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Personaggi del Medioevo in pillole


Enrico VI di Hohenstaufen

di Ornella Mariani

 

Di temperamento freddo e calcolatore; avido di potere e di gloria, l’erede al trono imperiale; il figlio del leggendario Barbarossa; il marito della ricca e potente Costanza d’Hauteville; l’uomo che nessuno vide mai sorridere, seppur per un periodo brevissimo fu il più potente Statista occidentale dopo Carlo Magno.

Nato nel 1165 da Federico I e da Beatrice di Borgogna, fu eletto Re dei Romani nel 1168 e, successivamente, destinato sposo della Principessa siciliana previo un accordo sottoscritto fra il vecchio Staufen ed il Sovrano di Sicilia Guglielmo II.

Assunto il potere alla morte del padre, pur adottando verso la Chiesa una politica morbida, Enrico mantenne fermo il principio della universalità del suo ufficio, tanto da pretendere atto di sottomissione addirittura da Riccardo d’Inghilterra colpevole d’essere incautamente entrato sul suolo tedesco di Sicilia, con l’intento di porvi un’ipoteca ereditaria.

In contrasto con le mire politiche paterne, egli programmò di fare dell’isola un feudo personale, estraneo all’antico Regnum Italicum ed allo stesso Impero; un’enclave privata degli Hohenstaufen, nel cuore del Mediterraneo; un centro strategico da sottrarre al controllo della Chiesa e dei Principi Tedeschi ed Italiani.

Di fatto, la nobiltà di Corte, malgrado avesse riconosciuto i diritti di Costanza al trono di Sicilia, confermandole il voto di obbedienza ancora nella Assise di Troia del 1188, aveva insinuato sul territorio forti elementi di disgregazione nel tentativo di dare una soluzione nazionale al problema della successione.

Il Papa, per parte sua, non tollerando in quello che riteneva un feudo ecclesiale la presenza di un Re tedesco, in particolare di un rappresentante della temuta ed invisa dinastia degli Hohenstaufen, nel gennaio del 1194 aveva legittimato la successione di Tancredi. Ma, nello stesso anno, costui ed il suo primogenito Ruggiero morirono misteriosamente.

La circostanza ribaltò lo scenario politico del Sud: incoronato Imperatore già nel 1191 da Papa Celestino III previo impegno a rinunciare alla corona siciliana, Enrico VI, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, fece ingresso in Palermo imponendo la propria autorità, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi, col trattato di Vercelli del dodici gennaio del 1194.

«... La furia della tempesta del nord percorre le montagne della Calabria con un insolito tremore della terra e, attraverso le distese pianeggianti della Puglia, solleva vortici di polvere cacciandola negli occhi dei viandanti e della gente del loco...» Con queste parole Innocenzo III commentò la discesa italiana dell’Imperatore tedesco.

Nell’autunno del 1194, ricevuto ancora a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari restati fedeli alla casa normanna, lo Staufen nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il Vescovo Gualtiero di Pagliara. All’epoca, la reggenza del governo era affidata alla regina vedova Sibilla di Acerra, per il conte di Lecce: il minore Guglielmo III, figlio di Tancredi d’Altavilla.

Il freddo Imperatore aveva dovuto apparirle anche magnanimo quando, il venticinque dicembre del 1194, nella cattedrale di Palermo, alla presenza dell’aristocrazia isolana, il piccolo aveva adagiato ai piedi di lui il Kamelaukion, così rinunciando a successive rivendicazioni e ricevendosi la sola nomina di Duca di Taranto.

La Chiesa era in ginocchio: l’incoronazione siciliana di Enrico aveva sostanzialmente posto in essere la temuta unione di Impero e Regno di Sicilia.

Costanza, intanto, trattenuta ad Jesi da un difficile parto, aveva appreso che il coniuge, precedendola nel Sud insulare per affermarvi la propria autorità, una volta giunto a Palermo aveva fatto imprigionare Sibilla; aveva ordinato l’evirazione e l’accecamento del figlioletto Guglielmo III; aveva disposto l’immediata deportazione di entrambi in Germania ed aveva avviato una sanguinaria repressione antisiciliana, in reazione ad una presunta cospirazione in suo danno.

La delittuosa azione non solo macchiò definitivamente la memoria di Enrico, ma produsse gravi ripercussioni nei rapporti anche familiari: l’Imperatrice, che con lui era stata solennemente incoronata a Bari solo alcuni mesi prima del parto, sviluppò una sorta d’idiosincrasia per i Tedeschi, divisa come fu costretta ad essere fra il ruolo di Sovrana, moglie di un personaggio temuto ed odiato, e quello di discendente di una famiglia assai cara al Popolo siciliano.

Affidato il neonato alla tutela di Corrado di Urslingen, ultimo Duca di Spoleto, forse coltivando la speranza di pacificare le fazioni in scontro, ella mosse alla volta della Sicilia, mai più prevedendo che nell’isola caos, malcontento, ribellioni e paura si avvicendavano, fomentate da una repressiva e sanguinaria tirannide.

Maturava, tuttavia, in Enrico consapevolezza che il suo potere, per quanto enorme, mancasse di unità. Alle sue acute valutazioni, non sfuggivano le diversità etniche dei sudditi né, soprattutto, le difformità sostanziali fra Regno e vari territori dell’Impero: la Germania era una monarchia elettiva; la Sicilia, una monarchia ereditaria, gli altri territori erano feudi. La nascita dell’erede gli si era presentata come una occasione propizia per realizzare un progetto di organicità, forte di iniziative ardite e capziose: ai Principi offerse l’ereditarietà dei patrimoni; ai Vescovi anche la libertà di scegliersi i successori. I grandi Elettori, abbagliati dal rilascio di così consistenti fette di potere, avrebbero costituito una potente forza nell’Impero al cui interno egli puntava a collocare il Mezzogiorno d’Italia, accorpandolo alla Germania e riservando a sé il dominio e l’uso della Sicilia.

Con queste mire e con la fortissima aspirazione a mettere le mani anche su Costantinopoli, accampandone diritti in virtù delle nozze contratte dal fratello Filippo di Svevia con Irene, figlia di Isacco II Angelo, egli chiese al Papa di associare alla corona dell’Impero il neonato primogenito.

A fronte del fermo diniego della Curia di Roma, i Principi Tedeschi, in una Dieta tenuta a Francoforte, unanimemente elessero Re l’infante cui era stato, intanto, imposto il nome di Federico Ruggero.

Sulle circostanze verificatesi nei tre anni che Enrico VI trascorse in Sicilia, governandovi con la strategia del terrore, vi sono elementi incerti e confusi. È certo che, dopo aver decretato, nella Dieta di Capua del 1196, la feroce esecuzione di Riccardo d’Acerra, cognato di Tancredi, nell’estate del 1197 egli ritenesse di avere scoperto un ulteriore complotto ai suoi danni, sospettandovi la partecipazione anche di Papa Celestino III.

A Catania, i presunti congiurati furono sottoposti a tremende torture: al Signore di Enna, con grande strazio della Regina Costanza, fu cinto il capo d’una corona arroventata. Il Ciclope aveva messo in ginocchio il Regno e la sua sanguinaria malvagità fu trattata dal cronista Ugo Falcando, autore del De calamite Siciliae: una sorta di lettera inviata a Pietro, tesoriere della Chiesa di Palermo.

Il clima di terrore che attanagliò la Sicilia si allentò solo con la morte improvvisa del tiranno, colto da febbre malarica o forse avvelenato quando aveva appena deciso di allestire una nuova crociata, motivata dalla propria ambizione politica sull’Oriente e dall’onore alla memoria del padre.

Egli aveva appena radunato un potente esercito quando, nella valle del Nisi, si spense. L’Arcivescovo di Magonza, delegato alle operazioni di guerra, lo aveva preceduto in outremer ed aveva conquistato Sidone e Beirut.

Era il settembre del 1197: la notizia della sua morte indusse al rientro il prelato ed i crociati siculi/tedeschi.

Il Regno, di cui egli aveva ereditato anarchia, disagio finanziario, Baronie riottose e Musulmani in rivolta, era di nuovo nel caos.

Bibliografia:

E. Cuozzo, Normanni e Svevi nel Mezzogiorno d’Italia
E. Horst, Federico II di Svevia
R. Morghen, Gli Svevi in Italia
R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva in Italia
G. Quatriglio, Mille anni in Sicilia

Ornella Mariani

Ornella Mariani, sannita.

Negli anni scorsi: Opinionista e controfondista di prima pagina e curatore di Terza Pagina per testate nazionali; autore di saggi, studi e ricerche sulla Questione Meridionale.

Ha pubblicato: saggi economici vari e:

Pironti " Per rabbia e per amore"

Pironti " E così sia"

Bastogi "Viaggio nell' entroterra della disperazione"

Controcorrente Editore " Federico II di Hohenstaufen"

Adda Editore "Morte di un eretico" - dramma in due atti

Siciliano Editore "La storia Negata"

A metà novembre, per Mefite Editore "Matilde" -dramma in due atti

A gennaio, per Mefite Editore "Donne nella storia" 

Collaborazione a siti vari di storia medievale.

Ha in corso l'incarico di coordinatore per una Storia di Benevento in due volumi, (720 pagine) commissionata dall'Ente Comune di Benevento e diretta dal Prof. Enrico Cuozzo)


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Henry VI Hohenstaufen
Henry VI, Holy Roman emperor and German king
Henry VI
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