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Personaggi del Medioevo in pillole


Enrico IV

di Ornella Mariani

ENRICO IV di Germania (1050-1106) invade l'Italia. Miniatura tratta dalle "Cronache" di Giovanni Villani, Codice Chigi.

© Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi

«… da Liegi vi scrivo, spinto dalla fiducia che mi ispirano i vincoli familiari da cui siamo congiunti, e quelli della nostra antica amicizia. E vi supplico in nome di questi santi legami, di non abbandonare nel suo angoscioso dolore un parente e un amico. E anche se tali vincoli non esistessero, sarebbe interesse nostro e di tutti i re vendicare le ingiurie che ho ricevuto e il disprezzo di cui mi hanno colmato, per cancellare dalla faccia della terra un così dannoso esempio di malvagità, d’infamia e di tradimento…»

Il sette agosto del 1106, ad un anno dall’avere scritto queste accorate parole al Re di Francia, si spense il protagonista della più drammatica stagione di lotta per le investiture, nel dolore della solitudine e della incomprensione dei contemporanei, che ne apprezzarono postume le doti di acuto statista; di sensibile mecenate; di cultore della giustizia, malgrado il suo mandato fosse stato connotato da lotte senza tregua contro l’irriducibilità dell’ egemonia papale.

Nato ad Aquisgrana l’undici novembre del 1050 da Enrico III il Nero e da Agnese di Poitiers, aveva ereditato un lacerante conflitto che si trascinava fin dal 1046 quando, su richiesta dell’Aristocrazia romana, il padre era sceso in Italia per dirimervi l’aspra contesa esplosa per la successione al soglio pontificio fra Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.

Autorevolmente li aveva deposti tutti e, convocato un sinodo a Sutri ed uno a Roma, con l’appoggio clunyacense aveva fatto eleggere il Vescovo di Bamberga Suidgero col nome di Clemente II e si era fatto consacrare al trono, così storicizzando il diritto d’intervento dell’ Imperatore nell’elezione dei Pontefici: un principio di enorme portata storica e politica.

Forte di potenza e prestigio, Enrico III aveva appena ricevuto l’omaggio dei Normanni della Campania, quando aveva dovuto rientrare a marce forzate in Germania per l’insurrezione dei Duchi di Baviera e di Carinzia e del Primate di Ratisbona. Per mantenere l’acquisito primato nella penisola e ripararlo dalla proditoria condotta del bellicoso e guelfo Goffredo il Barbuto, ne aveva preso in ostaggio la moglie Beatrice di Canossa, già vedova di Bonifacio di Toscana, e la figliastra Matilde.

La morte, tuttavia, lo aveva colto trentanovenne, nel pieno dell’attività di consolidamento dinastico: era il cinque ottobre del 1055.

La sua precoce scomparsa privava i sudditi di un Sovrano ligio ai doveri e dotato di un notevole patrimonio umano, fondato sull’amore per il prossimo; sul perdono delle offese e sull’adempimento della missione, in conformità alle prescrizioni cristiane, sebbene avesse contrastato le velleità della Chiesa riportandola nell’orbita imperiale.

Del suo decesso e della debolezza della reggenza, profittarono i Grandi Feudatari tedeschi e Papa Niccolò II che, con la complicità di Ildebrando di Soana, dopo avere stipulato nel 1059 a Melfi un’alleanza politico/militare con i Normanni d’Hauteville, revocò il Privilegium Othonis, respingendo l’interferenza imperiale nelle nomine papali; avocando a sé il diritto d’investitura; inibendo ai Laici di concedere cariche ecclesiastiche, a suo avviso spettanti esclusivamente al Vicario di Dio.

In una: era il trionfo della teocrazia, reso possibile dalla sprovveduta Agnese che aveva assegnato al genero, Rodolfo di Rheinfelden, il Ducato di Svevia; al sassone Ottone di Nordheim il Ducato di Baviera; a Bertoldo di Zähringen il Ducato di Carinzia, mai più prevedendo l’ardito colpo di mano del 1062: proprio Rodolfo, col Vescovo di Colonia Annone e col Vescovo di Brema Adalberto, sottrasse l’erede alla sua educazione e la obbligò al ritiro nel convento piemontese di Fruttuaria.

Cresciuto in un clima di periodiche turbolenze, Enrico IV fu intronizzato quindicenne, nel 1065. Nell’anno successivo, alla Dieta di Tribur, come primo atto politico espulse dal Consiglio della Corona il Vescovo Adalberto e, ancorché giovanissimo, consapevole d’avere ereditato una situazione assai complessa, adottò rigorose iniziative militari contro gli Slavi pagani, guidati da Cruto fino alle porte di Amburgo.

Nello stesso anno a Tribur, sposò Berta, la figlia del Conte Ottone di Savoia promessagli da bambina in funzione di una strategica e solida alleanza. Tuttavia, il carattere impetuoso e le irrequiete trasgressioni lo indussero, già dopo un anno, a propositi divorzili avanzati in un concilio convocato a Magonza.

In quella sede, le decisioni volsero tutte in favore della Sovrana, nel frattempo ritiratasi nell’ abbazia di Lorscheim: il camaldolese Pier Damiani, con ispirata eloquenza, ne perorò la causa fino ad insinuare che l’ulteriore ostilità coniugale di Enrico avrebbe indotto Anselmo da Baggio, nel 1061 consacrato Papa col nome di Alessandro II, a non incoronarlo.

Nella convinzione che il Primate romano, mirando a soverchiare i poteri laici ed a creare una gerarchia ecclesiale svincolata dall’influenza tedesca, utilizzasse la sua vicenda privata come strumento di aggressione, Enrico si risolse a richiamare la moglie a Corte e si dedicò con acuta determinazione alla liquidazione delle opposizioni ed all’ampliamento dei confini nazionali. In questo contesto, guidò un poderoso attacco contro gli irrequieti vassalli bavari e contro i Sassoni in Turingia, col duplice risultato della totale sottomissione di quelle due regioni nelle quali si erano verificate molte usurpazioni ai danni della Corona, soprattutto ad opera del monaco Ildebrando di Soana: un agitatore sociale, teso ad ulteriormente emancipare la Chiesa dall’Impero.

Le tensioni antiimperiali alimentate dal Pontefice presto finirono col condizionare le attività del Sovrano attraverso le deliberazioni del Concilio Lateranense del 1059, poi rinnovate nei Concili Romani del 1074 e 1075: in esse, a margine delle sanzioni da irrogarsi a simoniaci e concubini, si inibiva agli ecclesiastici di ricevere dai laici ed a questi stessi di concedere investiture di chiese ed abbazie.

Si trattava di una sostanziale delegittimazione della linea politica tracciata da Enrico III, che aveva messo in ginocchio il Papato; del riacquisto di una serie di privilegi; di una sorta di riscatto della più esasperata ierocrazia e dell’affermazione del principio di inappellabilità dei giudizi, fino alla precisazione del primato ecclesiale, con gravissimi pregiudizi in danno della Corona: sottraendole il diritto di sovranità sui vassalli religiosi, si espropriava la monarchia di circa una metà dei suoi beni e si incrinava il saldo vincolo di unità nazionale, con ampie ripercussioni anche sul Regno d’Italia poiché, quando il Sovrano fosse stato privato del diritto d’investitura, la sua autorità sarebbe stata pressocché negata.

Le circostanze, fra alterne vicende, si appesantirono il ventinove giugno del 1073, quando al soglio pietrino ascese proprio Ildebrando di Soana, col nome di Gregorio VII: mirando ad affrancare il Clero dall’autorità temporale, egli pretendeva di realizzare l’ideale agostiniano di una comunità nella quale ogni evento fosse subordinato alla sua assoluta funzione di capo di un immenso esercito, in grado di aggiogare al suo primato anche i Musulmani d’Oriente. Con la sua lungimiranza, aveva già trasformato in alleati i Normanni del Sud italiano, progettando di respingere dalla penisola ogni implicazione tedesca ed aspirando ad assumerne la guida.

Insofferente ad ogni tipo di soverchieria; in dispregio delle risultanze conciliari; in difesa delle tradizioni familiari; sprezzante delle prescrizioni riformiste avviate dalla Curia Romana, dopo aver deposto e battuto ad Homburg il Duca di Baviera Ottone di Nordheim, il Sovrano seguitò ad intervenire sulla vita episcopale tedesca ed italiana, nominando Vescovi e denunciano l’illegittimità dei provvedimenti papali.

Di conseguenza, nel quadro dell’ampia opposizione espressa alla sua politica, nel 1075 si inserì Gregorio minacciandolo di scomunica ed anatemizzando un gruppo di cortigiani di Palazzo. La contrapposizione s’inasprì nella notte di Natale dello stesso anno quando, fingendosi alleato della Marchesa di Canossa e del Papa, Enrico lo fece rapire, spogliare delle vesti ed imprigionare da Cencio Frangipani, mentre officiava avanti all’altare del Presepe di Santa Maria Maggiore.

L’atto si proponeva come segnale di forte resistenza al Dictatus Papae emanato in un sinodo svoltosi fra il ventisei ed il ventotto del precedente febbraio: attraverso ventisette proposizioni, vi si convalidavano i decreti emessi da Niccolò nel 1059; vi si archiviava l’assetto politico/religioso vigente; vi si assumeva l’istituzione di un ordinamento di cui la Chiesa fosse fulcro. In definitiva, una esasperata apologia teocratico/messianica: «…Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno secondo i meriti, gli imperii, i reami, i principati, i ducati, le contee… sappiano oggi i re e i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità…» cui, dopo quella brutale manifestazione di forza, Enrico oppose un contro/sinodo tedesco.

Il ventiquattro gennaio del 1076 a Worms, Alto Clero e Principi secolari, accusato Gregorio VII di sacrilegio, lo deposero proclamandone illegittimo l’insediamento, avvenuto per acclamazione popolare e non in conformità delle prescrizioni canoniche che dal 1059 inibivano ogni intrusione laica nella successione pontificia. Nella successiva Dieta di Piacenza, il Primate di Utrecht lo scomunicò.

La replica della Curia Romana fu altrettanto aspra: il Sovrano fu interdetto dai sacramenti; gli fu ingiunto di presentarsi penitente ad Augusta, il due febbraio del 1077, in occasione della festa della Purificazione di Maria; i sudditi furono esentati dall’obbligo alla fedeltà; tutto l’Episcopato investito da lui fu anatemizzato.

Il clima si surriscaldò e, onde evitare degenerazioni del conflitto, nell’ottobre dello stesso 1076, i Principi riuniti a Tribur tentarono di negoziare una tregua fra le parti, concedendo ad Enrico un anno per pentirsi: solo da una esauriente giustificazione del suo operato e dalla ufficiale e sincera contrizione, sarebbe scaturita la revoca di quel drammatico provvedimento che il Papa intendeva ratificare nel capoluogo del distretto svevo, di lì a qualche mese.

L’iniziativa non risultò gradita a Corte: il Re, privo di qualsivoglia intenzione di sottoporsi ad un giudizio pubblico, rilanciando la sfida e contando sulla ostilità manifestata a Gregorio dall’Episcopato lombardo, decise di scendere in Italia allo scopo di impedirgli anche già di solo raggiungere la frontiera. Tuttavia, s’insinuò in lui il dubbio che l’acuirsi della tensione trasformasse l’aggressore in vittima, esponendo il Regno a pericolose conseguenze di politica interna.

Pertanto, festeggiato il Natale nella borgognona Besançon, assieme alla moglie, al figlio e ad un folto seguito, affrontò il rigore delle Alpi ed entrò in Italia. Giunto a Pavia, con la complicità del Vescovo di Torino e la solidarietà dell’Alto Clero lombardo ostile al Papa, si accinse a scompigliarne i propositi acquartierando l’esercito sotto le possenti mura di Canossa.

Era il venti gennaio del 1077.

Gli era noto che anche Gregorio, fin dall’inizio di dicembre era in viaggio; che, scortato da truppe matildine, marciava verso Augusta per definitivamente liquidarlo; che intendeva porre la tiara imperiale sul capo di un amico della Chiesa; che, giunto a Mantova, era stato informato da un gruppo di Principi tedeschi incaricati di vigilare sulla sua sicurezza, delle bellicosità anche dell’Episcopato lombardo refrattario alla sua politica riformista; che, allarmato dalla presenza imperiale, si era rifugiato in quella stessa fortezza; che avrebbe investito dell’onere della mediazione, il suo padrino battesimale Ugo di Cluny e la invisa cugina Matilde.

Li trasformò in inconsapevoli strumenti della sua manovra: si sarebbe pentito ed essi, testimoniando la sua contrizione, avrebbero sollecitato il perdono.

Nel frattempo, tenne calde le schiere: un monito allo scontro dagli indubbi esiti!

Se quel pentimento fosse stato sincero, Enrico avrebbe potuto manifestarlo in Augusta, adeguandosi ai desiderata papali. Proporlo in Italia, invece, tendeva ad una triplice mira: consolidare il potere regio, opponendosi nei fatti ad ogni imposizione ecclesiale; esercitare il diritto della Corona a dettare le regole del prosieguo; contrapporre all’alleanza costituitasi ad Ulm ed a Tribur, tra l’Alta Feudalità germanica e i sostenitori della Chiesa, la granitica fazione che a Worms aveva già deposto il Papa: una complessa azione d’impatto, la cui ratifica risiedeva nell’anticipazione di qualsiasi iniziativa il Tribunale di Augusta progettasse di assumere, in quel prossimo due febbraio.

Il Sovrano incontrò gli arbitri di pace a Montezane: solo dopo concrete garanzie, decise di indossare il saio di penitente ma, in quell’inverno tra il 1076 ed il 1077 che fu il più rigido del secolo, occorsero tre giorni e tre notti di interminabile attesa nella neve, perché egli fosse ammesso al cospetto di Gregorio.

L’assoluzione fu concessa sulla base del previo impegno a non riprendere le insegne regie ed il governo imperiale, fin quando non fosse stato pronunciato formale e pubblico giudizio di perdono; ad accettare di ricorrere all’arbitrato papale nei conflitti fra vassalli; a garantire al Sacerdote Romano il libero transito in Germania, senza rischi.

Enrico accettò.

Di fatto, in quel ventotto gennaio del 1077, aveva ottenuto quanto più gli stava a cuore: prevenire la ratifica della dichiarazione di decadenza dalle prerogative.

Di fatto, però, la capziosa assoluzione era stata concessa all’uomo e non al Sovrano cui restava, invece, l’obbligo di presentarsi al giudizio del Concilio di Augusta.

In cuor suo, era furibondo: non gli pesava aver dovuto vestirsi di simulata umiltà, quanto aver subìto l’onta dell’enfasi conferita dal Papa all’evento, chiamandone a testimone non un Principe, ma una donna.

Una donna di cui egli odiava la bigotta ipocrisia ed il servilismo ai potentati ecclesiali!

Ed infatti, eloquenti furono i commenti del Vescovo di Lucca Rangerio sul pranzo di pace:

«…sta silenzioso il re, gli occhi fissi, pensando:
ha in odio il cibo, e chino a mensa trattien l’artiglio.
Gregorio il vede e già si pente,
e lo ammonisce di comportarsi sapientemente.
Ma tane han volpi e nidi d’uccelli
E l’uom di Cristo non ha riposo in alcun luogo!...»

Quale ruolo assunse, in tutta la vicenda, l’abile Marchesa?

Fondamentale.

Troppo acuta per non percepire la portata del comportamento del cugino/Imperatore ella, che aveva trasformato la tradizione laica familiare in un pilastro del guelfismo italiano, aveva persuaso Gregorio dell’opportunità politica a concedere l’indulgenza ad un peccatore ravveduto, la cui sincerità era garantita proprio dalla saldezza della sua parentela.

Qual era il suo tornaconto?

Eludere l’inasprimento della tensione imperiale, circa la proprietà dei suoi beni.

L’eco degli eventi di Canossa sollevò in Germania un ventaglio di agitazioni, il cui capofila fu ancora lo svevo Rodolfo di Rheinfelden: assumendo a pretesto le giustificazioni mancate ad Augusta; sostenendo che l’umiliazione inflittagli avesse sbrindellato e compromesso irreversibilmente l’immagine di forza dell’Imperatore; mirando egli stesso ad emanciparsi, si rese autore di un secondo colpo di Stato, facendosi designare al trono nel marzo del 1077 da un gruppo di Principi Elettori sassoni, bavari e carinzi, riuniti a Forchheim.

All’atto dell’insediamento, rilasciò molte concessioni alla Chiesa: prima fra tutte, la rinuncia della Corona al diritto di investitura ed il riconoscimento dell’elettività e non già dell’ ereditarietà del potere conferito al Grande Elettorato laico.

Vane furono le sollecitazioni di Enrico alla scomunica del ribelle: il Papa, dopo aver tenuto una linea di fredda neutralità, scagliò proprio a lui un secondo anatema, pretestuosamente censurandone l’orgoglio presuntuoso, la disobbedienza e la doppiezza per non essersi appellato al suo arbitrato.

In definitiva, il legittimo Sovrano restava il bersaglio preferito del suo odio.

Tale evidenza indusse la più parte della Germania a respingere la sentenza di definitiva deposizione pronunciata da Gregorio e a schierarsi in battaglia contro l’irriducibile antiRe, ferito a morte a Merseburg, nella piana di Lipsia.

Più tardi, mentre Federico di Staufen spegneva le velleità usurpatrici di Ermanno di Lussemburgo, convocato l’Alto Clero a Bamberga e a Bressanone Enrico fece deporre il falso monaco; lo sostituì col Primate di Ravenna Guiberto, col nome di Clemente III, entrò in Pavia; vi fu cinto della corona ferrea; assegnò una serie di benefici e privilegi alle città che lo avevano sostenuto; marciò contro l’invisa Matilde, alleata ed ispiratrice della politica antiimperiale della Chiesa; la dichiarò rea di lesa maestà, con conseguente decadenza di tutte le funzioni pubbliche e confisca dei beni; si diresse su Roma, restandovi dal 1081 al 1084, per esservi solennemente incoronato; si alleò con Alessio Comneno contro i d’Hauteville, complici del Papato ufficiale: la coalizione avrebbe riscattato l’affronto di Canossa; avrebbe consentito ai Bizantini di condizionare l’egemonia siculo/normanna nel Mediterraneo; avrebbe posto fuori gioco Gregorio, intanto prigioniero a Castelsantangelo.

Fu Roberto il Guiscardo che, abbandonando l’assedio di Durazzo, accolse ne accolse le  istanze di aiuto e, sottrattolo al linciaggio popolare, lo trasferì a Salerno ove nel maggio del 1085 si spense in esilio, dopo aver firmato una lettera pastorale di esortazione alla crociata contro il Sovrano tedesco.

Nel frattempo, nello stesso 1084, la Germania sfronteggiava il riformismo del Cardinale Ottone da Ostia, propugnatore di una serie di decreti circa il primato della Chiesa. Per arginarne l’attività sediziosa, Enrico aveva proclamato la Pace di Dio in tutto il territorio imperiale; aveva ceduto i beni lorenesi di Matilde di Canossa a Goffredo di Buglione; era avanzato in Sassonia, fino a Magdeburgo. La manifestazione di forza, alla fine, aveva allineato l’Episcopato che, pur riconoscendo la sua sovrana autorità, rifiutava di legittimare l’antiPapa Clemente III.

I fermenti montavano: a Gregorio erano intanto succeduti, per un breve pontificato, Vittore III e poi Ottone da Ostia, eletto a Terracina l’otto marzo del 1088, col nome di Urbano II.

Riuscito ad entrare in Roma solo a novembre, sotto scorta normanna, egli non solo colpì di scomunica l’Imperatore ed il suo antiPapa, definito una bestia spuntata dalla terra per muovere guerra ai santi di Dio, ma dette vita ad una articolata e granitica coalizione antitedesca cui aderirono Prassede di Kiev, sposata in seconde nozze all’Imperatore; i Comuni di Milano, Cremona, Lodi e Piacenza; Matilde di Canossa, il normanno Ruggero d’Altavilla.

Da pochi mesi vedovo di Berta, il Sovrano aveva appena ceduto la Svevia e la mano di sua figlia Agnese al fedele Federico di Hohenstaufen, quando la precaria stabilità dell’Impero fu turbata da un altro sgradevole evento: l’attempata Marchesa aveva preso per marito il sedicenne Guelfo di Baviera, pericolosamente ampliando patrimonio e potere.

Era maturata una terza spedizione punitiva in Italia, in un Enrico del tutto ignaro delle nuove nubi addensatesi al suo orizzonte: aizzato proprio dalla Prima Donna d’Italia, il primogenito Corrado si ribellò alla sua autorità.

Dell’inevitabile conflitto fu teatro ancora Canossa, nel settembre del 1092: l’infausto esito della campagna orientò alla defezione molte città lombarde: il ribelle Corrado, proclamato Re d’Italia, con la benedizione della Curia di Roma, andò a Monza; vi fu incoronato e proseguì per Cremona, ove prestò giuramento di obbedienza ad Urbano II che, dopo essersi trasferito in Francia; dopo aver scomunicato il Vescovo di Cambrai per avere accettato l’investitura laica dell’Imperatore; dopo avere infiammato gli animi contro i Musulmani nel concilio di Clermont del venticinque novembre del 1095, era tornato in Italia sotto scorta delle truppe clavisegnate di Ugo I il Grande, di Roberto II di Fiandra, di Eustache di Boulogne: giunto a Roma; costretto Clemente III alla fuga in Castelsantangelo; anatemizzato Filippo I di Francia per le note vicende matrimoniali, appoggiò l’azione militare condotta contro i Mori di Spagna da Alfonso IV di Castiglia.

Enrico, invece, nel tentativo di salvare il salvabile, riunì d’urgenza una Dieta ponendovi all’ ordine del giorno la deposizione del figlio; la promulgazione di una tregua generale; la designazione successoria del suo omonimo secondogenito, cui fece obbligo di giurare che non avrebbe mai imitato il pessimo esempio del fratello.

Quella manciata di anni incandescenti si concluse con l’ascesa di Pasquale II al soglio pontificio: era il nove agosto del 1099.

L’Imperatore teneva con fatica il controllo della situazione, quando ricevette notizia della rinnovata scomunica. Di più: il nuovo Primate di Roma organizzò la levata di scudi anche di Enrico V, vincendone improbabili rimorsi e resistenze: lottare uno scomunicato, ancorché padre, lungi dal proporsi peccato era un’azione cristiana e meritoria.

Sulla scia del fratello Corrado, il giovane scese in campo e, dopo lunghe, alterne e confuse vicende nel 1104, ormai sciolto dal giuramento di obbedienza e fedeltà, invitò il genitore, piagato nello spirito e prostrato da ogni sorta di impotenza politica, ad un incontro di riconciliazione a Coblenza.

Egli vi si recò munito di tutte le speranze di riprendere il suo ruolo e con esso la devozione del figlio. Si trattò, invece, di un agguato in piena regola: sotto la minaccia delle armi ed alla presenza della sua esigua scorta, Enrico IV fu costretto all’abdicazione; arrestato e deportato nel castello di Böckelheim, ove gli fu imposto di dichiarare di avere ingiustamente perseguitato Papa Gregorio e di avere illegalmente nominato Papa Clemente: colpe ed ammissioni di responsabilità in aperto contrasto con le sue legittime ragioni e con la storia.

La circostanza suscitò nei sudditi viva indignazione e pietà per il vecchio Sovrano, tali da indurre i lealisti ad una generale mobilitazione: nel 1106, agguerriti eserciti erano pronti e  determinati a pareggiare i conti all’erede degenere ed al suo alleato Pasquale II.

Alla vigilia dello scontro, rocambolescamente evaso e rifugiatosi presso l'amico Vescovo di Liegi Otberto, il sette luglio di quell’anno, Enrico si spense congelando tutte le speranze di cacciare l’usurpatore.

Aveva solo cinquantasei anni: ne aveva speso la più parte lottando per mantenere unito ed indipendente quel trono e quell’impero aggredito dai progetti espansionistici di una Chiesa avida, subdola e responsabile anche del tradimento della famiglia, nella cui lealtà aveva creduto.

Gli fu negato anche il  diritto di sepoltura in terra consacrata.

Solo cinque anni più tardi, previa revoca della scomunica, la sua salma fu traslata nel Duomo di Spira.

Bibliografia:

N. Grimaldi, La contessa Matilde e la sua stirpe feudale
C.Grimberg, Storia Universale, vol. IV
G.Scherr, Duemila anni di vita tedesca

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


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