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I Della Scala
di Ornella Mariani
Lo stemma dei Della Scala

Forse discendenti dei nobili di Scalemburg o forse del costruttore di scale Jacopo Fico; titolari di feudi in Valpolicella; presenti sul territorio fin dall’XI secolo con Balduino, che vi rivestì un importante ruolo nel Comune, gli Scaligeri governarono Verona dal 1262 al 1387.

Grande rilievo assunse il ghibellino Federico, Podestà di Cerea, mandato al rogo nel 1257 per tradimento a favore di Azzo d’Este col fratello Bonifacio e col suocero Boninsegna de Chiavica, da Ezzelino III da Romano.

Fu, però, con Leonardino che le notizie riferite alla prestigiosa famiglia si fecero più precise.

Mastino I

Leonardino della Scala detto Mastino, nato a Verona in una data imprecisata e morto il 17 ottobre del 1277, alla morte del dispotico Ezzelino III occupò la Podesteria cittadina per le note doti di Uomo del Popolo, eletto dal Popolo, per il Popolo.

Podestà e Capitano della Casa dei Mercanti, non si definì mai Signore ma Protettore della città cui, contro la sanguinaria tirannide precedente, assicurò un clima di pace e prosperità aprendo le porte ai fuoriusciti, a partire dal Conte Loisio di Sambonifacio, e relazioni amichevoli con gli Estensi e la guelfa Mantova.

Fuit facta pax Comunis Civitatis Veronae.

Abile ed avveduto, per assicurarsi il potere assoluto e per far fronte ai bisogni dei ceti deboli, cercò l’appoggio di Mercanti e Clero: disponendo gli uni di forza numerica e ricchezza in beni di consumo; gli altri di forza spirituale, rendite e lasciti feudali; entrambi garantendogli quello stabile governo condiviso con i fratelli Alberto e Bocca.

Nel 1262, forte del sostegno delle Corporazioni di Arti e Mestieri e dei Feudatari e Magnati già esclusi dalla gestione ezzeliniana del Comune controllato dai Cives, Mastino cedette la Podesteria al veneziano Andrea Zeno e, tra il 1265 e il 1266, assunse il controllo di Trento e Vicenza mirando a superare quei confini resi invalicabili a Nord dal granitico fronte del Feudalesimo tedesco e ad Est dalla compattezza del libero Comune padovano. Orientatosi, pertanto, verso Ovest, inviò rinforzi in Lombardia a Buoso da Dovara in guerra contro Cremona e attese l’imminente arrivo in Italia dell’ultimo rampollo della dinastia sveva Corrado V. Il 21 ottobre del 1267 lo accolse con grande solennità, ospitandolo per tre mesi con i Legati di città venete, lombarde, toscane e siciliane e parallelamente dirigendo i Canonici della cattedrale verso la designazione del figlio naturale Guido al ruolo di Rettore della chiesa di san Tomio.

Se ne risentì Clemente IV che, il 18 novembre gli impose una cospicua ammenda e lo scomunicò col Principe tedesco ed i suoi partigiani minacciando di anatema l’intera Verona.

Sprezzante del provvedimento e supportato dai Francescani e dagli altri Ordini religiosi locali, lo Scaligero scortò lo Staufen a Pavia e ne assunse la Podesteria ma, nel perdurare della sua assenza, il Conte Ludovico di Sambonifacio e Pulcinella delle Carceri assalirono i suoi presìdi di Legnago e Villafranca e colpirono a morte Bocca.

Soffocata la rivolta; riguadagnato il controllo dell’area; avviati negoziati di pace con Mantova, Mastino si dette alla cura della sua città, dotandola di palazzi e castelli; sviluppandone l’economia e rendendola centro di cultura attraverso l’ospitalità fornita ai maggiori Intellettuali ed Artisti del tempo. Dopo la drammatica eliminazione di Corrado e della dinastia staufica, un’Ambasceria di Rodolfo d’Asburgo gli consegnò le insegne del nuovo Imperatore, per il tradizionale atto di omaggio del Comune e del Popolo. La circostanza inasprì ulteriormente i rapporti con Nicolò IV, già risentito dal passaggio di Guido alla cattedra episcopale e dall’ insediamento, nella limitrofa Sirmione, d’una folta comunità di Catari e Patarini il cui Pastore Lorenzo, appoggiato dal Primate albigese di Tolosa Bernardo di Oliba, grande peso esercitava sulla politica locale.

A fronte delle pressioni esercitate dal Tribunale dell’Inquisizione, Mastino assediò ed espugnò la cittadella lacustre e, con sollievo della Chiesa, arrestò gli Eretici senza comunque arrecare  nocumento alla loro incolumità e dignità ed ottenne la revoca della scomunica.

In quel periodo, i centri padani guelfi manifestavano la loro opposizione alla Signoria di Carlo I d’Angiò: assicurata nel 1274 la sua fedeltà ad Alfonso X di Castiglia e ligio alle prescrizioni di Gregorio X, che incassò l’Esarcato di Ravenna, il Ducato di Spoleto ed il dominio del Regno di Sicilia, ancora una volta lo Scaligero confermò la sovranità veronese a Rodolfo d’Asburgo.

Nel 1277, conferì al germano Alberto il titolo di Rettore dei Gastaldioni dei Mestieri e di tutto il Popolo consolidando l’economia locale con la libertà di traffici concessa dalla Serenissima nelle acque dell’Adige. Tuttavia, proprio durante quel lungo periodo di pace, il 26 ottobre del 1277 nei pressi delle Case Mazzanti, Mastino fu assassinato col fedele Antonio Nogarola da Isnardo Scaramella da Monzambano della famiglia Pigozzo e membri della famiglia Spallino: secondo alcuni, per aver coperto il responsabile di un oltraggio arrecato ad una fanciulla della casata dei Pigozzo. Costoro, con i parenti Scaramella e Plancani, esigendo invano la condanna a morte del colpevole, con il delitto avevano manifestato l’opposizione alla soluzione scaligera di nozze riparatrici; secondo altri, l‘efferato crimine era stato organizzato dal fratello per usurpargli il potere. Tale ipotesi è sconfessata dalla solida armonia familiare: informato della tragica notizia e abbandonata la Podesteria mantovana, che occupava dal 1272, una volta a Verona Alberto si vendicò spietatamente dei congiurati ordinando la decapitazione dei Nobili, l’annegamento dei non blasonati nell’Adige e l’esilio dei superstiti, cui confiscò i beni.

Alberto I

Alberto I guidò la Signoria dal 1277 alla morte: nel giorno successivo alla morte di Mastino, convocata un’Assemblea in Piazza Grande; conseguita la nomina di Capitano del Popolo a vita; assunto l’incarico di Rettore dei Gastaldioni dei Mestieri e di tutto il Popolo di Verona;  confermato nella carica detenuta già dal 1269 di Podestà perpetuo della Domus Mercatorum, condusse feroci rappresaglie contro i responsabili del fatto di sangue nella convinzione di una ramificata cospirazione antidinastica. Di fatto, aveva trasformato la Signoria da elettiva in ereditaria. Il Popolo condivise ogni sua iniziativa considerandolo naturale erede dell’amato Mastino, privo di legittima prole: il suo talento politico, diplomatico e militare era, infatti, ben noto e su di lui si coagulava la grata certezza che solo le sue doti avevano tenuto a suo tempo a freno i Visconti e consentito la conciliazione di Verona con Mantova e con i Bonacolsi.

Completata la già avviata riforma degli Statuti, in poco tempo egli ingigantì il patrimonio familiare: con feudi confiscati ai nemici; con la cospicua dote della moglie Verde di Salizzole e con i lasciti di parenti: il nipote Piccardo della Scala, figlio di Bocca, morto avanti al castello di Villafranca nel contrastare i ribelli Turrisendi e Delle Carceri, gli assegnò infatti per testamento beni immobili a Peschiera e trecento lire veronesi per onorare i suoi debiti.

In definitiva, le proprietà aumentarono fino a rendere necessaria l’assunzione di Fiduciari che le curassero.

Principale merito dello Scaligero fu il conseguimento della pace interna ed esterna per effetto della quale, nel 1290, ottenne l’elezione del primogenito Bartolomeo a Capitano del Popolo. Nel 1294, poi, quando Azzo VIII e Francesco I d’Este cacciarono da Ferrara Costanza della Scala, rea di aver sposato il loro padre, egli gli mosse guerra in difesa della figlia e, supportato dai Padovani, li sconfisse esaltando la vittoria nel giorno di san Martino con una sontuosa festa. Nel corso di essa, fatto dono agli ospiti di preziosi abiti di porpora, fece armare Cavalieri i figli Bartolomeo e Francesco ed i nipoti Picardo, Nicolò e Pietro: il primo, figlio di Bocca e gli altri due, illegittimi di Mastino, a conferma dell’unità familiare.

Fra il 1297 e il 1299 affidò al primogenito due campagne militari: la prima contro il Vescovo di Trento e i Feudatari del Tirolo, ostili a Guglielmo Castelbarco; la seconda contro Mantova, ove Tagino Bonacolsi cospirava con i Sambonifacio e gli Este. A conclusione di esse, ancora con indicibile sfarzo, il 28 dicembre del 1298 salutò l’unione del figlio Alboino con Caterina Visconti, invitando tutto il Popolo perché fosse chiara la sua potenza politica ed economica.

Abilissimo nel recuperare i rapporti con le guelfe Brescia e Padova, dopo aver occupato Este, Parma e Reggio, marciò su Vicenza e concluse le sue conquiste solo nel 1299 prendendo,con Alboino e Francesco anche Feltre, Cividale e Belluno.

Dal 1301, Alberto praticò un’avveduta politica cittadina intensificando le attività commerciali laniere; impegnando, nella produzione di ventimila pezze all’anno fra cui berrette, calze e guarnacce, la setta degli Umiliati stabilitasi nell’area fin dal 1173; ordinando la costruzione di molti edifici religiosi, la Corte delle Sgarzerie e la Domus Mercatorum; consolidando la viabilità e facendo rafforzare con pilastri di pietra il Ponte Nuovo; ampliando e fortificando le mura dal lato Nord, da Porta Vescovo a Porta Vittoria; rinnovando le rigaste per proteggere Verona dalle piene fluviali; facendo elevare torri a presidio del fiume per prevenire le minacce ferraresi; sfruttando l’amicizia con Mantova; tutelandosi ad Ovest con l’alleanza viscontea; stringendo relazioni con i Castelbarco, Signori dell’Alto Garda e del Trentino; definitivamente sottraendo Vicenza al controllo padovano; manifestando grande generosità verso gli Ordini religiosi, tanto che i Domenicani apposero per gratitudine lo stemma scaligero sull’arco trionfale della basilica; compattando la Marca anche con lo strumento matrimoniale, utile alla affermazione della sua professione di fede ghibellina: se il figlio Alboino, infatti, sposò una Visconti, Bartolomeo impalmò Costanza, figlia di Corrado d’Antiochia.

Il 3 settembre del 1301 Alberto si spense improvvisamente, lasciando equamente diviso il patrimonio tra i tre figli legittimi Bartolomeo, Alboino e Cangrande e facendo assegnare al figlio naturale Giuseppe, deforme e corrotto, la carica di Abate di san Zeno: decisione della quale, a parer di Dante, avrebbe dovuto pentirsi.

... tosto piangerà quel monastero,

e tristo fia d'avere avuta possa

Bartolomeo I

Primogenito di Alberto I; nato verso il 1270; Signore di Verona e Capitano del Popolo già nel 1290, trentunenne successe al padre nella guida della Signoria e nella cura dei fratelli minori Alboino e Francesco. Assertore della politica di pace, il 30 settembre del 1301 si riconciliò col Vescovo di Trento anche per frenare l’incombente ambizione di Matteo Visconti nel tentativo di proporsi egèmone nel Nord Italia, in virtù della nomina a Vicario imperiale: persuaso che il cognato intendesse usare le regioni dell’alto Garda come piattaforma per l’invasione della Marca scaligera, lo Scaligero intavolò trattative coi Torriani e col guelfo Signore di Piacenza Alberto Scotto e il 7 settembre del 1302 strinse quel sodalizio teso a contenere l’espansionismo milanese senza spargimenti di sangue.

A margine di tali eventi, restato vedovo, passò a nuove nozze con Agnese del Dente e decise di dedicarsi ai soli affetti familiari: ai fratelli; all’amato Franceschino detto Chichino; al figlio naturale Bailardino.

Quando il 7 marzo del 1304 si spense, a soli trentaquattro anni, presso la sua Corte era ancora ospite l’esule Dante Alighieri.

Alla guida della Signoria ascese il germano Alboino, che col fratello Francesco conquistò la riva bresciana del Lago di Garda e trionfò nelle guerre contro Este, Brescia e Parma.

Alboino

Sposato in prime nozze a Caterina Visconti ed in seconde a Beatrice da Correggio, Alboino affiancò gradualmente il patrimonio familiare ai beni del Comune fino a non più distinguerli e a porre gli Scaligeri fra i Signori più ricchi d’Europa.

Fin dal suo insediarsi, egli considerò Brescia un varco verso l’area bergamasca. Sodalizzò, pertanto, col suo Vescovo e con Mantova, Parma e Cremona anche per frenare le spinte del Marchese di Ferrara: in estate del 1306, oltrepassò il Po irrompendo sul Polesine e spingendosi fin sotto le mura della città. Riprese le incursioni l'anno successivo, concludendo un accordo il 3 marzo del 1308. In quello stesso anno, associò al potere il germano diciottenne Francesco ed insieme, nel 1309, soccorsero Parma e Piacenza lacerate dai Guelfi. Intanto, al soglio imperiale era asceso Enrico VII del Lussemburgo cui i due fratelli promisero sostegno finanziario e militare per quando egli fosse venuto a cingere la corona in Italia; ma, informati della di lui decisione di riportare in Verona i Sambonifacio, per protesta non parteciparono alla cerimonia d’investitura delegandovi il Vescovo Teobaldo e dimettendosi dal governo della Signoria.

In sostanza al suo arrivo in Italia, constatato che la più solida delle città del Nord era la guelfa Padova, in cambio di un alto tributo da devolvere alle sue truppe dislocate in Lombardia il Sovrano le aveva concesso il possesso di Vicenza, assicurandone il controllo ad un Vicario. L’insolente opposizione della popolazione alla richiesta lo irritò: non perse l’occasione Verona per incoraggiare, attraverso l’esule Sighlefredo Gonzara, l’insofferenza dei Vicentini verso la città cui erano sottomessi.

Fu in quella fase che, riconsiderandone la potenza ed il prestigio, l’Imperatore si decise ad investire gli Scaligeri del Vicariato.

Il 7 marzo del 1311 essi gli assicurarono quattromila fiorini d’oro in aggiunta ai tremila offerti dal Vicario di Lombardia Amedeo di Savoia; si assunsero l’onere di mantenergli una scorta e accettarono d’invadere Padova, marciando su Vicenza accanto ai Bonacolsi: il 15 aprile successivo, favorite dall’insurrezione popolare, le truppe imperiali e veronesi guidate dal Primate Aymo di Ginevra e dal Signore di Clairac entrarono in città e, attuato un brutale rastrellamento, insediarono in Padova Aldrighetto Castelbarco; occuparono Vicenza cedendone il controllo al Governatore Vanni Zeno e procedettero all’assedio di Brescia ove Enrico VII convocò un’ Assemblea dei Comuni dell’Alta Italia.

In quegli stessi giorni, però, Alboino si spense: era il 28 ottobre del 1311.

Francesco

Nato il 9 marzo del 1291 terzogenito di Alberto I e di Verde da Salizzole, Can Francesco della Scala detto Cangrande rivelò fin da bambino indole ardita ed inclinazione alle armi. Col fratello Alboino divise le prime esperienze di governo a partire dal 1304 assumendo una posizione di rilievo nel 1308 quando, designato Signore e Capitano del Popolo ed associato al governo, fu investito del comando supremo delle Forze Armate.

Mediamente alto; con viso lungo; mandibola pronunciata e capelli mossi e biondi, egli fu apprezzato per generosità; eloquio affascinante; lucida tenacia; amore per la Cultura; coraggio in battaglia; pietà verso i vinti.

…Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che 'suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute…

Dante Alighieri (Paradiso, Canto XVII)

Le sue virtù erano sostenute anche da una profonda devozione religiosa: digiunava in onore della Madonna due volte alla settimana, come riferì lo storico padovano Albertino Mussato elogiandone l’umano trattamento riservato a Vinciguerra di Sambonifacio dopo il conflitto vicentino del 1317. Ma la principale fonte della sua fama fu l’amicizia con Dante che, ospitato a Verona tra il 1312 ed il 1318, vi compose il De Monarchia.

…Magnifico atque victoriosissimo Domino, Domino Kani Grandi de la Scala, sacratissimi Cesarei Principatus in urbe Verona et civitate Vicentie Vicario Generali, devotissimus suus Dantes Alagherii, Florentinus natione non moribus, vitam orat per tempora diuturna felicem, et gloriosi nominis perpetuum incrementum… (Dante: Epistulae)

Altrettanto lusinghieri giudizi espresse Giovanni Boccaccio: …Chiarissima fama quasi per tutto il mondo suona, messer Cane della Scala, al quale in assai cose fu favorevole la fortuna, fu un de' più notabili e de' più magnifici signori che dallo 'mperadore Federico secondo in qua si sapesse in Italia (G. Boccaccio: Decameron- 1° giornata, 7° racconto)

La vicenda politica i Francesco si delineò nell’aprile del 1305, in coincidenza delle nozze di Azzo VIII d’Este con la figlia di Carlo II di Napoli e con il conseguente consolidamento del Guelfismo italiano condizionato, il 21 maggio successivo, dalla costituzione di una Lega di Signorie: Verona, Brescia e Mantova fiancheggiate l’8 novembre da Parma e l’11 febbraio del 1306 da Modena e Francesco d’Este, esculso dall’asse ereditario per effetto di quell’unione.

In quell’anno, invase le terre ferraresi e messo in fuga il rivale che, pur abbandonando la città, contenne l’avanzata nemica, Alboino indirizzò Cangrande in aiuto del cognato Matteo Visconti, espulso da Milano dai Torriani già nel 1302 ed ora fermamente deciso a riprendere il controllo del Ducato. Sopraffatto da Guido della Torre, lo Scaligero rinunciò all’azione di forza poiché contro la cocente subìta sotto Bergamo e l’aspra reazione di Azzo alle devastazioni delle sue proprietà non sarebb bastato il sodalizio di Milano, Piacenza e Lodi. Il 14 marzo la Lega veronese, cui si associò anche Ravenna, riaprì le ostilità contro Ferrara alleata di Cremona: ad Ostiglia, il 31 gennaio del 1308, con truppe ausiliarie di Napoli e Bologna l’Este soverchiò Milanesi, Piacentini e Lodigiani ma ne pagò lo scotto con la vita. Le questioni aperte dalla sua successione condizionarono la spinta egèmone ferrarese, nella cornice di quella faida fra eredi che interruppe le ostilità fra Verona e Mantova: privi di ragioni di belligeranza, Scaligeri e Bonacolsi accettarono l’arbitrato di Clemente V e si riconciliarono con Ferrara ed i suoi alleati Torriani, conservando lo status quo ante. Nello stesso marzo, acclamato dalla sua gente ed ormai indicato come uno dei più formidabili Statisti del secolo, pronto a dirigere il proprio espansionismo verso Milano, Cangrande sposò Giovanna di Svevia mentre Parma era segata da nuove tensioni tra Guelfi e Ghibellini: alleatesi con i Castelbarco, con Enrico VII ed Otto di Carinzia, Mantova e Verona riuscirono a battere i nemici.

Nel maggio del 1309, una insurrezione insanguinò Piacenza: Alberto Scotto espulse il presidio milanese ed entrò in Lega con Mantova, Verona, Parma, Modena e Brescia. Insieme sconfissero Franceschino della Torre in Lombardia mentre Giberto da Correggio in giugno riportava Parma in orbita laica.

L’inverno interruppe le ostilità e portò ad una temporanea tregua; ma nei Comuni italiani la conflittualità tra Nobili e Borghesi riesplose, inducendo l’Imperatore al ritorno: imprimendo una svolta nella politica scaligera, baluardo dei Ghibellini italiani, nell’estate del 1310 egli varcò il Moncenisio e nel dicembre successivo ricevette l’Ambasceria veronese guidata dal Giurista Romesio dei Paganotti e da Bailardino da Nogarola cui promise una visita alla città; poi invitò tutti i Comuni a Milano per il giorno della sua incoronazione fissata al 5 gennaio del 1311; infine, mirando a riunire le parti sotto il vessillo di un Impero unito, rese nota l’intenzione di riformare il Regno d’Italia richiamando gli esuli ed insediando in ogni città Vicari che, tenendosi super partes, facilitassero la coesistenza delle opposte fazioni.  

A Verona nominò il pisano Vanni Zeno ed autorizzò il rientro di Vinciguerra Sambonifacio e Guglielmo de Rossi. La reazione dei due Scaligeri fu durissima: disertata la solenne cerimonia, il 10 febbraio rinunciarono alla Signoria.

Sollecitato da Bailardino Nogarola, il Sovrano comprese la portata della svista e il 7 marzo li investì del Vicariato veronese, parallelamente assegnando lo stesso ruolo al mantovano Rinaldo Bonacolsi detto Passerino, reintegrato nella Podesteria dalla quale era stato sospeso. L’ambìto incarico implicava, tuttavia, doveri legislativi, economici e militari e grandi limitazioni poiché, prima d’emanare leggi o esigere nuovi dazi, i Legati di periferia dovevano munirsi del consenso dell’Imperatore. Il Governatore Generale di Lombardia, peraltro, esigeva circa trecentomila fiorini d’oro annui per il mantenimento dell’apparato burocratico e delle truppe. Verona ne versava circa quattordicimila in rate trimestrali e, come tutte le altre città, doveva fornire la garanzia di un contingente armato: nel suo caso, centocinquanta Cavalieri.

Abilmente gli Scaligeri trasformarono l’ufficio in strumento utile ai loro disegni dinastici, stringendo rapporti con la Corona tali da ottenerne la legittimazione a tutte le loro azioni belliche.

Finché Padova sollevò problemi.

Il Sovrano le aveva riconosciuto la sovranità su Vicenza in cambio di un tributo annuo e di un Vicariato ghibellino. La città gli si oppose ma, ai primi d’aprile del 1311, Vicenza le si ribellò ed Enrico VII impugnò la circostanza come pretesto per imporre le sue pretese. All’attacco parteciparono i due Signori veronesi con anche truppe mantovane. Il 15 di quel mese, proprio Cangrande conquistò la rocca padovana; il 14 maggio assediò Brescia il cui controllo era stato assunto dai Guelfi in sprezzo del Sovrano e incoraggiò, infine, i Vicentini in azioni di disturbo fino a deviare il corso del Bacchiglione per danneggiare l'economia padovana.

In quei giorni, un’epidemia mietè molte vittime fra i soldati e contagiò Alboino che fu condotto a Verona, mentre il fratello assumeva il comando supremo dell'esercito.

Brescia si arrese solo il 16 settembre e Cangrande, che aveva raggiunto l’Imperatore a Genova, tornò nella Marca per le gravi condizioni del germano: Alboino si spense nella notte fra il 28 ed il 29 novembre, lasciandolo a soli ventidue anni erede unico della Signoria.

Padova, intanto, ammetteva con riserva il Legato imperiale nell’attesa dei ventimila fiorini annui dovutile a ristoro dei danni causati dallo spostamento delle acque fluviali: una volta a Roma Enrico VII tentò di ripianare la querelle imponendo a Vicenza di restaurare il corso originario del fiume; ma, nella seduta consiliare del 15 febbraio del 1312, a sorpresa Padova dichiarò guerra a Verona avviando selvagge incursioni sul territorio. Diciotto mesi più tardi, lo Scaligero occupò il castello di Montegalda e, quando la controffensiva ribelle soverchiò le truppe di Federico della Scala, decretò la condanna a morte per tutti i sospetti traditori.

Persa la possibilità di prendere Vicenza e per nulla intimiditi, i Padovani si spostarono su Marostica incalzandola con i rinforzi di Bassano del Grappa; distruggendo Noventa vicentina e provocando l’intervento del Luogotenente imperiale di Lombardia Werner von Homburg: dopo una fugace apparizione, costui fu costretto a rientrare nella sua regione in rivolta mentre Feltre, Treviso, Belluno e Francesco d’Este sposavano la causa di Padova.

Il 1° giugno del 1312 la coalizione si acquartierò a Quartesolo: Cangrande non solo fu respinto, ma fu costretto a sottrarsi allo scontro campale per la sopravvenuta notizia della vittoria guelfa su Modena, parzialmente compensata dall’uscita di Treviso dalla Lega.

Fu a questo punto che von Homburg gli tornò in soccorso ed insieme, il 7 gennaio del 1213, distrussero Camisano vicentino; tuttavia, dopo scaramucce di alterno esito, la guerra si raffreddò malgrado tutta l’Italia fosse segnata da un fremito di belligeranza: se da Verona partirono contingenti a supporto di Modena, Padova sostenne la fazione amica a Firenze.

L’Imperatore intervenne energicamente e per decreto dichiarò i Padovani nemici dell'Impero; gli revocò ogni privilegio; li condannò a una elevata ammenda e sodalizzò con lo Scaligero, con Castelbarco, col Re di Boemia, col Conte di Gorizia e col Vescovo di Trento: gli insorti rafforzarono le loro difese, mentre Treviso si mantenne cautamente neutrale prendendo partito per i ribelli solo ai primi di agosto del 1313.

La situazione mutò il 24 agosto quando a Buonconvento, forse avvelenato da un Sacerdote con un’ostia, si spense l’Alto Arrigo sul quale Dante aveva versato le speranze di abbattere il potere temporale della Chiesa: il Guelfismo se ne rinvigorì e frange ghibelline sopravvissero solo a Verona, Milano, Mantova e Pisa.  

Non perse tempo Padova: il 1° novembre del 1313, espulse tutti i Laici e modificò gli Statuti. Ma rigore invernale ed epidemie condizionarono la guerra: solo nel marzo del 1314 Cangrande occupò e distrusse Abano, mentre i Padovani arrestavano i Carraresi a favore dei quali insorse il Popolo. Battuti i Vicentini presso il Brenta, il Podestà Ponzino de’ Ponzini intensificò le incursioni sul territorio nemico ma, fra il 15 luglio ed il 17 settembre, rivolto il suo pensiero alla Vergine Maria, lo Scaligero lo mise in rotta nel borgo di san Pietro; sancì la definitiva conquista di Vicenza; attaccò i sobborghi padovani e, ricevuta la richiesta di armistizio, marciò in aiuto di Pisa e Milano rianimando la fede dei sostenitori dell’Impero e consolidando la propria fama. Ora, in accoglimento delle istanze dei Castelbarco e dei Bonacolsi, poteva disporsi alla pace della quale Venezia si propose garante: Vicenza diventava parte della Signoria veronese e Padova riotteneva le libertà revocate.

La riconciliazione, proclamata il 6 ottobre del 1314, archiviò tre anni di conflitti: avendo piegato un avversario superiore per forza militare ed economica, Cangrande si proponeva potenza di primo piano nello scenario delle Signorie italiane.

L’11 settembre del 1315, a margine della disfatta subìta dai Guelfi fiorentini a Montecatini, si allearono Verona, Mantova, Modena, Lucca e Pisa; nell'ottobre successivo Passerino Bonacolsi e lo Scaligero tentarono di aggiogare Parma, Reggio e Cremona che nel luglio del 1316 si fusero in un’unica Signoria, mentre il rinvigorimento di Brescia e Padova minacciava di nuovo la Marca veronese: in sprezzo della pace convenuta, infatti, esse si coalizzarono ancora con i Trevigiani mentre Guecello da Camino si proclamava Signore di Feltre e Belluno.

Fu riaperta la campagna di riarmo: soffiavano nuovi venti di guerra.

Nel gennaio del 1317, in cambio del giuramento di fedeltà, Federico d’Asburgo conferì la nomina vicariale vicentina a Cangrande che, indifferente alle ostili reazioni di Giovanni XXII, si dette all’opera riformatrice delle Finanze e dell'Esercito; ai preparativi militari contro i Guelfi bresciani; all’amicizia col temuto Uguccione della Faggiuola.

In maggio, insieme assediarono Brescia; ma, raggiunti dalla notizia che truppe padovane con Vinciguerra Sambonifacio erano alle porte di Vicenza, sospesero l’attività bellica e ripiegarono verso la città minacciata: costui simulò volontà di resa ma il 22 maggio il Podestà Antonio Nogarola subdorò la trappola. Lo Scaligero giunse in loco con Uguccione; ebbe ragione dei ribelli ed ancora una volta esibì la sua magnanimità, facendo curare nel Palazzo della Signoria il rivale ferito negli scontri e per lui disponendo solenni esequie un paio di settimane più tardi.

Nogarola sollecitò l’impegno del Doge, garante del ristoro dei danni da parte dei Padovani per aver infranto i patti; Uguccione fu designato Podestà di Vicenza per i meriti acquisiti in campo e Federico della Scala fu nominato Podestà di Modena, mentre i Parmensi esigevano la presenza di un Capitano veronese.

La reputazione di Cangrande, coerente ghibellino e raffinato politico, ancora una volta dominò la scena politica italiana. Intanto riprese la campagna su Brescia: i Legati papali erano ancora a Verona per cercare soluzioni al conflitto, quando la città fu attaccata. Allo Scaligero fu chiesto di rinunciare al Vicariato, pena la sanzione ecclesiale; ma consapevole di esserne titolare perpetuo, egli estese il fronte di guerra ad altre città guelfe benché si accanisse poi solo su Padova, negatasi alla corresponsione dei tributi. 

Enrico di Gorizia si portò in armi a Verona; Treviso insistette per la soluzione negoziale ed Uguccione preparò l'assalto della cruciale Monselice: grazie ad un gruppo di fiancheggiatori locali, nella notte del 20 dicembre Cangrande prese il centro spostandosi poi ad Este il 22; pretendendone la resa; piegandone la resistenza e trascorrendovi il Natale.

Il 27 riprese la campagna armata e occupò piazzeforti e castelli mentre Padova, lacerata dalla guerra civile, chiedeva una tregua: le ostilità furono sospese fino a tutto il gennaio del 1318.

Il 28 di quel mese giunsero rincalzi dei Visconti e dei Castelbarco e il 9 febbraio si era pronti all’assedio quando le trattative si definirono: in cambio della pace, Padova accettava di perdere i centri conquistati dal nemico e si impegnava a reintegrare e a risarcire gli esuli ghibellini consentendogli la partecipazione alla vita pubblica.

L’accordo fu firmato il 12 febbraio, ma già a Pasqua ripresero le lotte interne alle varie famiglie.

Concluso il conflitto nella Marca trevigiana, nell’aprile del 1318 Cangrande marciò su Brescia e Cremona e in agosto ne affidò la Signoria a Passerino Bonacolsi che, poco prima, aveva perso Modena per una rivolta animata dai Mirandola. Con la città sodalizzò Bologna, all’indomani della scomunica pronunciata dal Papa il 6 di quel mese contro i Visconti e lo Scaligero.

Sprezzante del provvedimento, egli riprese l’attività di riordino degli Statuti comunali contemporaneamente garantendosi la neutralità padovana nella guerra progettata contro Treviso e fidanzando il dodicenne nipote Mastino II con Taddea, figlia di Jacopo da Carrara.

Il 2 ottobre Uguccione marciò su Vicenza ma, disturbato dal maltempo, giunse in ritardo a Treviso trovandone sbarrate le porte. Il 6 fu raggiunto da rinforzi veronesi, mentre Guecello da Camino consegnava alcune importanti piazzeforti locali: la città ricorse alla mediazione del Doge. I Legati veneziani incontrarono Cangrande a Spinea per discutere negoziati vanificati dal rifiuto di resa di Treviso, che si appellò all’Imperatore: senza indugi, gli Alleati attaccarono i sobborghi mentre il Sovrano, impegnato contro l’antagonista Ludovico il Bavaro, insediava un suo Vicario esigendo l’arretramento scaligero.

Il 16 dicembre dello stesso 1318, designato da Matteo Visconti nell’assise ghibellina di Soncino Capitaneus et rector societatis et unionis dominorum et fidelium in Lombardia, Cangrande spostò il fronte di guerra sui Guelfi genovesi così cessando il conflitto con Treviso senza un vero trattato: in cambio della protezione imperiale, la popolazione accettò un Vicario che pretese la restituzione dei territori perduti. Lo Saligero firmò una tregua condivisa anche da Guecello da Camino; chiese alla Corte tedesca la riconferma della carica di Capitano Generale e, ottenutone un rifiuto, nella querelle per il soglio imperiale si schierò col Bavaro cui lo accomunava il difficile rapporto con Giovanni XXII.

Nella primavera del 1319 sul Signore di Verona e sui suoi partigiani si abbatté una nuova minaccia di scomunica e l’intimazione ad abbandonare le terre trevigiane. Per tutta risposta, cessata la fase armistiziale, egli riprese le ostilità ed assalì Treviso che, ormai priva dell’aiuto di Federico e obbligata ad accettare il Vicariato dell’inviso Enrico di Gorizia, capitolò.

Fu ancora Venezia a guidare la pace.

Definita la questione, nel luglio del 1319 Cangrande chiese ad Jacopo da Carrara il rientro dei fuoriusciti e, contro la ipocrita disponibilità di costui, confidando nella neutralità del Conte di Gorizia allestì l'esercito affidandone parte al Nogarola e parte ad Uguccione: marciò sulla città ai primi di agosto, in sprezzo di tardive proposte di accordo.

Il taglio dei rifornimenti e la deviazione del Brenta per privare dell’acqua la popolazione produssero fame e malattie. Preda del panico, i Padovani chiesero una soluzione pacifica del conflitto: lo Scaligero, che aveva stretto rapporti anche con gli Estensi, la subordinò alle dimissioni di Jacopo da Carrara; al rientro degli esuli e allo scioglimento dell’esercito locale.

Enrico di Gorizia intervenne con la promessa di riconquista di Rovigo ed altre terre, in cambio della Signoria di Padova da esercitarsi per conto di Federico d’Austria ma, a tradimento, ordinò la cattura di Cangrande che lo punì; prese Cittadella e Bassano e, quando il 4 novembre il Conte tentò di assumere il governo di Padova, gli sbarrò ogni collegamento.

L’Imperatore chiese di trattare e, nell’attesa di una Dieta da tenersi a Bolzano, propose di lasciare le conquiste ai vincitori. Stremata, Padova firmò l'armistizio. Ma il Sovrano non potette venire in Italia e, anche per la sopravvenuta scomparsa di Uguccione morto a Verona il 1° novembre, prorogò la tregua.

Per tutta risposta lo Scaligero intensificò l’attività militare; rinnovò l'alleanza con Guecello da Camino e il 13 marzo dell’anno successivo entrò in Asolo, mentre Cecchino della Scala occupava Montebelluna.

Privo di difese, il Comune di Treviso sollecitò l’aiuto imperiale mentre gli Alleati si disponevano all’assedio di Padova: l’allarmante notizia indusse Federico d’Austria a fissare un incontro che  tenne in maggio a Trento ed al quale inviò il fratello.

Fu guerra.

Enrico di Gorizia sfidò a Treviso i Veronesi che, ai primi di giugno, tentarono l'assalto di Padova: fallita la manovra, Cangrande le tagliò di nuovo i viveri ma, con un’irruzione notturna a sorpresa, i ribelli catturarono quattordici dei gonfaloni di Guecello da Camino che, umiliato, firmò la pace e abbandonò la coalizione.

Nell'estate del 1320 Giovanni XXII pronunciò un’altra scomunica contro lo Scaligero e i suoi alleati, promettendone la revoca solo in favore di chi lo abbandonasse. La circostanza impose negoziati segreti con Padova: in cambio dei prigionieri, le fortezze conquistate sarebbero restate in mano veronese fino a quando Federico d’Austria non si fosse pronunciato.

L’intesa fu firmata a fine ottobre, a conclusione della peggiore iniziativa militare veronese.

Il 27 gennaio del 1321 Guecello da Camino fu assassinato dall'omonimo nipote mentre Feltre si consegnava alla guerra civile: Cangrande si accordò con un cospiratore cui assicurò la cattedra episcopale e l’11 febbraio prese la città occupando anche Belluno.

Il 24 aprile si spense pure Enrico di Gorizia, spianandogli la via alla conquista di Castelfranco: in autunno del 1322, rinnovato il sodalizio con Passerino Bonacolsi per favorire il rientro degli esuli a Reggio Emilia, lo Scaligero giurò fedeltà a Ludovico il Bavaro prevalso su Federico d’Austria nella Battaglia di Mühldorf e, nel giugno del 1323, sodalizzò con gli Estensi a sostegno dei Visconti.

Nel febbraio del 1324 morì anche Chichino della Scala, che Cangrande avrebbe voluto successore: nel giugno e luglio successivo, egli sposò la causa ghibellina modenese ma, richiamato in una Vicenza in fiamme, vi si ammalò. Trasferito a Verona per un presunto aggravamento, subì un tentativo di usurpazione del cugino Federico della Scala cui confiscò i beni, prima di ordinarne l’arresto; poi, ristabilitosi, assieme a Passerino Bonacolsi partecipò alla vittoriosa campagna del novembre del 1235 sui Guelfi bolognesi.

Dopo il trionfo di Monteveglio ed il successo personale di Castruccio Castracani ad Altopascio, nel luglio del 1326 il Papa e Roberto di Napoli tentarono di incrinare lo stretto legame fra l’Imperatore e lo Scaligero cui nel gennaio del 1327, seppur fu negato il Vicariato di Padova, fu confermato quello di Verona e Vicenza ed assegnato quello di Bassano, Monselice, Conegliano e Feltre. Il 31 maggio successivo Ludovico fu incoronato a Milano ove, con grande invidia dei Visconti, Cangrande fu al centro della pubblica attenzione.

Tornato a Verona in giugno, egli completò la revisione degli Statuti; nell’agosto seguente apprese la notizia dell’assassinio dell’amico Passerino, rimpiazzato a Mantova dai Gonzaga; nel settembre del 1328, dopo sedici anni di guerra, acquisì Padova consegnatasi senza resistenza in un clima di anarchia stimolato dalle faide interne ai Carraresi; il 10 settembre, vi si portò per solennizzare l’avvenuta riconciliazione attraverso le nozze del nipote Mastino II con Taddea da Carrara; nel marzo del 1329, riscosse l’ammirazione di Firenze e di Venezia che lo designò Cittadino della Repubblica; nella primavera dello stesso anno, infine, ottenuto anche il Vicariato di Mantova, decise di contrastare il potere dei Gonzaga ma fu condizionato da nuovi tumulti trevigiani: il 2 luglio assediò la città.

Il blocco dei rifornimenti obbligò Guecello Tempesta alla resa: le truppe veronesi varcarono le mura sotto la guida di Marsilio da Carrara. La capitolazione fu trattata il 17 e già il 18  Cangrande entrò in città in sella ad un cavallo bianco e con un bastone in pugno: era padrone dell’intera Marca trevigiana.

Un malore lo obbligò alla sosta nella Curia vescovile: nel mattino del 22 vi si spense.

Aveva soli trentotto anni.

Fu morte naturale?

Fu veleno?

Il giorno successivo a Verona, fu applicata la procedura di conferimento dei poteri ai nipoti Alberto II e Mastino II per mancanza di discendenza diretta.

La sua salma, trasportata da un carro con quattro cavalli, raggiunse la città nella sera del 23 e fu ospitata nella chiesa dell'ospedale di Sant'Apollinare alla Peccana, fuori le mura. Il giorno dopo, vestita con la tunica aperta e con un manto richiamanti i colori araldici del Comune e della Dinastia: oro ed azzurro, rosso e bianco, fu collocata in una bara di seta e broccati e coperta con un lenzuolo funebre rigato. Per la definitiva collocazione gli furono posti un copricapo in seta, calzari di panno rosso, un cuscino a righe d'argento e tre teli quadrangolari.

La mattina del 24 le spoglie così ricomposte varcarono Porta Vescovo: il cimiero e la spada sguainata erano esibiti su un cavallo; la corazza e la barbuta su di un altro; altri dieci cavalli portavano scudi rovesciati e lo stemma: i dodici animali erano montati da Cavalieri in lutto.

Signore illuminato, colto, rispettato e temuto, Cangrande aveva manifestato il suo raffinato mecenatismo attrezzando un palazzo per i grandi Rifugiati politici, gli Scienziati, i Poeti e gli Artisti di talento con i quali, a partire da Dante Alighieri, era stato generoso di denaro e doni.

Con la sua scomparsa cominciava l’irreversibile declino dinastico.

Mastino II e Alberto II 

L’8 agosto del 1331 Mastino II fu eletto Capitano Generale della lega veronese cui aderirono Estensi, Gonzaga, Visconti e poi Firenze per difendersi dall’imminente arrivo del Re di Boemia. Postosi a capo dell'esercito, egli soccorse l’assediata Ferrara e sottomise Bergamo, Brescia, Parma, Lucca e Massa. Poi, associato al governò il fratello Alberto II, conquistò nel 1332 Brescia e nel 1335 Parma e Lucca.

Il loro espansionismo irritò Venezia che, allarmata dalla spinta verso Chioggia, si alleò con Firenze con conseguenze drammatiche per la Marca veronese: Alberto II fu addirittura preso prigioniero mentre con Venezia si costituivano in Lega Firenze, Siena, Bologna e Perugia. Nel 1336 vi aderirono anche gli Estensi; i Gonzaga; la Chiesa ed Azzone Visconti. Costui aveva rotto i rapporti con gli Scaligeri nel 1332, quando essi avevano fornito asilo e protezione a Lodrisio, evaso dalle prigioni di Monza ov’era detenuto per aveva cospirato contro il Ducato. La contrapposizione s’inasprì il 21 febbraio del 1339 con la sconfitta inferta dai Milanesi alla Compagnia di san Giorgio a Parabiago: ai Veronesi, minacciati dall’isolamento politico e dagli eserciti della coalizione, non restò che accettare la mediazione imperiale e la riduzione del patrimonio territoriale alle sole Verona e Vicenza.

Fra il 1351 ed il 1352 Mastino II ed Alberto II si spensero, succedendogli Cangrande II, Cansignorio e Paolo Alboino, figli del primo.

Cangrande II

Nato a Verona l’8 giugno del 1332 e mortovi il 14 dicembre del 1359, successe al padre nel controllo di Verona e Vicenza, sotto la reggenza dello zio Antonio.

Detto Can rabbioso, nel 1350 sposò Elisabetta figlia dell’Imperatore Luigi IV di Baviera; ammassò enormi ricchezze fuori Verona per la sua prole illegittima sollevando reazioni popolari che lo indussero a chiedere aiuto ai mercenari di Brandeburgo. Negli scontri del 1359, fu assassinato dal fratello Cansignorio con la complicità dei Carrara di Padova.

Cansignorio

Nato il 5 marzo del 1340 e spentosi il 10 ottobre del 1375, governò col fratello Paolo Alboino dopo l’eliminazione del sanguinario germano Cangrande II.

Governò Verona con moderazione ma il 20 febbraio del 1365, per sospetta cospirazione, lo fece rinchiudere nelle carceri di Peschiera del Garda ordinandone l’assassinio sul letto di morte, al fine di garantire la successione ai figli Bartolomeo II ed Antonio.

Il suo governo s’incentrò sull’abbellimento di Verona, cui fu attribuito l’appellativo Marmorina per l'abbondanza di marmi e statue romane; sulla costruzione del primo ponte in muratura sull’Adige e sull’alloggiamento dell’orologio mosso ad acqua sulla Torre del Gardello: il primo su una torre in Italia.

Bartolomeo II

Nato in dato imprecisata a Verona e morto il 12 luglio del 1381, occupò la Signoria dal 1375 quale figlio naturale di Cansignorio e detenne il potere dopo l'assassinio dello zio Paolo Alboino. Costretto ad accettare il protettorato di Barnabò Visconti, marito di Regina della Scala, fu assassinato dal fratello Antonio.

Antonio

Nato illegittimo di Cansignorio a Verona nel 1362 e morto a Ravenna il 3 settembre del 1388, inizialmente governò col fratellastro Bartolomeo Il e nel 1378 sposò Samaritana, figlia del Signore di Ravenna Guido III da Polenta.

Nel 1387 fu rovesciato da Galeazzo Visconti ed esiliato a Ravenna, ove restò fino alla morte.

Conclusioni

In definitiva, i Visconti approfittarono della loro debolezza politica ed economica ed attaccarono i due ultimi Scaligeri: in particolare Bernabò reclamò l'eredità per la moglie Regina, sorella di Cansignorio, ma la reazione popolare fu brutale sicché per sei anni la città fu sconvolta da  disordini risolti da Antonio con la eliminazione del germano.

Del delitto egli incolpò i Malaspina, i Nogarola e i Bevilacqua che aizzarono il Duca milanese: la coalizione viscontea, composta da Carraresi, Gonzaga ed Estensi, nel 1387 si risolse con la occupazione della Marca e l‘annientamento della resistenza da parte del Duca Giangaleazzo.

Antonio fu esiliato.

Morto anche il Visconti, i Carraresi sostennero l’ascesa di Guglielmo, figlio naturale di Cangrande II: qualche giorno dopo, però, lo avvelenarono ed occuparono il territorio. Brunoro, erede della vittima, si pose al seguito del Governatore francese di Genova Boucicault nella vana speranza di recuperare la Signoria e Sigismondo del Lussemburgo lo nominò Vicario. Fu un’esperienza di breve durata: i superstiti della prestigiosa dinastia, protettrice di Arti e Lettere ma strozzata dal groviglio di lotte fratricide, finirono in Baviera ove trasformarono il loro cognome in Von Der Leiter, estinguendosi verso il 1580.

Bibliografia:
M. Carrara: Gli Scaligeri
G. M. Varanini: Gli Scaligeri 1277 -1388

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Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre 2006, per le Edizioni Mephite: "Matilde" -dramma in due atti; a teatro interpretata da Manuela Kustermann e Roberto Alinghieri.

GIUDITTA (edizioni Mephite - 2006)

COSTANZA (edizioni Mephite - 2006)

Aprile 2007, "Profili di perle. Donne nella storia", Edizioni Mephite.

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo).

L'11 agosto 2007 ha concluso un accordo di programma col Paleoantropologo Prof. Francesco Mallegni dell'Università di Pisa per pubblicare, assieme all'antropologo Giacomo Michelini, un gruppo di monografie in termini scientifico/storici. La prima riguarderà Enrico VII.

Ha inaugurato di recente il suo sito personale.



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