chiedendogli la libertà per l'imperatrice. Di fronte alla volontà del Pontefice, seppure a malincuore il re lascia libera la sua parente. Sarebbe passato solo pochissimo tempo ed Enrico VI, come già si temeva, riusciva a rientrare vittorioso in Italia. I suoi avversari in Germania erano definitivamente sconfitti : Enrico il Leone, Duca di Sassonia, che aveva a lungo capeggiato la rivolta contro l'imperatore, era stato privato di gran parte dei suoi stati; e suo cognato Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra, era preso prigioniero dall'imperatore nello stesso 1192 mentre rientrava dalla Crociata, per essere liberato nel 1194 dopo il pagamento di un favoloso riscatto di 100.000 sterline, pari a 36 tonnellate d'argento. A quest'epoca la regina si era già ricongiunta al marito, e questi , libero delle sue preoccupazioni tedesche, si sarebbe scagliato conto i nemici in Italia, deciso a recuperare definitivamente il Regno e a vendicarsi dei nemici.
Piombato su Salerno, si sa bene con quanta ferocia sia stata punita la città. Come aveva ricordato Pietro da Eboli descrivendo la preghiera che Costanza aveva rivolto a Dio per essere vendicata, gli abitanti vengono duramente puniti. I cittadini vengono trafitti in gran numero a fil di spada, le donne violentate, le case distrutte, i soldati entrarono persino nella cattedrale asportandone il tesoro. Molti furono i deportati in Germania, e tra questi lo stesso arcivescovo, uno tra i maggiori coinvolti nella rivolta di Tancredi, che la propaganda imperiale mostra come un prete bigamo, corrotto, preda di violenti istinti sessuali (15).
L'imperatore glorioso non poteva tuttavia trionfare senza problemi. La Sicilia, anche dopo la sconfitta di Tancredi, rimaneva un luogo insicuro, tanto che si parlò di farlo governare alla sola Costanza, con una larga autonomia all'interno dei grandi possedimenti dell'Impero. E le notizie di ricorrenti congiure misero in tale allarme il sovrano che questi non mancò ancora una volta di vendicarsi crudelmente, come quando ordinò di accecare tutti i Siciliani che si trovavano rinchiusi nelle prigioni in Germania (16). Nel 1197, tuttavia, il giovane Enrico VI moriva improvvisamente e la consorte lo seguiva solo l'anno appresso, dopo aver cercato invano di mitigare l'influenza tedesca nell'isola. Per dimostrare ancora una volta la sua volontà di pace nei confronti del Papa che si sentiva costantemente soffocare sotto l'accerchiamento della potenza germanica, ella lo nominava tutore del piccolo erede al Trono Federico II, sia pure con la sorveglianza di un consiglio di reggenza che avrebbe dovuto controllare che non venissero lesi i diritti del giovane principe.
Un principe-re che fin dalla più tenera età fu sottoposto ai pericoli più insidiosi, come la congiura di Markwaldo di Annweiller che in Sicilia cercò di impadronirsi del piccolo Federico, probabilmente per rendersi a sua volta tutore e padrone del Regno, e forse eliminarlo entro un breve periodo. Il giovane, secondo le parole di Maestro Francesco che in una lettera ricorda il giorno terribile in cui gli armati cercarono di rapire il sovrano dalla sua residenza, era però già consapevole dei rischi e delle sue prerogative. E Francesco nel descrivere l'avvenimento, menziona anche la nostra Costanza: “Quando, gli apparve ormai chiaro di essere nelle mani dei nemici, egli che era appena uscito da quella tenera età in cui non si ama che d'essere cullati dalle dolci canzoni della mamma, seppe difendere con ammirevole coraggio la propria dignità regale”, lottando corpo a corpo con i rapitori” (17).
Ancora poco sospettoso di quanto avrebbe dovuto lottare contro un ragazzo che presto si sarebbe dimostrato il suo più temibile avversario, il Pontefice Innocenzo III lo avrebbe sempre difeso, in quegli anni pericolosi, cercando di attrarre il re all'interno dell'orbita della Chiesa. Poco dopo, l'episodio, infatti, scriverà ricordando ancora una volta Costanza: “ A tutelate e difendere il regno di Sicilia e a proteggere e rinvigorire il carissimo Federico, nostro figlio in Cristo, siamo indotti principalmente da tre ragioni: la prima è quella generale che discende dalla nostra qualità di pastore e che ci impone di difendere i diritti di tutti e in special modo quelli dei nostri pupilli; la seconda deriva dal fatto che il regno di Sicilia, come si sa, appartiene per diritto e proprietà alla Chiesa romana; la terza è una ragione personale, perché l'imperatrice Costanza, di illustre memoria, lasciò a noi in testamento la tutela e il governo dello stesso regno e del re” (18).

Note
(1) Cf. C. CURRO', Presentazione storica in PIETRO DA EBOLI, De rebus siculis carmen ad honorem Augusti, a cura di M. Pastore, trad. di G. Manzione, Eboli 2010, p. 16.
(2) Cf. E.G.LEONARD, Gli Angioini di Napoli, Firenze 1967, p. 30.
(3) Cf. G.CRISCI, Il cammino della Chiesa salernitana nell'opera dei suoi vescovi , I, Marigliano 1976, p.262.
(4) Id. , p.264.
(5) Id. , pp.262-264.
(6) Cf. PIETRO DA EBOLI, De rebus siculis carmen ad honorem Augusti , cit. , II, vv.396-406.
(7) Id., vv.418 e ss.
(8) Id., v.410.
(9) Id. vv.442-447.
(10) Id., vv. 549-579.
(11) Cf. C. CURRO' - A. MANAGO', L'abbazia salernitana di S.Benedetto, in Visitiamo la Città, Salerno 2004, p. 279.
(12) Cf. PIETRO DA EBOLI, cit. , vv.581-616.
(13) Id. vv. 621-647.
(14) Cf. Storia d'Italia, IV, Torino 1965, p. 873; PIETRO DA EBOLI, cit., II, vv. 695 e ss.
(15) Id., vv. 965 e ss.
(16) Cf. Storia d'Italia, IV, Torino 1965, p. 882.
(17) Id., p. 891.
(18) Ibidem.

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Carmelo Currò

Giornalista, storico, ispettore onorario Ministero Beni Culturali






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